Diplomazia o diplopazzia? Il doppio volto dei negoziati con Teheran

Lo scorso sabato, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dichiarava che Usa e Iran avrebbero deciso, dopo i colloqui indiretti in Oman, di continuare i negoziati incentrati, al momento, esclusivamente sul nucleare. Araghchi, dopo gli otto mesi di totale sfiducia tra le due parti, ha affermato che il quadro dei negoziati sarà raggiungibile solo se questa sfiducia verrà superata.

A sua detta, i colloqui in Oman avrebbero segnato un buon inizio. Ma, la possibilità che i colloqui continuassero nei giorni successivi non è dipesa soltanto da Teheran, bensì anche da Washington, maestra del buon viso a cattivo gioco. Infatti, senza mai smentirsi, poche ore dopo Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre dazi fino al 25% a tutti quei Paesi che avrebbero continuato a commerciare con l’Iran. Una bizzarra e contraddittoria decisione, parte della strategia americana per fermare lo sviluppo del programma nucleare iraniano.

La risposta del ministro degli Esteri iraniano non ha tardato ad arrivare. La pressione americana non intimorisce la Repubblica islamica e che la diplomazia è l’unica via da seguire, funzionale solo se mediata dal dialogo e non da minacce, pressioni o coercizioni, afferma. Ma la diplomazia americana è più una diplopazzia, e questo ormai si sa, basti pensare ai bombardamenti del giugno scorso, avvenuti proprio mentre Washington e Teheran stavano conducendo i negoziati.

È stato proprio su questo punto che Araghchi si è soffermato, evidenziando come, nonostante i continui tentativi di dialogo, tra Usa e Iran esista un grande muro di sfiducia. Ciononostante, Araghchi, sul suo canale Telegram, si è detto pronto a raggiungere un rassicurante accordo con gli Stati Uniti, specificando però che sul programma missilistico balistico del suo Paese non si negozia.

Mentre il tycoon sembrerebbe poter reggere questa affermazione, Benjamin Netanyahu no. È convinto, infatti, che l’Iran non stia prendendo sul serio i negoziati ma che stia soltanto cercando di guadagnare tempo. E quindi vola, per la settima volta, a Washington per cercare di influenzare la posizione americana e allontanarla dall’idea di un accordo con Teheran. Per il premier israeliano, le condizioni non negoziabili non riguardano soltanto il programma nucleare, ma anche lo sviluppo di missili balistici e il sostegno finanziario che Teheran fornisce ai suoi alleati regionali, in particolare Hamas e Hezbollah. Bibi però questa volta non ha trovato l’appoggio del tycoon. Trump, tramite i suoi social, ha ribadito la volontà di voler continuare i negoziati nella speranza di raggiungere un accordo. Ma The Donald, nonostante la dichiarata apertura al dialogo, anche questa volta, non eccelle nella forma e definisce sciocca l’eventuale e mai espressa decisione iraniana di non portare a termine un accordo con Washington. Minaccia, in tal caso, un secondo intervento in memoria dell’annientamento del nucleare iraniano con l’operazione Midnight Hammer. Giusto per allentare quella pressione che non scalfisce Teheran di cui parlava Araghchi.

La volontà di Donald Trump, lo scetticismo di Benjamin Netanyahu e la sfiducia degli ayatollah riguardano il nucleare, i missili balistici, l’uranio e le solite trite e ritrite argomentazioni dei magnati ragguardevoli di questi Paesi. Ma nel frattempo, mentre si discute su chi ha il diritto o meno di bombardare, la repressione dei dissidenti, alle prese con il quarantacinquesimo giorno di proteste, continua e nessuno di loro sembra già più preoccuparsene.

Proprio qualche giorno fa, infatti, la premio Nobel per la pace 2023 Narges Mohammadi, è stata nuovamente arrestata e condannata a sette anni e mezzo di carcere in Iran con le accuse di raduno e collusione. Picchiata con bastoni di legno e colpita nella zona genitale talmente duramente da non permetterle nemmeno di sedersi, è stata comunque tenuta in isolamento in una cella senza finestre. Sempre in questi giorni, sono stati arrestati altri quattro esponenti politici del fronte riformista, accusati di legami con Israele e Stati Uniti. Questi arresti si aggiungono ai 51.591 già effettuati dal regime in un mese e mezzo di riforme, ai quali si aggiungono torture, sparizioni forzate e tacite condanne a morte.

Eppure, i riflettori delle élite restano puntati sul nucleare e sui missili balistici, mentre milioni di iraniani, che spesso e volentieri nemmeno saprebbero riconoscerlo un missile balistico, vivono tra repressione, sparizioni e violenze.

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