Il gesso stride sulla lavagna, ma il suono è inghiottito dal ronzio elettrico di un drone che danza tra i banchi. Non è un intervallo, né un esperimento di robotica. Nelle aule ucraine, dove un tempo si declamavano i versi di Ševčenko, poeta nazionale ucraino, simbolo di libertà e identità culturale, oggi si impara il ritmo e le tecniche della sopravvivenza. La materia, sulla carta, si chiama “Educazione Militare” ma per i ragazzi del decimo ed undicesimo anno è il confine sottile tra l’adolescenza e la storia del nuovo mondo che li attende.
Nessun concorso, nessuna graduatoria, nessuna supplenza, nessun accademico, ma in cattedra troviamo un uomo il cui sguardo sembra fissare un punto oltre le pareti dell’aula. È un Veterano. Porta sul corpo i segni di una guerra che non ha letto nei libri, ma che ha respirato tra la polvere e nel fango delle trincee. Il suo reclutamento, promosso dal Ministero dell’Istruzione e della Scienza, non è solo una scelta logistica, ma un doveroso passaggio di testimone.
Quando spiega come stringere un laccio emostatico, le sue mani non tremano: sanno che quel gesto è la differenza tra un compagno che torna a casa o un nome su una croce di legno. Se l’insegnante di un tempo seguiva il manuale, il veterano insegna come montare un fucile al buio, come mimetizzarsi nel silenzio, come trasformare la paura in precisione. La sua presenza è un ponte tragico tra la realtà del fronte e la fragilità di un banco di scuola.
La riforma del 2024 ha spostato il baricentro dell’istruzione fuori dai licei tradizionali, convogliando i ragazzi nei Centri di Addestramento Regionali. Qui, l’educazione diventa cinematografica: ai 45 minuti di teoria settimanale in aula, si aggiungono intere giornate immersive in hub tecnologici dove il passato e il futuro si scontrano, dai trattati di matematica alla scheda tecnica di un remote control, dai libri di geografia alla lettura delle mappe cartografiche militari, gli studenti passano dai simulatori di droni FPV — i nuovi occhi della guerra — ai poligoni laser, fino alla medicina tattica. È un addestramento che segue gli standard NATO, volto a formare una generazione che non sarà colta di sorpresa. In questi centri, il concetto di “compito per casa” svanisce, sostituito dalla consapevolezza che la prossima verifica potrebbe non essere su un foglio di carta, ma sotto il cielo plumbeo di una nazione contesa.
Mentre osserviamo queste immagini, il pensiero corre inevitabilmente a quella che nelle nostre scuole italiane chiamavamo Educazione Civica. Dove si insegnava che lo Stato è un’entità da servire con il voto è il rispetto .
In Ucraina, l’educazione civica è diventata educazione alla difesa. Il simbolo è il drone sul banco ed un laccio emostatico nell’astuccio delle penne arrotolato su un evidenziatore e pronto all’uso, l’obiettivo principale è formare il cittadino alla difesa, al soccorso ed alla sopravvivenza. Il nemico non è solo l’illegalità, ma anche l’invasione; il metodo non è il dibattito, ma la resistenza, una risposta immunitaria di una società al momento sotto attacco e poco incline alle false promesse o agli accordi di facciata.
Noi insegnavamo ai nostri ragazzi come funziona un Parlamento; nelle scuole ucraine invece insegnano come non farsi intercettare da un segnale radio nemico, dando vita ad un nuovo ed originale esercito di smanettoni digitali.
Questi giovani non stanno solo imparando a difendersi e combattere; stanno ridefinendo cosa significhi appartenere a una nazione. Mentre noi parlavamo di diritti, loro scoprono il peso d’acciaio dei doveri. Una lezione che nessuno avrebbe mai voluto scrivere, ma che oggi è l’unico compito a casa possibile per non dover mai più consegnare il proprio futuro al silenzio.
Nelle aule ucraine, il silenzio è spesso rotto da parole che pesano più del piombo. Le testimonianze raccolte tra studenti e istruttori disegnano un quadro di resistenza forzata, ma lucida.
Taras , istruttore veterano:“Siamo divisi non solo da qualche anno di vita, ma dalla guerra stessa. Noi l’abbiamo vista, ci abbiamo combattuto. La mia motivazione oggi è fare tutto il possibile affinché questi ragazzi non debbano mai percorrere la nostra strada. Parliamo di temi difficili, ma è necessario: devono sapere quanto sia faticoso guadagnare l’indipendenza e la libertà dell’Ucraina e mi dispiace come padre negargli il tempo e il diritto al divertimento, ma devono crescere in fretta “
Andriy , istruttore di addestramento tattico: “La guerra è in corso, che lo vogliamo o no, e dobbiamo essere pronti. Mentre le tecnologie cambiano, le basi restano le stesse: forniamo agli studenti le fondamenta per essere cittadini di un Paese in guerra. Pilotare un drone o imbracciare un fucile è diventato oggi essenziale come saper leggere e scrivere in più lingue.”
Per i ragazzi del 10° e 11° anno, l’approccio è pragmatico e privo di retorica. Molti vedono nel corso di “Difesa dell’Ucraina” un modo per riprendere il controllo sul proprio destino. I droni, visti ogni giorno nelle notizie come minacce che colpiscono le loro città e li costringono nei rifugi, diventano tra i banchi di scuola strumenti di difesa che richiedono coordinazione e “finezza motoria” paragonabile a quella necessaria per suonare uno strumento musicale.
Mentre rileggiamo queste righe, è necessario scuotersi di dosso la suggestione estetica. Nonostante il ronzio dei droni e il carisma dei veterani, questa non è la sceneggiatura di un film spaventoso, né il Set di una serie TV di successo. È la cruda realtà, polverosa e quotidiana che si consuma a poche ore di volo dalle nostre case. Nessuna controfigura per il dolore, né montaggio video che possa tagliare l’odore di disinfettante delle medicazioni post operatorie o false protesi per gli oltre 100.000 veterani Amputati.
Oggi, l’aula di scuola in Ucraina è diventata uno specchio che interroga l’Europa intera. Di fronte a questo scenario, la comodità del divano da cui osserviamo il mondo ci mette davanti a un bivio morale. Possiamo scegliere di restare “Spettatori”, consumando queste notizie come l’ennesimo contenuto mediatico, distaccati e passivi mentre la Storia scorre sullo schermo. Oppure, possiamo decidere di diventare “Protagonisti”, Il che non significa necessariamente imbracciare un fucile, ma significa “allenarsi alla Pace” con la stessa disciplina con cui quei ragazzi si addestrano alla difesa. Significa uscire dall’apatia per costruire un percorso di consapevolezza attiva, dove la diplomazia, il dialogo e la solidarietà non siano solo parole vuote di un vecchio libro di Educazione Civica, ma muscoli da allenare e stimolare ogni giorno.
La lezione che arriva da quelle parti a noi è un monito: la libertà va conquistata e poi difesa. Se non vogliamo che il drone diventi l’unico strumento di cittadinanza dei nostri figli, dobbiamo essere noi i primi a mobilitarci per un’architettura di pace che sia solida quanto un rifugio. È tempo di decidere se continuare a guardare un film in procinto di diventare un Colossal o impegnarsi personalmente a scrivere, finalmente, un finale diverso.
