Rojava è la forma abbreviata di Rojava Kurdistan che in curdo significa Kurdistan Occidentale. La regione, infatti, si trova a nord-est della Siria e i curdi l’hanno governata dal 2012 fino a pochi giorni fa, con la firma dell’accordo tra le forze curde e quelle siriane. I curdi rappresentano il quarto gruppo etnico del Medio Oriente, contando infatti 35-40 milioni di persone, e sono distribuiti tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia, non essendogli mai stato concesso uno Stato nazionale indipendente e permanente.
Con la fine della Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Sèvres prometteva loro la creazione di uno Stato curdo, promessa non mantenuta con la ratifica, tre anni dopo, del Trattato di Losanna che non definiva i confini geopolitici del Kurdistan, ma quelli della Turchia. Nel corso del tempo, dunque, i curdi hanno dovuto lottare autonomamente per creare uno Stato indipendente, venendo perpetuamente repressi. Il loro popolo, essendo come suddetto disgregato in varie zone, ha da sempre avuto alleati e priorità differenti. Soltanto i curdi siriani, infatti, sono riusciti ad ottenere il controllo di una regione a nord-est della Siria: il Rojava. Il Pyd (Partito dell’Unione Democratica), fondato nel 2003 proprio nella Siria settentrionale, assicurava il controllo politico dei territori curdi tramite l’Ypg, l’unità di protezione popolare. Ma, con la sua linea di pensiero socialista-libertaria, lontana dalle tradizioni islamiche e vicina al Pkk dei curdi turchi, è ben presto finito nel mirino della Turchia tradizionalista di Erdogan, spaventata che un’insurrezione simile potesse oltrepassare il confine.
Ma perché la causa dei curdi siriani è stata così cara all’Occidente? Sicuramente, un primo motivo risale al 2016, quando l’Ypg, con sostegno degli Usa di Barack Obama, contribuì in modo determinante all’annientamento dell’Isis. In secondo luogo, l’orientamento progressista del Rojava, in un Medio Oriente devastato da autoritarismi e fondamentalismi, con la sua Costituzione di stampo democratico e la sua attenzione verso temi come l’ambientalismo e la parità di genere, si è dimostrata un’interessante voce fuori dal coro. Con la prima presidenza Trump (2017-2021), la promessa di protezione americana verso i curdi siriani è andata in fumo. Il tycoon, già nel 2019 ritirava, d’accordo con Erdogan, le truppe americane dalla Siria lasciando invadere la zona dai turchi per creare una sorta di zona cuscinetto nel confine turco-siriano. Da allora, i curdi hanno combattuto da soli la loro battaglia. Oltre un anno fa, a Damasco il nuovo governo dell’ex tagliagole jihadista Ahmed al-Sharaa, sostenuto dalla Turchia, cominciava le negoziazioni con i curdi e, notando la robustezza del proprio governo, il 31 dicembre scorso ha lanciato l’ultimatum, chiedendo: la smobilitazione delle Ypg-Ypj; il ritiro dalle città a maggioranza araba; la cessione di valichi, pozzi di petrolio e dighe e la consegna all’esercito governativo delle chiavi delle prigioni Isis fino ad allora in mano al Rojava. Washington, storico alleato del popolo curdo ma incorreggibile voltagabbana, ha comunicato tramite un post su X che la presenza militare statunitense nel nord-est della Siria era legata esclusivamente alla lotta contro l’Isis e che, con il nuovo governo siriano, quel ruolo non è più necessario; di conseguenza, per i curdi la soluzione migliore sarebbe l’integrazione nel nuovo assetto politico guidato da Damasco. I curdi, a distanza di soli sette anni, sono stati traditi per la seconda volta.
Le forze governative siriane non hanno tardato ad invadere Hasakah, la capitale del Rojava, e le Sdf curde hanno risposto pressoché passivamente. Le fazioni capeggiate da Ahmad Sharaa hanno così messo fine all’esperienza autonomista curda del Rojava dopo che venerdì scorso è stato firmato tra le due parti un accordo che sancisce il ritorno del nord-est siriano sotto il controllo di Damasco, l’integrazione delle forze curde nell’esercito nazionale e la fine dell’autonomia politica del Rojava. In cambio soltanto irrisorie e limitate garanzie sui diritti civili e amministrativi curdi.
Di fatto, questo accordo segna formalmente la fine del Rojava: un sistema basato sulla convivenza di più etnie, sulla democrazia dal basso, sul femminismo e sull’ecologismo, la cui strenua battaglia, fino a non molti anni fa, veniva guardata dall’Occidente con considerevole simpatia e che, oggi, viene, invece, riposta in un cassetto e dimenticata.
