Dalla Guerra Convenzionale alla Guerra Contro il Terrorismo, Afghanistan, Iraq, Gaza: i limiti concettuali di “vittoria” e “sconfitta decisiva”
Il terrorismo è un fenomeno politico, ideologico, sociale e comunicativo, la cui definizione costituisce essa stessa un atto politico. La ragione non risiede nella mancanza di proposte, ma nella natura stessa del terrorismo, che non è una categoria ontologica bensì uno strumento di lotta e una forma di rappresentazione politica. Nel quadro teorico sviluppato da esperti come Bruce Hoffman e Alex Schmid, il terrorismo viene rappresentato come un metodo di combattimento asimmetrico, un linguaggio politico che utilizza la violenza come messaggio, un teatro, un dispositivo narrativo che manipola percezioni, identità e legittimità.
Di conseguenza, la stessa azione può assumere significati opposti, poiché la qualificazione di “terrorismo” dipende dal potere di definizione dell’attore che nomina e dal contesto politico in cui tale atto viene interpretato. Il protratto fallimento delle Nazioni Unite nel produrre una definizione condivisa non è contingente, ma strutturale, perché legato alla natura politica del fenomeno. In questo contesto, le categorie strategiche classiche “vittoria”, “sconfitta decisiva”, “annientamento del nemico”, risultano inadeguate, poiché presuppongono un conflitto interstatale simmetrico, un nemico identificabile e una conclusione politicamente verificabile.
Nulla di tutto ciò si applica ai conflitti contro attori insorgenti o jihadisti. I casi di Afghanistan, Iraq 2003 e Gaza rappresentano tre laboratori empirici di questa crisi concettuale, nei quali la superiorità militare non si è mai tradotta in una vittoria politica stabile. Gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan all’interno della logica della Global War on Terrorism, un’espressione che, da un punto di vista accademico, risulta internamente contraddittoria. Il terrorismo non è un soggetto, ma un metodo che non è annientabile militarmente e dichiarare guerra a una categoria funzionale rende la missione strutturalmente infinita.
Nonostante ciò, Washington definì all’epoca obiettivi apparentemente chiari: distruggere al-Qaeda, rovesciare il regime talebano e impedirne il ritorno. In realtà, si stava dichiarando guerra non a un attore finito, ma a un ecosistema politico-religioso diffuso e transnazionale. Nel giro di pochi mesi il regime talebano fu rovesciato e la rete centrale di al-Qaeda dispersa. Tuttavia, tale vittoria non produsse stabilità, poiché la vittoria militare non genera automaticamente ordine politico. Il motivo è strutturale: l’insorgenza talebana si riorganizzò oltre confine, in Pakistan; il nemico non era un esercito convenzionale ma una rete tribale, e la questione fondamentale, chi governa l’Afghanistan, rimase irrisolta.
David Kilcullen ha definito correttamente l’Afghanistan the impossible war: ogni successo tattico produceva effetti collaterali che, lungi dal ridurre il conflitto, alimentavano ulteriormente l’insorgenza. Il crollo di Kabul nel 2021 ha confermato due lezioni geopolitiche centrali. In primo luogo, la decisive defeat diventa irrealizzabile quando il nemico è una rete adattiva e rigenerabile. In secondo luogo, gli Stati Uniti aprirono il teatro iracheno senza aver stabilizzato quello afghano, ridislocando truppe e risorse, indebolendo il controllo del territorio e consentendo ai Talebani di ricostruire progressivamente la propria capacità operativa.
In altri termini, non è possibile aprire un nuovo teatro di guerra senza aver consolidato il precedente, soprattutto quando si impiega lo stesso contingente. L’Afghanistan dimostra che la vittoria militare è una variabile strategicamente irrilevante quando il conflitto è diretto contro un sistema, e non contro uno Stato. L’invasione dell’Iraq nel 2003 rappresenta, al contrario, uno dei casi più puri di sconfitta decisiva sul piano della guerra convenzionale. L’esercito iracheno fu distrutto in meno di tre settimane, il regime baathista dissolto e il Paese occupato rapidamente.
Tatticamente, il successo militare fu totale. Tuttavia, la vittoria non può dirsi tale se il nemico non è finito. La dissoluzione dell’esercito iracheno e del Partito Baath creò infatti un vuoto di potere pressoché perfetto, nel quale emersero l’insorgenza sunnita, al-Qaeda in Iraq, milizie sciite, bande settarie e reti tribali armate. Stathis Kalyvas ha sintetizzato efficacemente questa dinamica: «Non si sconfigge un attore non statuale eliminando lo Stato: lo si moltiplica.»
L’errore concettuale fu duplice. Da un lato, si ritenne che la vittoria militare equivalesse alla fine della guerra; dall’altro, si ridislocarono truppe dall’Afghanistan all’Iraq, aprendo un secondo fronte privo della necessaria massa critica. L’ISIS non nacque malgrado la vittoria americana, ma a causa della vittoria americana: il vuoto di governance, la marginalizzazione della componente sunnita, la radicalizzazione identitaria e la trasformazione di al-Qaeda in Iraq in Stato Islamico ne furono le conseguenze dirette.
Il caso iracheno costituisce dunque una dimostrazione paradigmatica del fatto che una vittoria tattica nella guerra convenzionale può tradursi in una sconfitta strategica in un conflitto contro insorgenze e attori non statuali. Nello scenario contemporaneo di Gaza, Hamas, dal punto di vista analitico, non è soltanto un’organizzazione militare, ma soprattutto un sistema politico, sociale e cognitivo. Esso opera simultaneamente come ideologia, struttura di governo, rete comunitaria, apparato militare e narrativa identitaria.
Questa natura sistemica rende impossibile una decisive defeat nel senso classico del termine. L’obiettivo dichiarato di “distruggere totalmente Hamas” riproduce infatti l’errore concettuale già compiuto dagli Stati Uniti nel periodo post-11 settembre: si tenta di annientare un metodo e una configurazione identitaria come se fossero un soggetto finito, confondendo la vittoria militare con la trasformazione politica.
Sul piano militare, Hamas ha subito perdite estremamente significative e la sua catena di comando è stata gravemente compromessa. Sul piano strategico, tuttavia, l’organizzazione continua a esercitare influenza sulla popolazione, conserva capacità di rigenerazione e rimane, per ampie fasce della società gazawi, il principale riferimento identitario e simbolico.
L’esperienza storica mostra che la neutralizzazione duratura di un attore insorgente richiede almeno tre condizioni: l’eliminazione stabile della capacità militare, la costruzione di una governance alternativa credibile e la legittimazione popolare della nuova autorità. La Gaza contemporanea non soddisfa nessuna di queste tre condizioni. Uno dei pochi esempi di neutralizzazione effettivamente duratura di un’organizzazione terroristica resta quello dell’IRA, ottenuta non attraverso l’annientamento militare, ma mediante una soluzione politica fondata su power-sharing, legittimazione reciproca, disarmo negoziato e inclusione istituzionale.
Il terrorismo, dunque, termina solo quando la politica diventa più efficace della violenza, non quando il nemico viene militarmente sconfitto. In effetti, il terrorismo non è un soggetto, ma una condizione: una narrativa, un’identità condivisa, un dispositivo psicologico e, in ultima analisi, un teatro politico. È per questa ragione strutturale che le Nazioni Unite non sono mai riuscite a produrne una definizione universalmente condivisa.
Afghanistan, Iraq e Gaza dimostrano che la “vittoria” è un’illusione strategica quando il nemico non è un esercito ma un ecosistema politico e sociale. La vera sfida non è vincere la guerra, ma governare l’ecosistema sociale e politico che la rende possibile. La difficoltà di conseguire una vittoria definitiva contro organizzazioni terroristiche non rappresenta soltanto un problema strategico o militare, ma investe direttamente anche il piano giuridico internazionale. Questa crisi concettuale non resta confinata al piano militare. Se infatti il nemico non è uno Stato ma una rete, un’ideologia o un ecosistema sociale, anche gli strumenti giuridici costruiti per regolare i conflitti tra Stati entrano in crisi.
Il diritto internazionale contemporaneo nasce per disciplinare le relazioni tra soggetti statuali, regolando l’uso della forza, la sovranità territoriale e la responsabilità internazionale. In questo quadro, la guerra era concepita come un conflitto tra Stati identificabili, con un inizio e una fine politicamente verificabili. L’emergere del terrorismo transnazionale ha progressivamente messo in discussione questa architettura concettuale.
Nonostante decenni di negoziati, non esiste ancora una definizione universalmente condivisa di terrorismo nel diritto internazionale generale. Il mancato accordo non è dovuto alla mancanza di proposte tecniche, ma al fatto che la qualificazione di un atto come terroristico implica valutazioni politiche e conflitti di legittimità che gli Stati faticano a risolvere in modo consensuale. Anche dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato numerose risoluzioni vincolanti per contrastare reti come al-Qaida, imponendo agli Stati obblighi di cooperazione, repressione e prevenzione, ma senza introdurre una definizione giuridica definitiva del fenomeno. La difficoltà emerge in modo ancora più evidente sul terreno dello jus ad bellum, cioè delle regole che disciplinano il ricorso alla forza armata. Tradizionalmente, il diritto internazionale riconosceva la legittima difesa soltanto nei rapporti tra Stati. L’emergere di attori armati non statali, capaci di colpire su scala transnazionale utilizzando territori di Stati fragili o incapaci di esercitare pieno controllo, ha costretto la prassi internazionale ad adattarsi.
Dopo il 2001, molti Stati hanno sostenuto la possibilità di esercitare l’autodifesa anche contro gruppi terroristici operanti dal territorio di uno Stato che non sia in grado o non voglia impedirne le attività. Questa evoluzione ha ampliato l’interpretazione tradizionale della legittima difesa, ma ha anche aperto una zona grigia giuridica e politica: quando l’uso unilaterale della forza costituisce autodifesa legittima e quando diventa invece violazione della sovranità altrui?
Da un lato, la comunità internazionale riconosce la necessità di contrastare reti terroristiche che operano oltre i confini statali, dall’altro, permane il timore che un uso troppo elastico del principio di autodifesa possa legittimare interventi militari unilaterali difficilmente controllabili. Anche sul piano giuridico, dunque, non esiste una “soluzione decisiva”, così come non esiste una vittoria militare definitiva contro un fenomeno che si rigenera politicamente e socialmente.
Negli ultimi due decenni la risposta al terrorismo ha assunto una struttura multilivello. Le Nazioni Unite hanno imposto standard comuni attraverso sanzioni, obblighi di cooperazione e misure contro il finanziamento del terrorismo. L’Unione europea ha sviluppato strumenti di cooperazione giudiziaria e di sicurezza interna, oltre a regimi di sanzioni e liste di organizzazioni terroristiche. Gli Stati, infine, hanno adottato legislazioni nazionali spesso molto incisive in materia di prevenzione, intelligence e repressione.
Questa architettura ha migliorato la capacità di risposta operativa, ma ha anche generato tensioni con la tutela dei diritti fondamentali e con i principi dello Stato di diritto, mostrando ancora una volta che la lotta al terrorismo non può essere ridotta a un problema esclusivamente militare o di sicurezza. L’esperienza di Afghanistan, Iraq e Gaza dimostra dunque una doppia crisi: strategica e giuridica. Non soltanto la vittoria militare non garantisce la stabilità politica, ma nemmeno il diritto internazionale dispone ancora di strumenti pienamente adeguati a governare conflitti nei quali il nemico non coincide con uno Stato ma con reti e identità politiche diffuse.
In definitiva, il terrorismo non termina attraverso l’annientamento militare né mediante semplici strumenti giuridici coercitivi. La sua riduzione richiede condizioni politiche, istituzionali e sociali capaci di rendere la violenza meno efficace della partecipazione politica. La vera sfida non è vincere la guerra ma trasformare l’ambiente politico e sociale che la rende possibile. Ed è su questo terreno, più che su quello puramente militare o giuridico, che si gioca oggi una parte della sicurezza internazionale.
Di Giuseppe Paccione e Pasquale Preziosa
