C’è un suono che vince il fragore delle sirene e l’eco delle esplosioni che ancora feriscono l’Ucraina. È il battito ritmato di un pallone che rimbalza sul parquet e il sibilo metallico delle stampelle che colpiscono il suolo con la fierezza di chi vuole rimanere in piedi. Siamo nel quartier generale della speranza: la palestra del Centro Don Bosco di Leopoli.
Qui, tra queste mura intrise di sudore e incenso, è avvenuto un piccolo miracolo laico e cristiano al tempo stesso. Tutto è iniziato due anni fa, nel 2024, quando la Congregazione dei Padri Salesiani ha deciso di spalancare le porte a cinque giovani reduci dal fronte. Cinque ragazzi a cui la guerra aveva strappato un arto, ma non l’anima.
Padre Taras, ci accoglie con un sorriso che sembra una benedizione. Mentre ci guida tra i borsoni e le maglie sudate, il suo racconto si fa passione pura. Ci spiega come la genesi di questa squadra non sia stata una semplice attività sportiva, ma un atto di resistenza spirituale. In ogni sua parola si percepisce la presenza dello “spirito guida” di San Giovanni Bosco: la creazione di un oratorio che si fa campo da battaglia di pace, un ambiente dove questi militari, feriti nel corpo e nello spirito, sono incoraggiati a riscoprire i propri talenti in un clima di rispetto assoluto e cieca fiducia.
“All’inizio era tutto nuovo per noi”, ci confessa Padre Taras mentre ci aiuta a tradurre le parole del coach e del portiere, giganti di volontà che difendono la propria porta come un tempo difendevano i confini. “Nessuno qui si è mai demoralizzato. Accettiamo le sfide a pranzo e a cena, perché la fame di vita è più forte della paura”.
Quello che era iniziato con cinque reduci è diventato una macchina di rinascita professionale. I Salesiani hanno capito subito che il coraggio non bastava: serviva metodo. Hanno studiato i modelli internazionali, hanno inserito nello staff medici sportivi, psicologi e massaggiatori, creando un’eccellenza in un Paese dove il conflitto è ancora una ferita aperta.
I risultati di questa forza d’urto emotiva sono scritti nella storia recente: in soli due anni, la squadra ha dominato la Prime League, vincendo ogni singola partita senza subire nemmeno un gol. Una difesa impenetrabile, fatta di uomini che sanno cosa significhi non arretrare di un millimetro.
Ma la vittoria più grande non è nel medagliere. È nel contagio della speranza. Oggi, nel 2026, l’esempio di Leopoli ha generato una foresta di coraggio: in tutta l’Ucraina sono nate almeno 16 squadre di calciatori amputati. Le richieste aumentano ogni giorno, tragica conseguenza di un numero altissimo di invalidi di guerra, ma la risposta salesiana resta la stessa: trasformare il trauma in talento.
Nazariy, oggi coach del Pokrova AMP Football, l’architetto del Coraggio e figura di riferimento nazionale per la Lega degli Amputati, ci guarda con gli occhi di chi ha dovuto imparare a correre nel buio. “Due anni fa avevamo solo cinque ragazzi e un deserto di conoscenze”, racconta con la fermezza dei professionisti. “Sapevo di dover diventare il loro scudo. Sono volato in Turchia, Polonia, Svizzera per imparare i segreti del calcio per amputati, ma il nostro vero nemico non era l’inesperienza ma bensì il tempo”.
Ogni settimana che passava, il fronte restituiva giovani corpi mutilati. Nazary ha dovuto testare sul campo, subito, un modello nuovo, capace di fondere la riabilitazione motoria con l’agonismo puro. “Insegnare a giocare solo con le stampelle significa insegnare a ritrovare l’equilibrio nel mondo”, spiega. “Dovevamo stimolarli subito, prima che il senso di inutilità o l’abbandono li divorasse”. Oggi, nel 2026, quella scommessa è vinta: 16 squadre, un campionato diviso in due categorie e il sogno, ormai vicino, del circuito internazionale.
In porta c’è Oleh. Prima della guerra, volava tra i pali con la sicurezza di chi ha due braccia forti. Poi, il fronte gli ha chiesto un tributo altissimo. “Sono dovuto ripartire da zero”, ci dice, mentre stringe il guanto dell’unico braccio che il regolamento gli permette di usare. Ma dietro la sua parata c’è un segreto più profondo: “Gioco per onorare il mio commilitone. Lui ha sacrificato la sua vita per salvare la mia. Questa squadra non mi ha dato solo uno sport, mi ha restituito la felicità di esistere”.
Oleh è il volto di un esercito invisibile: sono oltre 100.000 i veterani rientrati dal fronte con ferite permanenti. Per loro, il Pokrova non è solo un club, è il segnale che il reinserimento nella vita quotidiana è possibile, che la disabilità non è l’ultima parola.
Mentre ci prepariamo a lasciare la palestra, Padre Taras osserva i suoi ragazzi un’ultima volta. Il suo sguardo non è di pietà, ma di profonda gratitudine. “Vederli giocare è la mia bussola quotidiana”, confessa a bassa voce. “Loro mi ricordano ogni giorno che ho gambe e braccia sane. Davanti al loro sacrificio, ogni mia stanchezza svanisce, ogni lamentela diventa superflua”.
Padre Taras ha aggiunto un verso silenzioso alle sue orazioni, un comandamento che ha appreso proprio da questi giganti mutilati: “Taci, lavora, non lamentarti e non mollare mai”.
Uscendo dalla palestra, capiamo che qui non si gioca solo a calcio. Qui si insegna al mondo che, finché ci sarà un ambiente che accoglie e un cuore che crede, nessuna amputazione potrà mai fermare la corsa di un uomo verso la propria dignità.
