L’ultima Trincea dell’Anima – a Leopoli Dio non è mai andato nel Rifugio

L’Ucraina di oggi sicuramente è una terra ferita, ma è anche un mosaico di spiritualità feriale, dove il sacro si è sporcato le mani con la polvere delle macerie. Le cupole dorate delle chiese, che un tempo brillavano come promesse di gloria, oggi sono fari di un’identità che si rifiuta di svanire. Non sono più solo templi: sono diventate trincee dello spirito e centri di vita dove la preghiera ha il profumo del pane appena sfornato e dei pasti caldi distribuiti a chi ha perso tutto. In questo lembo di terra, la religione ha perso ogni astrazione. Leopoli, crocevia storico di fedi, vibra oggi di un’ecumenismo del dolore. Ortodossi, greco-cattolici, protestanti, ebrei e musulmani si sono ritrovati uniti in un unico, tragico destino: la protezione del prossimo. Le moschee si sono fatte rifugi, le sinagoghe dispense di vita, e le cripte delle chiese sono diventate gli unici cieli sicuri sotto i quali ripararsi dalle bombe.

Eppure, nel cuore del cristianesimo orientale pulsa la ferita più profonda: lo scisma, il “fratricidio degli Altari”. Se il rito bizantino unisce nel gesto e nel canto, l’anima politica divide. Da un lato la Chiesa Ortodossa d’Ucraina, baluardo della resistenza; dall’altro il conflitto lacerante di chi è legato al Patriarcato di Mosca. È un dolore sordo pregare sotto una guida, il Patriarca Kirill, che ha benedetto i cingolati. È un sacrilegio vedere chiese trasformate in depositi di armi, dove l’incenso è sostituito dall’odore della polvere da sparo.

A Leopoli, però, non c’è spazio per la rassegnazione. Ogni liturgia è un atto di ribellione d’amore. Entrando nelle navate, l’arredo sacro è mutato: accanto alle icone antiche, compaiono migliaia di volti giovani. Sono i morti del fronte, il nuovo “calendario dei santi” di una nazione martire. Tra le candele, abbiamo incontrato il silenzio delle vedove. In loro abita un paradosso commovente: il sentirsi tradite da un Dio che ha negato il miracolo della vita terrena, ed il rifugiarsi in Quel medesimo Dio per dare un senso al Mistero della Fede. Vivono un Sabato Santo perenne: un tempo di sospensione dove non si attendono più favori dal cielo, ma la forza di credere che la Resurrezione sia l’unica risposta possibile al passaggio terreno.

Esiste un’ Ucraina che non fa rumore, che non urla nei bollettini di guerra, ma che respira nel silenzio delle navate di Leopoli. È l’Ucraina che abbiamo incontrato negli occhi di chi, ogni giorno, sfida l’assurdo del male con la testardaggine del bene. Nel cuore della Comunità di Don Orione, Don Fabio si muove come un uomo che ha imparato a leggere nel buio. La sua non è una fede fatta di certezze granitiche, ma di mani sporche di farina e di accoglienza. Quando parla delle “righe storte”, la sua voce non trema. Sa che l’egoismo umano ha tracciato solchi profondi, ferite che squarciano la terra e le famiglie, ma oppone a questo caos la geometria sacra della “Caritas “

Per Don Fabio, il pane e gli aiuti distribuiti ogni settimana non sono semplici aiuti umanitari; sono liturgie laiche. Ogni sacchetto è un pezzo di quella “speranza del domani” che i bombardamenti cercano di polverizzare. Ci ha raccontato della madre del palazzo 29, una donna che è diventata l’icona stessa del dolore ucraino: due figli perduti, uno nell’ombra della morte, l’altro nel vuoto della dispersione. Eppure, quella donna ogni mattina varca la soglia della chiesa, non chiede spiegazioni a Dio, ma offre il suo strazio sull’altare, ricevendo in cambio l’abbraccio dei confratelli. In quella donna, Don Fabio vede la prova che l’Amore è l’unica forza capace di non spezzarsi sotto il peso dell’inspiegabile e ne trae esempio e forza per andare avanti.

Nell’Università cattolica di Leopoli incontriamo Suor Gioia, la mente che analizza ed approfondisce la situazione sotto tutti i punti di vista. Ucraina nell’anima formatasi in Italia, parla sei lingue ma sembra conoscerne una sola con assoluta precisione: quella della verità, anche quando è amara. Insegnante all’Università, la sua analisi non si ferma alla geopolitica, ma scende negli abissi della psicologia di un popolo che resiste e cerca di rimanere in piedi affidandosi anche al Divino.

Con grande lucidità e sincerità, Suor Gioia ci ha guidato per mano, analizzando le contraddizioni di un Paese dove la luce del sole illumina sia l’eroismo che il fango: la corruzione, il mercato nero degli aiuti. Non si nasconde dietro un dito; attribuisce tutto al “peccato originale”, a quella debolezza umana che tradisce i valori e le promesse fatte proprio quando dovrebbero essere più saldi. Per lei, la storia non è un archivio morto, ma un monito sanguinante. Ricorda l’Holodomor (lo sterminio per fame documentato dal Museo Nazionale dell’Holodomor) come se fosse accaduto ieri, perché sa che chi non ascolta il passato è condannato a subirne il ritorno.

Suor Gioia ci ha lasciato con una riflessione sconcertante, nella quale tutti gli ucraini si ritrovano in questo periodo, il paradosso della “Certezza dell’Incertezza”. In un mondo dove ” se Dio vuole ci vediamo domani”  tutto diventa fragilissimo, l’esistenza terrena, il futuro dei propri figli, il lavoro, è tutto legato alle conseguenze di un missile che potrebbe arrivare anche nella notte e pertanto tutte le scelte di vita vengono prese come se non ci sia più un domani.

In Ucraina, il tempo non scorre solo in avanti; si ferma, si inginocchia e poi riparte con il peso di chi non c’è più. Esistono momenti in cui il quotidiano si frattura per lasciare spazio all’Eterno, trasformando le strade e i campi santi in cattedrali a cielo aperto.

C’è un brivido che percorre il Paese ogni mattina, puntuale come un rintocco funebre: sono le ore 9:00. È il [Minuto di Silenzio Nazionale], un rito che trasforma le città in un immenso fermo immagine. Sembra un flash mob del dolore: gli autobus accostano, i motori si spengono, i passi si cristallizzano sul marciapiede. Negli uffici e nelle scuole, le voci sfumano nel nulla. In quei sessanta secondi, il rumore della guerra è sconfitto da un silenzio assordante, un battito unanime di cuori che riconoscono il sacrificio dei propri figli. È la “certezza dell’incertezza” di cui parla Suor Gioia che, per un attimo, trova stabilità nel ricordo.

Ma è al Cimitero degli Eroi che il mosaico della spiritualità ucraina si completa con le sue tessere più sanguinose. Qui, il paesaggio è dominato da una foresta di aste e tessuti: migliaia di bandiere giallo-blu che sferzano l’aria. Il rumore del vento che schiaffeggia la seta delle bandiere sventolanti è l’unica colonna sonora ammessa, un suono secco e ritmico che sembra il respiro affannoso della nazione stessa.

Il rituale del funerale è un’esperienza che trafigge l’anima. Quando il feretro di un militare caduto per la libertà varca i cancelli, avviene un miracolo di devozione collettiva: tutti, e dico tutti, si mettono in ginocchio. Non importa l’età, non importa il rango; ci si abbassa fino a toccare la terra per cui quel ragazzo ha dato tutto. È un gesto di umiltà assoluta, una barriera umana di rispetto che accoglie l’eroe che torna a casa.

In questo lembo di terra consacrata, le lacrime dei presenti si mescolano al fango e alla polvere, mentre il silenzio viene squarciato dagli atti finali dell’onore militare. Il suono malinconico della tromba sale verso il cielo, una preghiera senza parole che cerca un varco tra le nuvole. Poi, i tre spari di fucile dei commilitoni: tre colpi secchi che non sono più armi di distruzione, ma l’ultimo, fragoroso atto di saluto a chi ha deposto le armi per sempre.
In quel momento, le “righe storte” di cui parlava Don Fabio sembrano raddrizzarsi per un istante sotto il peso della Croce e dell’Onore. Tra le vedove raccolte in preghiera e i fiori freschi che ricoprono le fosse, si comprende che la pace qui non è un trattato politico, ma un rumoroso silenzio fatto di presenza e di una promessa di Resurrezione che attende di essere compiuta.

Lasciare Leopoli significa portarsi addosso il peso di quel “rumoroso silenzio” incontrato tra i banchi e le tombe. Resta impressa l’immagine di una nazione che ha trasformato il lutto in liturgia e la precarietà in una forma altissima di dignità. Se è vero, come dice Don Fabio, che le righe tracciate dagli uomini sono sghembe e feroci, è tra le mura delle chiese-rifugio e nel fango dei cimiteri che si scorge la mano di chi prova a raddrizzarle. L’Ucraina non attende un miracolo che piova dall’alto per cancellare la storia, ma vive il miracolo quotidiano di restare umana laddove l’umano è negato.

Mentre ci si allontana dalle cupole dorate, l’ultima immagine è quella di un popolo che sa quando è il momento di stare in piedi per combattere e quando è il momento di mettersi in ginocchio per onorare. In quel gesto — quel piegare le gambe davanti al feretro di un ragazzo sconosciuto — risiede la vera vittoria sulla cenere: la consapevolezza che la morte può spezzare una vita, ma non può interrompere la preghiera di chi attende la luce, perché alla fine di ogni Sabato Santo, per quanto lungo e gelido possa essere, resta la promessa che nessuna riga è così storta da impedire all’Amore di ritrovare la sua via per tornare a casa.

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