Eppure, nel cuore del cristianesimo orientale pulsa la ferita più profonda: lo scisma, il “fratricidio degli Altari”. Se il rito bizantino unisce nel gesto e nel canto, l’anima politica divide. Da un lato la Chiesa Ortodossa d’Ucraina, baluardo della resistenza; dall’altro il conflitto lacerante di chi è legato al Patriarcato di Mosca. È un dolore sordo pregare sotto una guida, il Patriarca Kirill, che ha benedetto i cingolati. È un sacrilegio vedere chiese trasformate in depositi di armi, dove l’incenso è sostituito dall’odore della polvere da sparo.
Esiste un’ Ucraina che non fa rumore, che non urla nei bollettini di guerra, ma che respira nel silenzio delle navate di Leopoli. È l’Ucraina che abbiamo incontrato negli occhi di chi, ogni giorno, sfida l’assurdo del male con la testardaggine del bene. Nel cuore della Comunità di Don Orione, Don Fabio si muove come un uomo che ha imparato a leggere nel buio. La sua non è una fede fatta di certezze granitiche, ma di mani sporche di farina e di accoglienza. Quando parla delle “righe storte”, la sua voce non trema. Sa che l’egoismo umano ha tracciato solchi profondi, ferite che squarciano la terra e le famiglie, ma oppone a questo caos la geometria sacra della “Caritas “
Nell’Università cattolica di Leopoli incontriamo Suor Gioia, la mente che analizza ed approfondisce la situazione sotto tutti i punti di vista. Ucraina nell’anima formatasi in Italia, parla sei lingue ma sembra conoscerne una sola con assoluta precisione: quella della verità, anche quando è amara. Insegnante all’Università, la sua analisi non si ferma alla geopolitica, ma scende negli abissi della psicologia di un popolo che resiste e cerca di rimanere in piedi affidandosi anche al Divino.
Suor Gioia ci ha lasciato con una riflessione sconcertante, nella quale tutti gli ucraini si ritrovano in questo periodo, il paradosso della “Certezza dell’Incertezza”. In un mondo dove ” se Dio vuole ci vediamo domani” tutto diventa fragilissimo, l’esistenza terrena, il futuro dei propri figli, il lavoro, è tutto legato alle conseguenze di un missile che potrebbe arrivare anche nella notte e pertanto tutte le scelte di vita vengono prese come se non ci sia più un domani.
In Ucraina, il tempo non scorre solo in avanti; si ferma, si inginocchia e poi riparte con il peso di chi non c’è più. Esistono momenti in cui il quotidiano si frattura per lasciare spazio all’Eterno, trasformando le strade e i campi santi in cattedrali a cielo aperto.
C’è un brivido che percorre il Paese ogni mattina, puntuale come un rintocco funebre: sono le ore 9:00. È il [Minuto di Silenzio Nazionale], un rito che trasforma le città in un immenso fermo immagine. Sembra un flash mob del dolore: gli autobus accostano, i motori si spengono, i passi si cristallizzano sul marciapiede. Negli uffici e nelle scuole, le voci sfumano nel nulla. In quei sessanta secondi, il rumore della guerra è sconfitto da un silenzio assordante, un battito unanime di cuori che riconoscono il sacrificio dei propri figli. È la “certezza dell’incertezza” di cui parla Suor Gioia che, per un attimo, trova stabilità nel ricordo.
Ma è al Cimitero degli Eroi che il mosaico della spiritualità ucraina si completa con le sue tessere più sanguinose. Qui, il paesaggio è dominato da una foresta di aste e tessuti: migliaia di bandiere giallo-blu che sferzano l’aria. Il rumore del vento che schiaffeggia la seta delle bandiere sventolanti è l’unica colonna sonora ammessa, un suono secco e ritmico che sembra il respiro affannoso della nazione stessa.
In questo lembo di terra consacrata, le lacrime dei presenti si mescolano al fango e alla polvere, mentre il silenzio viene squarciato dagli atti finali dell’onore militare. Il suono malinconico della tromba sale verso il cielo, una preghiera senza parole che cerca un varco tra le nuvole. Poi, i tre spari di fucile dei commilitoni: tre colpi secchi che non sono più armi di distruzione, ma l’ultimo, fragoroso atto di saluto a chi ha deposto le armi per sempre.
In quel momento, le “righe storte” di cui parlava Don Fabio sembrano raddrizzarsi per un istante sotto il peso della Croce e dell’Onore. Tra le vedove raccolte in preghiera e i fiori freschi che ricoprono le fosse, si comprende che la pace qui non è un trattato politico, ma un rumoroso silenzio fatto di presenza e di una promessa di Resurrezione che attende di essere compiuta.
Lasciare Leopoli significa portarsi addosso il peso di quel “rumoroso silenzio” incontrato tra i banchi e le tombe. Resta impressa l’immagine di una nazione che ha trasformato il lutto in liturgia e la precarietà in una forma altissima di dignità. Se è vero, come dice Don Fabio, che le righe tracciate dagli uomini sono sghembe e feroci, è tra le mura delle chiese-rifugio e nel fango dei cimiteri che si scorge la mano di chi prova a raddrizzarle. L’Ucraina non attende un miracolo che piova dall’alto per cancellare la storia, ma vive il miracolo quotidiano di restare umana laddove l’umano è negato.
