Medio Oriente sull’orlo del conflitto: Iran, USA e Israele tra escalation militare e tentativi di dialogo

Non più tardi di due settimane fa, il presidente americano Donald Trump rassicurava il mondo intero: in Iran, le uccisioni dei manifestanti erano state interrotte e non erano più previste esecuzioni, anzi, ne erano state impedite circa 830.  Ma, secondo quanto riportato dall’Iran International, il canale privato in lingua persiana con sede a Londra, in soli due giorni sarebbero circa 36.500 le vittime della repressione teocratica: 18.250 morti al giorno, 760 all’ora, 13 al minuto e 1 ogni cinque secondi. La repressione più sanguinosa mai avvenuta per mano della Repubblica Islamica.

Seppur l’interventismo americano sembrasse dunque essersi attenuato, il rafforzamento militare nella regione non si è mai realmente arrestato. Già lo scorso giovedì, Trump avvisava Teheran che parecchie navi si stavano dirigendo verso il Golfo Persico. Questo lunedì, infatti, il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), con il fine di “promuovere la sicurezza e la stabilità regionale”, ha confermato la presenza in Medio Oriente dell’Abraham Lincoln Carrier Strike Group, un gruppo d’attacco formato da aerei da combattimento, cacciatorpediniere lanciamissili e almeno un sottomarino.

Una minaccia? Un’intimidazione? Le intenzioni di The Donald non risultano del tutto chiare, soprattutto considerando che, poche ore dopo la notizia dell’invio di un gruppo d’attacco in territorio ostile, ha espresso l’auspicio che l’Iran si sieda al tavolo delle trattative per negoziare un accordo. E poi ha avvertito: un prossimo attacco sarà molto peggiore dell’Operazione Midnight Hammer del giugno scorso. La tensione non sembra avere apparenti possibilità di calo.

Ma Teheran, dal canto suo, non sembra spaventata. Il viceministro degli Esteri per gli Affari legali, Kazem Gharibabadi, ha dichiarato che l’Iran risponderà con decisione a qualsiasi attacco USA, senza limiti di proporzionalità perché l’insicurezza che ne deriverebbe metterebbe tutti in ginocchio.

Washington tace, Israele no. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu replica alle prepotenze iraniane: qualsiasi tentativo volto a nuocere Israele sarà maneggiato con determinazione. E, anche se per adesso la Casa Bianca non espliciti le sue vere intenzioni, Bibi sostiene che un documento sui preparativi per un attacco Usa all’Iran è già sul tavolo del Knesset, i cui vertici si dichiarano pronti a qualsiasi scenario.

Questo terremoto geopolitico, che apparentemente sembrerebbe affliggere solo Stati Uniti, Israele e Iran, fa tremare in realtà tutto il Medio Oriente.

Yemen e Iraq, a sostegno dell’Iran degli ayatollah, non restano in silenzio: se la tensione dovesse tradursi in uno scontro armato, affermano, attaccheranno navi commerciali nel Mar Rosso e/o installazioni statunitensi. “Una guerra contro l’Iran questa volta incendierà la regione”.

Ma non tutti corrono subito a preparare la difesa. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha ribadito la contrarietà della Turchia a qualsiasi intervento militare in Iran, specialmente perché un’iniziativa di tale portata graverebbe su tutta la regione e, forse, sul mondo intero. La Turchia si dichiara “pronta a contribuire alla risoluzione delle tensioni attuali attraverso il dialogo”.

Anche l’Egitto non resta fermo a guardare e, grazie anche all’aiuto delle iniziative diplomatiche arabe, si è mosso per favorire una de-escalation e contenere le tensioni, per evitare che tutto il Medio Oriente cada nuovamente vittima di un ciclo diabolico di instabilità. Badr Abdel Aaty, il ministro degli Esteri egiziano, ha insistito sull’importanza di privilegiare il dialogo allo scontro, per prediligere soluzioni diplomatiche che conducano ad accordi stabili per la sicurezza regionale e internazionale.

Di fronte a queste dichiarazioni, l’Iran afferma di sostenere qualsiasi iniziativa volta a promuovere la de-escalation, purché basata sul rispetto del diritto internazionale e orientata a evitare un conflitto su larga scala che risulterebbe nocivo per chiunque. “Il nostro Paese non cerca la guerra” afferma il capo dell’Ufficio di interesse della Repubblica islamica dell’Iran in Egitto “ma, se dovesse subire un’aggressione, non esiterà a difendere la propria sicurezza nazionale e gli interessi del proprio popolo.”

 

 

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