Il 10 ottobre 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco nella Striscia, la fase uno del progetto di pace promosso da Trump. Già il 14 ottobre, l’Idf aveva ucciso almeno sei palestinesi e, da allora, sono circa 450 le vittime certe del fuoco israeliano. Eppure, lunedì scorso, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione redatta dagli USA volta a istituire un Consiglio di pace transitorio per occuparsi del futuro di Gaza: il Board of Peace. Donald Trump annuncia così al summit di Sharm-el-Sheik l’inizio della fase due.
Ma cos’è il Board of Peace? Il BoP, come si legge nel suo statuto, è “un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti” che, in questo caso, dovrebbero essere quelle palestinesi. Ma nei documenti che istituiscono il Board of Peace, di Gaza non c’è traccia. Il tycoon, però, ci crede davvero: “Sarà il consiglio più prestigioso mai formato. Tutti vogliono farne parte”. Tutti, è vero, soprattutto quelli Stati disposti a pagare più di 1 miliardo di dollari in cambio di un seggio permanente.
Effettivamente, l’assenso alla proposta è arrivato da 35 Paesi, su 60 invitati, tra cui: l’Argentina di Javier Milei che ha confermato la sua presenza alla riunione per formalizzare il Consiglio a Davos; l’Azerbaigian definitosi “pronto a contribuire alla cooperazione internazionale, alla pace e alla stabilità”; il Kosovo e l’Albania, i cui governi si sono apertamente dichiarati onorati a lavorare a fianco di Trump e, ovviamente, Israele.
Benjamin Netanyahu, una volta annunciata la sua adesione al BoP (nonostante le iniziali critiche mosse alla composizione del comitato), non ha potuto partecipare fisicamente alla cerimonia di inaugurazione tenutasi a Davos. La Svizzera ha dichiarato, infatti, di essere obbligata a collaborare con il mandato di arresto indetto dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra del primo ministro israeliano.
Proprio mentre Bibi dichiarava la sua partecipazione al Consiglio di Pace, Anas Ghunaim, Abed Rauf Shaath e Muhammad Qashta stavano salendo sull’auto dell’Egyptian Relief Committee diretta a sud di Gaza. I tre giornalisti dovevano realizzare un servizio televisivo sull’ IDP camp allestito nella zona di al Zahra, dove non sono mai arrivati perché colpiti e rimasti uccisi da un razzo israeliano. I loro tre nomi si sono aggiunti agli altri otto palestinesi uccisi ieri nella Striscia, di cui quattro minori. Secondo i dati RSF, nel corso di due anni di massacro sono almeno 220 i giornalisti uccisi dall’Idf nella Striscia.
Il diritto internazionale vive sotto costante minaccia e il mondo ne ha avuto la prova questo martedì, quando le strutture dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est sono state demolite dalle autorità israeliane. Un giorno di simbolica distruzione che il ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha definito, al contrario, di celebrazione.
Il segretario generale dell’ONU, Guterres, ha risposto a questo attacco condannando fermamente le azioni delle autorità israeliane, definendole “incompatibili con i chiari obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale”. Ma, come ci ricordava il nostro ministro degli esteri Antonio Tajani, il diritto internazionale “conta fino a un certo punto”. E Israele l’ha preso in parola.
L’attacco all’UNRWA per mano di uno Stato così amico di Washington parrebbe curioso, considerando che è proprio in queste giornate che il tycoon consiglia ai paesi invitati a far parte del BoP di “avere il coraggio di separarsi da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Del resto, si sa il disprezzo che Trump nutre per l’ONU. Proprio nel settembre del 2025, di fronte all’Assemblea Generale, la descriveva come una scala mobile non funzionante, capace solo di scrivere parole vuote e, diversamente da lui, risolutore di conflitti irrisolvibili, le parole vuote non risolvono le guerre.
Da qui, l’idea che l’obiettivo ultimo di The Donald non sarebbe tanto quello di portare la pace a Gaza, ma piuttosto quello di soppiantare, con il suo Consiglio di Pace, le Nazioni Unite.
