Il 2026 segna un nuovo punto di partenza per inquadrare i rapporti tra gli USA e i loro alleati storici. Il World Economic Forum di Davos ha offerto lo scenario per l’istituzionalizzazione di una vera e propria dottrina di politica estera statunitense: il realismo transazionale. Un ritorno a logiche che richiamano i fasti di W. McKinley e T. Roosevelt: l’ordine fondato su regole condivise e interdipendenza appare giunto a un punto di rottura. Ogni rapporto appare instabile e affidato alla pura capacità negoziale dei diplomatici.
Il realismo transazionale prioritizza la sicurezza dello Stato in termini di guadagni relativi ottimali, rifiutando ogni dipendenza strutturale, combinando una rinata diplomazia del dollaro, una negoziazione dura degli accordi e una strategia esplicita di scoramento dall’interdipendenza globale, glorificando il principio di “America First”. In questo schema, la cooperazione non è un valore, ma uno strumento temporaneo, funzionale al rafforzamento di Washington, che garantisce stabilità solo dopo aver imposto condizioni favorevoli. Il dossier “Groenlandia” è l’esempio più evidente di questa logica: Trump non parla più “per” o “a” una partnership atlantica, ma di ambizioni esclusivamente statunitensi.
Le minacce di sanzioni mirate non hanno quindi una funzione economica, ma servono a ridefinire i confini della sovranità, e sebbene quelle di dazi contro otto Paesi europei siano state ritirate dopo il positivo incontro con Mark Rutte, il segretario generale della NATO, per definire il futuro artico, il messaggio resta chiaro: la sovranità tradizionale è subordinata alle ambizioni degli Stati Uniti. Questa dottrina non si limita però al piano dialogale. L’operazione militare del 3 gennaio 2026 in Venezuela, condotta all’insaputa degli alleati, segnala una crescente disponibilità all’uso diretto della forza per riorganizzare e controllare aree considerate vitali per la Casa Bianca. Nell’Anno Zero trumpiano, tutto diventa plasmabile e modificabile: relazioni, alleanze, verità. Questa dinamica ha già prodotto effetti paralizzanti: erano previsti nuovi incontri per ultimare il cosiddetto “piano per la prosperità” per l’Ucraina, un accordo da 800 miliardi di dollari, per garantire sicurezza e ricostruzione dopo la fine della guerra, ma le discussioni si sono interrotte dopo le recenti tensioni tra USA ed UE.
La proposta del “Board of Peace” rappresenta una dimostrazione concreta della nuova dottrina: concepita come una sorta di “ONU privata”, le sue modalità di esercizio segnano uno spostamento deliberato del baricentro diplomatico. Per accedere al tavolo decisionale non conterà la legittimità internazionale, ma il versamento di una quota d’ingresso da un miliardo di dollari, trasformando la pace in un bene negoziabile. L’adesione già annunciata di Benjamin Netanyahu, e l’invito inoltrato anche a Vladimir Putin, alimentano il sospetto che l’organismo serva più alla spartizione in sfere d’influenza che alla stabilizzazione globale. Il ruolo di Trump come primus inter pares rafforza l’idea di una governance fortemente asimmetrica, priva di reali meccanismi di ascolto democratico nel decision making.
In questo contesto, il premier canadese Mark Carney emerge come punto di riferimento delle voci contrarie alla logica transazionale americana. Il suo discorso a Davos, centrato sulla necessità di compattezza contro il protezionismo, si è intrecciato con la notizia di un accordo industriale tra Ottawa e Pechino sulla filiera dei veicoli elettrici: una scelta che va oltre l’economia e si configura come una sfida diretta alla Casa Bianca. Di fronte alle minacce e alle ricadute economiche dei dazi, il Canada risponde diversificando le proprie alleanze: anche le “potenze medie” sono pronte a cercare sponde alternative. Per i partners europei, lo strappo canadese diventa un precedente rumoroso, verso cui tendere le orecchie, e da cui magari prendere spunto.
Il WEF di Davos 2026 certifica una svolta: gli USA di Trump non garantiscono più ordine, ma lo negoziano secondo la legge del più forte.
