L’interesse ostinato di Donald Trump per l’acquisizione della Groenlandia, già manifestato durante il suo primo mandato e ribadito con vigore al suo rientro alla Casa Bianca, non deve essere archiviato come una provocazione estemporanea. Al contrario, questa ambizione risponde a una logica che vede nell’Artico non più una periferia remota e inaccessibile, ma uno snodo centrale per gli equilibri futuri. Per comprendere perché per gli USA sia divenuta vitale la necessità di mettere le mani sulla più grande isola non continentale al mondo, è corretto analizzarne l’importanza strategica e comprendere come essa si incastri perfettamente nella visione del mondo del tycoon.
Il valore della Groenlandia risiede innanzitutto in ciò che si cela al di sotto della sua superficie congelata. Sotto l’immenso strato di ghiaccio che ricopre quasi interamente l’isola, giacciono ingenti quantità di risorse minerarie rimaste finora inviolate, a causa delle condizioni climatiche estreme: con lo scioglimento dei ghiacci, fenomeno ahinoi imminente, si avrà accesso a riserve di petrolio, gas naturale, diamanti, oro, uranio e piombo. Ma il vero tesoro è rappresentato dalla fortissima presenza di terre rare: un gruppo di 17 elementi chimici essenziali per la produzione di tecnologie avanzate. La competizione per il loro approvvigionamento è oggi centrale nelle dinamiche geopolitiche. Secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), la Groenlandia potrebbe addirittura superare la produzione cinese, spezzando il quasi monopolio dettato da Pechino.
Se le risorse minerarie costituiscono il movente economico, la posizione geografica ne definisce il valore militare. La Groenlandia ospita basi strategiche fondamentali per la difesa e la sorveglianza spaziale e missilistica. Sin dalla Guerra Fredda, l’isola è un avamposto cruciale per il controllo delle rotte polari. Essa rappresenta la chiave di accesso al Mar Glaciale Artico, area che Trump ha definito cruciale controllare. Considerando poi che Mosca ha rafforzato la propria presenza militare nell’Artico, riattivando basi sovietiche e conducendo esercitazioni con sottomarini nucleari, e che la Cina, pur priva di territori artici, si definisce “potenza vicina all’Artico”, promuovendo la “Via della Seta Polare”. Le due potenze cooperano in pattugliamenti congiunti guidati dalla flotta di rompighiaccio russa, la più grande al mondo. In questo scenario, il controllo di migliaia di chilometri di coste artiche diventa per Washington, quindi, un imperativo.
L’interesse di Trump si inserisce dunque nella dottrina della “Fortezza Nordamericana”: un paradigma che combina difesa, controllo delle risorse, egemonia ideologica e intervento politico-militare. È una visione che giustifica sia proiezioni esterne sia il rafforzamento dello spazio nordamericano, includendo persino l’idea, strampalata, di un’integrazione come cinquantunesimo stato, del Canada.
Questa visione imperiale, interiorizzata profondamente dagli statunitensi e riemersa con forza nell’ottica del “Make America Great Again”, non è affatto nuova. Gli Stati Uniti avevano già tentato di acquistare la Groenlandia nel 1868 e nuovamente nel 1946, arrivando a offrire 100 milioni di dollari a Copenaghen. La continuità storica di questo desiderio è perfettamente sintetizzata dalle parole pronunciate già nei primi anni del Novecento dall’allora presidente William Taft: «Non è lontano il giorno in cui tre bandiere a stelle e strisce sventoleranno in tre punti equidistanti dal nostro territorio: una al Polo Nord, l’altra nel canale di Panama e la terza al Polo Sud; tutto l’emisfero sarà nostro, come di fatto, in virtù della nostra superiorità razziale, è già nostro moralmente».
In definitiva, la Groenlandia, diventa essenziale per accedere direttamente, e a gamba tesa, in una parte fondamentale dello scacchiere globale, e posizionare gli Stati Uniti in una situazione vantaggiosa nella competizione per il controllo di un ordine internazionale che, abbandonando lentamente il multilateralismo, torna prepotentemente a strutturarsi attorno a rigide sfere di influenza, è cruciale.
