È da oltre 168 ore che l’Iran, secondo quanto riportato da NetBlocks, vive un buio digitale che, stando alle previsioni Fars, potrebbe durare addirittura due settimane. Nonostante l’Iran International stimi un bilancio di almeno 12.000 vittime dall’inizio delle manifestazioni, di cui molte sotto i 30 anni, risulta complesso verificare in modo indipendente la reale entità della repressione a causa dell’oscuramento informatico, utile al regime degli ayatollah per impedire la circolazione di informazioni riguardanti la repressione dei manifestanti.
Ma le informazioni arrivano, e l’ONU condanna apertamente ‘inorridito’ Teheran. Erfan Soltani, 26 anni, è stato condannato a morte per moharabeh (inimicizia contro Dio). La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, Mai Stato, ritiene che la libertà di riunione e di associazione, sancita dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, stia venendo criminalizzata.
Nel frattempo, Washington non resta fermo a guardare e promette “azioni molto forti” se verranno eseguite condanne a morte dei manifestanti. Il presidente americano Donald Trump, dopo aver sollecitato i suoi connazionali a lasciare subito l’Iran, incita il popolo iraniano a ‘prendere il controllo delle istituzioni’, nell’attesa dell’aiuto di Washington che, qualora Teheran eseguisse condanne a morte, si dichiara pronto all’intervento. Il 15 gennaio, però, la portavoce della Casa Bianca dichiara “Donald Trump ha ricevuto la notizia che circa 800 esecuzioni in Iran sono state fermate ieri e sta monitorando la situazione” sottolineando nuovamente le “gravi conseguenze se le uccisioni continueranno”. L’escalation militare sembra quindi attenuarsi, ma somiglia di più a un arresto momentaneo. “L’Iran mi preoccupa”, afferma il tycoon. Una volta cancellati tutti gli incontri con i funzionari iraniani, è stato proprio lui ad annunciare che gli Stati Uniti imporranno dazi doganali del 25% a tutti quei Paesi che continueranno a commerciare con l’Iran.
In tutta risposta, la teocrazia degli ayatollah ha avvertito: se attaccata, colpirà qualsiasi base USA in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Dunque, a titolo precauzionale, Trump ha deciso di ritirare parte dei suoi impiegati dalla base in Qatar e da altre basi cruciali nel Medio Oriente.
Ma cosa succederebbe se il regime venisse rovesciato? Il principe ereditario al trono dell’Iran, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran deposto dopo la Rivoluzione khomenista del 1979, potrebbe riacquisire il titolo perduto. Pahalavi, dopo il ’79, fu esiliato negli Stati Uniti e protetto dall’intelligence americana. Quando nel giugno scorso è scoppiata la guerra, Pahlavi si è rifiutato di condannare i raid israeliani e ha presentato il suo piano di transizione. È da tempo che il principe esprime la sua volontà di creare un nuovo stato democratico per gli iraniani, che rispetti i diritti umani e sia portavoce di inclusività.
Il popolo di Teheran, dal canto suo, è diviso tra chi sostiene lo slogan “tutto, tranne la teocrazia” e chi guarda con sospetto il suo nazionalismo, con la paura che quella di Pahalavi sia un’operazione guidata dall’esterno per creare un governo fantoccio degli USA. E The Donald, in tutta fermezza, lo conferma “Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership, e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me”. Sarebbe perfetto perché Teheran, che al momento vede nella Cina il suo maggior acquirente di greggio, potrebbe finalmente diventare un vassallo americano, e non più cinese. È proprio la Cina, infatti, a dichiararsi “contraria a qualsiasi ingerenza esterna e all’uso o alla minaccia della forza nelle relazioni internazionali”.
In un assetto geopolitico apparentemente sempre più tripolare, anche la Russia non resta in silenzio ed etichetta come “inaccettabili” e potenzialmente “disastrose” le minacce USA. Dopo l’invasione russa in Ucraina, nel febbraio del 2022, l’alleanza strategica tra Russia e Iran è dettata principalmente dalla necessità. Nonostante siano ancora in via di definizione, i progetti per sviluppare e intensificare i rapporti non mancano: costruzione di centrali nucleari in Iran con risorse russe, costruzione di una linea ferroviaria e investimenti russi nel settore dell’oro nero e del gas.
Intervenendo in Iran, quindi, oltre al rovesciamento del regime teocratico in favore dello scià di Persia, verrebbe favorita l’interruzione dei rifornimenti petroliferi destinati alla Cina, inginocchiando il gigante asiatico dal punto di vista energetico. Allo stesso tempo, verrebbe impedita un’eccessiva intensificazione dei rapporti Mosca-Teheran. E si sa il buon sangue che scorre tra Washington e il Cremlino…
