Le proteste che da settimane scuotono l’Iran non indicano ancora un imminente collasso del regime, ma lo scenario resta estremamente fragile e potenzialmente violento. A tracciare un quadro prudente ma carico di incognite è Meir Litvak, direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa dell’Università di Tel Aviv, che in un’analisi all’Adnkronos mette in guardia dal rischio di una degenerazione interna, inclusa la possibilità di un colpo di stato militare organizzato dalle Guardie Rivoluzionarie.
Secondo Litvak, l’ipotesi di una guerra civile non può essere esclusa. Esiste la possibilità che i Pasdaran intervengano direttamente con un’azione di forza che, lungi dal ristabilire la calma, potrebbe esacerbare le proteste e provocare un ulteriore e grave spargimento di sangue. Tuttavia, nonostante l’intensità delle manifestazioni scoppiate il 28 dicembre a Teheran contro il carovita e la difficile situazione economica, il regime iraniano non appare al momento sul punto di crollare.
L’analista sottolinea come il sistema di potere stia dimostrando finora una notevole resilienza, accompagnata dalla capacità e dalla disponibilità a ricorrere a una repressione massiccia e brutale. Un elemento decisivo, secondo Litvak, è l’assenza di segnali di frattura all’interno dell’apparato statale e militare. Non si registrano diserzioni di massa tra i soldati semplici né prese di posizione pubbliche da parte di alti ufficiali, fattori che storicamente risultano cruciali nei processi di caduta dei regimi autoritari.
A rafforzare la tenuta del sistema contribuisce anche la capacità del regime di mobilitare una propria base sociale, stimata intorno al 20-30 per cento della popolazione, descritta come determinata e coesa. A questo si aggiunge l’incognita dell’impatto delle restrizioni sulle comunicazioni. Il blocco di Internet, imposto dalle autorità, potrebbe demoralizzare parte dei manifestanti oppure, al contrario, spingerli verso una maggiore disperazione e radicalizzazione. Su questo punto, osserva Litvak, è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive.
Un ulteriore limite delle proteste è rappresentato dalla mancanza di una leadership riconoscibile e di un coordinamento complessivo. L’assenza di una struttura organizzativa rende più difficile trasformare il malcontento diffuso in un movimento politico capace di sfidare concretamente il potere. Tutti questi elementi, nel loro insieme, indicano che il regime iraniano non è ancora in fase di collasso.
Litvak invita anche a una lettura storica più ampia degli eventi. Ricorda che alla fine degli anni Settanta furono necessari circa quattordici mesi di grandi proteste prima della caduta dello Scià. Allo stesso modo, Bashar al-Assad è riuscito a rimanere al potere per anni, nonostante uno Stato siriano strutturalmente più debole, prima del crollo del suo regime avvenuto nel dicembre 2024. La durata dei processi di destabilizzazione, sottolinea l’accademico, può essere lunga e segnata da fasi alterne.
Ciò che appare certo, secondo Litvak, è che anche nel caso in cui il regime riuscisse a reprimere l’attuale ondata di proteste, resterebbero irrisolti i profondi problemi socio-economici del Paese. L’economia iraniana è in condizioni critiche e una repressione efficace oggi potrebbe semplicemente rinviare lo scontro, alimentando nuove manifestazioni in futuro.
Nel contesto regionale, anche Israele si trova di fronte a un dilemma. Un sostegno aperto alle proteste, spiega Litvak, rischierebbe di rafforzare la narrativa del regime iraniano, secondo cui le manifestazioni sarebbero il frutto di complotti e ingerenze esterne. Una tale posizione potrebbe quindi danneggiare gli stessi manifestanti. Una linea più discreta, come il supporto tecnologico per aggirare il blocco di Internet, potrebbe invece risultare più efficace senza fornire pretesti alla propaganda di Teheran.
Quanto agli Stati Uniti, lo studioso osserva che le mosse del presidente Donald Trump restano difficili da prevedere. Un mancato intervento potrebbe farlo apparire come una minaccia priva di seguito, ma allo stesso tempo Trump sembra riluttante a impegnarsi in nuove crisi militari in Medio Oriente, soprattutto mentre la situazione in Venezuela resta irrisolta. Non è escluso, tuttavia, che la crisi iraniana venga vista come un’occasione per spingere Teheran a negoziare un nuovo accordo sul nucleare.
Infine, Litvak ricorda che i dodici giorni di guerra con Israele, avvenuti a giugno, hanno aggravato una situazione economica già disastrosa, ma non rappresentano la causa principale delle proteste. Per un breve periodo, l’attacco esterno aveva ricompattato parte della popolazione attorno al regime, ma il rapido peggioramento delle condizioni di vita ha presto eroso quel consenso. È su questo terreno, conclude l’analista, che si giocherà la stabilità futura dell’Iran.
