NDAA 2026, scontro frontale tra Washington e Pechino: perché la legge sulla Difesa Usa può ridisegnare gli equilibri nell’Asia-Pacifico

L’approvazione da parte del presidente statunitense Donald Trump della legge di autorizzazione alla Difesa per l’anno fiscale 2026 (NDAA) ha riacceso con forza le tensioni tra Stati Uniti e Cina. La reazione di Pechino, affidata al portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, segnala la percezione di una minaccia sistemica: secondo la diplomazia cinese, il testo “esagera la cosiddetta minaccia cinese, interferisce negli affari interni del Paese e danneggia gravemente sovranità, sicurezza e interessi di sviluppo”. In questo contesto già fragile, la NDAA diventa non solo un atto legislativo, ma un simbolo di una competizione strategica che si estende ben oltre l’ambito militare, toccando tecnologia, supply chain, diplomazia e regole dell’ordine internazionale.

La cornice generale aiuta a comprendere la portata della disputa. Da un lato Washington ritiene necessario definire in modo coerente la postura di difesa su più teatri, con l’Indo-Pacifico come perno della deterrenza e della proiezione di potenza. Dall’altro Pechino interpreta tali mosse come parte di un contenimento di lungo periodo che ambisce a limitare la sua ascesa economica e tecnologica, oltre che la sua libertà d’azione nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan. Quando la diplomazia cinese invoca un approccio “obiettivo e razionale” alle relazioni bilaterali, rimanda alla volontà di ricondurre il confronto entro una cornice negoziale, facendo leva sugli “accordi raggiunti dai due capi di Stato nell’incontro di Busan”, che per Pechino rappresentano un impegno politico da tradurre in prassi. Ma proprio la NDAA, nelle sue disposizioni considerate ostili, diventa per la Cina il segnale opposto: la materializzazione normativa di una strategia americana che si irrigidisce.

Entrando nel merito del problema evidenziato dal comunicato, il punto chiave è il nesso tra difesa e sovranità. Pechino denuncia la “interferenza negli affari interni”, formula che storicamente include, tra le altre, le questioni legate a Taiwan, alla sicurezza marittima, al regime delle sanzioni e alle restrizioni tecnologiche. La NDAA, nella lettura cinese, funge da cornice che legittima e rafforza misure operative in questi ambiti: l’aggiornamento dei programmi di assistenza e cooperazione militare con partner regionali, l’ulteriore controllo su export e tecnologie dual-use, l’eventuale consolidamento della postura navale statunitense in aree contese. È qui che la Cina parla di “grave danno” alla propria sicurezza, poiché percepisce l’effetto cumulativo di tali politiche come un decremento della sua libertà strategica, un rallentamento del suo sviluppo e un rischio di escalation involontaria.

Il linguaggio adoperato da Guo Jiakun è quello di una deterrenza diplomatica a sua volta risoluta. La frase “se gli Stati Uniti insisteranno sulla loro strada, la Cina adotterà misure risolute e incisive” definisce una soglia: oltre un certo punto, Pechino si riserva di rispondere in modo proporzionato e visibile. Il messaggio è pensato tanto per Washington quanto per il pubblico internazionale. A livello interno, segnala che la leadership non resterà passiva di fronte a norme percepite come ostili; a livello esterno, intende rafforzare la narrativa secondo cui la Cina difende la propria sovranità in un quadro di legittimità internazionale. In parallelo, la richiesta agli Stati Uniti di “non attuare le disposizioni negative” e di “eliminarne gli effetti dannosi” apre uno spazio negoziale minimo: l’idea che alcune componenti della legge possano essere implementate con flessibilità, attenuando l’impatto politico nella relazione bilaterale.

Il richiamo agli impegni presi dai due leader nel vertice di Busan è rilevante perché introduce la dimensione della fiducia. La stabilità strategica tra grandi potenze non dipende soltanto da capacità militari e allineamenti regionali, ma dall’aspettativa che gli accordi vengano rispettati o, quanto meno, non smentiti da atti unilaterali. Quando una parte percepisce una discrepanza tra parole e fatti, si deteriora la credibilità del canale politico e aumenta la probabilità che la gestione delle crisi avvenga per via coercitiva. È esattamente ciò che l’uso dell’avverbio “concretamente” suggerisce: la Cina non chiede semplici dichiarazioni di intenti, ma implementazione verificabile.

Le implicazioni geopolitiche nell’Asia-Pacifico sono molteplici e corrono lungo tre direttrici. La prima è la sicurezza marittima. Se Washington rafforzerà pattugliamenti, cooperazione con alleati e capacità di interdizione in aree contese, la Cina potrebbe rispondere con aumenti di presenza, rafforzamento della guardia costiera e uso più assertivo di strumenti paramilitari. Questo crea un ambiente operativo denso, nel quale l’incidente tattico può diventare un catalizzatore strategico. La seconda è la tecnologia. Ogni NDAA tende a intrecciare sicurezza nazionale e filiere critiche: semiconduttori, intelligenza artificiale, comunicazioni quantistiche, spazio. La Cina teme che tali dispositivi si traducano in freni alla sua modernizzazione industriale e nella frammentazione del mercato globale, con ricadute su crescita e competitività. La terza è la diplomazia regionale. Paesi dell’ASEAN, insieme a Giappone, Corea del Sud e Australia, calibreranno le proprie scelte tra garanzie di sicurezza e rischi di polarizzazione. Una NDAA percepita come strumento di contenimento può spingere alcuni attori a cercare equilibri più sfumati per evitare di essere trascinati in una dinamica di blocchi.

Nel medio periodo la sostenibilità di questa competizione dipenderà dalla capacità di entrambi i contendenti di gestire simultaneamente deterrenza e dialogo. La Cina ha indicato una doppia via: fermezza nel difendere “sovranità, sicurezza e interessi di sviluppo” e disponibilità a tradurre in prassi gli accordi bilaterali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, dovranno decidere quanto la NDAA debba essere uno strumento di pressione o un perno di stabilizzazione. Le scelte di implementazione faranno la differenza: in un contesto dove le percezioni contano quanto le capacità, l’equilibrio tra segnali militari, flessibilità tecnologica e canali politici può frenare l’escalation e preservare lo spazio economico comune.

In ultima analisi, l’Asia-Pacifico rimane il teatro decisivo della rivalità del XXI secolo. Una legge di difesa può apparire, a prima vista, un atto domestico. In realtà, nel sistema interdipendente contemporaneo, ogni norma di grande potenza produce onde d’urto oltre confine. Se la NDAA verrà percepita come un acceleratore di polarizzazione, assisteremo a una regionalizzazione della deterrenza, con costi crescenti per tutti. Se invece sarà accompagnata da strumenti di de-escalation, trasparenza e gestione delle crisi, potrà rafforzare la stabilità senza comprimere irrimediabilmente le traiettorie di sviluppo. La finestra per scegliere tra questi due esiti non è ampia. Il modo in cui Washington e Pechino agiranno nelle prossime settimane — tra implementazione selettiva e apertura diplomatica — determinerà se la competizione resterà controllata o varcherà soglie difficili da ricomporre.

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