Il vertice di Ginevra segna il primo negoziato ad alto livello tra Stati Uniti e Ucraina dopo quasi quattro anni di guerra, un passaggio che potrebbe ridefinire la strategia occidentale sul conflitto. L’immagine ottimistica offerta da Marco Rubio, segretario di Stato americano, e Andriy Yermak, capo negoziatore ucraino, contrasta con la tensione reale dietro le quinte: ore di discussioni serrate, divergenze profonde e la necessità di mostrare unità davanti alle telecamere.
Sul tavolo c’è il piano Witkoff-Dmitriev, 28 punti che molti considerano sbilanciati a favore di Mosca. L’Europa, consapevole del rischio di un accordo che indebolisca Kiev, ha presentato una bozza alternativa: aumento dell’esercito ucraino a 800.000 unità, cessate il fuoco sulle linee attuali con rinvio della questione territoriale, garanzie di sicurezza simili all’articolo 5 e il principio che nulla sulla sicurezza europea venga deciso senza gli europei. Sono state inoltre eliminate le concessioni sugli asset russi congelati. Queste richieste, un tempo scontate, oggi devono essere difese con forza nell’America di Trump, che critica Kiev per la mancanza di gratitudine e l’Europa per i rapporti energetici con Mosca.
Zelensky ha colto il segnale e ha adottato una linea di gratitudine verso Washington e Trump, ribadendo che “l’America ci ascolta”, per evitare fratture diplomatiche. Rubio, nonostante gaffe e tensioni interne alla Casa Bianca che hanno rivelato lotte di potere e scarsa coordinazione, rimane il principale alleato per europei e ucraini, sedendo al centro del tavolo per riaffermare la propria autorità.
Ginevra è l’ultima spiaggia per tutti gli attori coinvolti: per Kiev, che cerca garanzie di sicurezza; per l’Europa, che vuole evitare di essere marginalizzata; e per Washington, che deve bilanciare le pressioni interne e il ruolo globale. Non è solo una questione di forma, ma di sostanza: il negoziato potrebbe segnare la differenza tra una pace giusta e duratura e un compromesso che lasci aperte le ferite del conflitto
La proposta europea
Il nuovo impianto dell’accordo punta a ricostruire e finanziare l’Ucraina, con Donald Trump indicato come garante politico. Gli europei hanno chiesto di eliminare ogni riferimento alla non espansione della NATO, presente nei punti 3 e 7, e di innalzare a 800 mila il limite delle forze armate ucraine. L’impegno a non schierare truppe alleate sul territorio ucraino resta, ma solo «in tempo di pace», come specificato al punto 8. Nel testo compare inoltre un riferimento più esplicito a un meccanismo di difesa collettiva, simile all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica: in caso di attacco russo scatterebbe una «risposta militare» automatica (punto 10).
Sul fronte economico, le sanzioni contro Mosca verrebbero revocate gradualmente (punto 13), mentre la ricostruzione dell’Ucraina sarà finanziata dai russi attraverso gli asset congelati, che resteranno bloccati fino al completamento dei pagamenti (punto 14). Kiev si impegna a non tentare di riprendere con la forza i territori attualmente sotto controllo russo, ma non accetterà ulteriori cessioni (punto 21). Le elezioni non avranno più una scadenza rigida di cento giorni, ma si terranno «appena possibile» (punto 25). Infine, nessuna amnistia per i crimini di guerra (punto 26), ma garanzie concrete per le vittime.
