Difesa europea, minacce ibride e ruolo dell’Italia: dialogo con l’onorevole De Meo

In un momento segnato da instabilità internazionale, minacce ibride e crescenti pressioni sulle infrastrutture critiche dell’Unione, l’Europa si trova di fronte a un bivio strategico che non consente più rinvii. La costruzione di una difesa comune, il rapporto con la NATO, l’attuazione della Defence Readiness Roadmap 2030 e il rafforzamento della base industriale europea rappresentano i pilastri di una trasformazione che dovrà definire la capacità dell’UE di proteggere il proprio spazio politico, digitale e militare nei prossimi anni.

Con l’onorevole Salvatore De Meo, membro del Parlamento europeo e Presidente Delegazione per le relazioni con l’Assemblea parlamentare della NATO, affrontiamo le sfide e le opportunità di questo nuovo scenario: dall’urgenza di una risposta coordinata alle minacce ibride alla necessità di rendere operativi gli strumenti europei, passando per la competitività dell’industria della difesa e il contributo strategico dell’Italia nel Mediterraneo. Un confronto che aiuta a comprendere quanto l’autonomia strategica europea non sia più un obiettivo astratto, ma un percorso concreto che richiede decisioni rapide, cooperazione reale e un salto di qualità nell’integrazione delle capacità militari e industriali dei Paesi membri.

Onorevole De Meo, lei ha più volte sottolineato come le recenti violazioni dello spazio aereo e delle infrastrutture critiche degli Stati membri rappresentino veri e propri stress test della resilienza europea. Quanto è concreta oggi la possibilità di una difesa comune capace di rispondere a minacce ibride e coordinate e quali passaggi politici ritiene non più rinviabili per consolidare questa capacità?

La possibilità di una difesa comune è molto più concreta di qualche anno fa, ma dipende da scelte politiche che non possiamo più rimandare. Oggi l’Europa è sotto stress, e nessuno Stato membro, da solo, può reggere l’urto di minacce ibride coordinate. Per questo serve prendere impegni politici vincolanti sugli investimenti e sugli appalti congiunti. Se continuiamo a comprare ognuno per conto proprio, sprechiamo risorse e rimaniamo vulnerabili. È importante anche rendere pienamente operativi i nuovi strumenti europei — dal SAFE al piano ReArm Europe — per rafforzare l’industria e accelerare appalti, mobilità militare e protezionedelle infrastrutture critiche. Infine, serve lavorare suinteroperabilità e intelligence condivisa. Le minacce ibride non aspettano i tempi della burocrazia: servono standard comuni, catene di comando integrate e capacità cyber avanzate.

In un momento storico caratterizzato da forte instabilità internazionale, quale crede debba essere il rapporto ideale tra la difesa europea e la NATO? Come si evita la sovrapposizione e si garantisce invece un equilibrio efficace tra autonomia strategica e cooperazione atlantica?

Il rapporto tra difesa europea e NATO deve essere complementare e non competitivo. L’Europa non deve duplicare ciò che l’Alleanza già garantisce in termini dideterrenza nucleare, pianificazione strategica e postura militare sul fianco est. Al contrario, deve rafforzare ciò che oggi rappresenta il suo contributo naturale: capacità industriali, mobilità militare, difesa aerea, cyber, contro-drone, protezione delle infrastrutture critiche.Raggiungere una propria autonomia strategica non significa allontanarsi dagli Stati Uniti, ma essere partner più credibili. Significa poter agire quando gli interessi europei lo richiedono, senza dipendere completamente da altri, e allo stesso tempo portare più capacità all’interno della NATO. La sovrapposizione si evita con una regola semplice: l’UE sviluppa capacità, la NATO resta il “braccio operativo”, e deterrente nella difesa collettiva. Un’Europa più forte non indebolisce l’Alleanza: la rende più solida e più preparata ad affrontare minacce che, ormai, non distinguono più tra frontiere nazionali e frontiere europee.

La Roadmap europea per il 2030 introduce strumenti come lo scudo aereo, il muro anti drone e il rafforzamento delle capacità spaziali. A che punto è realmente l’implementazione di questa architettura e quali sono gli ostacoli principali — politici, industriali o burocratici — che l’Europa deve ancora superare per dotarsi di una difesa moderna e interoperabile?

La Roadmap 2030 ha finalmente messo nero su bianco un’architettura di difesa europea credibile — dallo scudo aereo al muro anti-drone fino alle capacità spaziali — ma l’implementazione è ancora all’inizio. Alcuni progetti pilota sono stati avviati, l’aumento della produzione di munizioni è reale, e gli Stati stanno iniziando a coordinarsi su programmi comuni. Tuttavia, per parlare di un sistema pienamente operativo entro il 2027-2028 serve un’accelerazione politica.Gli ostacoli principali sono tre:

Primo: la frammentazione politica. Troppi Stati membri continuano a procedere in ordine sparso, privilegiando l’acquisto nazionale invece dell’appalto congiunto. Finché non ci sarà un impegno vincolante, l’interoperabilità resterà un obiettivo sulla carta.

Secondo: i limiti industriali. L’Europa ha competenze importanti, ma capacità produttive ancora insufficienti rispetto alle esigenze attuali. Serve una filiera integrata: standard comuni, linee di produzione compatibili e investimenti coordinati, non 27 strategie diverse.

Terzo: la burocrazia. Le autorizzazioni per trasferimenti militari, infrastrutture dual-use o programmi congiunti sono lente e disomogenee. Il Defence Readiness Omnibus per la semplificazione in materia di sicurezza e difesa va nella direzione giusta, ma deve essere applicato rapidamente dagli Stati membri.

Gli strumenti ci sono, la visione anche. Ora serve la decisione politica di trasformare i progetti in capacità reali. Solo così avremo una difesa moderna, interoperabile e capace di proteggere lo spazio aereo, il dominio digitale e le infrastrutture critiche europee.

Il programma EDIP e le nuove norme per semplificare autorizzazioni e procedure puntano a consolidare la base industriale della difesa europea. L’Europa è davvero pronta a ridurre la propria dipendenza da fornitori esterni? Quali settori ritiene prioritari per diventare competitivi — dalla difesa aerea alla cyber, passando per spazio e droni — e quali tempi immagina per un adeguamento effettivo alle necessità dei Paesi membri nel nuovo scenario geopolitico?

L’Europa sta finalmente riconoscendo che senza una base industriale forte non esiste autonomia strategica. L’EDIP e le nuove procedure accelerate sono passi importanti, ma la verità, a mio avviso, è che non siamo ancora pienamente pronti a ridurre la dipendenza da fornitori esterni. Se le riforme in corso vengono applicate sul serio, possiamo vedere risultati concreti entro 3-5 anni, con capacità operative più robuste tra il 2028 e il 2030. Per raggiungere la competitività necessaria a far fronte alle sfide di oggi, dobbiamo concentrarci su due settori chiave. In primo luogo, le capacità cyber e contro-ibrido. Qui non è in gioco solo la difesa militare, ma la sicurezza delle nostre reti energetiche, digitali e dei trasporti. Dobbiamo integrare centri di risposta, standard comuni e una produzione europea di tecnologie critiche. Secondariamente, droni, contro-droni, spazio e sicurezza sottomarina. Lo spazio e l’ambito sottomarino sono i nuovi domini strategici già al centro dei conflitti contemporanei. Non possiamo delegare questi settori a potenze extra-UE.

Guardando alla proiezione strategica dell’Italia nel Mediterraneo — tra rotte energetiche, controlli marittimi, sicurezza delle infrastrutture critiche e fenomeni migratori — quale ruolo auspica possa assumere il nostro Paese nella costruzione della difesa comune europea? In quali ambiti l’Italia dispone già oggi di un vantaggio competitivo o di un contributo distintivo per rafforzare il pilastro europeo della NATO?

L’Italia nel Mediterraneo è un punto strategico di equilibrio tra rotte energetiche, sicurezza marittima, infrastrutture critiche e gestione dei flussi migratori. Proprio per questo, nella costruzione della difesa comune europea, credo che il nostro ruolo debba essere quello di ponte operativo tra Europa continentale e spazio mediterraneo-africano, dove oggi si gioca una parte decisiva della sicurezza europea. Ci sono almeno tre ambiti in cui l’Italia può dare un contributo distintivo.

Primo: il dominio marittimo. La nostra Marina è tra le più avanzate e interoperabili in Europa e possediamo competenze industriali che ci collocano ai vertici del settore. Nel Mediterraneo, la capacità di sorveglianza e controllo italiano è già oggi un asset che l’UE può valorizzare.

Secondo: la sicurezza energetica e delle infrastrutture critiche. Siamo hub naturale per gasdotti, elettrodotti e nuove rotte dell’idrogeno. Rafforzare la protezione fisica e cyber di queste infrastrutture è una priorità europea, e l’Italia può fare da capofila in una rete mediterranea di sicurezza integrata.

Terzo: gestione delle frontiere e dei fenomeni migratori. L’Italia ha esperienza operativa e tecnologica unica nel monitoraggio dei confini marittimi. Condividere queste capacità all’interno della difesa e della sicurezza comune significa aumentare la resilienza dell’intera Unione.

Infine, l’Italia può rafforzare anche il pilastro europeo della NATO grazie a una caratteristica precisa: la nostra doppia centralità geografica, sul fronte Sud e nel Mediterraneo allargato. Non c’è equilibrio strategico euro-atlantico senza un Mediterraneo stabile, e l’Italia è il Paese più attrezzato per guidare questa dimensione.

giornalista, direttore ed editore delle testate European Affairs Magazine e Bookreporter. Si occupa di geopolitica, difesa e relazioni internazionali, ambiti nei quali ha maturato una lunga esperienza seguendo le missioni della Difesa italiana in Afghanistan, Libano, Kosovo e Iraq, realizzando reportage e documentari dalle principali aree di crisi. Appassionato di innovazione tecnologica ed esperto del settore delle telecomunicazioni, approfondisce i processi di trasformazione digitale e l’evoluzione tecnologica nei settori strategici della difesa, della sicurezza e della comunicazione.

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