Nel cuore della rivoluzione digitale, le Big Tech non sono più semplici aziende: sono diventate attori politici, culturali e sociali con un potere che supera quello di molti Stati sovrani. Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e Mondadori, ha lanciato un appello lucido e preoccupato dalle colonne del Corriere della Sera, denunciando l’asimmetria tra editoria tradizionale e colossi tecnologici, e il rischio che la democrazia venga stritolata nella morsa di un potere senza regole.
Le piattaforme digitali prosperano in un contesto che viene definito come il “Far West”, dove la responsabilità editoriale è assente e l’unico valore è il clic. In questo ambiente, fake news, linguaggio d’odio e polarizzazione trovano terreno fertile, alimentando una radicalizzazione che investe anche la politica. A differenza dei media tradizionali, le Big Tech non rispondono di ciò che pubblicano, eppure dominano il mercato pubblicitario globale, sottraendo risorse e visibilità a chi produce contenuti nel rispetto delle leggi e dei diritti.
Le prime cinque Big Tech – Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon – hanno superato il PIL dell’area euro. Ma il vero problema, sottolinea Marina Berlusconi, non è solo economico: è culturale. Questi colossi influenzano il pensiero, orientano le opinioni, modellano la società. E lo fanno senza vincoli, oscillando tra ideologie opposte con disinvoltura, dal wokismo al trumpismo, in funzione del profitto.
L’Europa ha cercato di reagire con il Digital Package, un insieme di norme pensate per tutelare gli utenti e riequilibrare il mercato. Ma la strada è ancora lunga. Devono essere decise regole giuste, non troppe, ma efficaci. La politica deve impedire concentrazioni eccessive di potere, mentre gli editori devono continuare a fare la loro parte: informare, educare, resistere.
In un mondo dominato dalla velocità e dalla superficialità dello smartphone, nella sua lettera Marina Berlusconi propone una provocazione: riscoprire la lentezza costruttiva dei libri. I libri, dice, sono anticorpi contro la barbarie, contro il pensiero unico, contro l’omologazione digitale. Sono strumenti di resistenza, di riflessione, di libertà.
Lo strapotere delle Big Tech non è solo una questione economica o tecnologica: è una sfida democratica. Serve consapevolezza, serve regolazione, serve cultura. E serve il coraggio di difendere la libertà, anche quando sembra una voce isolata nel rumore di fondo del nostro tempo.
