“Il vento soffia, non temere il vento, ti proteggerò, oh nostro popolo.” Con le parole di Yumma Mweil Hawa, una ninna popolare palestinese, le madri cullano i loro bambini nella Striscia di Gaza. In ogni parola emerge la resistenza, l’attaccamento a una patria tanto amata quanto aspra e lo spirito del sumud, trasmesso agli arabi sin dalla culla.
Il sumud, infatti, indica la capacità di un popolo di vivere con dignità nonostante le difficoltà. Questo spirito si manifesta concretamente nella vita quotidiana a Gaza: tra case distrutte, strade segnate dai conflitti e ulivi secolari che continuano a radicarsi nella terra rocciosa.
Gli ulivi, pertanto, diventano i testimoni silenziosi di una storia millenaria che segna la Palestina, poiché coltivati dai padri e resistenti al vento e alle intemperie. Durante gli attacchi israeliani del 2024, infatti, secondo Mongabay, oltre 3.100 alberi sono stati distrutti dai coloni, come per cancellare il passato di un popolo; eppure i contadini continuano a piantarne altri, trasformando ogni gesto quotidiano in un atto di resistenza.
In questo contesto, Netanyahu continua con i bombardamenti e, come osservano molti analisti, probabilmente non teme davvero Hamas, ma molto di più il vuoto politico che lo aspetterebbe se la guerra finisse. Secondo l’analista israeliano Yoni Ben-Menachem, Netanyahu teme che il suo governo collasserebbe se la guerra terminasse adesso, e per questo la prolunga come strumento per tutelare la propria leadership.
Pertanto, persevera nella distruzione, così come è avvenuto nell’attacco di Doha e dei vertici di Hamas durante i negoziati per un cessate il fuoco. Il suo significato assume una valenza più ampia della semplice risposta militare: si tratta piuttosto di una mossa calcolata per rafforzare la sua posizione politica.
Il legame tra l’attacco di Doha e la guerra a Gaza diventa evidente: ogni bombardamento, ogni escalation, non è semplicemente finalizzato alla sicurezza nazionale, ma serve a preservare la carriera politica di Netanyahu. Fermarsi significherebbe indebolire la propria immagine, mettere a rischio la leadership e compromettere la sua vita politica. In questo senso, la guerra diventa uno strumento di sopravvivenza personale e Gaza si trova al centro di una strategia che ha poco a che fare con la sicurezza di Israele, ma mette al centro piuttosto la sua sopravvivenza.
Gaza, pertanto, assume un significato duplice: simbolo di resilienza e sumud, ma anche teatro delle ambizioni politiche estere. Gli ulivi, piegati dal vento, incarnano la capacità del popolo palestinese di resistere; le strade della città, segnate dai bombardamenti, testimoniano la stessa forza. Allo stesso tempo, le strategie politiche e urbanistiche, come l’attacco di Doha o la “Riviera di Gaza”, rivelano come le scelte dei grandi attori internazionali possano incidere direttamente sul destino dei cittadini.
Gaza è un punto nevralgico per i leader e controllarla significa influenzare flussi commerciali ed energetici, come dimostra l’accordo tra Egitto e Israele per l’importazione di 130 miliardi di metri cubi di gas naturale entro il 2040. Nonostante le ambizioni globali e politiche prendano forma sulla carta, il popolo palestinese continua a soccombere.
Nel contrasto tra il potere globale e il radicamento locale, il sumud emerge come la più potente forma di autodeterminazione: resistere, vivere e affermare la propria dignità, mentre la guerra diventa lo strumento con cui un leader cerca di proteggere se stesso.
Di Mariele Angelis
Foto Credit: di Kostas Morfiris su Unsplash
