Dopo oltre quattro decenni di presenza nel Libano meridionale, la missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) si avvia alla conclusione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità una risoluzione, redatta dalla delegazione francese, che proroga il mandato della forza di interposizione “per un’ultima volta” fino al 31 dicembre 2026, stabilendo contestualmente l’avvio del ritiro ordinato delle truppe entro la fine del 2027.
Una decisione di compromesso
La risoluzione arriva dopo settimane di negoziati diplomatici, segnati dalle pressioni degli Stati Uniti e di Israele, da tempo critici sulla permanenza della missione, giudicata inefficace nel contenere le attività di Hezbollah nel sud del Paese. Di fronte alla minaccia di veto americano, il Consiglio ha scelto la via del compromesso: un’ultima estensione e la fissazione di una data certa per il ritiro.
La decisione è stata salutata dal premier libanese Nawaf Salam come un passo positivo: “Accolgo con favore la proroga fino al 2026 e ringrazio la Francia e tutti gli Stati amici per il sostegno. Questa scelta tiene conto delle preoccupazioni del Libano e della necessità di garantire stabilità fino all’avvio del ritiro”.
Una missione storica
UNIFIL è stata istituita nel 1978, dopo la prima offensiva terrestre israeliana in Libano, con il compito di monitorare la cessazione delle ostilità e sostenere il governo libanese nel ristabilire la propria autorità sul territorio. Con gli anni, la missione ha assunto un ruolo di interposizione tra Israele e Hezbollah, specie dopo la guerra del 2006, diventando una delle più importanti operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite.
Attualmente conta oltre 10.000 uomini, con una forte partecipazione europea. L’Italia svolge un ruolo di primo piano: il contingente italiano comprende circa 1.000 militari – fino a un massimo autorizzato di 1.256 – supportati da 374 mezzi terrestri e 6 aerei, secondo i dati del Ministero della Difesa.
Le incognite del ritiro
Il progressivo disimpegno di UNIFIL solleva interrogativi sulla futura stabilità del Libano meridionale, area storicamente fragile e segnata da tensioni ricorrenti. Il ritiro dei caschi blu, seppur graduale e pianificato, rischia di lasciare un vuoto in un contesto regionale già instabile, aggravato dalla crisi politica ed economica interna libanese e dall’inasprirsi della competizione tra Israele e Hezbollah.
Per molti analisti, la missione ha avuto limiti strutturali, incapace di impedire il riarmo di Hezbollah o di eliminare le cause profonde del conflitto. Tuttavia, ha rappresentato per decenni un fattore di contenimento, prevenendo escalation incontrollate lungo la Linea Blu.
L’Europa e l’Italia di fronte alla svolta
La progressiva chiusura di UNIFIL avrà conseguenze anche per gli Stati europei, e in particolare per l’Italia, che ha investito capitale politico e militare nella missione, contribuendo a rafforzare la propria immagine di attore affidabile nella sicurezza mediterranea.
Il ritiro entro il 2027 obbligherà dunque Roma e Bruxelles a interrogarsi sul futuro delle proprie politiche di stabilizzazione nella regione: come garantire la sicurezza del Libano e la tenuta della frontiera meridionale senza la cornice ONU? Quali strumenti alternativi di cooperazione bilaterale o multilaterale potranno sostituire la presenza dei caschi blu?
Una fase di transizione delicata
Con la risoluzione votata a New York, si chiude un capitolo lungo quasi cinquant’anni di peacekeeping. L’uscita di scena di UNIFIL segnerà una transizione delicata, in cui il Libano dovrà dimostrare di poter mantenere il controllo del proprio territorio, mentre la comunità internazionale sarà chiamata a ridefinire il proprio ruolo.
Il 2027 si annuncia quindi come un anno spartiacque: la fine della missione ONU non coinciderà automaticamente con la fine delle tensioni, ma sarà piuttosto il banco di prova per verificare se il Paese dei Cedri saprà affrontare le proprie fragilità senza l’ombrello dei caschi blu.
