Un attacco israeliano ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, provocando almeno venti morti. Tra le vittime figurano cinque giornalisti appartenenti a testate internazionali come Reuters, NBC, Al Jazeera e Associated Press. In un video diffuso online, si vede la morte in diretta del fotoreporter di un’agenzia britannica, ucciso mentre documentava l’attacco.
La notizia ha scatenato dolore e indignazione in tutto il mondo. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta interna ed espresso “rammarico per le vittime non coinvolte”. Ma la reazione della comunità internazionale è stata durissima: le Nazioni Unite hanno ribadito che “ospedali e giornalisti non possono essere considerati bersagli”. Anche il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha dichiarato di essere “allibito per ciò che sta avvenendo a Gaza”. Negativo anche il commento dell’ex presidente americano Donald Trump: “Non sono contento”, ha detto riferendosi all’attacco.
Secondo le organizzazioni per la libertà di stampa, il conflitto tra Israele e Hamas, in corso dal 7 ottobre 2023, è già il più sanguinoso di sempre per i lavoratori dei media: 245 cronisti hanno perso la vita, un numero che non ha precedenti nella storia del giornalismo.
Mariam Dagga, la voce dei palestinesi comuni
Tra i giornalisti uccisi figura Mariam Dagga, freelance di 33 anni che collaborava con Associated Press. Nata a Khan Younis e laureata in giornalismo all’Università Al-Aqsa, Dagga aveva iniziato a lavorare come reporter nel 2015. Negli ultimi anni aveva raccontato la vita dei palestinesi sotto assedio, immortalando la quotidianità di famiglie sfollate, bambini malnutriti, medici stremati e comunità in lutto.
AP ha diffuso un comunicato in cui si dice “scioccata e profondamente rattristata” per la sua morte. “I nostri giornalisti a Gaza – ha spiegato l’agenzia – operano in condizioni estremamente difficili e pericolose, ma continuano a fornire testimonianze cruciali”.
Dagga lavorava spesso all’ospedale Nasser, che conosceva bene e dove aveva documentato le difficoltà dei medici nel salvare i bambini dalla fame. Proprio lì si trovava quando i missili hanno colpito, togliendole la vita insieme ad altre 19 persone.
Un impegno senza tregua
Nonostante le difficoltà personali, Mariam Dagga non aveva mai smesso di lavorare. Sfollata più volte dalla sua casa, continuava a spostarsi per seguire le storie dal fronte. Nel suo ultimo videomessaggio sui social, pochi giorni prima di morire, aveva lanciato un appello alla comunità internazionale: “Nessun luogo a Gaza è sicuro. Ogni casa ha una storia, ogni casa ha sofferenza”.
La giornalista lascia un figlio di 13 anni, trasferitosi negli Emirati Arabi Uniti per vivere con il padre all’inizio del conflitto. In un testamento condiviso con un amico, si era rivolta direttamente al ragazzo: “Non dimenticarmi mai e ricorda che tua madre ha fatto tutto il possibile per renderti felice, a tuo agio e tranquillo”.
Al funerale, celebrato poche ore dopo l’attacco, parenti e colleghi hanno reso omaggio alla reporter. Il corpo di Mariam, avvolto in un sudario bianco con un fiore rosso sul viso, è diventato simbolo della fragilità e del coraggio del giornalismo in tempo di guerra.
Una guerra senza precedenti per i media
La morte di Dagga e degli altri quattro cronisti riporta l’attenzione sul prezzo altissimo pagato dal giornalismo a Gaza. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), sono almeno 189 i reporter uccisi nella Striscia dall’inizio del conflitto, un numero senza paragoni. Per fare un confronto, nel corso della guerra tra Russia e Ucraina sono stati uccisi finora 18 giornalisti.
Il sacrificio di Mariam Dagga e dei suoi colleghi rimane un monito: il racconto della verità in zone di guerra non solo è indispensabile, ma sempre più rischioso. E la comunità internazionale, di fronte a questi numeri, si interroga su quanto ancora il giornalismo debba pagare il prezzo della guerra.
