L’intesa commerciale annunciata a fine luglio tra Stati Uniti e Unione Europea rischia di arenarsi prima ancora di entrare in vigore. Al centro dello scontro, nonostante la cornice di accordo già delineata, restano le regole digitali europee e il nodo delle cosiddette “barriere non tariffarie”, che Washington considera un ostacolo per le proprie aziende tecnologiche.
L’Unione Europea ha fissato una linea rossa: nessun ammorbidimento del Digital Services Act, la normativa che impone alle grandi piattaforme digitali di rafforzare i controlli sui contenuti e la trasparenza degli algoritmi. Dall’altra parte, l’amministrazione statunitense vorrebbe mantenere margini per ottenere concessioni su questo fronte, facendo leva sulle trattative tariffarie.
In origine, la dichiarazione congiunta che avrebbe formalizzato l’intesa era attesa pochi giorni dopo l’annuncio ufficiale del 27 luglio in Scozia da parte della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente statunitense Donald Trump. Tuttavia, a distanza di settimane, la bozza continua a circolare tra Bruxelles e Washington senza approdare a un testo condiviso.
Uno degli elementi più sensibili riguarda il settore automobilistico. La Commissione europea si aspettava che Trump firmasse un ordine esecutivo per ridurre i dazi sulle auto UE esportate negli Stati Uniti dal 27,5% al 15%. Ma la Casa Bianca ha chiarito che tale decisione sarà subordinata alla chiusura della dichiarazione congiunta. Una condizione che penalizza in particolare la Germania, fortemente dipendente dall’export automobilistico.
Il contrasto emerge ancora più nettamente se confrontato con la rapidità con cui Washington ha pubblicato, lo scorso maggio, le condizioni generali dell’“accordo di prosperità economica” con il Regno Unito, siglato e reso operativo in poche settimane.
Il compromesso raggiunto con Bruxelles prevede un tetto massimo del 15% per i dazi sulla maggior parte dei beni europei esportati negli Stati Uniti, con alcune esenzioni per comparti strategici come i componenti aeronautici e le materie prime critiche. In cambio, però, l’UE ha dovuto accettare dazi più alti su altri prodotti e impegnarsi ad aumentare significativamente le importazioni di energia statunitense e gli investimenti diretti oltreoceano.
Molti analisti hanno letto in questo equilibrio un bilancio sfavorevole per l’Europa, che pur di strappare un’intesa ha concesso vantaggi strategici a Washington. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la questione delle tempistiche sull’accesso al mercato per pesce e prodotti alimentari statunitensi – come ketchup, cacao, biscotti e olio di soia – e sulla riduzione dei dazi europei sui beni industriali americani.
Su questo punto Bruxelles insiste: senza una definizione chiara delle procedure interne e senza garanzie che gli Stati Uniti rispettino per primi gli impegni presi, non è possibile fissare un calendario preciso. “Abbiamo preso impegni politici, che intendiamo onorare, a condizione che gli Stati Uniti facciano lo stesso per primi”, ha dichiarato un funzionario europeo coinvolto nei negoziati.
Il rischio, dunque, è che la disputa sulle regole digitali, diventata il simbolo di un diverso approccio tra le due sponde dell’Atlantico, finisca per rallentare ulteriormente un accordo che era stato presentato come una delle più importanti vittorie commerciali di Trump nella sua battaglia tariffaria.
