L’edizione di luglio di European Affairs arriva nel cuore di un’estate segnata da tensioni geopolitiche, trasformazioni strategiche e riflessioni profonde sul ruolo dell’Europa nello scacchiere globale. Questo numero propone un viaggio tra crisi regionali e ambizioni continentali, con un filo conduttore chiaro: è tempo che l’Europa smetta di attendere e inizi a decidere.
Nel cuore dell’estate 2025, il mondo continua a oscillare tra crisi e opportunità, e l’Europa si trova, ancora una volta, a un bivio decisivo. Non è solo la guerra in Ucraina a tenere il continente in una tensione costante. Dalle acque instabili del Mar Rosso ai choke points del Mediterraneo, passando per la crisi siriana a Suwayda e la minaccia delle guerre cognitive, si delinea un quadro complesso in cui l’Europa è chiamata a smettere di essere spettatrice e ad assumere una leadership autentica. Una leadership che non può più essere evocata solo a parole.
Gli articoli che pubblichiamo in questo numero sono uno specchio nitido di questa sfida. L’analisi di Andrew Spannaus sull’“indecisione di Washington” nel Mar Rosso evidenzia come gli Stati Uniti siano sempre meno disposti a impegnarsi in operazioni di lunga durata, aprendo spazi che l’Europa deve imparare a occupare con convinzione. L’operazione Aspides ne è un timido esempio, ma non può bastare. L’assenza di coesione strategica e la dipendenza logistica dai partner transatlantici mostrano che il continente è ancora lontano da una vera autonomia strategica.
Nel frattempo, il Mediterraneo non è più solo una frontiera geografica, ma un teatro permanente di competizione ibrida e multidimensionale. L’approfondimento di Mattia Saitta sul fianco Sud della NATO lo chiarisce bene: non possiamo più permetterci di considerare il Mediterraneo uno spazio marginale. Terrorismo, instabilità politica, penetrazione di attori ostili, traffici illeciti e migrazioni irregolari sono fattori che minano la sicurezza collettiva. Eppure, a fronte di una strategia NATO ben definita, l’Italia – pur geograficamente centrale – continua a esprimere ambizioni non sempre sostenute da risorse e strumenti adeguati.
Il blocco navale imposto da Israele alla Striscia di Gaza ha avuto gravi conseguenze ambientali, aggravando l’inquinamento marino e lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche. Nel suo articolo Giuseppe Paccione sottolinea tali effetti violano il diritto internazionale, in particolare la Convenzione ONU sul diritto del mare (CNUDM), cui la Palestina aderisce dal 2015. Sebbene Israele non ne sia parte, è vincolato dallo jus cogens. La limitazione delle zone di pesca e il divieto di accesso al mare impediscono alla Palestina di adempiere ai propri obblighi internazionali. Ne risulta una responsabilità potenzialmente condivisa, ma anche esclusiva di Israele come potenza occupante.
L’Unione europea ha costruito un complesso sistema giuridico-operativo per rafforzare la cooperazione con i Paesi del Mediterraneo e del MENA. Domenico Marinelli nel suo articolo descrive come dal 2021, con la Nuova Agenda per il Mediterraneo e il regolamento NDICI-Global Europe,l’UE ha mobilitato miliardi in fondi e garanzie per sostenere governance, sicurezza e sviluppo sostenibile. Missioni come EUBAM Libya e EUPOL COPPS, accordi con Tunisia ed Egitto, corridoi energetici e strumenti finanziari avanzati dimostrano un approccio integrato. L’obiettivo è trasformare la regione in un’area di stabilità e crescita condivisa..
Infine, la cronaca drammatica di Antonio Albanese sulla crisi di Suwayda mostra quanto le dinamiche locali del Medio Oriente siano sempre più interconnesse con gli equilibri globali. In quell’intreccio di alleanze fluide, interessi tribali, ingerenze esterne e guerre per procura, si gioca anche la credibilità della comunità internazionale. E, sebbene il peso europeo sia marginale nei rapporti di forza in Siria, il modo in cui reagiamo – o non reagiamo – racconta molto della nostra postura globale.
Eppure, accanto alle crisi, emergono anche segnali di speranza e visione. Lo dimostra la Ukraine Recovery Conference di Roma, dove l’Italia ha saputo trasformarsi da mediatore passivo ad attore chiave della ricostruzione ucraina. Un evento che ha mostrato come, se supportata da volontà politica e capacità tecnica, l’Europa possa proporre modelli di rinascita sostenibili e lungimiranti.
L’Europa è in transizione. Sta uscendo, a fatica, da un ventennio di delega strategica. Ma il futuro richiede coraggio, visione e concretezza. Non bastano summit, piani e strategie: servono investimenti, unità politica e capacità di incidere nel reale. Le sfide del nostro tempo – sicurezza, energia, disinformazione, ambiente – sono sistemiche. E richiedono risposte sistemiche, non soluzioni episodiche.
È tempo che l’Europa smetta di aspettare che qualcuno agisca al posto suo. È tempo di diventare davvero protagonista. Perché, come mostra l’instabilità del Mar Rosso, la fragilità del Mediterraneo e la crisi siriana, il mondo non aspetta. E se l’Europa non saprà decidere, altri lo faranno al posto suo.
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