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In viaggio alla scoperta dei luoghi più belli del pianeta

Viaggio nel Sahara orientale: quando non si temeva l’immensità. Oltre il limite, si riparte dalla consapevolezza

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In questo periodo di reclusione forzata ci troviamo a viaggiare in una stanza. Ci sentiamo inermi con una spiccata attitudine alla nostalgia, abili nel rispolverare i ricordi. Un effetto comprensibile della soffocata libertà. Cerchiamo di evadere con i pensieri che ci appartengono, quelli ancorati all’immobilismo della memoria, una valida alternativa alla noia, ma allo stesso tempo dovremmo cercare dei nuovi approcci alla realtà accettando il cambiamento. Possiamo reinventarci acrobati degli imprevisti: il coronavirus ridisegna i confini dell’agire e le possibilità scendono a patti con la realtà per reinventarne una nuova. E’ sempre stato così, l’abbiamo solo dimenticato, cullati dal sonno sereno della consuetudine.

Potremmo fronteggiare questa soffocante sensazione di epilogo con un po’ di consapevolezza. Le nostre esperienze sono dei cammini, se ci voltiamo a guardare la via che abbiamo percorso finora possiamo distinguere curve morbide e tornanti. Ci accorgeremo che la strada non è stata solo tortuosa ma spesso si richiude in se stessa per poi segnare un nuovo inizio e ripartire. Una trama imperfetta, perfettamente cucita sulla nostra vita fatta di interruzioni, cambiamenti e riprese. Tutto il possibile può diventare impossibile e viceversa, bisogna scendere a patti con il tempo e accettare gli eventi cercando di essere flessibili.

La domenica è fatta per rispolverare le foto di archivio, ancor di più in quarantena. Durante questo giorno di “festa” si limita lo “smart working” per lasciare (ancora più) spazio alle passioni. C’è anche chi ha la fortuna di coniugarle, ritrovo così la mia iniziazione esotica per una narrazione di viaggio: il primo contatto con il Sahara, una meta perfetta in un periodo durante il quale l’evasione è diventata un miraggio.

Un’esperienza che risale a diversi anni fa, quando i viaggi in quelle aree non erano fortemente sconsigliati dalla Farnesina. Solo poco tempo dopo capimmo che si trattava del disgelo di un lungo inverno, quando i semi cristallizzati nelle dittature stavano per esplodere in una primavera rivoluzionaria. Solo con il senno di poi si sarebbe potuto fiutare il cambiamento, interpretare i tragitti scortati, gli innumerevoli posti di blocco e l’indifferenza guardinga delle espressioni. Ma non avremmo mai immaginato un tale stravolgimento capace di rimodellare le dinamiche geopolitiche del mondo.

Un viaggio di vecchia data per studiare la peculiarità di un territorio unico e prezioso, quello delle oasi. Nulla di turistico, forse sarebbe meglio chiamarla “spedizione”, con le valigie legate sopra un pulmino di fabbricazione sovietica, il teodolite a seguito e carte 1:500.000 e 1:5.000. Dal macro al micro perchè le vie di mezzo sono ininfluenti nelle aree desertiche. Un lungo tragitto dal Cairo al cuore dell’Egitto: le oasi del deserto Libico, quella parte del Sahara orientale limitata ad Est dal gradino orogenetico che scende nella valle del Nilo mentre ad ovest si perde nelle sabbie dell’apparente infinito.

Chilometri macinati nella polvere di un deserto roccioso, con qualche duna a tratti, a ricordare, a chi ha passato ore sui tomi di geomorfologia, che ne esistono di diversi tipi. Dopo l’entusiasmo iniziale del grande vuoto del Sahara così ricco di emozioni per chi lo vede per la prima volta, il panorama appare come un carosello monotono, sino al grande “salto”. Giungemmo ad un burrone dove la terra sembrava collassare dentro un cratere, un paesaggio dentro un altro paesaggio, una panoramica aliena di un tempo primordiale, marziana della nostra immaginazione: il Sahara orientale. 

Le oasi del Sahara orientale: Kharga, Dakhla, Farāfra e il deserto bianco

L’area di depressione desertica ha dei primati reali: l’oasi di el-Kharga, con i suoi 1.500 km² e 100.000 abitanti, è una delle più grandi del mondo che si scopre ai visitatori con i suoi perimetri ben delineati di verde. Sono quelli che segnano l’inizio delle piantagioni di palme da datteri, endemiche in questo territorio lussureggiante, una visuale che accarezza lo sguardo dopo il bagliore del deserto, e rassicura la mente con la generosità della vita.

Ad ovest di el-Kharga che significa “oasi esterna”, si trova l’oasi di Dakhla, “oasi interna”, una vivida area depressa (120 metri s.l.m.) che comprende un territorio pianeggiante a prevalenza di arenaria di 410 km2, incorniciato da alture di calcare. Anche questo atollo di vita appare come un quadro impressionista, con gli stessi esotismi cari a Gauguin: un quarto della zona è occupato da una natura lussureggiante, un susseguirsi di palmeti da dattero, banani e colture grazie ad un rudimentale ma efficiente sistema di approvvigionamento idrico dalla falda fossile sahariana. Dakhla ospita una decina di villaggi, tra i principali sono Mut e al-Qasr, dove il tempo sembra scorrere lento mentre la polvere ammanta ogni cosa incipriando la antiche costruzioni berbere e sbiadendo i colori accesi del vezzo incompiuto di alcuni palazzi in perenne costruzione.

Più a nord si trova l’Oasi di Farāfra, un eden dove sgorgano le sorgenti calde di Biʾr Sitta e il lago di al-Mufīd. Qui si trova un unico insediamento, Qaṣr Farāfra, un villaggio di beduini che rinunciano al nomadismo mantenendo salde le loro tradizioni. Un compromesso paradossale reso possibile da solide pareti di fango e sterpaglie delle loro case. Lasciando alle spalle l’oasi, si riemergere nella piatta realtà del deserto con l’impressione di rincorrere un orizzonte irraggiungibile. Nessun punto di riferimento per orientarsi se non la posizione del sole che a queste latitudini cambia velocemente e al tramonto sembra aver fretta di essere inghiottito dalla terra. Nella bellezza dell’imprevisto si cominciano a distinguere delle forme singolari in lontananza, come fossero disegnate su un piano infinito: le concrezioni del deserto bianco rompono irriverenti la monotonia. Questo luogo unico per la sua peculiarità orogenetica si trova a 45 km da Farāfra, ed è costellato da monoliti rocciosi di gesso formate dall’erosione delle tempeste di sabbia di un colore che vira dal bianco candido al crema.

Nella mia memoria appaiono ancora come dei miraggi lontani, eppure realmente esistiti. Cerco di immaginarli in questo preciso istante: presenti oggi come allora nel deserto, inclini ad un inesorabile cambiamento che non vedremo mai poiché il tempo geologico è comprensibile solo nei libri di testo e nello sforzo dell’immaginazione. Eppure tutto scorre e tutto cambia, più o meno velocemente, sta a noi trovare la giusta forma di adattamento iniziando dalla consapevolezza di appartenere ad un mondo in continua trasformazione.

Immagine copertina: Sahara orientale 

Project: “From agricultural development to territorial development: lessons from the New Valley (Egypt)”. Università degli Studi di Padova.

Photo credits: Elena Bittante

Bur Dubai, la città vecchia dove scoprire l’identità della metropoli

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Bur Dubai, la vecchia Dubai. L’anima autentica della città risiede all’ombra dei grattacieli, oltre la patina di opulenza che indora il vuoto del deserto. Il distretto storico di Al Fahidi, il brulicante quartiere di Deira e lo scorrere calmo delle acque del Dubai Creek, il canale dove circola ancora la linfa del commercio di questa città, rivelano tutta l’atmosfera mediorientale che la metropoli ha offuscato

La Dubai dei record, quella più conosciuta, appare come un mondo alieno, per certi versi quasi alienante rispetto alle nostre consuetudini. La città si erge dal deserto come uno stupefacente plastico architettonico in scala reale, un prodigio della tecnica ingegneristica che anticipa il futuro. Una ricerca ambiziosa che travalica gli obiettivi puntando ad un benessere idealizzato, a discapito dell’umanità. Foreste di cemento senza una fauna autoctona, expats che lavorano per proiettare la loro vita nei loro paesi natii, turisti ammaliati dall’eccesso e persone locali soggiogati dall’ostentazione del loro stesso ideale di ricchezza. Una realtà dal forte impatto visivo ma che rischia di lasciare dei vuoti esperienziali. Esiste ancora l’anima autentica di Dubai?

Bur Dubai, il quartiere storico di Al Fahidi

Per cercare la vera identità di Dubai bisogna scendere dalle altezze vertiginose dei grattacieli, uscire dai lussuosi mega mall della città nuova e addentrarsi nella Bur Dubai iniziando dal quartiere storico di Al Fahidi, un tempo noto come Bastakia Quarter. In questa parte della città si passeggia tra edifici antichi in gesso e corallo perfettamente restaurati, una riqualifica che non ha intaccato l’atmosfera suggestiva del luogo. Una realtà di bellezza originaria valorizzata dal bisogno di autenticità: vale l’esperienza perdersi tra i “sikka”, i vicoletti selciati che si snodano nel centro di Al Fahidi, salire le scalette che si insinuano fra edifici bassi e le imponenti “torri del vento”, costruite quasi un secolo fa da facoltosi mercanti persiani, oggi punti di riferimento nel dedalo color sabbia.

Dopo aver visto tante mega strutture, le case basse assumono una parvenza più umana e sembrano sbirciare i passanti con le loro finestrelle squadrate, mentre dalle piccole grate decorate con arabeschi e motivetti geometrici ben coordinati filtra l’anima profumata che aleggia per il quartiere, un mix di spezie con una nota di cardamomo, l’onnipresente della cucina tipica.

L’olfatto non ci inganna e ci riconduce a qualche caffè artistico o ristorantino poco distante incastonato in qualche cortile interno, dove servono portate succulente, bibite rinfrescanti a base di agrumi e l’immancabile tè alla menta servito caldo. Le parti interne e i giardini ospitano b&b, localini deliziosi dove scoprire la cucina tipica tra nuvole di vapore e profumo di shisa dei narghilè, oppure piccoli musei come quello del caffè, dei francobolli e delle monete o gallerie d’arte come l’Al Serkal Cultural Foundation o la Majlis Gallery. In questa parte della città vecchia scoprirete delle dimensioni intime da vivere con lentezza e meraviglia dietro ogni porta.

Di altre dimensioni il breve tratto dell’originaria cinta muraria di Dubai che risale al 1800 circa e l’imperdibile Dubai Museum nell’imponente struttura dell’Al Fahidi Fort. Questo edificio è il più antico della città e risale al 1787; in passato fu sede del governo e residenza dei sovrani. Oggi ospita un’accurata esposizione di reperti archeologici, fotografie e contenuti multimediali che descrivono l’evoluzione esponenziale di Dubai, da piccolo villaggio a metropoli.

Una visita al Dubai Museum è un’occasione per scoprire la storia di una città proiettata al futuro e le testimonianze che si descrivono quasi come un paradosso se confrontate all’attualità. Una parte del museo è dedicata alla cultura e ai metodi dell’antica tradizione della pesca delle perle. In mostra vari tipi di pesi, bilance e setacci per la raccolta dei preziosi doni del mare oltre all’accurata descrizione delle strategie dei suoi cercatori, motore di un mercato che accompagna sin dall’antichità quello dell’oro.

Una passeggiata lungo il Dubai Creek per poi salpare a bordo di un “abra”

Il Dubai Creek è il canale che attraversa la città e nell’area della Bur Dubai separa i quartieri di Al Fahidi e della Deira. Questa insenatura è di fondamentale importanza sin dal passato, attorno a cui si è originariamente sviluppata la vita economica di Dubai. Ancora oggi è un simbolo ancorato alle sue tradizioni come il ritmo lento ma costante delle tradizionali dhow, le imbarcazioni tipiche dei pescatori e mercanti che arrivano dal Golfo Persico. Questi sambuchi vengono utilizzati da secoli per il trasporto merci nelle aree del Golfo Arabo e del Mar Rosso e si caratterizzano per la loro struttura in legno lavorato dipinto di bianco e turchese. Un tempo rinomati per il trasporti di perle e spezie, oggi hanno ampliato il loro mercato trasportando qualsiasi genere di merce.

Un traffico intenso ma rilassato solca le acque del Creek. Ai mezzi adibiti al trasporto merci si alternano gli “abra” o taxi d’acqua che conducono dall’altra parte del canale oppure viaggiano lungo i 3,2 km del corso d’acqua, in alternativa alla mini crociere proposte dalle varie agenzie del turismo, che raggiungono la Business Bay, grazie alla recente struttura del Dubai Water Canal.

Prima di salpare dall’altra parte del Creek non perdete Al Seef, attrazione del Dubai Creek, con area pedonale che si estende per 1,8 km sulle rive del canale. Si tratta di un centro culturale dove è possibile scoprire le antiche tradizioni beduine e un racconto dello stile di vita delle generazioni passate. Un ulteriore viaggio nel tempo a testimonianza delle radici nascoste della città.

Il quartiere di Deira, l’anima mercantile del Bur

Approdati dall’altra parte del creek ci si immerge nell’affollato quartiere di Deira. Il brusio sussurrato dell’altra sponda vi sembrerà solo un ricordo, eppure il fil rouge con il passato non viene spezzato in questa parte della città, soprattutto nel suq. A pochi passi dalla stazione degli abra, si trova il mercato vecchio di Deira. Un brulicare di vita, il mix inebriate di colori e profumi uniti ad una buona dose di intraprendenza mercantile dei commerciati stordiscono il compassato turista occidentale. Il contrattare per i mercanti del suq è una scuola di vita, e per il turista un allenamento all’insistenza che alle volte travalica la sopportazione. Eppure tuffarsi in questa realtà è una delle esperienze più autentiche e paradossalmente entusiasmanti a Dubai, distante dal consumismo preconfezionato (e inaccessibile) dei mega mall della città nuova.

Spezie, tessuti, incensi, “oud”, il legno aromatico locale, artigianato di ogni sorta ma anche uno strabiliante mercato dell’oro ( dal contesto meno patinato ma anch’esso inaccessibile). Una parte del suq è riservato a centinaia di negozi di gioielli che espongono con orgoglio meraviglie tanto spettacolari quanto grottesche per il nostro stile più composto. Anche il fascino dell’eccesso fa parte di una cultura tutta da scoprire, oltre gli stereotipi. La città vecchia, il Bur Dubai incanta con un racconto autentico, un altro lato dell’ambita opulenza del medio oriente.

Immagine copertina: Dubai Creek.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Times Square, il dietro le quinte della fabbrica dei sogni

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Times Square è come un cuore d’automa, iperattivo e disumano nonostante il mare di persone che lo popolano h24, ipnotizzate da luci e megaschermi che tolgono il sonno alla notte. Energia urbana scintillante, a tratti soffocante, eppure viverla è un’occasione per scoprire l’esuberanza di New York. Una possibilità per conoscere una storia oltre la patina pubblicitaria e la maschera dello spettacolo, questa fabbrica dei sogni ha vissuto gli incubi di un recente passato

Una geometria del consumismo, Times Square è l’incrocio tra Brodway e la Seventh Avenue nel centro di Manhattan. Non è un semplice luogo di transito ma è uno stato in luogo per l’emblema che racchiude. Si rimane disorientati di fronte a questo firmamento di insegne, un susseguirsi esponenziale di messaggi in slogan dei brand più in voga e degli spettacoli da non perdere. Il cuore pulsante della Grande Mela è il regno delle pubblicità che svettano coloratissime inglobate nei grattacieli. Un mondo ipnotico sopra le nuvole di vapore che escono dai tombini, sferzate dal passaggio continuo di taxi gialli e sciami di persone che sgomitano. La musica di Times Square è un frastuono di decine di lingue e dialetti diversi, turisti elettrizzati che sostano per collezionare selfie e “locali” di ogni angolo del mondo, che transitano a passo svelto nel loro deserto di insegne per arrivare in tempo a lavoro.

Questo è l’epicentro di Manhattan, c’è chi lo odia, chi lo ama e chi lo racconta. Oggi come nel passato si conferma un’esplorazione delle interconnessioni umane. Proprio qui il fotoreporter Alfred Eisenstaedt catturò l’immagine iconica comparsa sulla copertina della rivista Life: il marinaio dell’esercito e l’infermiera che si baciano nel giorno della vittoria, il V-J Day del 1945. Testimonianza di passione ed entusiasmo in un luogo che di storie vere ne ha viste tante, oltre l’apparenza. La famosa fotografia nota in tutto il mondo ha ispirato ilKiss-In, una tradizione che si svolge proprio a Times Square ogni cinque anni nell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale: centinaia di coppie si ritrovano per ricreare la scena. Il prossimo appuntamento è previsto per l’agosto di quest’anno.

Times Square, la bella senz’anima racconta un passato di luci ed ombre

Per molte persone questa famosa meta di New York resta un incrocio senza identità, solo business, consumismo e sogni senza spessore. Eppure Times Square è la sintesi di un’epoca, esalta i suoi desideri e nasconde le sue paure.

All’inizio del ‘900 era un semplice punto indistinto nella grande maglia urbana, all’ombra dell’epicentro commerciale di Lower Manhattan. Il trasporto pubblico e l’editoria rivoluzionarono il suo destino: August Belmont, il fautore della metropolitana di New York, incoraggiò l’editore del New York Times Adolph Ochs a spostare il quartier generale del giornale all’incrocio tra Brodway e la 42nd St, proprio dove transitava la prima linea del trasporto sotterraneo. La persuasione di Belmont unita a due vantaggi oggettivi fu vincente: con l’utilizzo della metro il trasporto dei quotidiani sarebbe stato più veloce, inoltre l’afflusso dei pendolari sotto la sede avrebbe incentivato le vendite del giornale.

Questa scelta strategica lanciò la prima sede del Times (che ora si trova al 620 di della Eighth Av), e fu l’incipit del più importante quartiere commerciale, condiviso con la scena teatrale più importante della città. La Brodway degli anni ’20 scrisse la storia culturale di New York con i ritmi leggeri dei musical di pari passo alla grande drammaturgia americana che si inscenava soprattutto nei teatri del Midtown. Oggi il Theater District di Brodway e di off-Brodway si estende dalla 40th St alla 54 th St e tra la Sixth Ave e la Eighth Ave, un rincorrersi di botteghini che offrono svago e ispirazioni, una fucina d’arte teatrale senza eguali.

Dove oggi le luci del successo brillano accecanti, in alcuni decenni del Novecento illuminavano ad intermittenza. Questa fabbrica di sogni fu un incubo in tempi relativamente recenti. A causa del crollo economico all’inizio degli anni ’70, le grandi società abbandonarono la zona, chiusero i negozi e i lussuosi hotel si ridimensionarono in alberghetti squallidi, i “single room occupancy”, un’ospitalità spartana di camere singole e senza bagno. Nei palcoscenici del Theater District dove oggi scintillano le stelle del musical s’inscenava il mal costume. Le luci rosse erano il monocolore di una realtà allo sbando e Times Square era un luogo insicuro e decadente.

La rinascita iniziò negli anni ’90 con il sindaco Rudolph Giuliani. Il primo cittadino adottò una politica di riconversione urbana incentivando il trasferimento di una serie di catene di negozi, ristoranti e una serie di attività “rispettabili”. Localizzò inoltre una vigilanza a tappeto con un considerevole numero di poliziotti che sorvegliavano notte giorno la zona. Una riqualificazione che segnò il rilancio dell’intera area riportandola ai vecchi fasti, sino a ridefinirla come un permanente palcoscenico all’aperto.

La riqualifica urbana più recente è stata progettata nel 2009. La parte più grande di Times Square è stata chiusa al traffico motorizzato ed è diventata una zona pedonale. A pianificare e seguire il progetto è stato lo studio scandinavo Snøhetta, un piano che ha ritagliato un’effettiva “square”, una piazza vera e propria tra le varie arterie di traffico veicolare. La grande via che taglia longitudinalmente tutta Manhattan è stata chiusa al traffico all’altezza della 42th fino alla 47th delineando lo spazio del “Bowtie”, il cuore del Times Square Theater District.

Times Square è una sintesi di colori vividi e messaggi lampanti dei valori e dell’immaginario di un’epoca, il risvolto di una città delle possibilità ma anche del terrore dell’indistinto. New York, è in primis una metropoli d’immigrazione succube del suo riscatto. Come scrisse Francis Scott Fitzgerald: “New York non è la città di chi è nato, ma quella di chi l’ha molto desiderata e ha dovuto combattere per farne parte”. Forse l’opulenza di questo luogo dalle mille luci non è altro che un’apparente corazza per dimostrarsi vincitore agli occhi del mondo.

Curiosità di viaggio: riqualifica urbana

Qual è l’esempio newyorkese di riqualificazione verde per eccellenza? Una piattaforma panoramica dal passato industriale trasformata in un giardino pensile nel quartiere di Chelsea. Si tratta della High Line, il parco lineare nato da un progetto di rinnovamento urbano che ha trasformato lo spazio squallido e abbandonato di una sezione in disuso della ferrovia sopraelevata West Side in una delle aree più frequentate della città.

Vista dalla High Line, Chelsea

Immagine copertina: musical Brodway, Times Square.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

 

 

 

Marrakech: la Masadra di Ben Youssef e il Palazzo di El Badi, angoli di silenzio nel concerto della medina

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Marrakech è la sua medina, brulicante di vita e di energia. Solo perdendo la bussola per qualche ora si può vivere appieno il suo narcotico caos, una dimensione dove immergersi tutto d’un fiato. Eppure nel turbinio di suoni, profumi e colori si possono ritagliare attimi di pace nel dedalo urbano, dimensioni parallele racchiuse in questo ginepraio di vita. La “città rossa” svela inaspettate rivelazioni entrando nei numerosi riad che puntellano la medina, le classiche abitazioni urbane del Marocco, ma anche visitando alcuni luoghi simbolo: la Masadra di Ben Youssef e il Palazzo di El Badi.

Le rovine del palazzo di El Badi

Masadra di Ben Youssef, il tempio dell’arte islamica

La Masadra di Ben Youssef è la più grande del Marocco e di tutto il Maghreb, una meta imperdibile per chi visita per la prima volta Marrakech ma anche per chi ha già ammirato la sua raffinata architettura adorna di dettagli: non basta una sola visita per scoprirli tutti. Con il termine “masadra” si intende una scuola musulmana dedicata all’insegnamento religioso e questo luogo identitario viene considerato tra i più importanti dello stato per l’indiscutibile bellezza architettonica impreziosita con una miriade di decorazioni e fregi, ma soprattutto per il simbolismo che racchiude da secoli.

La struttura venne commissionata dal sultano Abdallah al-Ghalib nel XIV secolo per realizzare un istituto di accoglienza per gli studenti della vicina moschea Ben Youssef. Un grande edificio con 130 stanze che poteva ospitare sino a 900 giovani. Oggi la masadra non svolge più la sua originaria funzione ma custodisce intatta tutta l’atmosfera di un tempo.

Incastonata come una gemma preziosa nel cuore della medina, accoglie i visitatori nella pace del suo cortile incorniciato da un ornamento sfrenato eppure privo di un particolare egocentrico. Arabeschi e calligrafie si rincorrono lungo le pareti: un’arte che scaturisce da un centro e ad un centro tende, astrazione conturbante ed ipnotica di un incantesimo visivo inciso nel marmo, nel gesso e descritto nelle “zelliges, le piastrelle tipiche che circondano l’intero perimetro del cortile. La ricchezza decorativa del cortile contrasta con la linearità delle sue stanze che oggi come allora descrivono l’austerità di un luogo dedicato unicamente alla vocazione e all’apprendimento della vita da asceti.

Il Palazzo di El Badi, i fasti del passato tra polvere e immaginazione

Un’altra meta da non perdere per immergersi nuovamente nel silenzio e nella storia di questa millenaria città ricca di suggestioni è il Palazzo di El Badi, quel che fu della grande e sontuosa residenza costruita dal sultano Ahmed El Mansour nel 1578. Non appena si varca l’ingresso, ci si rende conto dell’atmosfera che aleggia tra le maestose rovine: questo luogo è un autentico scrigno dove regna il mito, magicamente incapsulato nel silenzio. Un’eredità architettonica che troneggia superstite, geometricamente razionale in antitesi al caos della città e al labirinto dei suoi vicoli. La pietra rossa di arenaria incornicia una dimensione quasi aliena per l’assordante realtà a colori di Marrakech, quella della quiete e dell’immaginazione.

Questo luogo suggestivo è un contrordine nel contesto cittadino dove tutto è piacevolmente estremizzato e vivido: le sue rovine descrivono solo la simmetria del palazzo dismesso dall’uomo, eroso dalla storia e dalla sabbia. Una suggestione decadente quasi terapeutica dopo il caos incessante della medina.

Il primo affaccio al cortile interno descrive l’importanza del sito: El Badi testimonia ancora oggi la sua identità e quella che conferiva alla città nel passato. Il palazzo comprendeva 360 camere tra padiglioni e foresterie, sale per le udienze e ricevimenti, una residenza estiva e un giardino di cristalli. Le sue rovine lasciano spazio ad un viaggio immaginario, un privilegio per il viaggiatore alla ricerca di stimoli. Osservando lo scheletro degli antichi fasti è facile evocare le sue antiche fattezze: l’enorme giardino a pianta rettangolare doveva profumare di agrumi maturati al sole, l’acqua zampillava allegramente dalle fontane e le innumerevoli stanze e i saloni, gli angoli e i pertugi ospitavano agio e ricchezza, benessere e desiderio di un regno prospero.

Dalla terrazza del piano superiore alla quale si può accedere, si comprende la sua disposizione: la pianta del palazzo equivale a quella di un classico riad rielaborando la concezione delle dimensioni intime di un’abitazione a grande scala. Bastò solo un decennio per cancellare questa meraviglia: l’intera struttura venne rasa al suolo dal sultano alaouita Moulay Ismail per dimenticare i fasti della precedente dinastia saadita e venne poi lasciata alla decadenza. Oggi il palazzo è un luogo dell’immaginazione che lascia ai viaggiatori accorti spazio alla consapevolezza storica. A volte è nell’amara sorte della distruzione che può nascere la rivalsa: questo luogo vive la sua rinascita tra le polveri che nella rarità del silenzio cittadino sembrano intonare la più rara e preziosa delle armonie.

 

Un’altra meta da non perdere per ritrovare la quiete e passeggiare tra una flora lussureggiante e pennellate di blu intenso sono i Giardini Majorelle  che ritrovarono il loro antico splendore grazie all’imprenditore Pierre Bergé e allo stilista Yves Saint Laurent.

Per tutte le informazioni utili, visitate il sito ufficiale visitmarrakech.com 

Immagine copertina: cortile interno della Masadra di Ben Youssef.

Photo credits: Elena Bittante

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Marrakech è la sua medina, brulicante di vita e di energia. Solo perdendo la bussola per qualche ora si può vivere appieno il suo narcotico caos, una dimensione dove immergersi tutto d’un fiato. Eppure nel turbinio di suoni, profumi e colori si possono ritagliare attimi di pace nel dedalo urbano, dimensioni parallele racchiuse in questo ginepraio di vita. La “città rossa” svela inaspettate rivelazioni entrando nei numerosi riad che puntellano la medina, le classiche abitazioni urbane del Marocco, ma anche visitando alcuni luoghi simbolo: la Masadra di Ben Youssef e il Palazzo di El Badi 🦋 Il mio articolo: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/12/29/marrakech-masadra-ben-youssef-e-il-palazzo-di-el-badi-angoli-del-silenzio-nel-concerto-della-medina/ 🇲🇦 . . . #marrakech #medersabenyoussef #morocco #ig_morocco #visitmorocco #travelmorocco #Morroc #travelandlife #culturetrip #traveldiaries #bohochic #bohemianstyle #simplymorocco #livetoexplore #roamtheplanet #travelandlife #traveldiaries #culturetrip #beautifulplacestovisit #traveljournalist #cultureheritage #culturetrip #livetravelchannel #arabicarchitecture #iamtraveller #awsomeglobe

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Suzdal: il diamante dell’anello d’oro, il gioiello della Russia autentica

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Suzdal è come un acquerello, una realtà dai contorni delicati. Le cupole a cipolla spiccano identitarie nei colori vibranti della natura d’estate e dalla coltre di neve che la ricopre per un lungo periodo dell’anno, disegni di fiaba su fogli di cielo che orientano gli occhi smarriti nella sterminata pianura della Grande Madre. La città più bella dell’Anello d’Oro di Mosca, si distingue per i suoi numerosi monasteri, a disdetta di una terra considerata senza credo, la Russia

La cinta muraria del monastero di Sant’Eutimio

Una tappa nella capitale merita una gita fuori porta, distante dalla megalopoli convulsa. Un’alternativa per scoprire una dimensione autentica, edulcorata dal turismo ma a piccole dosi e soprattutto alla “russa” maniera. Un’ospitalità senza fronzoli e per nulla poliglotta vi accoglie a Suzdal, una delle città dell’Anello D’Oro, il circuito dei centri più belli nell’estesa “periferia” di Mosca. Le distanze russe hanno un’altra scala rispetto alla nostra consuetudine e la cittadina, a 220 chilometri dalla capitale, è una meta molto amata dai locali per le uscite in giornata. Chi la sceglie anche per un giorno solo, il tempo sembra dilatarsi, scorre lentamente come le acque del fiume Kamenka che animano dolcemente l’idillio del suo paesaggio.

Suzdal sembra essersi fermata al XVIII secolo nell’atmosfera sognante di una classica fiaba russa. Il suo aspetto è perfettamente conservato dal 1967, quando il regime sovietico decise di trasformarla in una città-museo. Tutt’oggi il suo centro storico è tutelato da un decreto che vieta l’espansione edilizia e di infrastrutture conservando così lo splendore degli antichi fasti. Nonostante sia un piccolo centro, la cittadina narra una storia millenaria: fondata tra il X e l’XI secolo Suzdal fu capitale quando Mosca viveva in una manciata di capanne. Centro fortificato e fulcro di scambi e commerci, fu soprattutto un importante centro monastico. Durante il XVI secolo furono ampliati e costruiti undici monasteri che ne consacrarono l’identità votiva facendola diventare meta di pellegrinaggi. Il suo declino avvenne nel 1864, una sorte ricorrente a quella di tanti altre città escluse dal passaggio della rete ferroviaria. Suzdal venne tagliata fuori dalla tratta della Transiberiana e fu abbandonata per più di un secolo alla vita agreste di sussistenza. Fu proprio questo immobilismo a creare la sua fortuna: il fascino idilliaco congelato nel tempo aprì le porte al turismo decretandola una delle più belle città di tutta la Russia.

La particolare caratteristica di Suzdal è quella di rivelare tantissimi scorci diversi, visuali come quadri impressionisti, scene bucoliche puntellate da manciate di case sparse. La città è costituita da diversi nuclei che non gravitano attorno ad un unico centro, lo stesso toponimo “Suzdal’ ”deriva da “conglomerato di centri”, una costellazione lungo il suo fiume con galassie abitate e tante cupole oro, argento e blu dei monasteri. Le chiese ravvivano l’orizzonte di pianura con una fitta foresta architettonica, identitaria nel suo stile russo bizantino. La leggenda narra che un tempo ci fossero 40 chiese ogni 400 famiglie, oggi puntellano numerose la città tra le case in legno colorate e un gomitolo di vie più o meno asfaltate dove rimbomba lo scalpiccio dei cavalli e il rimprovero dei cocchieri autoritari. I turisti non perdono l’occasione di rincorrere il passato a bordo di una carrozza e stordiscono i sensi nel profumo di legno delle matrioske e nel sapore delicato dell’idromele, una dolce bevanda tipica a base di miele e linfa di betulla che non tradisce il suo tasso alcolico.

Cosa visitare a Suzdal: il Cremlino, i conventi e il museo dell’architettura in legno

Il fascino di Suzdal è esperienziale: proiettarsi in una vita d’altri tempi visitando le sue meraviglie con mezzi e tradizioni del passato. Si parte dalla piazza del Mercato con la suggestiva chiesetta della Resurrezione per poi fare tappa al Cremlino. Molto più antico di quello di Mosca, questo sito risale al XII secolo ed è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Unesco. Le sue mura racchiudono la Cattedrale della Natività della Vergine, il simbolo della città fondata nel 1222, inconfondibile per le sue cupole blu tempestate di stelle dorate, le stanze dell’Arcivescovo che ospitano il museo della storia della città, il campanile del Cremlino con la sua particolare struttura con il tetto a padiglione e la chiesa in legno di Nikolskaya.

Suzdal conta numerosi luoghi del credo che raccontano, oltre alla fede, capitoli di storia e testimonianze preziose. Il convento dell’Intercessione, candido con le sue mura imbiancate era un tempo luogo di esilio delle spose ripudiate dagli Zar, dal Principe Vasily III a Ivan il Terribile. Il monastero di Sant’Eutimio sorveglia il lento andare del fiume Kamenka dall’alto di una collina. Una rilassante passeggiata sulle sue sponde riconduce alle sue imponenti mura color ocra, per gli amanti del cinema un’esperienza come un déjà-vu che ricorderà alcune scene del film Il sole ingannatore, la famosa pellicola russa di Nikita Mikhalkov. Questo luogo della fede racchiude importanti testimonianze della storia nelle chiese e nei musei. Qui si trova anche la tomba del principe Dmitri Pozharsky, valoroso condottiero che guidò la Seconda Armata Nazionale liberando Mosca dagli invasori polacchi nel 1612. Nel 1943 il monastero diventò un campo di concentramento per prigionieri di guerra italiani, rumeni e ungheresi. Oggi tenta di dimenticare i capitoli più bui del Novecento nella tranquillità dei suoi orti e giardini, e dimenticare i lamenti dei prigionieri nel concerto di campane della chiesa del monastero che rintoccano melodiose per cinque minuti.

Per concludere il viaggio nel tempo, merita una tappa il museo dell’architettura in legno e della vita contadina, una mostra a cielo aperto di un tipico villaggio russo del XVIII – XIX secolo dove ammirare le caratteristiche izbe arredate, mulini a vento e casette costruite senza l’utilizzo di un solo chiodo a testimonianza di un artigianalità senza eguali. Suzdal è una città da visitare per rivivere il passato immacolato della Russia, paradossalmente salvato dalla mancanza di progresso e risparmiato dai graffi sovietici.

Il piccolo centro di Suzdal
Il cortile interno del monastero di Sant’Eutimio
La chiesa in legno di Nikolskaya del Cremlino di Suzdal
Il convento dell’Intercessione

Immagine copertina:  la Cattedrale della Natività della Vergine, Cremlino di Suzdal. 

Photo credits: Elena Bittante

Shanghai: il Giardino del Mandarino Yu, armonia metropolitana

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Esistono luoghi dove l’esperienza combacia perfettamente con l’immaginazione, una riproduzione del sogno nella realtà. Il Giardino del Mandarino Yu, nel cuore della effervescente Shanghai, accoglie i visitatori nell’affascinante atmosfera di un classico giardino cinese “Suzhou

Un eden di composta bellezza dove le aspettative occidentali vengono soddisfatte alla perfezione: un angolo di pace dove tutto si descrive secondo i canoni estetici e concettuali dello stile Ming in cui la moderata esuberanza degli elementi è uno stratagemma che ripropone una precisa simbologia, solo in apparenza casuale. Il “Genius loci” vive indisturbato in questo giardino metropolitano tra le piante e i minerali, parla agli animali che lo popolano ed anima le leggende che ispirano ai visitatori innumerevoli suggestioni. Il Giardino del Mandarino Yu è un angolo imperdibile di questa città “cubista”, dove convivono diverse realtà solo a prima vista slegate. Shanghai racconta una trama complessa fatta di capitoli contrastanti, quelli di un capitalismo ereditato che si svolge ai piani alti della finanza nel Bund e nei grattacieli futuristici di Pudong, e quelli di umanità autoctona che brulica nei salotti di strada della città vecchia, dove aleggia ancora l’anima del passato tra il miscuglio dei tetti anneriti degli hutong e quelli in stile finto Tudor di un colonialismo perduto. In questo racconto controverso e in continuo divenire, spunta come un cameo il giardino con i tetti arcuati dei suoi padiglioni, la flora rigogliosa e i pesci annoiati nei suoi specchi d’acqua, dirimpettai del credo a poco prezzo di un turismo religioso di massa e dello shopping convulso tra il profumo di incenso e dolci cinesi.

Il giardino occupa una superficie di 2 ettari nel cuore della città e ospita i visitatori in un’oasi racchiusa da alti muraglioni, struttura che ricalca lo stile “Suzhou”. Voluto dai Pan, una ricca famiglia di funzionari della dinastia Ming, questo eden venne creato nel 1599. La sua realizzazione richiese 18 anni per lasciare alla storia uno dei giardini cinesi più famosi al mondo: un angolo di pace che ricrea un paesaggio in miniatura idealizzato nell’intento di esprimere l’armonia fra l’uomo e la natura. Questo luogo ripropone tutti gli elementi caratteristici: angoli ombreggianti, padiglioni, laghetti e una flora che inscena spettacoli diversi a seconda del periodo dell’anno. Una natura lussureggiante e consueta, la stessa che rientra nell’arte della creazione dei giardini cinesi ma anche in quella pittorica da secoli, intenta a riprodurre i protagonisti arborei tanto amati anche nei tempi moderni, come vuole la tradizione stilistica Ming.

Ci si aggira tra vialetti tortuosi, ponticelli e strette gallerie a zig-zag che collegano i padiglioni, ci si tuffa tra il sempreverde dei podocarpi “pini dei luohan” e tra il colore stagionale della camaleontica Magnolia grandiflora, simbolo della città. Una passeggiata rigenerante che continua tra salici, ginkgo biloba, ciliegi, banani, bonsai e metasequoie, una natura che appare disposta casualmente eppure tutti gli elementi che decorano questo luogo sono studiati con la massima cura e dovizia di particolari. Anche le rocce, elemento caratteristico in tutti i giardini cinesi, sono opera dell’uomo poiché vengono scolpite come se fossero erose dagli agenti atmosferici. Tra queste sculture che anticipano l’evoluzione della materia, spicca per importanza e dimensioni la Grande Roccia, un enorme masso alto 14 metri dal peso di 2.000 tonnellate.

Oggi ammiriamo questo luogo identitario nella perfezione delle sue forme ma la sua storia non fu di sola pace e armonia. Un bombardamento lo rase al suolo durante la guerra dell’oppio nel 1842 e fu nuovamente distrutto per mano dei francesi in segno di rappresaglia per gli attacchi ribelli durante la rivolta dei Taiping (1851-1864). Il giardino venne ricostruito alla perfezione secondo lo stile classico e riaperto al pubblico nel 1961, la belligeranza e gli arrivismi occidentali che campeggiarono per secoli in questa città non ebbero la meglio su questo scrigno della tradizione. L’ossessiva ricerca occidentale dell’originalità di un nuovo linguaggio estetico e la compulsiva predisposizione al capitalismo non hanno assorbito il suo “Genio”, testimonianza indelebile della cultura millenaria cinese che rivive nella frenetica perla d’Oriente e continua ad offrire ai suoi ospiti un angolo di contemplazione e uno spunto di riflessione.

 

Immagine copertina: dettaglio Giardino del Mandarino Yu

Photo credits: Elena Bittante

 

Le case da tè a Pechino e a Shanghai, la tradizione incontra il gusto e il benessere

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio. Scopriamo qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai

Il tè cinese, questa meraviglia

Un elisir da assaporare lentamente. Degustare una tazza di tè non dev’essere un automatismo ma un attimo da concedersi perdendosi nella delicatezza del suo aroma, un gusto gentile che non prevede l’aggiunta di dolcificanti o additivi. Il tè in Cina si assapora in tutta la sua naturalezza. La saggezza popolare e i suoi rimedi sono l’archetipo delle cure naturali che oggi invadono il mercato dell’omeopatia. Una tendenza che riscopre gli antichi saperi sempre più richiesta in alternativa o in associazione alla chimica farmaceutica. La tradizione orientale considera il tè una medicina naturale e i suoi benefici vengono tramandati da millenni, una leggenda convalidata dalla scienza: negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato le sue proprietà benefiche, un mix vincente di gusto e salute tra i più bevuti al mondo. Le foglie del tè si ricavano da un arbusto originario dell’Asia sud-orientale, la camelia sinensis descritta la prima volta da Linneo nel 1753 con il nome Thea Sinensis, il Tè Cinese. La pianta del tè è una sempreverde ed è possibile distinguerla grazie ai boccioli bianchi simili a piccole rose, una delicatezza che contrasta gli antichi detti cinesi che la descrivono come un grande albero impossibile da cingere tra le braccia di due uomini. Ma le leggende narrano sempre un fondo di verità e a volte la spettacolarizzazione delle credenze popolari rispecchia la realtà: secondo gli studi di botanica infatti, le piante che crescono in natura possono raggiungere anche i 10 metri.

La saggezza e il metodo contadino trovano da sempre il compromesso pratico e produttivo. L’altezza media nelle piantagioni varia dai 60 ai 90 cm, una dimensione contenuta e utile per la potatura e la raccolta; il tempo, soprattutto nei campi, è denaro e la natura si fa ad “altezza d’uomo”. A differenza della credenza comune, la pianta del tè è unica e le differenti varietà dipendono dalle zone di crescita, dal suolo, dalle condizioni climatiche, dal metodo di lavorazione e dal periodo o dal tipo di raccolta. Le foglie vengono trattate diversamente a seconda della qualità: tè verde, tè nero, tè bianco o tè oolong, conosciuto anche come tè azzurro. Ma come distinguerle semplicemente? Un’indicazione apparentemente banale si sofferma sul colore, riconducibile alla lavorazione delle foglie. Quelle del tè verde per esempio non vengono fatte fermentare e mantengono la tonalità verde.

Le proprietà del tè verde, elisir di lunga vita

Rispetto alle altre varietà, il tè verde è più povero in caffeina (circa il 50% in meno rispetto al tè nero) e vanta maggiori benefici antiossidanti, per questa ragione viene considerato il più benefico tra le diverse tipologie. La sua formula segreta è associata ai polifenoli e all’elevato contenuto di catechine, sostanze antiossidanti appartenenti alla categoria dei flavonoidi che rappresentano circa il 20-40% del peso secco, un prezioso aiuto all’organismo per difendersi dai radicali liberi. Non solo alchimia di Venere ma anche un rimedio di Igea: i benefici antiossidanti del tè verde dovuti alle catechine aiutano la bellezza e la salute contrastando i rischi cancerogeni e riducendo i livelli di colesterolo nel sangue. Una prevenzione naturale all’insorgenza di tumori e di malattie cardiovascolari, regolando la pressione sanguigna e migliorando la circolazione. Il tè verde è inoltre dissetante e ideale per purificarsi, un’ottima abitudine giornaliera soprattutto per chi segue delle diete dimagranti. Contiene caffeina, teobromina e teofillina, sostanze capaci di stimolare la lipolisi e aumentare il metabolismo. E’ molto utile per combattere anche la ritenzione idrica assicurando un effetto diuretico e depurativo. Questa bevanda delle meraviglie è il segreto per ritrovare l’armonia, nessun falso mito ma consapevolezza: conoscere le origini e le virtù stimola il benessere della psiche e del fisico. Il gusto delicato e l’affascinante profumo d’oriente ci ricordano che corpo e mente sono in perenne connessione. Quale occasione migliore per rallentare, ascoltarsi e riscoprirsi sorseggiando una tazza di tè.

Le migliori sale da tè a Pechino

Le sale da tè cinesi, conosciute anche come case da tè, giocano un importante ruolo sociale sin dall’antichità. Le prime testimonianze risalgono alla dinastia Tang (618-907 d.C) e da sempre sono luoghi d’incontro e di confronto, d’intimità ma anche d’intrattenimento condiviso. Oggi come allora, non è raro trovare spettacoli di arte folcloristica come canti, balli e racconti di storie, senza dimenticare la rinomata cerimonia del tè, un’opportunità esclusiva per chi la possibilità di partecipare o assistere. Anche una semplice degustazione si trasforma in un’occasione preziosa di provare una o più delle varie tipologie della bevanda nazionale, solitamente accompagnata da un piccolo buffet a base di frutta, verdura, soia e squisiti dolcetti cinesi. Durante un soggiorno a Pechino, una tappa obbligata è la Laoshe Teahouse al 3 Qianmen Xidajie. Questa è la più famosa casa da tè della capitale, dove tutte le sere vengono organizzati spettacoli folcloristici. Il nome deriva dallo scrittore cinese Lao She in onore della sua opera “La casa del tè” del 1958, dove le storie dei personaggi si svolgono proprio nelle sale da tè. Se desiderate fare delle degustazioni ma anche dello shopping convulso, la Beijing International Tea Center al 6 Maliandao Road non delude le aspettative. Vi attendono tre enormi piani dove trovare tutte le migliori tipologie di tè provenienti dall’intera Cina e il corredo utile per ricreare una cerimonia casereccia una volta tornati: qui è possibile acquistare ogni tipo di utensile e persino abiti tradizionali ricamati a mano. Per una degustazione di tè nella capitale non dimenticate di provare il preferito dai pechinesi, il Jasmine tea mòlìhuāchá ovvero tè verde profumato ai fiori di gelsomino.

Le migliori sale da tè a Shanghai

Per sorseggiare una tazza fumante a Shanghai la Mid Lake Pavillon Teahouse al 257 Yuyuan Road, è considerata la più suggestiva nonché la più antica della città, tra le più note di tutta la Cina. Costruita nel 1784 su uno specchio d’acqua e con una passerella a zig zag per allontanare gli spiriti maligni (che odiano gli angoli), rivela un ambiente interno minimale seppur ricercato: l’arredo in legno svela una miriade di dettagli solo osservando attentamente i suoi intarsi. Un luogo affine al suo tesoro, le numerose varietà di tè che rivelano la ricchezza di sapore nella semplicità delle loro essenze. In alternativa la Red&Black Teahouse nelle vicinanze del parco Zhabei al 11 Pu Xong Lu, dove al piacere del tè si aggiunge il popolare gioco della dama, il più amato in Cina, oppure un viaggio nel tempo per rivivere gli anni d’oro di Shanghai al Jingyuan Tea-Art House. Questa sala da tè situata nella Concessione Francese al 1 Wu Lu Mu Qi Middle Road, ripropone l’atmosfera raffinata degli anni Trenta e una piccola galleria d’arte. Tra i quadri, la dama o gli spettacoli tradizionali, una tappa in una sala da tè nelle due megalopoli è un attimo di cultura e piacere da concedersi per rilassarsi e conoscere un’usanza millenaria.

 

 

 

Immagine copertina: degustazione al Mid Lake Pavillon Teahouse.

Photo credits: Elena Bittante

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio in #Cina 🍃 Qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/30/le-case-da-te-a-pechino-e-a-shanghai-la-tradizione-incontra-il-gusto-e-il-benessere/ 🍃🇨🇳 . . . #tearoom #tearooms #chinesetradition #beijinglife #shanghailife #chinesetea #tealovers #chinatravel #visitchina #asianwanderlust #culturalheritage #fineartportrait #italiangirl #travelandlife #culturetrip #traveldiaries #traveljournalist #dametravel #lonelyplanet

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Il Cremlino di Mosca, il cuore della Russia tra bellezza rinascimentale e graffi sovietici

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Epicentro della storia e della contemporaneità, il cuore di Mosca descrive la grandezza della sua “madre” affacciato sull’enorme piazza Rossa, e racchiude tra le sue mura il fulcro geografico del potere della Russia, pilastro della geopolitica moderna

Vista dai Giardini Alexander delle fortificazioni del Cremlino

La prima tappa nella capitale coincide con un luogo simbolo, dove si concentrano gran parte delle principali attrattive in città. Il Cremlino di Mosca è racchiuso da alte mura di mattoni rossi scandite da torri d’ingresso, l’aspetto esterno non tradisce il significato del suo nome: “Kreml” che in russo significa “fortezza, cittadella fortificata”. Questa particolare struttura è ricorrente in Russia ma quella moscovita è la più importante del paese e testimonia 800 anni di storia: cittadella degli zar, quartier generale dell’Unione Sovietica, residenza dei presidenti dell’era moderna, da sempre centro del potere politico e un tempo della Chiesa russo-ortodossa. Il Cremlino è il cuore di Mosca e dell’intero paese, dalla frontiera con gli ex stati satelliti allo stretto di Bering. Un perimetro di mura e alti torrioni racchiudono l’immensità di un territorio, forza e vulnerabilità dello Stato russo al tempo stesso.

Cattedrale dell’Annunciazione

Con il suo alternarsi di maestosi palazzi, musei e sontuose chiese dalle cupole d’oro è la rivelazione identitaria della “grande Madre”, la Russia. Sorse come un semplice forte di legno per volere del principe Yuri Dolgoruky nel 1147, esattamente nel punto dove richiamò i suoi alleati, la collina Borovichkij, lambita nella parte sud orientale dalle acque del fiume Moscova. La cittadella che oggi possiamo ammirare in tutta la sua maestosità risale in gran parte al XIII e XV secolo, in particolare al periodo che coincide con il regno di Ivan III “Il Grande”. Il sovrano fece convocare dall’Italia architetti e scalpellini nell’intento di edificare una “Terza Roma” pari alla grandezza di Costantinopoli. L’ambizione unita all’ingegno e all’estro italico riuscirono a coniugare lo stile architettonico russo antico con il rinascimentale veneziano rendendolo un connubio unico nel suo genere. Oggi possiamo ammirarlo nella Piazza delle Cattedrali circondata dalla Basilica dell’Assunzione, il luogo più importante di tutta la Russia prerivoluzionaria, la Chiesa della Deposizione della Veste, la Basilica dell’Annunciazione, il Campanile di Ivan il Grande, l’edificio più alto del Cremlino, e la Cattedrale dell’Arcangelo. Quest’ultima viene considerata uno scrigno del misticismo ortodosso e della storia nazionale. Splendida nello stile russo-bizantino con chiari riferimenti al rinascimento italiano soprattutto nella parte esterna, la Cattedrale fu per secoli il luogo di incoronazioni, matrimoni e funerali reali, custodisce inoltre le tombe degli zar, i sovrani della Moscovia dal 1320 al 1690, compreso Ivan il Terribile che giace accanto ai suoi figli, uno ucciso dalla sua stessa mano.

Cattedrale dell’Arcangelo

Tutte le altre costruzioni non religiose vennero edificate tra il XVII e XIX secolo. Tra questi gli edifici governativi: il Palazzo Poteshny, ex residenza di Stalin, l’Arsenale commissionato da Pietro il Grande, oggi sede della Guardia del Cremlino, sino al più recente Palazzo di Stato del Cremlino, conosciuto anche come Palazzo dei Congressi, sfarzo brutalista in vetro e cemento costruito nel 1960-1961 come sede congressuale del Partito comunista, oggi sede del Balletto del Cremlino. Il Senato venne costruito nel 1785 dall’architetto Matvei Kazakov e si distingue per il suo raffinato stile neoclassico, oggi ospita gli uffici del presidente della Russia, mentre il Gran Palazzo del Cremlino, costruito tra il 1838-1849 da Kostantin Thon, è una delle sue residenze ufficiali. Come comprensibile, non tutti i palazzi del Cremlino sono accessibili al pubblico, oltre alle sedi governative anche il Palazzo dei Diamanti, o “Palazzo Sfaccettato” per la sua facciata in bugnato esterno a forma di punte di diamante, e il Palazzo Terem non sono facilmente visitabili salvo rare eccezioni.

Ogni giorno, a seconda degli orari di apertura, è possibile accedere a quelli adibiti a museo. Imperdibili il Palazzo del Patriarca, sede del Museo della Vita e delle Arti Applicate del XVII secolo dove ammirare gioielli religiosi, mobili e vasellame degli zar, e l’Armeria, una delle maggiori attrattive del Cremlino. Custodisce i cimeli della ricchezza imperiale ma anche le vesta dei suoi doveri: dalle inestimabili uova Fabergé, vezzi che gli zar amavano regalarsi durante la Pasqua, agli abiti dell’incoronazione compreso l’abito da sposa di Caterina la Grande, agli elmi e armature dei valorosi regnanti. Da non perdere il Fondo dei Diamanti, una parte separata del palazzo dipendente dal Ministero delle Finanze dove poter ammirare le gemme più splendenti di tutta la Grande Russia. Per gli amanti “degli inestimabili”, non perdete nella parte esterna lo “Zar dei Cannoni” dal peso di 40 tonnellate, e la “Zarina delle Campane”, la campana più grande del mondo di 202 tonnellate e più di 6 metri di altezza che non ha mai suonato un rintocco. Due strumenti come allegorie di una grande Russia, palesemente inutili nella loro reale utilità ma stupefacenti nella chiarezza della loro simbologia.

Lo Zar dei Cannoni e il Senato
Cimelio in legno decorato in oro e gemme del XII secoli, Museo dell’Armeria

Il Cremlino, come un forziere della storia, resistette al piano di Napoleone Bonaparte assistito dalla buona sorte. Nel 1812 il generale assediò Mosca e nell’intento di distruggere il suo centro del potere, installò numerose cariche esplosive per far saltare tutte le costruzioni del Kreml. Ma qualcosa non andò secondo la sua tattica: la maggior parte non esplosero e i danni si limitarono alle mura, alle torri e alla zona del campanile Vliskij. Gli scempi architettonici arrivarono negli anni ’30 del Novecento durante la dittatura di Stalin. Le sue discutibili scelte urbanistiche e architettoniche ricaddero anche sulla cittadella dell’identità snaturandone per una parte la sua fisionomia. Anche questi graffi del ‘900 fanno parte della sua storia e vengono inclusi, tutelati e raccontati in un complesso patrimonio UNESCO dal 1990. Il Cremlino di Mosca racchiude tra le mura e tra le eredità architettoniche la storia della Russia e da qui si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determino gli equilibri del mondo moderno.

Palazzo di Stato del Cremlino

Per tutte le informazioni utili per la visita, visitate il sito Moscow Kremlin Museums 

 

Immagine di copertina: le mura sud orientali del Cremlino 

Photo credits: Elena Bittante

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Luci schiette, ombre lunghe e riflessi sul Cremlino sino al calar del sole 🌗 La suggestione del tramonto tra splendori russo bizantini, rinascimentali e i graffi sovietici 🌓 Il mio articolo dedicato a questa fortezza della storia dove si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determinano gli equilibri del mondo moderno: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/16/il-cremlino-di-mosca-il-cuore-della-russia-tra-bellezza-rinascimentale-e-graffi-sovietici/ . . . #kremlin #kremlinpalace #moscow #igmoscow #russia #culturaltravel #urbanphotography #urban_shots #bestcitypics #livetoexplore #travelandlife #traveldiaries #culturetrip #culturalheritage #arthistory #unescoworldheritage #unesco #journalismlife #traveljournaling

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Il Tempio del Cielo, armonia sulla terra. L’architettura della tradizione cinese simbolo di Beijing

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Il simbolo di Pechino ricalca la perfezione idealizzata dell’architettura Ming, una geometria senza asperità equilibrio del suo credo, il Confucianesimo. Il Tempio del Cielo e della Preghiera per un Buon Raccolto rimanda al concetto cinese di “Tiānyuán Dìfāng’” secondo il quale il cielo è rotondo e la terra è quadrata, ed è così che questo patrimonio della cultura si erge coerente con la sua struttura circolare da una terrazza di marmo quadrata a tre livelli

Entrata sud, Tempio del Cielo

Per capire i dogmi del credo, qualsiasi essi siano, alle volte basta camminare sulla terra prestando un po’ di attenzione, l’uomo è capace di semplificarli alla perfezione. Non si notano imprecisioni al cospetto del Tempio del Cielo nel cuore di Pechino, limpido nella struttura e negli intenti di significato eppure la linearità e regolarità che lo contraddistinguono sono riferimenti indiretti rispetto alla visione diretta dell’osservatore. Una parte per il tutto, sineddoche nell’arte e nell’architettura cinese che si rispecchia anche nei suoi usi e costumi, un approccio curioso per noi occidentali, appassionati ricercatori di espliciti concetti anche nelle sfumature e sottigliezze.

Questo luogo di armonica bellezza racchiude tanti significati, risulta difficile conciliare questa grande concezione estetica con la devastazione culturale che portò l’avvento del comunismo dopo il 1949. Oggi il Tempio del Cielo resta un’icona sopravvissuta nella perfezione dello stile Ming in una delle aree più caotiche e impersonali della città, faro della tradizione che riporta alla luce l’epoca imperiale.

Questa meta imperdibile di Beijing si trova nell’omonimo parco nel distretto di Dongcheng sud, un’oasi di pace di 267 ettari dove vivono indisturbati 4.000 splendidi antichi cipressi. Un luogo idilliaco distante dal ronzio del traffico, meta di pellegrinaggio per turisti e consueto ritrovo per cittadini. Il caratteristico tetto del tempio a tripla gronda ad ombrello di colore viola- blu spunta tra la flora locale e le alte mura che lo circondano. Si svela poco alla volta caricando di aspettativa i visitatori, curiosi di ammirarlo da vicino. Varcato uno dei quattro cancelli della sua cinta muraria ci si rende immediatamente conto che non si tratta di uno stereotipato luogo della fede ma di un’eredità lasciata dalla devozione dell’imperatore, un maestoso palcoscenico un tempo dedicato ai suoi riti solenni. Il “Figlio del Cielo”, si recava a pregare per chiedere il perdono e per invocare il favore degli dei per un buon raccolto.

Nelle giornate di sole l’edificio a struttura circolare svetta verso il cielo velato di smog metropolitano, eppure la foschia di questa città, tra le più inquinate al mondo, non svilisce i suoi 38 metri di magnificenza. Con un diametro di 30 metri si rivela ai visitatori come una struttura semplice ma al contempo ingegnosa: il soffitto non presenta chiodi né cemento ed è sorretto da pilastri in legno d’abete dell’Oregon. Al centro della struttura si trova l’altare dove pregava l’imperatore e sul soffitto un enorme drago dipinto, un simbolo a suo omaggio. Il tempio venne costruito nel 1420 durante l’epoca Ming ma nel 1889 un fulmine lo ridusse in cenere. Venne ricostruito l’anno successivo e oggi lo possiamo ammirare in tutto il suo splendore con gli stessi canoni architettonici della struttura originaria.

Il tempio del Cielo è l’edificio di maggior rilievo del parco, occupa la posizione centrale ed è protetto dagli alti muraglioni che lo circondano. Lungo il loro perimetro troviamo gli accessi principali in corrispondenza dei quattro punti cardinali. Solo passeggiando ci si rende conto che nulla nell’architettura di questo luogo è lasciato al caso, ovunque si può intravedere l’intervento razionale ed armonizzante dell’uomo. La prevalenza della ragione si descrive perfettamente in questa meta imperdibile ma è una costante nell’architettura cinese della tradizione, ripropone la linearità e la regolarità che si rifanno ai principi del Confucianesimo: ordine e simmetria come imposizione dell’intelletto umano sulla natura.

Dettaglio soffitto del tempio
Portale sud
Parco del Tempio del Cielo, luogo di ritrovo per i pechinesi

Consigli per la visita

Il momento migliore della giornata per visitare il tempio è la mattina presto e il periodo più indicato dell’anno per evitare le lunghe file va da novembre sino ad aprile. Durante la bella stagione è consigliato il pranzo al sacco, un picnic al parco è una pausa ideale e una gradevole esperienza.

Non dimenticate il vostro passaporto, è richiesto per acquistare il biglietto e visitare le principali mete turistiche di Pechino. Il costo del biglietto è 15-35RMB in alta stagione e 10-28RMB in bassa stagione.

Gli orari di apertura sono: 8 – 17 dal 1 aprile al 31 ottobre, 8 – 16 dal 1 novembre al 31 marzo.

Come arrivare: metropolitana linea 5 fermata Tiantan Dongmen station (Exit A1 or A2).

Immagine copertina: Il Tempio del Cielo e della Preghiera per un Buon Raccolto, Beijing, Cina. 

Photo credits: Elena Bittante

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L'armonia delle forme come sintesi di significato 🌸 Il Tempio del Cielo e della Preghiera per un Buon Raccolto è un'allegoria architettonica che rimanda al concetto cinese di "Tiānyuán Dìfāng'" secondo il quale il cielo è rotondo e la terra è quadrata. Questa meravigliosa icona di Beijing ricalca alla perfezione i canoni Ming (eretta nel 1420 e ricostruita nel 1889 a causa di un fulmine che la ridusse in cenere), si erge coerente al suo credo da una terrazza di marmo a tre livelli con l'inconfondibile tetto a tripla gronda ad ombrello 🌸 🇨🇳 . . . #beijing #templeofheaven #instabeijing #pechino #visitbeijing #beijinglife #beijingcity #beijingtrip #chinatravel #unescoheritage #cina #visitchina #asianwanderlust #archilovers #culturalheritage

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La Grande Muraglia Cinese, il limes del possibile

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Una delle Sette Nuove Meraviglie del Mondo Antico e dell’UNESCOPatrimonio dell’Umanità. La Grande Muraglia Cinese appare come un ricamo che intarsia le montagne, trasforma le pendenze più aspre in dolci sinuosità rendendo il limite accessibile. L’occhio perde la via seguendola sino all’orizzonte per poi lasciare spazio alla surreale consapevolezza: quest’opera militare difensiva si estende per oltre 8.000 chilometri, più di 21.000 chilometri se considerati tutti i tratti misurati di fortificazioni collaterali. Uno dei monumenti più emblematici costruiti dall’uomo in tutto il mondo, capace di sorpassare la linea dell’orizzonte e della nostra immaginazione

Località Badaling, a 70 chilometri da Beijing

La Grande Muraglia è la classica meta di un viaggio in Cina. A tratti turistica e affollata, in altri dismessa e difficilmente accessibile ma sempre presente negli intenti di chi desidera ammirarla, solo per una foto ricordo o per un trekking lungo qualche tratto. Visitarla è come conoscere un grande drago che serpeggia da millenni nella parte settentrionale del paese: attraversa sinuoso mondi diversi, quelli di una nazione con una natura eterogenea unica al mondo. Si snoda su e giù per le montagne seguendo anche la morfologia più estrema, attraversa deserti e praterie  dalla costa Est fino agli altopiani dell’Ovest percorrendo un totale di 21196,18 km.

La Grande Muraglia, in cinese 长城 (Chángchéng /channg-chnng/ “Lunga muraglia”), è simbolo di grandezza della storia antica della Cina e oggi come allora si rivela un’opera identitaria del paese nonché una delle meraviglie del mondo, dal 1987 inclusa nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO.

Il muro “originario” risale a 2.300 anni fa nel periodo della dinastia Qin (221-207 a.C.), nel tempo subì numerosi cambiamenti e ristrutturazioni a discapito di innumerevoli vite umane, una macabra leggenda narra che gli scheletri degli operai morti vennero inglobati nella sua costruzione. La storia della Muraglia narra un lungo racconto, un susseguirsi di capitoli in bilico tra mito e realtà, ma sin dal principio affiora la certezza del suo scopo: la difesa del territorio dalle incursioni esterne, soprattutto mongole. Nel XII secolo le orde di Gengis Khan erano divenute una minaccia permanente. L’opera architettonica mantenne la sua funzione difensiva per i secoli a venire ma l’aspetto attuale risale alla dinastia Ming(1368- 1644), durante la quale venne attuata una monumentale opera di restauro dell’intero complesso. L’intera struttura venne rinforzata con pietre, mattoni e una merlatura alta 1.8 metri con scappatoie e feritoie e parapetti alti 1.2 metri.

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Una delle Sette Nuove Meraviglie del Mondo Antico e dell’UNESCO, Patrimonio dell’Umanità. La Grande Muraglia Cinese appare come un ricamo che intarsia le montagne, trasforma le pendenze più aspre in dolci sinuosità rendendo il limite accessibile. L’occhio perde la via seguendola sino all’orizzonte per poi lasciare spazio alla surreale consapevolezza: quest’opera si estende per oltre 8.000 chilometri, più di 21.000 chilometri se considerati tutti i tratti misurati di fortificazioni collaterali. Uno dei monumenti più emblematici costruiti dall’uomo in tutto il mondo, capace di sorpassare la linea dell’orizzonte e della nostra immaginazione 🌏 Qualche pillola di storia nel mio articolo: http://www.europeanaffairs.it/roma/2018/12/13/la-grande-muraglia-cinese-limes-del-possibile/ 🐲 . . . #thegreatwall #thegreatwallofchina #badaling #beijing #instabeijing #pechino #visitbeijing #beijingtrip #chinatravel #unescoheritage #cina #visitchina #asianwanderlust #explorechina #travelchina

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Nonostante la grandiosità del progetto, questa struttura concepita come impenetrabile non si rivelò mai un’efficiente barriera difensiva contro gli invasori, come testimonia la conquista di Beijing nel 1215 da parte dell’esercito di Gengis Khan. Tuttavia, diversamente dal mancato scopo militare, si dimostrò un’eccellente via di percorrenza per il trasporto di materiale e di persone attraverso gli impervi territori montuosi, inoltre si rivelò molto efficace per le comunicazioni grazie al suo sistema di torri di segnalazione che permetteva di trasmettere rapidamente le notizie dei movimenti nemici sino alla capitale. Per rendere possibile questa operazione venivano utilizzati i segnali di fumo bruciando sterco di lupo, un chiaro indizio della fauna locale che ancora oggi vive indisturbata negli sterminati territori che la Muraglia attraversa.

A partire dalla metà del XVII secolo, il venir meno della temuta minaccia mongola fu paradossalmente l’incipit del rovinoso declino di questa opera monumentale. L’apice dell’abbandono avvenne nel ‘900 in quanto la tutela di questo patrimonio non rientrava nelle priorità di una stato votato al comunismo, che destrutturò la bellezza di questa ed altre meraviglie del paese rendendo la vita culturale cinese un arido deserto. Una perdita di valore che scalfì indelebilmente la grandezza della Muraglia assottigliandola nelle dimensioni e sfregiandola nell’identità: Mao Zedong incoraggiò i cinesi che abitavano nelle vicinanze ad utilizzarla come fonte di materiale gratuito per la costruzione di infrastrutture e di brutture edilizie in stile post sovietico.

Solo nel 1984 il successore di Mao, Deng Xiaoping, portò la sua tutela sotto la competenza dello stato. Il progetto di restauro cercò di ridarle dignità ristrutturando alcune sezioni. Tra i tanti luoghi oggi visitabili, un esempio è il suggestivo scenario che si può ammirare a Badaling, a pochi chilometri dalla Capitale. Qui si apre un percorso turistico molto gettonato con un paesaggio da cartolina che ha perso l’autenticità della storia ma che ha ricostruito la dignità della Grande Muraglia e soprattutto gli intenti di chi ama la millenaria identità di questo paese e desidera condividerla con il resto del mondo, un limes del possibile.

Immagine copertina: Grande Muraglia Cinese, Badaling, Cina.

Photo credits: Elena Bittante

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Mi arrampico al mio desiderio seguendone i bastioni: percorrere un piccolo tratto della Grande Muraglia Cinese. Gli occhi lacrimano dalla commozione e dal freddo, è l'ennesimo inverno per le pietre navigate che indicano la via, un gelo polare che non demorde l'entusiasmo di percorrerla ed ammirarla per qualche ora. La immagino nella storia, nei tumulti devastatori e nei silenzi salvifici delle tregue, appollaiata sulle montagne. Ci sono luoghi che anticipiamo nei sogni e che viviamo con essi, la loro forza evocativa rende il loro valore universale e condiviso un'esperienza intima e personale, unica e irripetibile ♥️ . . . #thegreatwall #thegreatwallofchina #badaling #beijing #instabeijing #pechino #visitbeijing #beijingtrip #chinatravel #unescoheritage #cina #visitchina #asianwanderlust #explorechina #travelchina

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Elena Bittante
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