la geografia della scoperta

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ITALIA

Da Nord a Sud alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese.

Matera: da vergogna nazionale a gioiello dell’umanità, il patrimonio Unesco in uno scrigno di pietra

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Una fioritura di roccia pietrificata in una duplice identità: da una parte il Piano e la Civita con le loro chiese e palazzi signorili sei-settecenteschi, dall’altra i Sassi, con le case millenarie scavate nella roccia, una sintesi dove prevale la virtù del togliere all’edificare. Un’urbanistica corale quella di Matera, appollaiata sul ciglio di un orrido, il canyon da capogiro scavato dal torrente Gravina. Un paesaggio culturale che descrive l’interazione tra uomo e ambiente, dove ogni pietra ha un valore etico ed estetico. La Capitale Europea della Cultura 2019 e Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 1993, è una realtà da vivere lentamente, entrando in simbiosi con i ritmi che l’hanno modellata nelle ere.

Sasso Caveoso, al centro la chiesa della Madonna dell’Idris

Matera si trova nella parte orientale della Basilicata e spunta quasi indistinta ai piedi del Parco della Murgia Materana, una città perfettamente adattata al territorio che la circonda, quasi mimetizzata. Un’attrattiva dell’inverosimile, un groviglio di sopravvivenza di scarna bellezza che la resero quasi invisibile per millenni. Quella che fu una strategia difensiva, oggi appare come un incantesimo, un panorama delle possibilità dalla bellezza proporzionale alla rivalsa: da “capitale dei contadini” a quella della “cultura”. Matera venne infatti definita agli inizi degli anni Cinquanta come “vergogna d’Italia” per la qualità della vita che si conduceva nelle case rupestri, dove si viveva di sussistenza e scarso igiene, uno scempio inconcepibile che arrancava mentre l’Italia correva veloce nel periodo del dopoguerra. Nei decenni Matera è stata capace di valorizzare l’unicità del suo paesaggio trasformando la vergogna in orgoglio e oggi si presenta al mondo come un gioiello in uno scrigno di pietra.

Carlo Levi scrisse: “Chiunque veda Matera non può non restarne colpito tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza”.

Il Piano e la Civita

Il nucleo urbano di Matera è formato da più zone, la parte moderna della città si trova sul Piano, una nota apparentemente stonata nell’armonia della città ma di importante valore strategico: lo svuotamento dei Sassi negli anni ’50 e ’60 richiese la costruzione di nuovi quartieri residenziali. Oggi il Piano non è che il continuum della storia millenaria di Matera. La Civita invece è l’area legata al “recente passato”, con un’impronta prevalentemente sei-settecentesca che segue la bizzarra morfologia del territorio: è da qui che ci si inerpica per le stradine bianche e tortuose che si addentrano nei Sassi e culminano sul ciglio della gravina che precipita verso l’omonimo torrente.

Belvedere di piazza Giovanni Pascoli su Sasso Caveoso, in cima il campanile del Duomo

L’identità di Matera è strettamente connessa ai quartieri dei Sassi, ma anche la zona della Civita si distingue per la sua eleganza: passeggiate per via Ridola e fate la prima tappa in piazza Pascoli dove ammirare uno dei belvedere più suggestivi sulla città. In piazza si trovano palazzo Lanfranchi, massima espressione architettonica della città seicentesca che fu istituto scolastico durante l’Unità d’Italia e proprio qui insegnò Giovanni Pascoli al suo primo incarico. A sinistra si trova la chiesa del Carmine del 1608, che oggi ospita eventi e mostre temporanee, e a destra, il Museo nazionale “Carlo Levi” d’arte medievale e moderna della Basilicata. Percorrete tutta via Ridola, chiusa da nobili edifici e chiese barocche, una delle vie più movimentate della città dove pullulano ristoranti, locali e negozi, sino arrivare a piazza San Francesco dove affaccia l’omonima chiesa. Da qui si biforcano due vie: a sinistra segue via del Corso sino a piazza Vittorio Veneto, dove si trovano i Sotterranei del Palombaro Lungo (un maxi ingegno per la raccolta delle acque piovane destinato al fabbisogno delle abitazioni con una profondità di 15 metri e una capacità di 3000 m q), verso destra, piazza Sedile e via Duomo che vi condurrà ad uno dei simboli della città, la maestosa Cattedrale. Il Duomo di Matera è dedicato alla Madonna della Bruna e a Sant’Eustachio, i protettori della città, ed è stato riaperto nel 2016 dopo 13 lunghi anni di restauro. La chiesa si trova nel punto più alto di Matera, il colle della Civitas, da dove veglia gli alveari tufacei dei Sassi. Venne eretta tra il 1230 e il 1270 nell’elegante e sobrio stile romanico pugliese nel quale spicca uno splendido rosone a 16 raggi che presenta l’immagine di San Michele Arcangelo. Nella fiancata destra si delinea con sobria raffinatezza la porta dei leoni, decorata con due fiere che sembrano sentinelle di questo luogo del credo.

Porta dei leoni, Duomo di Matera
Sotterranei del Palombaro Lungo

I Sassi

Matera è l’unico luogo al mondo dove gli abitanti possono dire di vivere nelle case dei loro avi, le stesse da 9.000 anni. Un record curioso che fa di questa città un patrimonio più unico che raro. L’antichissimo insediamento abitativo costruito nella roccia sul fianco del vallone Gravina è la zona più nota della città e si divide in due parti distinte che seguono le conche divise dallo sperone della Civita su cui sorge il Duomo: il Sasso Caveoso, il più antico, e il Sasso Barisano, il più recente, due realtà ipnotiche e troglodite scavate nel tufo, un’estetica della povertà ricchezza dell’umanità. Le abitazioni vennero realizzate senza particolari ingegnerie (a parte i sistemi di raccolta per l’acqua piovana), e dagli scavi svolti nel corso degli anni sono emerse un groviglio di cavità disposte in modo apparentemente caotico, il corrispettivo di dieci piani scavati gli uni sugli altri.

Un alveare di scarna bellezza: il tetto di una casa può essere una strada, una scalinata un giardino, così tanti altri incastri delle possibilità. Numerose sono le case dalla facciata costruita che celano una struttura interna completamente scavata nella roccia, altre come semplici e nude grotte. L’inestricabile groviglio interno rivelato dagli studi, appare come una ragnatela sassosa, una miriade di cristalli di tufo con un passato maleodorante dove gli uomini e gli animali vivevano a stretto contatto, gli effluvi di una realtà condivisa che indignarono l’opinione pubblica tanto da far promulgare un disegno di legge atto a favorire il risanamento e a delineare la soluzione del problema dei Sassi. Così si legge dai documenti storici: “Il 17 maggio 1952 lo Stato Italiano, per mano di De Gasperi e su suggerimento del ministro Colombo, con la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi di Matera” impose a due terzi degli abitanti della città, circa diciassettemila persone, di abbandonare le proprie case per trasferirsi nei nuovi rioni”. Oggi quello scempio si fa inestimabile tesoro, un carosello degli eventi che ha riscritto le sorti delle città decretandola come uno dei luoghi più straordinari del mondo.

Dedalo di case del Sasso Barisano

I Sassi sono un labirinto dove è impossibile perdersi poiché tutti i vicoli e vicoletti sbucano nel centro del Piano e della Civita che li divide. Sasso Caveoso si trova a sud, ed è il quartiere più antico dall’anima rupestre. Qui si trovano le caratteristiche case-grotta che testimoniano la vita di un passato troglodita prorogato sino alla metà del Novecento. Imperdibile è la Casa Grotta di Vico Solitario, dove è possibile visitare la ricostruzione di una tipica abitazione scavata nel tufo, con arredi, oggetti di uso quotidiano e attrezzi per il lavoro. Un’importante testimonianza per comprendere la vita di allora, scempio per gli standard moderni ma ricchezza di cultura e umanità.

Casa Grotta di Vico Solitario

A Sasso Caveoso si trova anche una delle più suggestive chiese rupestri di Matera, luoghi mistici scavati nella roccia mimetizzati nel tessuto urbano della città, la chiesa di Santa Maria de Idris scavata nel fianco del Monterrone, che deve il nome ad antiche cisterne per la raccolta delle acque. L’interno del complesso è collegato attraverso un piccolo corridoio alla chiesa di San Giovanni in Monterrone, un ambiente ipogeo completamente scavato nella roccia decorato con magnifici affreschi, alcuni risalenti al XI secolo. Gli altri luoghi del credo che permeano nell’identità del luogo sono la chiesa di San Pietro Caveoso, con una sobria facciata barocca che sorge sull’omonima piazza da dove ammirare un bellissimo scorcio sul Sasso e sulla Gravina, S. Lucia delle Malve, chiesa rupestre fondata intorno al Mille, e la chiesa rupestre di S. Barbara, una cripta del IX – X secolo. Da non perdere anche Casa Noha, primo bene FAI in Basilicata, antica dimora appartenuta all’estinta famiglia nobiliare Noha oggi centro di informazioni turistiche e documentazione.

In alto la chiesa di Santa Maria de Idris, nella parte bassa la piazza e la chiesa di San Pietro Caveoso

Sasso Barisano si trova a nord, ed è il rione più grande, le cui case oggi ospitano numerosi negozi, ristoranti, alberghi e b&b perfettamente inseriti nel tessuto urbano. In questa zona noterete degli edifici molto curati e diversi dall’edilizia scarna di Sasso Caveoso, una testimonianza del benessere diffuso degli abitanti che prediligevano questa parte di città. L’entrata al Sasso Barisano è segnata dal palazzo del Casale, e si prosegue per via Fiorentini, la strada che taglia in due il quartiere dove si affacciano diversi palazzi sei-settecenteschi e numerose attività commerciali. Anche in questa zona non mancano le realtà inattese come la chiesa di San Pietro Barisano, una delle meravigliose chiese rupestri di Matera. Una sorprendente rivelazione che si cela dietro la facciata in stile romanico – barocco: l’interno è completamente scavato nel tufo e conta sette altari, meravigliosi affreschi e la cripta con l’ossario. Per ammirare uno dei panorami più suggestivi di Sasso Barisano, tappa al belvedere della chiesa di S.Agostino, costruita nel 1591 dai ruderi di una chiesa rupestre, uno scorcio che si affaccia sulla gravina e sul groviglio di case vegliato dal maestoso Duomo.

Vicolo di Sasso Barisano

E’ bello addentrarsi nel labirinto dei Sassi, che sia Caveoso o Barisano, perdere la bussola per poi ritrovarla con il naso all’insù alla ricerca della Cattedrale, faro nel mare di tufo. Matera è da vivere a piedi ma se cercate un appiglio alla modernità motorizzata, tenete in considerazione la Strada dei Sassi, l’unica via percorribile in auto tra il dedalo di abitazioni. Comprende via Buozzi, Madonna delle Virtù e D’Addozio, un percorso tortuoso e suggestivo che offre panorami e scorci magnifici sui Sassi.

Scalinata di Sasso Caveoso

Parco archeologico storico naturale delle Chiese Rupestri del Materano

Matera è un microcosmo di bellezza immerso in un universo dalle sembianze primordiali. Il territorio che circonda la Città della Cultura 2019, è un paesaggio plasmato dalla natura e dall’uomo: l’aspra e selvatica bellezza del Parco della Murgia Materana e il Parco delle Chiese Rupestri sono luoghi di grande valore naturale e archeologico. Un viaggio nel tempo immerso in una natura impietosa e suggestiva dove sono state trovate necropoli preistoriche, villaggi risalenti al Neolitico e antiche chiese scavate nella roccia, meraviglie trasformate nei secoli in ricoveri per i pastori e le greggi. Il Parco archeologico storico naturale delle Chiese Rupestri del Materano venne istituito nel 1990 per tutelare e valorizzare l’habitat naturale e le preziose testimonianze archeologiche del territorio che contano oltre 160 chiese rupestri. Nel lembo più settentrionale del Parco della Murgia Materana, vale una tappa il belvedere di Murgia Timone, e la Cripta del Peccato Originale, l’eccezionale oratorio rupestre affrescato con un prezioso ciclo pittorico che si localizza lungo la parete della Gravina di Picciano.

Come arrivare e muoversi a Matera

L’aeroporto più vicino è quello di Bari “Karol Wojtyla”, in località Palese, per poi prendere un bus dei servizi extraurbani o noleggiare un’auto. La Basilicata non è agevolmente raggiungibile in treno. Dal versante tirrenico è possibile arrivare con i Frecciarossa Trenitalia sino a Napoli o Salerno da dove partono gli autobus (Trenitalia e altre aziende) in collegamento con Matera via Potenza. Il versante ionico è servito dalla linea Taranto – Sibari, mentre quello adriatico dalle Ferrovie Appulo Lucane.

La stazione dei treni di Matera è lo scalo ferroviario dove si effettua servizio locale con la vicina Puglia, capolinea della tratta Bari-Matera che collega in un’ora e mezza la città pugliese alla città dei sassi. Le ferrovie Appulo Lucane garantiscono il servizio della linea ferroviaria su ferro e su ruota  agevolando i collegamenti quotidiani.

Le linee che operano in città sono gestite dall’azienda Miccolis. Il terminal degli autobus è in Via Saragat, che dista circa 15 minuti a piedi dal centro.

 

Immagine copertina: panorama notturno del Sasso Barisano.

Photo credits: Elena Bittante

 

Il sito nuragico di Barumini Su Nuraxi, la Preistoria nel cuore della Sardegna

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I monumenti hanno un grande valore nella psiche delle persone, basta solo guardarli in lontananza per marcare per osmosi un senso di appartenenza, capacitandosi della grandezza e del peso del tempo, quello fatto dagli uomini, comunemente chiamato “storia”. Il mastodontico complesso nuragico di Barumini ci proietta oltre l’antichità, direttamente nella preistoria. Un lungo viaggio della civiltà che parte dall’età del Bronzo sino al III sec. d.C., perfettamente descritto nelle geometrie di un alveare di pietra senza cemento, un ricamo di strutture circolari patrimonio dell’Umanità Unesco.

Nel cuore della Sardegna meridionale si trova un’area denominata Marmilla, caratterizzata da colline ondulate che spiccano dalla pianura polverosa del Campidano, la zona che si estende a nord di Cagliari. Addentrandosi nel cuore dell’isola ci si rende conto come questo grande atollo mediterraneo sia un mosaico di paesaggi primordiali con tanti tasselli d’umanità che brillano sotto un sole generoso, tipico delle basse latitudini. Il più famoso e splendente è il sito archeologico che si trova proprio nella terra sinuosa della Marmilla, in provincia di Medio Campidano: il Nuraghe Su Nuraxi, tra i più importanti siti preistorici del mondo, inserito nella prestigiosa World Heritage List Unesco.

Il complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi è l’esemplare meglio conservato di tutti i 7.000 nuraghi più e meno grandi che sono stati ritrovati nell’isola, ed è databile tra l’Età del Bronzo e il III secolo d.C. Si tratta di un’importante testimonianza di insediamento preistorico, uno stupefacente esempio di edilizia ante litteram che descrive i materiali e le tecniche utilizzate dai costruttori dell’epoca. Una scoperta sensazionale fatta per caso e lungimiranza. Il sito venne scoperto nel 1949 da Giovanni Lillu, il più celebre archeologo della Sardegna, grazie ad un perfetto mix di pioggia e fiuto: dei rovesci torrenziali portarono alla luce una nuova collinetta tipica del paesaggio della Marmilla, una morfologia coerente agli occhi dei più ma non così consueta per lo sguardo esperto di Lillu che intuì la presenza di un edificato sotto gli strati di terra. Anche i suoi occhi di esperienza si trasformarono in stupore quando emerse un enorme nuraghe databile alla preistoria. Gli scavi continuarono per sei anni durante i quali venne effettuata anche la datazione al carbonio che confermò l’edificazione del complesso all’Età del Bronzo, tra il 1800 e il 500 a.C.

Un’enorme struttura complessa a “nuraghe” costruita principalmente in basalto, una pietra vulcanica proveniente dall’altopiano della Giara a poca distanza. Nuraghe significa “mucchio di pietre” e “cavità”, e questo sito è uno degli esempi meglio conservati di questa preistorica e caratteristica architettura militare. Il punto focale del complesso di Su Nuraxi è l’imponente mastio, la torre maggiore che gli archeologi definiscono “tholos”, la parte più antica dell’intero sito che risale al Bronzo Medio e il Bronzo Recente. Successivamente la struttura venne amplificata, riadattata e riutilizzata fino all’età del Ferro dalla popolazione nuragica e oltre, una straordinaria stratificazione di oltre 2000 anni, dal 1500 a.C. al VII sec. d.C..

 

La Fondazione Barumini, Sistema Cultura, gestisce l’intera rete dei beni culturali presenti nel territorio di Barumini e gli esperti che ne fanno capo spiegano dettagliatamente: “Nel Bronzo Recente 1300-1100 a.C. al mastio fu addossato un quadrilobo, un robusto corpo murario a schema di quattro torri minori unite mediante delle cortine rettilinee, orientate secondo i quattro punti cardinali, che dovevano raggiungere i 14 metri d’altezza. Nella fase del Bronzo Finale vennero inoltre costruite la maggior parte delle abitazioni del villaggio, di forma circolare, costituite da un unico ambiente e con copertura lignea di forma conica.

All’inizio dell’ultimo periodo della civiltà  nuragica, chiamato Età del Ferro IX-VI sec. a.C., Su Nuraxi andò quasi interamente distrutto e sulle rovine, in prossimità  dell’antemurale e del nuraghe, nei primi decenni del VII sec. a.C. venne costruito un nuovo agglomerato, che sviluppò finezze tecniche e forme di arredo urbano proprie di una società  che andava rinnovandosi e progredendo sia per via interna che per contatti e stimoli esterni. In questa fase il clima diventò più pacifico e stabile e la vita militare rappresentò ormai una memoria del passato”.

Il nuraghe Su Nuraxi è un autentico excursus di preistoria che si intreccia alla storia antica: “Nel V sec a.C. alla civiltà nuragica subentrò l’occupazione punica e gli abitanti del luogo entrarono in contatto con una cultura diversa. A parte il progressivo apporto di materiali dalle città puniche, l’aspetto fisico del villaggio e il modo di vita degli abitanti non subirono un grosso mutamento; peraltro non vi fu sviluppo, anzi decadenza graduale dell’abitato e calo demografico conseguente.
Nel periodo storico, II-I sec.a.C., l’insediamento venne riutilizzato e riadattato anche dai romani, che in alcuni casi usarono certi ambienti come luogo di sepoltura. La struttura continuò ad essere abitata fino al III sec. d.C. e successivamente frequentata sporadicamente fino al periodo alto-medievale, VII sec. d.C.”

Il complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi è un incredibile testimonianza del passato remoto, oltre alla nostra consuetudine delle bellezze antiche che ci circondano rendendo unico questo paese. Una testimonianza della vita del Mare Nostrum già in tempi remoti e della Sardegna come atollo di civiltà, scrigno di materie prime e scalo fondamentale per i commerci nel Mediterraneo, un’isola che racconta gli esordi della civiltà. La Fondazione Barumini è eccellente promotrice della cultura grazie alla quale oggi possiamo godere di questo patrimonio inestimabile comprendendolo a pieno e immaginando il passato emergere dagli scavi futuri.

Modalità di visita

Come indicato dalla Fondazione Barumini: l’Area Archeologica Su Nuraxi è aperta al pubblico tutti i giorni dell’anno e, come da disposizioni ministeriali, è visitabile solo ed esclusivamente accompagnati da una guida per ragioni di sicurezza.
Le visite guidate prevedono, infatti, un percorso all’interno del villaggio nuragico durante il quale vengono illustrate le principali tipologie abitative che lo compongono per poi entrare fin nel cuore del grande complesso turrito accessibile solo attraverso corridoi e scale di non facile transito.
Sempre per ragioni di sicurezza, in giornate di pioggia l’area archeologica potrebbe non essere accessibile oppure accessibile solo parzialmente.

Per maggiori informazioni: Fondazione Barumini, Sistema Cultura.

 

Immagine copertina: complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi, sito UNESCO.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le spiagge adriatiche del Salento: le più belle a nord e a sud di Otranto, la porta d’Oriente

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Si parte da Otranto, la città più ad est d’Italia, la prima ad avvistare il sole e i miraggi di un ecumene oltre mare. Si salpa per un viaggio con la fantasia per poi riapprodare in una realtà più bella del sogno: le coste salentine dell’Adriatico sono un italico paradiso. Per quest’estate restiamo sulle nostre spiagge, una scelta consapevole oltre le nostre aspettative.

 

Salentulu sule, lu mare, lu ientu”, oltre a questo famoso detto se ne vocifera un altro tra i marinai del posto: quando l’Adriatico è calmo, lo Ionio è agitato e viceversa. Il vento salentino è un piacevole andare di cielo che si rivela uno sciamano del mare. Lungo la costa adriatica, quando la Tramontana soffia da nord, il mare è mosso e irrequieto, mentre lo Scirocco allieta le sue onde. Gli antichi saperi da portolani impolverati si imparano velocemente quando si parte per una gita on the road lungo la costiera adriatica salentina. Un litorale sferzato dai venti, movimentato da anfratti e insenature, vertigini di roccia carsica, sistemi carbonatici a scogliera come rivelazioni tra le onde, e tante spiagge e piccole baie di sabbia dorata, da San Cataldo, a pochi chilometri da Lecce, alla “finis terrae”, Santa Maria di Leuca, la punta più a sud della Puglia. Ecco 5 mete da appuntare, dei fermo immagine di luminosi paesaggi marini.

A nord di Otranto

Torre dell’Orso e Sant’Andrea

Queste due località a poca distanza l’una dall’altra si distinguono per i loro paesaggi scenografici: la geologia carsica svela l’incredibile conformazione della coste data dalla natura calcarea della roccia. Un susseguirsi di alte falesie ricoperte da pini d’Aleppo, faraglioni, archi marini e grotte dove s’infrangono le onde e nascono le suggestioni. Un tratto di costa simile ad un atelier d’artista.

La splendida baia di Torre dell’Orso, delimitata da alte scogliere che proteggono un paradiso di sabbia dorata, si trova a poca distanza dal centro di Melendugno, che da piccolo borgo si è trasformato negli anni in un polo turistico molto rinomato. Verso la punta meridionale della baia si ergono “le due Sorelle”, i faraglioni iconici che sfidano le onde del mare, e secondo la leggenda, la bellezza malinconica di questi giganti sarebbe riconducibile a due fanciulle annegate in queste acque.

A poca distanza si trova la piccola baia di Sant’Andrea, vegliata dai resti dell’omonima torre che scruta l’orizzonte da secoli. Una storica sentinella di un tratto di costa modellato dalla onde, un susseguirsi di faraglioni e cavità marine lambite da un mare cristallino Bandiera Blu.

Baia dei Turchi

E’ suggestivo ridisegnare il significato di una spiaggia paradisiaca come la Baia dei Turchi. Questa mezza luna di sabbia candida che profuma di essenze mediterranee rivela un passato di battaglie. Nel 1480 qui sbarcarono i Turchi per l’assedio della vicina città di Otranto, un approdo perfetto nascosto dalle alte falesie sul mare e dalla pineta che lambisce la spiaggia. Una natura che oggi rivela la perla di uno dei distretti vacanzieri più sviluppati della costa adriatica del Salento, la Baia di Alìmini, che prende il nome da due laghi costieri a poca distanza. Alìmini Grande, si formò come insenatura della costa e si chiuse nelle ere per deposito sedimentario, e Alìmini Piccolo, o Fontanelle, è un’ampia depressione carsica alimentata da risorgive d’acqua dolce. Entrambi paradisi di biodiversità, prova che conferma la bassa salinità delle acque.

A sud di Otranto

Porto Badisco

Si narra che il pittoresco grappolo di case di pescatori di Porto Badisco sia stato il primo approdo di Enea in Italia. Questo piccolo borgo si localizza poco più a sud della Palascìa, o Capo d’Otranto, il promontorio roccioso più ad est d’Italia. In questo piccolo porto appollaiato in questa maestosa insenatura, si celebrano la storia, la mitologia e la buona tavola. Dalle sue rocce emergono testimonianze preistoriche, si narrano echi virgiliani e si gustano ricci di mare freschissimi, naturalmente nella stagione consentita dalla legge.

Il Canalone dell’Acqua viva, il fiordo di Puglia

Questa stretta conformazione detta Canalone dell’Acquaviva, si trova a Marina di Marittima, ed è considerato una delle baie più belle di tutto il Salento adriatico. Si tratta di un piccolo fiordo in miniatura, un pezzo di nord Europa nel punto più a sud della Puglia. Le pareti di roccia sono ammantate da una folta vegetazione, una macchia mediterranea con rarità endemiche, un macrocosmo primordiale che svela una piccola spiaggetta paradisiaca di ciottoli, uno dei pochi approdi di spiaggia che si svelano nel Parco naturale regionale Costa Otranto- Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase: 3200 ettari di estensione su 60 km di costa dove prevale la natura selvaggia e le opere di antropizzazione sono perfettamente adattate al contesto, uno splendido esempio di adattamento territoriale.

Il Ciolo

Le gazze ladre la facevano da padrone in questo angolo di Salento. Dev’essere stata questa la ragione dell’originale toponimo di questo scenografico canalone: il suo nome deriva da “ciole” che in dialetto salentino rimanda proprio al volatile truffaldino. La gravina che parte da Gagliano del Capo sfocia tra due pareti rocciose in un mare dai riflessi cobalto, si formò in migliaia di anni per l’erosione di un corso d’acqua, esattamente la stessa orogenesi delle due località precedenti, Porto Badisco e il Canalone d’Acquaviva. Questa meta è ambita da intrepidi climber che amano sfidare la gravità scalando le pendenze e da coraggiosi tuffatori che la gravità l’assecondano sprofondando nel blu delle acque. Un luogo molto amato dagli sportivi ma anche dai creativi, attrattiva irresistibile per registi visionari che intravedono nella bellezza spietata della natura l’ispirazione del loro “viaggio”.

Per maggiori informazioni: Viaggiare in Puglia, il Portale Ufficiale del Turismo della Regione Puglia: mare, vacanze, arte, storia, gastronomia, artigianato, eventi, località, territori alberghi e ristoranti.

Immagine copertina: Baia dei Turchi

Photo credits: Elena Bittante

 

 

Favignana: l’isola scolpita. Atelier di calcarenite e giardini ipogei nel paradiso della Riserva Naturale delle Egadi

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Favignana è come una scultura alla deriva nel blu, le cave di calcarenite la modellano in una morfologia antropica stupefacente, una pratica millenaria che non ha scarnificato il territorio ma lo ha ricamato nel tempo con forme suggestive, impregnate della dedizione di un popolo di lavoratori. La bella delle Egadi è uno dei pochi esempi di sfruttamento delle materie prime che valorizzano il territorio rendendolo unico, a differenza degli innumerevoli ecomostri abbandonati che sfregiano il nostro paese.

 

Quando si approda all’isola, la più grande dell’arcipelago delle Egadi, si svela un inno alla semplicità: il piccolo porto del borgo di Favignana è costellato da tante minuscole case d’acqua. Ci si avvicina in punta di piedi per non svegliare queste bagnarole che riposano dopo aver assaggiato il mare e la fatica, incantevoli nel loro azzurro imperfetto, corroso dal sale e dal peso delle reti sporgenti. Un fermo immagine che anticipa la vita del posto, quella di mare, scandita da un mantra che segue le stagioni da generazioni. Lo testimonia anche il grande Stabilimento Florio, una delle tonnare più belle di tutta la Sicilia, oggi museo e spazio per eventi culturali che troneggia dall’altra parte del porto.

Dall’idillio alla realtà si comincia ad orientarsi in un’isola dove la macchina è superflua, lo dicono le guide e lo conferma un via vai di scooter e biciclette che transitano per il porto. E allora via, su due ruote, meglio motorizzate per chi non ha voglia di pedalare, anche se il ritmo lento della bicicletta sembra quello più indicato per quest’isola. Favignana è per gran parte pianeggiante, fatta eccezione per un’unica dorsale montuosa coronata alla sommità dal castello saraceno edificato a scopi difensivi nell’810 D.C. Questa struttura è nota come forte di Santa Caterina, e dai suoi bastioni di guardia visitabili si può vedere tutta l’isola: 360 gradi di panoramica che spazia verso la costa della Sicilia ad Est, Levanzo a Nord e Marettimo ad Ovest.

Un viaggio a Favignana può essere una vacanza attiva, all’insegna del movimento. Il mare delle Egadi è un autentico paradiso, un macrocosmo subacqueo enciclopedico che incanta gli appassionati di snorkeling, numerose sono le spiagge e gli approdi dall’acqua cristallina smerigliata nei toni dell’azzurro e del blu. Le più famose dell’isola sono: Cala Rossa, Cala Azzurra, Lido Burrone, Praia, Cala Rotonda, Calamoni, Piscine Romane, Bue marino, Grotta Perciata, Cala Faraglioni, Cala del Pozzo e Scala Cavallo. Tanto azzurro da confondere il cielo con la terra.

Le più famose spiagge dell’isola sono: Cala Rossa, un incantevole anfiteatro di roccia che incornicia un acquerello salato color acqua marina. Questo luogo prende il nome dalla storia, la battaglia navale delle Egadi del 241 a.C. fu la battaglia conclusiva della prima guerra punica,  combattuta proprio in questo tratto di mare, tanto da colorarne le acque con il sangue dei rivali. Cala Azzurra si rifà semplicemente al colore delle sue onde, ed è una delle più frequentate per la spiaggia facilmente accessibile e per il mare cristallino poco profondo, così Praia, un paradiso sabbioso a poca distanza dal borgo di Favignana, l’ideale per chi soggiorna in centro. Imperdibile anche Cala Rotonda, nota anche come “l’approdo di Ulisse” dove si trovano alcune spiaggette di ciottoli e si contraddistingue per l’incredibile arco di pietra naturale che il mare ha modellato nelle ere, chiamato “Arco di Ulisse”. L’isola descrive l’antichità nella natura, nel mito e nella storia, altro luogo suggestivo da non perdere sono le Piscine Romane, delle antiche cave che sprofondarono nei secoli a causa dei fenomeni di bradisismo.

Il mare a Favignana è spettacolo, identità e tradizione, ma chi non si addentra verso il centro dell’isola, la vive solo a metà. L’interno è un dedalo di stradine sterrate che incipriano le ruote delle biciclette, dove a mezzogiorno si girano le scene di neorealismo mediterraneo: le passeggiate nell’entroterra seguono l’odore pungente della sua macchia mentre il sole allo zenit picchia la testa e brucia le spalle.

Favignana non è solo mare e il richiamo al suo interno è atavico, ci si perde nell’illusione di trovare le proprie origini e si scopre una realtà suggestiva, impietosa e bellissima. Qui si trovano gli atelier dell’isola e i giardini ipogei più grandi, ovvero le antiche cave di calcarenite dismesse che ne hanno cambiato i connotati e la morfologia. Veri e proprio crateri di suggestione, cattedrali di pietra ipogee che scavano il cuore bianco dell’isola rivelandone il suo tesoro.

La calcarenite, per la precisione la biocalcarenite quaternaria, un tempo era una materia prima necessaria per la sussistenza degli abitanti dell’isola. Si tratta di una pietra porosa, compatta e dalla grana fine, candida per l’alta concentrazione di calcio, preziosa per l’edilizia. Le numerose cave dell’isola di Favignana sono uniche nel loro genere e oggi si descrivono come una sorta di architettura post industriale naturale che testimonia quella che fu un’attività di primaria importanza per l’economia degli abitanti di Favignana, grazie al lavoro dei “pirriatura”, ovvero i tagliapietre del posto.

Questi instancabili lavoratori, assieme ai pescatori, assicuravano la sussistenza dell’isola. Gente immune alla fatica: il lavoro in una cava di calcarenite significava metodo e tecnica, un artigianato che utilizzava pochi attrezzi come la “mannara”, simile ad una piccozza, lo “zappune” e il “piccune”, coi quali si estirpava il blocco, e tanta precisione. Il lavoro consisteva nell’estrazione della pietra in blocchi perfettamente squadrati: 25 X 50cm, 20 x 40cm oppure 25 x 25cm.

Per secoli tecnica, esperienza e pazienza vennero tramandate come eredità e stile di vita da padre in figlio, sino all’introduzione della prima macchina elettrica per tagliare la pietra nel 1949. La vita del pirratura non conosceva stagioni e alternava la luce all’ombra: il materiale più pregiato veniva estratto dalle gallerie più profonde a ridosso del mare dove la roccia si impregnava di salso e sudore.

La più suggestiva baia dell’isola, Cala Rossa, ne è un esempio perfetto. Questa incantevole spiaggia di calcarenite che incontra le onde della riserva marina protetta delle Egadi, la più estesa del Mediterraneo, rivela a poca distanza dal blu una giungla di costruzioni a “pileri”: falesie, pilastri e pinnacoli a picco sul mare e un dedalo di gallerie interne alla roccia che alternano l’oscurità ipogea allo scintillio accecante degli sbocchi sul mare.

Un patrimonio unico nel suo genere per valore antropico e naturalistico, un intreccio perfetto che ha reso Cala Rossa una delle spiagge più belle d’Italia. Da qualche anno è stato lanciato un progetto di riqualificazione e valorizzazione del paesaggio “post industriale naturale” a cura di Aldo Bua, a capo del Consorzio Turistico Egadi. Una vera e propria riqualificazione del luogo denominata “Geo Cala Rossa” che prevede il recupero e la valorizzazione di questo straordinario esempio di geografia antropica in ambito marittimo dell’isola. Il piano prevede anche una regolamentazione dell’accesso alla spiaggia che ne tuteli il decoro e la pulizia contro l’incuria, una pratica incivile che spesso offusca la bellezza dei nostri litorali.

Le cave a Favignana sono dismesse ormai da decenni, un declino che iniziò con la concorrenza impari dell’attività di estrazione nel trapanese, ma l’intraprendenza degli abitanti del luogo ha saputo valorizzare questi atelier della manodopera rendendoli luoghi di interesse storico culturale ma anche eden di biodiversità mediterranea, perfettamente in linea con l’offerta turistica dell’isola: orti e giardini ipogei che profumano di erbe aromatiche, oasi di pace all’ombra di palme ed agrumeti. Una valorizzazione delle specie endemiche dell’isola come musei a cielo aperto, una ricchezza naturale in quello che fu un artificio dell’uomo, uno sfruttamento che ne rivaluta la parola.

 

Come arrivare a Favignana

L’isola è ben collegata a Trapani, a Marsala e alle altre isole delle Egadi. Le corse sono molto frequenti e la compagnia che effettua il servizio è Siremar.

I tempi di percorrenza da Trapani sono 30 minuti e da Marsala di 35 minuti.

Immagine copertina: Cala Rossa

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Ponza, il paradiso di Circe a poche leghe da Roma

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L’immaginazione naviga tra onde di color smeraldo fino ad addentrarsi negli anfratti bui come ossidiana per cercare la maga che fece innamorare Ulisse. L’avventura nell’isola di Circe, è una storia di mare e di approdi fortuiti in qualche cala dorata per poi concludersi sempre con il lieto fine in terraferma con il pescato del giorno, un bicchiere di Malvasia e le storie semplici dei pescatori di alici. La scoperta di Ponza non prevede una vacanza ancorata ai comfort da spiaggia ma si rivela un andar per mare collezionando incantevoli paesaggi marini, simili ad acqueforti nei toni del verde e del blu.

Per ripartire seguendo i numeri delle fasi post Covid19, nell’abaco del limite possiamo tentare un approccio diverso tentando di capire come avvalorare le nostre possibilità e cosa abbiamo tralasciato in passato. Ci accorgeremo di non aver colto molte occasioni preziose a portata di mano e magari di non aver considerato luoghi unici della nostra Italia, intenti a dimostrare a noi stessi ma soprattutto agli altri di poter compiere il periplo dell’emisfero, come se un viaggio si avvalorasse in proporzione ai chilometri percorsi.

Andare alla scoperta dell’arcipelago ponziano, nella provincia di Latina, ridimensiona le distanze ma il tempo si dilata: è come un viaggio nella Preistoria a poca distanza da Roma. Ponza è la più grande della manciata di isole che comprende Palmarola, Ventotene e Zannone, atolli primordiali di origine vulcanica. Prima di attraccare al suo porto, dall’aliscafo si nota il suo profilo, quello di una musa ancestrale che in tempi lontani venne modellata da un gigante iracondo, ora dormiente.

Ponza, l’isola di Circe, dei romani e di chi ama il mare

Ponza fu un ameno soggiorno in età imperiale, frequentata da Tiberio, Caligola, Nerone e Domiziano ma con il passare dei secoli, il sogno dell’antichità scese negli inferi. Nel 1533 il famoso pirata Barbarossa devastò completamente l’isola lasciandola nell’oblio per secoli. Una figlia del mare, così come le sorelle, così vicine alla costa eppure dimenticate. Solo nel ‘700 alcuni pescatori provenienti da Ischia si insediarono ripopolando le sue generose terre vulcaniche. Oggi a testimoniare questa natura è un entroterra pettinato dalle vigne, la cultura enologica come trama perfetta del territorio da cui si ricavano i vini tipici dell’isola, il Biancolella, il Piedirosso e il Malvasia.

Ponza si vive e si apprezza prevalentemente in mare, girando per cale e calette con una barca o gommone, ma non esclude antiche meraviglie nell’entroterra. Solo percorrendo i sentieri poco battuti ci si può inerpicare fino alla cima del Monte Guardia, tra soffi di vento profumati di timo e rosmarino, protagonisti della macchia mediterranea assieme ai capperi e ai fichi d’india, piante ribelli che ammantano l’isola. Qui si trova il punto più alto di Ponza, dove lo sguardo si orienta seguendo le sagome delle altre sorelle dell’arcipelago per poi perdersi nel blu dell’orizzonte.

La storia dell’uomo sfuma facilmente le tracce nell’isola che sembra rifiutare un passato a causa della pietra lavica estremamente friabile, del sale e del vento che non auspicano ad una memoria. Eppure qualche testimonianza emerge proprio tra terra e mare, le Grotte di Pilato, a sinistra della bocca del porto di Ponza. Si tratta di cunicoli scavati nella roccia che lambiscono le acque trasparenti lungo la costa. Gran parte della struttura, un insieme di tunnel collegati da una piscina centrale, è ormai sommersa ma si possono ancora delineare le architetture scavate nella roccia. L’origine è incerta e alcuni le attribuiscono ad un murenaio romano, ovvero una vasca di allevamento per i pesci, altri le associano ai bagni privati collegati alla villa di Ottaviano Augusto. Questa ipotesi è accreditata dai reperti archeologici trovati sul fondo, marmi e colonne attribuibili ad una struttura imperiale e non ad un modesto utilizzo di itticoltura ante litteram. Ponza è nota per le sue affascinati grotte, miste tra storia, natura e mito. Il classico tour dell’isola le include tutte: la Grotta di Ponzio Pilato, le Grotte Azzurre, la Grotta degli Smeraldi, le Piscine Naturali e la Grotta della Maga Circe.

A quelle di mare si aggiungono quelle di terra, le case rupestri scavate nel tufo nella località di Le Forna. Le case nelle grotte sono un fenomeno tipicamente isolano sviluppatosi nella Preistoria. Alcune di queste cavità domestiche sono tuttora abitabili a Ponza, ed è possibile vivere l’esperienza unica di soggiornare al loro interno, un rilancio dell’attività ricettiva in linea con una tradizione antica, l’imprenditoria di qualità che non svilisce il passato ma lo rielabora secondo nuovi canoni, quelli di un turismo esperienziale.

Ponza si scopre nei cunicoli di roccia e nell’immensità del suo mare, non ama le mezze misure, è schietta come tutte le isole del Mediterraneo. Si contano sulle dita di una mano le spiagge raggiungibili da terra, bisogna salpare a bordo di un’imbarcazione per godere a pieno i suoi paradisi. Che sia uno yatch o un gommone non ha importanza, basta solcare le onde cristalline per raggiungere Chiaia di luna, la più famosa spiaggia dell’isola, sino a qualche anno fa raggiungibile a piedi e attualmente solo via mare a causa di una frana. Il suo nome lo deve alla forma di mezzaluna e al candore della falesia che la cinge a contrasto del blu lapislazzulo del mare. Il tempo di un bagno nelle acque cristalline per poi navigare verso Capo Bianco, una scogliera ricca di insenature e grotte, habitat del falco pellegrino. La bussola punta poi verso Cala Fonte, un porticciolo naturale usato dai pescatori per scaricare il bottino di giornata. A poca distanza si trova Cala Feola dove si trovano le piscine naturali, vasche di roccia create dai vulcani e modellate dall’acqua e dal vento nel corso delle ere, una cornice naturale di sabbia, ciottoli e acqua trasparente come cristallo.

Il giorno passa veloce e compiere il periplo dell’isola sembra un battito d’ali di uno dei suoi guardiani del cielo. Arriva la sera e con essa la voglia di scrivere di getto storie di naviganti al tavolino di un bar al porto. Un aperitivo d’ispirazione, forse alcolica, o forse data dall’atmosfera del luogo, una suggestione visiva dove grappoli di casette color pastello descrivono uno dei migliori esempi di architettura borbonica, voluto da Ferdinando IV di Borbone, e affidato al Maggiore del Genio Antonio Winspeare e all’ingegnere Francesco Carpi. Il porto di Ponza si sviluppa a forma di cavallo ricalcando quella che fu l’antica struttura del porto greco, rivolto ad Occidente. E’ qui che si conclude una giornata tra i profumi da perdere il senno in un ristorante che affaccia sul mare: il pescato del giorno, spaghetti con il granchio fellone e le linguine con l’aragosta e pale di fichi d’India alla parmigiana. L’incantesimo di Circe strega il palato nella perdizione del gusto.

Per maggiori informazioni: Proloco di Ponza.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Cascata delle Marmore: quell’orrido spettacolo cantato sin dall’antichità

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Al suo cospetto si avverte l’ebrezza della paura: ci immedesimiamo in una goccia d’acqua che segue l’impeto della corrente, si libra nell’aria in un salto vertiginoso precipitando lungo tre balzi per poi ricongiungersi al cielo con moto antigravitazionale. Ecco il sublime cantato dai romantici dell’800, quell’attrazione indescrivibile mista al terrore di una splendida natura matrigna. Oggi come allora, ogni figlio del suo tempo che ammira e ascolta il fragore della cascata s’incanta soggiogato dal suo incantesimo, un “orrido splendore” che ammalia e sgomenta

Cascata delle Marmore, tra storia e leggenda

Fiume, che per gran sassi rumoreggia e cade” scrisse Virgilio nell’Eneide. Un paesaggio che è rimasto immutato nel tempo quello delle Marmore, uno spettacolare gioco d’acqua creato dal corso del Velino che si getta nel Nera. Una meravigliosa manifestazione della madre terra che nasce da un’opera di ingegneria idraulica progettata nell’ antica Roma. Fu il console Curio Dentato a promuovere nel 271 a.C. lo scavo di un canale emissario, il “cavo curiano”, progettato per agevolare il deflusso dell’acqua stagnante del Velino dalla rupe di Marmore al sottostante corso del Nera.

La Cascata delle Marmore è la più famosa d’Italia ed è tra le più imponenti d’Europa. Si trova nella Valnerina a poca distanza della città di Terni, uno scenario idilliaco che ha ispirato scrittori e poeti nei secoli, capace di evocare miti e leggende a contrasto con il raziocinio di un’opera ingegneristica ante litteram. La leggenda popolare narra una tragica storia d’amore tra la ninfa Nera e il pastore Velino. La candida fanciulla, innamorata del giovane, venne trasformata da Giove in un corso d’acqua. Velino per la disperazione decise di ricongiungersi all’amata lanciandosi dalla rupe delle Marmore. Un gesto estremo che sancì il loro amore eterno dando vita alla cascata.

L’immaginazione edulcora amaramente la bellezza di un paesaggio naturale unico in Italia, tra le mete più note della regione. 165 metri di caduta e una morfologia ritmata da tre grandi salti da osservare da diverse prospettive. L’unica accortezza per una visita o per ammirarla da distante è quella di controllare gli orari di piena in quanto non è sempre possibile vederla al massimo regime. Il rilascio delle acque viene gestito con regolarità per la produzione dell’energia idroelettrica e in determinati momenti della giornata noterete il flusso diminuire considerevolmente nel giro di pochi minuti. La funzione idraulica della cascata è parte della sua storia e sin dall’antichità gli scritti testimoniano numerosi interventi ingegneristici per la gestione del flusso del Velino.

La cascata delle Marmore: i punti panoramici e i sentieri

Per ammirare la grandiosità della cascata è possibile raggiungere diverse terrazze panoramiche e altrettanti sentieri che regalano scorci unici immersi in una natura rigogliosa. Gli accessi principali alla cascata sono due: il Belvedere Inferiore da dove apprezzare dal basso il fluire impetuoso in tutta la sua grandiosità, e il Belvedere Superiore posizionato su una terrazza sopraelevata dalla quale contemplare uno stupefacente paesaggio.

E’ possibile raggiungere entrambi i punti panoramici seguendo un percorso suggestivo. Lungo il sentiero troverete la Specola, un loggiato costruito dal papa Pio VI nel 1781 e il famoso Balcone degli Innamorati. Questo terrazzino si trova alla fine di una piccola galleria scavata nella roccia a ridosso del getto d’acqua: servono un impermeabile e senso dell’avventura per godere tutto il “romanticismo” del luogo, inteso come lo spirito irrefrenabile che animò la fantasia e il desiderio di scoperta dei Grand Tour dell’Ottocento. Ancora oggi per godere la bellezza del luogo, il segreto è quello di lasciarsi trasportare dall’attrazione verso la natura entrando in comunione con il suo impeto come fecero Hans Christian Andersen, Wilhelm Heinse, De Sade, Goethe, Lord Byron e tanti altri.

E’ possibile ammirare la cascata anche dal belvedere dei giardini pubblici lungo la statale 79, dal belvedere Pennarossa, un’amena terrazza naturale davanti al salto, dalla specola costruita nel tardo ‘700 sul fianco della cascata e il borgo medievale di Torreorsina, un gioiello della storia incastonato nel verde. L’Umbria alterna ai suoi scrigni urbani in una natura intonsa e generosa.

Le cascate si trovano nell’area del Parco Fluviale del Nera, conosciuto anche come “il Parco delle acque” dove i corsi d’acqua Nera e Velino incidono la valle con profonde gole e canyon culminando il loro fluire inquieto nella cascata. Questa zona è una delle aree più ricche di biodiversità d’Italia, il “cuore verde del bel Paese” non tradisce per merito la sua nomea. L’area si estende per oltre 2.000 ettari, da Ferentillo arriva al lago di Piediluco, una zona di grande pregio ambientale dove prevalgono lecci, carpini neri e ornielli, tessuta da una fitta rete di sentieri che offrono delle escursioni memorabili per gli amanti del trekking. I percorsi da annotare sono: l’Antico passaggio, l’Anello della ninfa, L’incontro delle acque, La maestosità, La rupe e l’uomo e I lecci sapienti.

Per chi desidera alternare alla serenità di una passeggiata un’esperienza da brivido, il Parco delle Marmore offre diverse alternative. Dal rafting all’hydrospeed per testare la forza delle acque oppure climbing outdoor, l’arrampicata in falesia per chi predilige il feeling con la terra e non teme le altezze. Il lago di Piediluco è invece una località rinomata in tutta Europa per il canottaggio sportivo.

Il trasporto e l’adrenalina che si percepiscono alla cascata delle Marmore sono esperienze emozionali che avvalorano la meraviglia del suo paesaggio. Un’energia che si dissolve nella pace dei suoi paesini e dei suoi borghi medievali raccontando l’Umbria come una sinfonia andante, una magia che ha stregato i cercatori di meraviglia sin dalla notte dei tempi.

Per tutte le informazioni utili, ulteriori percorsi e attività, visitate il sito ufficiale della Cascata delle Marmore.

Immagine copertina: Cascata delle Marmore, Belvedere Inferiore.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

Lago di Resia, illusione della Val Venosta

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Arriva la stagione del freddo, un periodo dell’anno tutt’altro che morto. In autunno e soprattutto durante l’inverno, la montagna si rivela con privilegi inaspettati: la neve nasconde eppur valorizza i luoghi mentre il ghiaccio diventa un ponte per raggiungere l’impensabile, come una passeggiata al lago di Resia. In questa stagione il percorso non si limita al suo perimetro ma si addentra verso il centro del bacino dove è possibile toccare con mano le pietre di un campanile romanico. Sembra quasi un’illusione eppure questa costruzione si erge solitaria dalle acque lasciando la sua origine sommersa alla fantasia

La storia del campanile 

Un’immagine da cartolina quella del lago di Resia, il più singolare d’Italia per il suo campanile. Questa costruzione risale al XIV secolo ed apparteneva alla chiesa di Santa Caterina. Oggi viene considerata un prezioso relitto solitario in quanto è l’unica parte della struttura rimasta, tutelata dalle belle arti. Una visione quasi surreale che si interrompe dal triste racconto degli abitanti di Curon, il comune dove si trova il lago. Nel 1950 iniziarono i lavori per la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica proprio in questa zona. Il progetto prevedeva l’unione di tre bacini naturali: il lago di Resia, di Curon e di San Valentino alla Muta. L’opera venne fortemente contestata dagli abitanti locali in quanto prevedeva lo spostamento dell’intero paese di Curon. I residenti non vollero rassegnarsi tanto da recarsi a colloquio con Papa Pio XII per tentare di sensibilizzare e bloccare il progetto. Determinati nei loro intenti organizzarono anche una protesta davanti alla sede della Montecatini, l’azienda che presentò la domanda per una concessione di sfruttamento per la realizzazione dell’opera. Nonostante l’impegno, a nulla servirono le opposizioni a fronte dell’arrivismo produttivo: l’avvio dei lavori comportò inesorabilmente la sommersione del piccolo centro di Curon che venne trasferito più a monte. Case e coltivazioni vennero spazzate via, 150 famiglie contadine persero la proprietà e molte di loro furono costrette ad emigrare cercando fortuna altrove. Annegarono le consuetudini e affogarono i sogni ma non la memoria dell’antico abitato grazie al suo campanile superstite, oggi simbolo della Val Venosta.

Una passeggiata al lago di Resia

Il lago di Resia è il più grande dell’Alto Adige (6,7 km di lunghezza e 1 di larghezza), si trova a pochi chilometri dal passo di Resia, nell’incantevole cornice della Vallelunga nel comprensorio della Val Venosta, ai confini con l’Austria e la Svizzera. Una meta idilliaca che offre ai suoi visitatori panorami meravigliosi tutto l’anno. Durante la primavera e l’estate ammalia con il verde delle sue maestose montagne, amata da escursionisti e dai kitesurfers. In autunno si accende con le tonalità sgargianti dei suoi boschi ma è solo nel periodo invernale che si può vivere l’esperienza più suggestiva, raggiungere il campanile camminando sul ghiaccio.

Una passeggiata al lago di Resia è un’occasione per rilassarsi ed alternare l’adrenalina degli sport invernali, ma anche per scoprire un capitolo di storia poco conosciuto di questo angolo ai confini d’Italia. Un racconto impietoso di arrivismo economico che solo oggi ritrova un risvolto positivo nella meraviglia del suo paesaggio e nel fascino della sua leggenda: si narra che verso il calar del sole durante le fredde giornate d’inverno sia possibile udire le campane del vecchio campanile, eppure le testimonianze scritte rivelano che l’ultimo rintocco fu poco prima dell’inondazione, nel lontano 1950.

Il percorso dell’Alta Val Venosta con deviazione alla sorgente dell’Adige 

Per gli appassionati di geografia e per chi ama concretizzare le leggende, il percorso segue l’Alta Via Val Venosta che conduce alla sorgente del fiume Adige e prosegue verso Planol, a 1620 metri. In soli 15 minuti di cammino si arriva alla fonte, a 1550 metri di quota. Un andare immerso nella quiete della montagna che attraversa una manciata di borghi dove tutto sembra trascorrere lento, secondo il ritmo delle idilliache narrative d’alta quota. La prima tappa di questo percorso incontra un luogo del mito poiché dove nasce un fiume vive un “genius loci”. Nell’ideale comune le sorgenti rivelano sempre delle incantevoli suggestioni e dove sbuca l’Adige la realtà non tradisce l’aspettativa: tutto sembra in adorazione alla fonte che dà origine alla vita, quel fluire costante ancora di civiltà dalla notte dei tempi.

Si prosegue il percorso seguendo le indicazioni dell’Alta Via Val Venosta che ricongiunge al centro abitato tra prati, boschi e i masi  Klopairhofe sino al villaggio di Curon. Arrivati alle sponde del lago di Resia, si costeggia il bacino per quasi tre chilometri per poi attraversare la strada principale del paese e addentrarsi nuovamente nella natura, questa volta in una macchia di larici, il bosco chiaro di Talaiwald. Si attraversa la frazione di Monteplair a Piavenna da dove prosegue l’Alta Via Venosta (chiaramente indicata dalla segnaletica stradale). Si prosegue in direzione di Albi fino alla frazione di Alsack dove imboccare l’ultimo tratto del sentiero che conduce sino a Planol, a 1620 metri di quota. Da questo punto di arrivo è possibile ammirare la valle in tutta la sua grandezza comprendendone la morfologia e la storia: un’enorme culla che origina la vita e racconta il suo fluire nel paesaggio, il lago di Resia ne è testimonianza.

Per tutte le informazioni utili, ulteriori percorsi e attività, contattate Val Venosta.

Immagine copertina: il campanile che apparteneva alla chiesa di Santa Caterina, lago di Resia, Val Venosta.

Photo credits: Elena Bittante

 

Monte Testaccio: il “colle dei cocci” di Roma, uno scempio spettacolare

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All’apparenza un dolce rilievo poco distante dall’ansa del Tevere, perfettamente conforme al paesaggio di una metropoli che ha fatto “dei sette colli” la sua storia. Eppure il Monte Testaccio non sogna l’appellativo di “ottavo”, sconosciuto ai più, rivela la sua natura osservandolo da vicino: sino alla sua cima è formato da frammenti di anfore. Sono sempre i dettagli a fare la differenza

Roma non smette mai di stupire, con le sue meraviglie e i suoi paradossi. Se parliamo di rifiuti, tralasciamo la triste attualità e addentriamoci nella storia. Il monte Testaccio, conosciuto anche con l’appellativo “monte dei cocci è una vecchia discarica a cielo aperto. Un enorme accumulo di materiale di scarto, uno scempio spettacolare. Si tratta di un’intera collina alta 54 metri con una circonferenza di circa 1 chilometro formata da testae, dalle quali deriva il toponimo “Testaccio”. Il significato è “cocci”, frammenti di 53 milioni di anfore usate per il trasporto dell’olio. Questi manufatti venivano scaricati in quello che era il vicino porto dell’Emporium sul Tevere, adibito per il rifornimento del mercato urbano. Svuotate del loro prezioso contenuto, venivano sistematicamente accumulate in questo luogo formando poco a poco una collina artificiale.

Una testimonianza tangibile del fiorente commercio sviluppato tra l’età augustea e la fine del II secolo d.C. caratterizzato dall’ascesa economica delle province occidentali: la Gallia, l’Africa e soprattutto la Spagna. Questa regione divenne il principale canale di rifornimento dei beni alimentari dei grandi centri di consumo come Roma, in particolare la regione Baetica (Andalusia) per l’esportazione dell’olio. La diffusione di questo prezioso oro liquido era distinguibile dai caratteristici contenitori dalla forma globulare, le anfore. Simbolo inequivocabile del commercio antico, erano contraddistinte da precisi riferimenti come il periodo di realizzazione, le annotazioni relative al contenuto e l’immancabile marchio di fabbrica su una delle anse. I frammenti meglio conservati sono esposti nelle teche dei musei, in particolare quelli che riportano ancora i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell’esportatore e le indicazioni sul contenuto. Ma non è raro trovare lungo i sentieri di cocci che conducono alla sommità del monte alcuni di questi pezzi, tasselli importanti per la conoscenza della storia economica dell’antica Roma. Il monte Testaccio è infatti considerato un sito archeologico di fondamentale importanza, una fonte storico-documentaria dei commerci dell’impero romano e sulle relazioni mercantili tra l’urbe e le province.

Le anfore che trasportavano questo bene non erano riutilizzabili a causa della rapida alterazione dei residui di olio. La soluzione per il loro smaltimento fu rapida, economica e sorprendentemente igienica. La strategia utilizzata per il loro accatastamento prevedeva l’uso della calce, un materiale che contrastava lo sviluppo di batteri dati dalla decomposizione dell’olio e al contempo consentiva la stratificazione stabile e coesa delle anfore.

Il monte Testaccio ebbe la sua rivalsa durante il Medioevo, da discarica si trasformò in un ludico luogo di festa. Consolidata la sua struttura, ormai giunta a quella che è l’attuale conformazione, e nomea come luogo di svago, il “monte dei cocci” era punto d’incontro per la celebrazione di manifestazioni popolari: i ludi maximi del Carnevale romano. La testimonianza più accreditata dagli scritti è il ludus Testacie, una sorta di corrida ante litteram ancora più cruenta di quella attuale: dalla sommità del monte veniva liberato un toro, seguito da due carri con dei maiali all’interno. Nella piana sottostante li attendevano i lusores con lama sguainata, giovani impavidi che incoscienti giocavano anche la loro vita. Sempre durante il periodo medievale, si consolidò la sua funzione religiosa con il “Gioco della Passione”, la rappresentazione sacra della Via Crucis durante la settimana santa che lasciò in eredità il simbolo che tutt’oggi campeggia sulla sommità del colle, la croce in ferro (sostituita più volte, l’attuale è del 1914).

Nel Seicento il colle divenne bersaglio per le esercitazioni dei bombardieri di Castel S. Angelo. Il cannone sparava dalla piramide di Caio Cestio puntando verso il suo pendio orientale. Questo fu l’incipit della scarnificazione dei cocci che continuò per gli scavi dei famosi “grottini” dove conservarono il vino. La particolare conformazione artificiale della collina e il passaggio dell’aria fresca, consentiva di mantenere una temperatura costante al suo interno, ideale per la conservazione dei generi alimentari. Fu questo aspetto vantaggioso ad avviare l’attività di numerose fraschette, le tipiche aree di ristoro romane che dall’Ottocento allietarono gli attimi di svago, soprattutto durante il periodo della vendemmia durante le famose “ottobrate romane”, giorni giulivi narrati da Belli e Stendhal. Con la pianificazione e la crescita urbana del quartiere Testaccio e l’avvio delle attività del Mattatoio che si estendeva alle sue pendici, si sviluppò un caotico abusivismo edilizio che deturpò gran parte della zona. Solo nel 1931 venne avviato un intervento di recupero ad opera dell’architetto De Vico che valorizzò il verde urbano del colle e della zona circostante compresa tra le Mura Aureliane e via Zabaglia.

Una visita al monte Testaccio è un’opportunità per svelare un lato della Roma Segreta. Salire lungo i suoi pendii sotto lo scricchiolio dei cocci che lo ammantano è un’esperienza surreale. Capirne la storia è come scoprire una favola lieta, un luogo che nasce dai rifiuti per diventare fulcro di vita e di tradizione, quella di una Roma verace e appassionata. Un sito archeologico di notevole importanza, stratificato nella sua essenza e variegato nel magnifico panorama che rivela dalla sua cima: 360 gradi che spaziano dalla Roma medievale e barocca in direzione del centro e dell’Aventino, a quella d’avanguardia dell’Ostiense che alterna cimeli dell’antichità come la piramide Cestia, al Gasometro, simbolo dell’archeologia industriale tra una foresta di edifici contemporanei e murales variopinti. L’urbe risplende delle sue epoche, dalla cima del monte fatto di cocci si ammirano tutte le sfaccettature della stessa pietra preziosa.

Il monte Testaccio è visitabile solo in giorni prestabiliti e l’ingresso è consentito solo a gruppi accompagnati di massimo 30 persone a visita. Per informazioni e prenotazioni contattare la Sovraintendenza di Roma.

La croce in ferro del 1914 sulla cima del colle
Panorama sul quartiere Ostiense e sulla piramide Cestia

 

Vista sull’Aventino
Scorcio sul Gasometro del quartiere Ostiense

Immagine copertina: panorama dalla cima del monte Testaccio

Photo credits: Elena Bittante

Ragusa, la città barocca dalle due anime

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Un tuffo nella luce e nella raffinata pazzia del barocco siciliano, il Val di Noto. L’angolo più estremo della Sicilia è il centro della creatività: Ragusa, Noto, Caltagirone, Modica, Scicli, Palazzolo Acreide, Militello Val di Catania, fenici di umanità che hanno reagito al dramma del terremoto del 1693 con gioia creativa e di vivere. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, città UNESCO, patrimoni di bellezza e umanità da scoprire seguendo il volgere del sole: come specchi della sua vanità incendiano la loro pietra candida sin dalle prime ore dell’alba per giungere al culmine infuocato del tramonto. Il tour inizia dal capoluogo Ragusa, la città dalle due anime

Ragusa Ibla

E’ facile intuire il perché Ragusa Ragusa Ibla siano due realtà distinte in un’unica città, si può capire dando uno sguardo alla mappa prima dell’arrivo: la trama urbana segue la sinuosità dei colli, i monti Iblei, un sali scendi che la caratterizza e delinea la sua doppia identità. Ragusa venne distrutta dal terremoto nel 1693 e durante la ricostruzione si crearono due grandi poli, uno sulle macerie della vecchia città, Ragusa Ibla, e una nuova, Ragusa superiore. Nel 1865 la loro distinzione era tale da costituire due comuni, per poi essere riuniti nei primi del ‘900. Oggi, nonostante il legame amministrativo, le due realtà restano appollaiate quasi a specchiarsi l’un l’altra, collegate da tre ponti, il vecchio, il nuovo e quello di San Vito, e da una lunga scalinata di 340 gradini. Una passeggiata impegnativa se percorsa iniziando da Ragusa Ibla, che si trova ad un’altitudine più bassa rispetto a Ragusa superiore. Non è un caso che questa area, la più antica e caratteristica, venga chiamata “jusu”, che in dialetto significa “sotto”.

Via delle Scale, inizio della scalinata che conduce a Ragusa superiore

La città di Ragusa è stata inserita interamente tra i siti patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco nel 2002. Si comprende la ragione di questo meritato riconoscimento addentrandosi a Ragusa Ibla. Venne ricostruita per volontà del ceto nobiliare dopo il terremoto del 1693 in stile tardo barocco, una novità assoluta per quei tempi. Il suo simbolo è il Duomo di San Giorgio, trofeo di pietra che sovrasta l’omonima piazza. Frutto del progetto di Rosario Gagliardi, protagonista della ricostruzione barocca del Val di Noto. La chiesa spicca nell’immediato con la sua facciata costruita “a torre” con il campanile inserito al suo interno. Il ricamo di dettagli e il gioco di concavità e convessità della facciata rende quest’opera monumentale un’architettura leggiadra, una sinfonia di forme adagiata su un piedistallo di scale, in posizione obliqua rispetto alla piazza sottostante. La chiesa risplende baciata dal sole e spicca con la sua enorme cupola, come un faro che illumina la via nel mare di vicoli della città vecchia.

Duomo di San Giorgio, simbolo della città

Le chiese a Ragusa Ibla invocano un pellegrinaggio dell’arte oltre che della fede. Incantevole la chiesa di Santa Maria dell’Itria appartenuta al Sovrano Militare Ordine di Malta, si rivela maestosa secondo una perfetta scenografia barocca in una stradina “di clausura” dell’antico quartiere ebraico Cartellone. La chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, chiamata dai cittadini “degli archi” per via dell’acquedotto che un tempo l’attraversava, Santa Maria dei Miracoli o “bammina” della metà del XVII secolo, rimasta incompleta costituisce un esemplare unico nel panorama barocco della città. Tra le tante chiese che sono rinate dopo il terremoto, il portale di San Giorgio resta ancorato al ricordo da quel giorno fatidico: è ciò che rimane di una chiesa in stile gotico-catalano di epoca normanna del 1349, un arco acuto con ricchi intagli e al centro la figura di San Giorgio a cavallo che uccide il drago e libera la principessa di Berito. Poco distante si trovano i Giardini Iblei, chiamati dai ragusani “la Villa”. Realizzati a metà ‘800 sono un luogo di quiete e di contemplazione: si trovano in una posizione suggestiva su uno sperone di roccia, un autentico belvedere sulla vallata dei Monti Iblei.

La chiesa di Santa Maria dell’Itria nel quartiere Cartellone

Ai luoghi del credo si alternano meravigliosi palazzi come il palazzo Cosentini, il primo costruito in stile barocco a Ragusa e il palazzo della Cancelleria, conosciuto anche come palazzo Nicastro del XVIII secolo, abbarbicato in una posizione suggestiva nel quartiere degli Archi lungo la via delle Scale che conduce a Ragusa superiore. Lungo questa via s’incontra un’altra chiesa, un punto di riferimento tra le due anime della città, Santa Maria delle Scale, la più antica di Ragusa. Dal suo terrazzo panoramico possiamo ammirare e comprendere l’identità di Ragusa Ibla: basta volgere lo sguardo alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento. Le architetture sembrano quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo.

Ragusa superiore ha barattato la sua essenza antica con la crescita urbana dalla seconda metà del ‘900, spesso incurante di speculazione. Il lato della città meno pittoresco ma altrettanto interessante. Da non perdere la Cattedrale di San Giovanni Battista. Anch’essa riscostruita dopo il terremoto, spicca imponente e “mutilata”: si caratterizza per un singolo campanile mentre sul lato destro resta il basamento vuoto di un secondo mai realizzato. A poche centinaia di metri il palazzo Vescovile Schininà oggi sede del vescovado e degli uffici della curia, il palazzo Zacco che ospita gli incontri culturali in città e sede del Museo del Tempo Contadino e la Civica raccolta Carmelo Cappello, noto scultore ragusano. Consigliato anche il Museo Archeologico Ibleo, che raccoglie i preziosi reperti raccolti negli scavi compiuti nell’area a partire dal Neolitico.

Ragusa, due anime distinte unite dalla stessa voglia di rivalsa contro la natura matrigna che la ridusse in cenere. Un luogo magico che ha ispirato anche la creatività di Andrea Sironi, regista del Commissario Montalbano, la fortunata serie televisiva Rai tratta dai romanzi del maestro Andrea Camilleri. Un atelier dell’arte tra tufi silenziosi e luminosi, dove si racconta il tardo barocco siciliano, uno stile fantasioso e affollato che fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell’apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d’identità lasciate dal terremoto del 1693. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo.

La cupola del duomo di San Giorgio che spicca da tutti gli angoli del quartiere

Immagine di copertina: panorama di Ragusa Ibla 

Photo credits: Elena Bittante

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Ragusa Ibla, città di folle raffinatezza patrimonio @unesco ♥️ Uno sguardo incantato alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento… L'architettura sembra quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo. Il tardo barocco siciliano è uno stile fantasioso e affollato, fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell'apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d'identità lasciate dal terremoto del 1693 che rase al suolo la città. Anarchia del bello come risposta alla paura dell'indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo ✨ . . . #ragusaibla #ragusa #valdinoto #barocco #baroccosiciliano #vivoragusa #igragusa #sicilia #igsicilia #visitsicilia #sicilians_world #sicilytourism #sicilypictures #whatitalyis #cultureheritage #travelandlife #traveldiaries

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Cagliari, quattro quartieri di un gioiello mediterraneo

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Cagliari, un quarzo luminoso incastonato nella pietra grezza. La città spicca dalla terra brulla della sua isola e ammalia all’istante chi arriva dal cielo ma soprattutto chi giunge dal mare. Adagiata sulle alture dell’omonimo golfo, la città confonde l’occhio con un susseguirsi di edifici dal basso verso l’alto, solo la grande cupola della cattedrale orienta la sua cima coronandola come una splendida regina del Mediterraneo. Basta un giorno e quattro mete per scoprire tutto il suo fascino visitando i suoi quartieri

Cagliari, Kàralis, il capoluogo della Sardegna è spesso considerata meta di transito per le idilliache località balneari di questa perla del mare nostrum, eppure è molto più di un porto di passaggio. Città dalle tante identità e marinara per tradizione, si rivela un camaleonte urbano. Ci si orienta velocemente passeggiando per le sue vie, lungo il saliscendi dei suoi colli che la trasformano in un sinusoide di avanscoperta. Via terra o via mare ci si addentra inizialmente al quartiere Marina che vive del suo porto, si sale verso Stampace con le sue rovine antiche, sino a giungere alla cima nella zona medievale di Castello, vedetta della città, per poi riscendere a Villanova, sorpresa inaspettata che cambia nuovamente registro architettonico lungo le sue viette colorate dove si racchiude la tradizione delle arti e dei mestieri.

Marina

Il quartiere di Marina si perimetra in un quadrilatero che affaccia sul porto. Quintessenza mediterranea ne rivela le principali caratteristiche, compreso il profumo della sua cucina che stordisce i sensi lungo le sue vie che per disposizione ricordano un castrum romano. “Cardine” della zona e della buona tavola è via Sardegna dove potete trovare l’intero panorama della cucina sarda e delle sue prelibatezze di mare. Marina è lineare nelle forme ma eclettica nell’intrattenimento. Si parte dalla passeggiata di via Roma che corre a fianco del porto nel lato sud ovest del quartiere con i suoi eleganti portici e palazzi tardo ottocenteschi, eredità sabauda della città. Lungo la via affacciano il Palazzo Civico e il Palazzo della Regione, voce fuori dal coro per le sue linee moderne adornato con le sculture di Costantino Nivola. Degna di nota è la chiesa di Sant’Eulalia che nonostante la sobria apparenza esterna in stile gotico catalano, racchiude nel suo ipogeo un’area antichissima. Sul retro della chiesa si accede al Museo del Tesoro di S.Eulalia e agli scavi archeologici dove è possibile visitare i resti di edifici romani e di strade lastricate.

Via del quartiere Marina e il campanile di S.Eulalia

Stampace

Il quartiere di Stampace si sviluppa in pendenza tanto da essere suddiviso tra “Stampace alta e bassa” a partire da via Azuni, la popolare strada nota per il suo passato di gare equestri. Questa zona è un salotto cittadino scrigno della sua storia antica. Dopo aver sostato in uno dei piacevoli locali di piazza Yenne, adornata da eleganti palazzi dell’800 e vegliata dalla fiera statua del re Carlo Felice in foggia romana del 1827, potete inoltrarvi nella via dello shopping Vittorio Emanuele IIin direzione est oppure verso ovest alla scoperta dell’animo antico del quartiere. Qui si trovano l’Orto Botanico e le suggestive rovine dell’Anfiteatro romano e della villa di Tigellio. Segue la necropoli di Tuvixeddu, un lungo percorso che si addentra nell’antichità dagli insediamenti punici all’espansione della Roma antica. Per un tuffo nella storia meglio servirsi dei mezzi moderni: l’autobus numero 8 transita da piazza Yenne e ferma nei punti d’interesse, ideale per snellire i tempi e bypassare le pendenze, piuttosto impegnative in quest’area della città.

Chiesa dei Cappuccini e le rovine dell’Anfiteatro romano

Castello

Il colle di Castello dove è appollaiato l’omonimo quartiere, oggi come allora è il punto di vedetta della città. Questa è la parte più alta di Cagliari, imperdibile per le sue mete d’interesse storico culturale come la Cattedrale di S. Maria a Piazza Palazzo. Di impianto medievale descrive lo stile romanico-pisano-lucchese nella facciata rimaneggiata nel 1933, dai cagliaritani considerata “sa Seu”, “la Sede”, un punto di riferimento imprescindibile. Al suo interno non perdete il Santuario dei Martiri che sotto la chiesa accoglie i visitatori in tre cappelle scavate nella roccia e adornate in stile barocco da marmi policromi.

Cattedrale di S.Maria
Balaustra e dettagli marmorei del Santuario dei Martiri

Il quartiere ospita la cittadella dei musei, prestigioso angolo di arte e storia dove spaziare dalle collezioni della Pinacoteca nazionale a quelle del prestigioso Museo archeologico nazionale che custodisce i cimeli del passato isolano, un percorso che parte dal Neolitico e arriva sino all’età altomedievale. Per gli amanti della pittura e della scultura, i giardini pubblici ospitano la Galleria comunale d’Arte con le opere dei più famosi artisti sardi del ‘900.

A delineare il punto più basso e quello più alto del perimetro della cinta bastionata che circonda il quartiere (eretta nel 1217 dai toscani e rafforzata nei secoli dagli spagnoli e dai piemontesi), le due torri del ‘300 simbolo della città: quella dell’Elefante che segnalava l’ingresso alla parte più bassa e di S.Pancrazio che svetta nel punto più alto della città, in gara perenne con la cupola della Cattedrale. Perdetevi nelle vie strette del ghetto e sbucate negli ampi belvedere di Castello da dove si possono scorgere diverse prospettive di Cagliari. Dalla parte est del porto all’affaccio verso ovest, un divenire urbano che ammanta il territorio. Case e palazzi corteggiano anche le alture circostanti senza arrivarne alla cima, contornano lo stagno di Molentàrgius, le saline, si delineano a ridosso della spiaggia del Poetto e infine sfumano come un miraggio verso Quartu Sant’Elena. Il quartiere di castello, “Casteddu”, un tempo era posizione strategica per sorvegliare gli arrivi dal mare, oggi offre postazioni ideali dove comprendere la stratificazione cittadina e la simbiosi con l’ambiente marino che la circonda, un puzzle che include anche tasselli di modernità grossolana con edifici che stonano con il paesaggio, eredità della distruzione post guerra. Imperdibile uno sguardo dal Bastione S.Remy (1899- 1902), meta identitaria della città che collega il quartiere di Castello a quello di Villanova.

Bastione di S.Remy

Villanova

E’ facile intuire dal nome la storia di questo quartiere: “città nuova”, l’espansione di Cagliari verso la campagna. La parte più caratteristica di questa zona si trova alle “pendici” del colle Castello, dove si snodano le sue viette dalle case basse e multicolore. Guardatevi attorno e alzate lo sguardo, noterete la cura meticolosa dei dettagli. Quest’area cittadina racchiude la vocazione “rurale” che si descrive poeticamente nella sua edilizia discreta rispetto alle grandi mura e i bastioni della storia che campeggia sopra la loro testa ma con un estro creativo degno di nota. Sembra di essere catapultati in un’altra città, con le case basse e uniformi distinte dai particolari dei suoi balconi-giardino che abbelliscono l’intera via. A prevalenza residenziale, la zona ospita anche alcune botteghe artigiane, magnifiche nella loro dimensione atemporale. Questo quartiere pittoresco si distingue anche per le sue chiese a testimonianza della dominazione spagnola della città: la chiesa di S.Giacomo che conserva ancora lo schema catalano a navata unica con “capilla mayor” e il Santuario di Nostra Signora di Bonaria, anche questo luogo di fede ripropone una struttura in stile catalano aragonese.

Le vie coloratissime di Villanova
Barbiere nel quartiere di Villanova

Immagine copertina: quartiere di Stampace.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Elena Bittante
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