la geografia della scoperta

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ITALIA

Da Nord a Sud alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese.

Cascata delle Marmore: quell’orrido spettacolo cantato sin dall’antichità

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Al suo cospetto si avverte l’ebrezza della paura: ci immedesimiamo in una goccia d’acqua che segue l’impeto della corrente, si libra nell’aria in un salto vertiginoso precipitando lungo tre balzi per poi ricongiungersi al cielo con moto antigravitazionale. Ecco il sublime cantato dai romantici dell’800, quell’attrazione indescrivibile mista al terrore di una splendida natura matrigna. Oggi come allora, ogni figlio del suo tempo che ammira e ascolta il fragore della cascata s’incanta soggiogato dal suo incantesimo, un “orrido splendore” che ammalia e sgomenta

Cascata delle Marmore, tra storia e leggenda

Fiume, che per gran sassi rumoreggia e cade” scrisse Virgilio nell’Eneide. Un paesaggio che è rimasto immutato nel tempo quello delle Marmore, uno spettacolare gioco d’acqua creato dal corso del Velino che si getta nel Nera. Una meravigliosa manifestazione della madre terra che nasce da un’opera di ingegneria idraulica progettata nell’ antica Roma. Fu il console Curio Dentato a promuovere nel 271 a.C. lo scavo di un canale emissario, il “cavo curiano”, progettato per agevolare il deflusso dell’acqua stagnante del Velino dalla rupe di Marmore al sottostante corso del Nera.

La Cascata delle Marmore è la più famosa d’Italia ed è tra le più imponenti d’Europa. Si trova nella Valnerina a poca distanza della città di Terni, uno scenario idilliaco che ha ispirato scrittori e poeti nei secoli, capace di evocare miti e leggende a contrasto con il raziocinio di un’opera ingegneristica ante litteram. La leggenda popolare narra una tragica storia d’amore tra la ninfa Nera e il pastore Velino. La candida fanciulla, innamorata del giovane, venne trasformata da Giove in un corso d’acqua. Velino per la disperazione decise di ricongiungersi all’amata lanciandosi dalla rupe delle Marmore. Un gesto estremo che sancì il loro amore eterno dando vita alla cascata.

L’immaginazione edulcora amaramente la bellezza di un paesaggio naturale unico in Italia, tra le mete più note della regione. 165 metri di caduta e una morfologia ritmata da tre grandi salti da osservare da diverse prospettive. L’unica accortezza per una visita o per ammirarla da distante è quella di controllare gli orari di piena in quanto non è sempre possibile vederla al massimo regime. Il rilascio delle acque viene gestito con regolarità per la produzione dell’energia idroelettrica e in determinati momenti della giornata noterete il flusso diminuire considerevolmente nel giro di pochi minuti. La funzione idraulica della cascata è parte della sua storia e sin dall’antichità gli scritti testimoniano numerosi interventi ingegneristici per la gestione del flusso del Velino.

La cascata delle Marmore: i punti panoramici e i sentieri

Per ammirare la grandiosità della cascata è possibile raggiungere diverse terrazze panoramiche e altrettanti sentieri che regalano scorci unici immersi in una natura rigogliosa. Gli accessi principali alla cascata sono due: il Belvedere Inferiore da dove apprezzare dal basso il fluire impetuoso in tutta la sua grandiosità, e il Belvedere Superiore posizionato su una terrazza sopraelevata dalla quale contemplare uno stupefacente paesaggio.

E’ possibile raggiungere entrambi i punti panoramici seguendo un percorso suggestivo. Lungo il sentiero troverete la Specola, un loggiato costruito dal papa Pio VI nel 1781 e il famoso Balcone degli Innamorati. Questo terrazzino si trova alla fine di una piccola galleria scavata nella roccia a ridosso del getto d’acqua: servono un impermeabile e senso dell’avventura per godere tutto il “romanticismo” del luogo, inteso come lo spirito irrefrenabile che animò la fantasia e il desiderio di scoperta dei Grand Tour dell’Ottocento. Ancora oggi per godere la bellezza del luogo, il segreto è quello di lasciarsi trasportare dall’attrazione verso la natura entrando in comunione con il suo impeto come fecero Hans Christian Andersen, Wilhelm Heinse, De Sade, Goethe, Lord Byron e tanti altri.

E’ possibile ammirare la cascata anche dal belvedere dei giardini pubblici lungo la statale 79, dal belvedere Pennarossa, un’amena terrazza naturale davanti al salto, dalla specola costruita nel tardo ‘700 sul fianco della cascata e il borgo medievale di Torreorsina, un gioiello della storia incastonato nel verde. L’Umbria alterna ai suoi scrigni urbani in una natura intonsa e generosa.

Le cascate si trovano nell’area del Parco Fluviale del Nera, conosciuto anche come “il Parco delle acque” dove i corsi d’acqua Nera e Velino incidono la valle con profonde gole e canyon culminando il loro fluire inquieto nella cascata. Questa zona è una delle aree più ricche di biodiversità d’Italia, il “cuore verde del bel Paese” non tradisce per merito la sua nomea. L’area si estende per oltre 2.000 ettari, da Ferentillo arriva al lago di Piediluco, una zona di grande pregio ambientale dove prevalgono lecci, carpini neri e ornielli, tessuta da una fitta rete di sentieri che offrono delle escursioni memorabili per gli amanti del trekking. I percorsi da annotare sono: l’Antico passaggio, l’Anello della ninfa, L’incontro delle acque, La maestosità, La rupe e l’uomo e I lecci sapienti.

Per chi desidera alternare alla serenità di una passeggiata un’esperienza da brivido, il Parco delle Marmore offre diverse alternative. Dal rafting all’hydrospeed per testare la forza delle acque oppure climbing outdoor, l’arrampicata in falesia per chi predilige il feeling con la terra e non teme le altezze. Il lago di Piediluco è invece una località rinomata in tutta Europa per il canottaggio sportivo.

Il trasporto e l’adrenalina che si percepiscono alla cascata delle Marmore sono esperienze emozionali che avvalorano la meraviglia del suo paesaggio. Un’energia che si dissolve nella pace dei suoi paesini e dei suoi borghi medievali raccontando l’Umbria come una sinfonia andante, una magia che ha stregato i cercatori di meraviglia sin dalla notte dei tempi.

Per tutte le informazioni utili, ulteriori percorsi e attività, visitate il sito ufficiale della Cascata delle Marmore.

Immagine copertina: Cascata delle Marmore, Belvedere Inferiore.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

Lago di Resia, illusione della Val Venosta

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Arriva la stagione del freddo, un periodo dell’anno tutt’altro che morto. In autunno e soprattutto durante l’inverno, la montagna si rivela con privilegi inaspettati: la neve nasconde eppur valorizza i luoghi mentre il ghiaccio diventa un ponte per raggiungere l’impensabile, come una passeggiata al lago di Resia. In questa stagione il percorso non si limita al suo perimetro ma si addentra verso il centro del bacino dove è possibile toccare con mano le pietre di un campanile romanico. Sembra quasi un’illusione eppure questa costruzione si erge solitaria dalle acque lasciando la sua origine sommersa alla fantasia

La storia del campanile 

Un’immagine da cartolina quella del lago di Resia, il più singolare d’Italia per il suo campanile. Questa costruzione risale al XIV secolo ed apparteneva alla chiesa di Santa Caterina. Oggi viene considerata un prezioso relitto solitario in quanto è l’unica parte della struttura rimasta, tutelata dalle belle arti. Una visione quasi surreale che si interrompe dal triste racconto degli abitanti di Curon, il comune dove si trova il lago. Nel 1950 iniziarono i lavori per la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica proprio in questa zona. Il progetto prevedeva l’unione di tre bacini naturali: il lago di Resia, di Curon e di San Valentino alla Muta. L’opera venne fortemente contestata dagli abitanti locali in quanto prevedeva lo spostamento dell’intero paese di Curon. I residenti non vollero rassegnarsi tanto da recarsi a colloquio con Papa Pio XII per tentare di sensibilizzare e bloccare il progetto. Determinati nei loro intenti organizzarono anche una protesta davanti alla sede della Montecatini, l’azienda che presentò la domanda per una concessione di sfruttamento per la realizzazione dell’opera. Nonostante l’impegno, a nulla servirono le opposizioni a fronte dell’arrivismo produttivo: l’avvio dei lavori comportò inesorabilmente la sommersione del piccolo centro di Curon che venne trasferito più a monte. Case e coltivazioni vennero spazzate via, 150 famiglie contadine persero la proprietà e molte di loro furono costrette ad emigrare cercando fortuna altrove. Annegarono le consuetudini e affogarono i sogni ma non la memoria dell’antico abitato grazie al suo campanile superstite, oggi simbolo della Val Venosta.

Una passeggiata al lago di Resia

Il lago di Resia è il più grande dell’Alto Adige (6,7 km di lunghezza e 1 di larghezza), si trova a pochi chilometri dal passo di Resia, nell’incantevole cornice della Vallelunga nel comprensorio della Val Venosta, ai confini con l’Austria e la Svizzera. Una meta idilliaca che offre ai suoi visitatori panorami meravigliosi tutto l’anno. Durante la primavera e l’estate ammalia con il verde delle sue maestose montagne, amata da escursionisti e dai kitesurfers. In autunno si accende con le tonalità sgargianti dei suoi boschi ma è solo nel periodo invernale che si può vivere l’esperienza più suggestiva, raggiungere il campanile camminando sul ghiaccio.

Una passeggiata al lago di Resia è un’occasione per rilassarsi ed alternare l’adrenalina degli sport invernali, ma anche per scoprire un capitolo di storia poco conosciuto di questo angolo ai confini d’Italia. Un racconto impietoso di arrivismo economico che solo oggi ritrova un risvolto positivo nella meraviglia del suo paesaggio e nel fascino della sua leggenda: si narra che verso il calar del sole durante le fredde giornate d’inverno sia possibile udire le campane del vecchio campanile, eppure le testimonianze scritte rivelano che l’ultimo rintocco fu poco prima dell’inondazione, nel lontano 1950.

Il percorso dell’Alta Val Venosta con deviazione alla sorgente dell’Adige 

Per gli appassionati di geografia e per chi ama concretizzare le leggende, il percorso segue l’Alta Via Val Venosta che conduce alla sorgente del fiume Adige e prosegue verso Planol, a 1620 metri. In soli 15 minuti di cammino si arriva alla fonte, a 1550 metri di quota. Un andare immerso nella quiete della montagna che attraversa una manciata di borghi dove tutto sembra trascorrere lento, secondo il ritmo delle idilliache narrative d’alta quota. La prima tappa di questo percorso incontra un luogo del mito poiché dove nasce un fiume vive un “genius loci”. Nell’ideale comune le sorgenti rivelano sempre delle incantevoli suggestioni e dove sbuca l’Adige la realtà non tradisce l’aspettativa: tutto sembra in adorazione alla fonte che dà origine alla vita, quel fluire costante ancora di civiltà dalla notte dei tempi.

Si prosegue il percorso seguendo le indicazioni dell’Alta Via Val Venosta che ricongiunge al centro abitato tra prati, boschi e i masi  Klopairhofe sino al villaggio di Curon. Arrivati alle sponde del lago di Resia, si costeggia il bacino per quasi tre chilometri per poi attraversare la strada principale del paese e addentrarsi nuovamente nella natura, questa volta in una macchia di larici, il bosco chiaro di Talaiwald. Si attraversa la frazione di Monteplair a Piavenna da dove prosegue l’Alta Via Venosta (chiaramente indicata dalla segnaletica stradale). Si prosegue in direzione di Albi fino alla frazione di Alsack dove imboccare l’ultimo tratto del sentiero che conduce sino a Planol, a 1620 metri di quota. Da questo punto di arrivo è possibile ammirare la valle in tutta la sua grandezza comprendendone la morfologia e la storia: un’enorme culla che origina la vita e racconta il suo fluire nel paesaggio, il lago di Resia ne è testimonianza.

Per tutte le informazioni utili, ulteriori percorsi e attività, contattate Val Venosta.

Immagine copertina: il campanile che apparteneva alla chiesa di Santa Caterina, lago di Resia, Val Venosta.

Photo credits: Elena Bittante

 

Monte Testaccio: il “colle dei cocci” di Roma, uno scempio spettacolare

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All’apparenza un dolce rilievo poco distante dall’ansa del Tevere, perfettamente conforme al paesaggio di una metropoli che ha fatto “dei sette colli” la sua storia. Eppure il Monte Testaccio non sogna l’appellativo di “ottavo”, sconosciuto ai più, rivela la sua natura osservandolo da vicino: sino alla sua cima è formato da frammenti di anfore. Sono sempre i dettagli a fare la differenza

Roma non smette mai di stupire, con le sue meraviglie e i suoi paradossi. Se parliamo di rifiuti, tralasciamo la triste attualità e addentriamoci nella storia. Il monte Testaccio, conosciuto anche con l’appellativo “monte dei cocci è una vecchia discarica a cielo aperto. Un enorme accumulo di materiale di scarto, uno scempio spettacolare. Si tratta di un’intera collina alta 54 metri con una circonferenza di circa 1 chilometro formata da testae, dalle quali deriva il toponimo “Testaccio”. Il significato è “cocci”, frammenti di 53 milioni di anfore usate per il trasporto dell’olio. Questi manufatti venivano scaricati in quello che era il vicino porto dell’Emporium sul Tevere, adibito per il rifornimento del mercato urbano. Svuotate del loro prezioso contenuto, venivano sistematicamente accumulate in questo luogo formando poco a poco una collina artificiale.

Una testimonianza tangibile del fiorente commercio sviluppato tra l’età augustea e la fine del II secolo d.C. caratterizzato dall’ascesa economica delle province occidentali: la Gallia, l’Africa e soprattutto la Spagna. Questa regione divenne il principale canale di rifornimento dei beni alimentari dei grandi centri di consumo come Roma, in particolare la regione Baetica (Andalusia) per l’esportazione dell’olio. La diffusione di questo prezioso oro liquido era distinguibile dai caratteristici contenitori dalla forma globulare, le anfore. Simbolo inequivocabile del commercio antico, erano contraddistinte da precisi riferimenti come il periodo di realizzazione, le annotazioni relative al contenuto e l’immancabile marchio di fabbrica su una delle anse. I frammenti meglio conservati sono esposti nelle teche dei musei, in particolare quelli che riportano ancora i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell’esportatore e le indicazioni sul contenuto. Ma non è raro trovare lungo i sentieri di cocci che conducono alla sommità del monte alcuni di questi pezzi, tasselli importanti per la conoscenza della storia economica dell’antica Roma. Il monte Testaccio è infatti considerato un sito archeologico di fondamentale importanza, una fonte storico-documentaria dei commerci dell’impero romano e sulle relazioni mercantili tra l’urbe e le province.

Le anfore che trasportavano questo bene non erano riutilizzabili a causa della rapida alterazione dei residui di olio. La soluzione per il loro smaltimento fu rapida, economica e sorprendentemente igienica. La strategia utilizzata per il loro accatastamento prevedeva l’uso della calce, un materiale che contrastava lo sviluppo di batteri dati dalla decomposizione dell’olio e al contempo consentiva la stratificazione stabile e coesa delle anfore.

Il monte Testaccio ebbe la sua rivalsa durante il Medioevo, da discarica si trasformò in un ludico luogo di festa. Consolidata la sua struttura, ormai giunta a quella che è l’attuale conformazione, e nomea come luogo di svago, il “monte dei cocci” era punto d’incontro per la celebrazione di manifestazioni popolari: i ludi maximi del Carnevale romano. La testimonianza più accreditata dagli scritti è il ludus Testacie, una sorta di corrida ante litteram ancora più cruenta di quella attuale: dalla sommità del monte veniva liberato un toro, seguito da due carri con dei maiali all’interno. Nella piana sottostante li attendevano i lusores con lama sguainata, giovani impavidi che incoscienti giocavano anche la loro vita. Sempre durante il periodo medievale, si consolidò la sua funzione religiosa con il “Gioco della Passione”, la rappresentazione sacra della Via Crucis durante la settimana santa che lasciò in eredità il simbolo che tutt’oggi campeggia sulla sommità del colle, la croce in ferro (sostituita più volte, l’attuale è del 1914).

Nel Seicento il colle divenne bersaglio per le esercitazioni dei bombardieri di Castel S. Angelo. Il cannone sparava dalla piramide di Caio Cestio puntando verso il suo pendio orientale. Questo fu l’incipit della scarnificazione dei cocci che continuò per gli scavi dei famosi “grottini” dove conservarono il vino. La particolare conformazione artificiale della collina e il passaggio dell’aria fresca, consentiva di mantenere una temperatura costante al suo interno, ideale per la conservazione dei generi alimentari. Fu questo aspetto vantaggioso ad avviare l’attività di numerose fraschette, le tipiche aree di ristoro romane che dall’Ottocento allietarono gli attimi di svago, soprattutto durante il periodo della vendemmia durante le famose “ottobrate romane”, giorni giulivi narrati da Belli e Stendhal. Con la pianificazione e la crescita urbana del quartiere Testaccio e l’avvio delle attività del Mattatoio che si estendeva alle sue pendici, si sviluppò un caotico abusivismo edilizio che deturpò gran parte della zona. Solo nel 1931 venne avviato un intervento di recupero ad opera dell’architetto De Vico che valorizzò il verde urbano del colle e della zona circostante compresa tra le Mura Aureliane e via Zabaglia.

Una visita al monte Testaccio è un’opportunità per svelare un lato della Roma Segreta. Salire lungo i suoi pendii sotto lo scricchiolio dei cocci che lo ammantano è un’esperienza surreale. Capirne la storia è come scoprire una favola lieta, un luogo che nasce dai rifiuti per diventare fulcro di vita e di tradizione, quella di una Roma verace e appassionata. Un sito archeologico di notevole importanza, stratificato nella sua essenza e variegato nel magnifico panorama che rivela dalla sua cima: 360 gradi che spaziano dalla Roma medievale e barocca in direzione del centro e dell’Aventino, a quella d’avanguardia dell’Ostiense che alterna cimeli dell’antichità come la piramide Cestia, al Gasometro, simbolo dell’archeologia industriale tra una foresta di edifici contemporanei e murales variopinti. L’urbe risplende delle sue epoche, dalla cima del monte fatto di cocci si ammirano tutte le sfaccettature della stessa pietra preziosa.

Il monte Testaccio è visitabile solo in giorni prestabiliti e l’ingresso è consentito solo a gruppi accompagnati di massimo 30 persone a visita. Per informazioni e prenotazioni contattare la Sovraintendenza di Roma.

La croce in ferro del 1914 sulla cima del colle
Panorama sul quartiere Ostiense e sulla piramide Cestia

 

Vista sull’Aventino
Scorcio sul Gasometro del quartiere Ostiense

Immagine copertina: panorama dalla cima del monte Testaccio

Photo credits: Elena Bittante

Ragusa, la città barocca dalle due anime

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Un tuffo nella luce e nella raffinata pazzia del barocco siciliano, il Val di Noto. L’angolo più estremo della Sicilia è il centro della creatività: Ragusa, Noto, Caltagirone, Modica, Scicli, Palazzolo Acreide, Militello Val di Catania, fenici di umanità che hanno reagito al dramma del terremoto del 1693 con gioia creativa e di vivere. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, città UNESCO, patrimoni di bellezza e umanità da scoprire seguendo il volgere del sole: come specchi della sua vanità incendiano la loro pietra candida sin dalle prime ore dell’alba per giungere al culmine infuocato del tramonto. Il tour inizia dal capoluogo Ragusa, la città dalle due anime

Ragusa Ibla

E’ facile intuire il perché Ragusa Ragusa Ibla siano due realtà distinte in un’unica città, si può capire dando uno sguardo alla mappa prima dell’arrivo: la trama urbana segue la sinuosità dei colli, i monti Iblei, un sali scendi che la caratterizza e delinea la sua doppia identità. Ragusa venne distrutta dal terremoto nel 1693 e durante la ricostruzione si crearono due grandi poli, uno sulle macerie della vecchia città, Ragusa Ibla, e una nuova, Ragusa superiore. Nel 1865 la loro distinzione era tale da costituire due comuni, per poi essere riuniti nei primi del ‘900. Oggi, nonostante il legame amministrativo, le due realtà restano appollaiate quasi a specchiarsi l’un l’altra, collegate da tre ponti, il vecchio, il nuovo e quello di San Vito, e da una lunga scalinata di 340 gradini. Una passeggiata impegnativa se percorsa iniziando da Ragusa Ibla, che si trova ad un’altitudine più bassa rispetto a Ragusa superiore. Non è un caso che questa area, la più antica e caratteristica, venga chiamata “jusu”, che in dialetto significa “sotto”.

Via delle Scale, inizio della scalinata che conduce a Ragusa superiore

La città di Ragusa è stata inserita interamente tra i siti patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco nel 2002. Si comprende la ragione di questo meritato riconoscimento addentrandosi a Ragusa Ibla. Venne ricostruita per volontà del ceto nobiliare dopo il terremoto del 1693 in stile tardo barocco, una novità assoluta per quei tempi. Il suo simbolo è il Duomo di San Giorgio, trofeo di pietra che sovrasta l’omonima piazza. Frutto del progetto di Rosario Gagliardi, protagonista della ricostruzione barocca del Val di Noto. La chiesa spicca nell’immediato con la sua facciata costruita “a torre” con il campanile inserito al suo interno. Il ricamo di dettagli e il gioco di concavità e convessità della facciata rende quest’opera monumentale un’architettura leggiadra, una sinfonia di forme adagiata su un piedistallo di scale, in posizione obliqua rispetto alla piazza sottostante. La chiesa risplende baciata dal sole e spicca con la sua enorme cupola, come un faro che illumina la via nel mare di vicoli della città vecchia.

Duomo di San Giorgio, simbolo della città

Le chiese a Ragusa Ibla invocano un pellegrinaggio dell’arte oltre che della fede. Incantevole la chiesa di Santa Maria dell’Itria appartenuta al Sovrano Militare Ordine di Malta, si rivela maestosa secondo una perfetta scenografia barocca in una stradina “di clausura” dell’antico quartiere ebraico Cartellone. La chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, chiamata dai cittadini “degli archi” per via dell’acquedotto che un tempo l’attraversava, Santa Maria dei Miracoli o “bammina” della metà del XVII secolo, rimasta incompleta costituisce un esemplare unico nel panorama barocco della città. Tra le tante chiese che sono rinate dopo il terremoto, il portale di San Giorgio resta ancorato al ricordo da quel giorno fatidico: è ciò che rimane di una chiesa in stile gotico-catalano di epoca normanna del 1349, un arco acuto con ricchi intagli e al centro la figura di San Giorgio a cavallo che uccide il drago e libera la principessa di Berito. Poco distante si trovano i Giardini Iblei, chiamati dai ragusani “la Villa”. Realizzati a metà ‘800 sono un luogo di quiete e di contemplazione: si trovano in una posizione suggestiva su uno sperone di roccia, un autentico belvedere sulla vallata dei Monti Iblei.

La chiesa di Santa Maria dell’Itria nel quartiere Cartellone

Ai luoghi del credo si alternano meravigliosi palazzi come il palazzo Cosentini, il primo costruito in stile barocco a Ragusa e il palazzo della Cancelleria, conosciuto anche come palazzo Nicastro del XVIII secolo, abbarbicato in una posizione suggestiva nel quartiere degli Archi lungo la via delle Scale che conduce a Ragusa superiore. Lungo questa via s’incontra un’altra chiesa, un punto di riferimento tra le due anime della città, Santa Maria delle Scale, la più antica di Ragusa. Dal suo terrazzo panoramico possiamo ammirare e comprendere l’identità di Ragusa Ibla: basta volgere lo sguardo alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento. Le architetture sembrano quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo.

Ragusa superiore ha barattato la sua essenza antica con la crescita urbana dalla seconda metà del ‘900, spesso incurante di speculazione. Il lato della città meno pittoresco ma altrettanto interessante. Da non perdere la Cattedrale di San Giovanni Battista. Anch’essa riscostruita dopo il terremoto, spicca imponente e “mutilata”: si caratterizza per un singolo campanile mentre sul lato destro resta il basamento vuoto di un secondo mai realizzato. A poche centinaia di metri il palazzo Vescovile Schininà oggi sede del vescovado e degli uffici della curia, il palazzo Zacco che ospita gli incontri culturali in città e sede del Museo del Tempo Contadino e la Civica raccolta Carmelo Cappello, noto scultore ragusano. Consigliato anche il Museo Archeologico Ibleo, che raccoglie i preziosi reperti raccolti negli scavi compiuti nell’area a partire dal Neolitico.

Ragusa, due anime distinte unite dalla stessa voglia di rivalsa contro la natura matrigna che la ridusse in cenere. Un luogo magico che ha ispirato anche la creatività di Andrea Sironi, regista del Commissario Montalbano, la fortunata serie televisiva Rai tratta dai romanzi del maestro Andrea Camilleri. Un atelier dell’arte tra tufi silenziosi e luminosi, dove si racconta il tardo barocco siciliano, uno stile fantasioso e affollato che fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell’apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d’identità lasciate dal terremoto del 1693. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo.

La cupola del duomo di San Giorgio che spicca da tutti gli angoli del quartiere

Immagine di copertina: panorama di Ragusa Ibla 

Photo credits: Elena Bittante

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Ragusa Ibla, città di folle raffinatezza patrimonio @unesco ♥️ Uno sguardo incantato alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento… L'architettura sembra quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo. Il tardo barocco siciliano è uno stile fantasioso e affollato, fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell'apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d'identità lasciate dal terremoto del 1693 che rase al suolo la città. Anarchia del bello come risposta alla paura dell'indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo ✨ . . . #ragusaibla #ragusa #valdinoto #barocco #baroccosiciliano #vivoragusa #igragusa #sicilia #igsicilia #visitsicilia #sicilians_world #sicilytourism #sicilypictures #whatitalyis #cultureheritage #travelandlife #traveldiaries

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Cagliari, quattro quartieri di un gioiello mediterraneo

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Cagliari, un quarzo luminoso incastonato nella pietra grezza. La città spicca dalla terra brulla della sua isola e ammalia all’istante chi arriva dal cielo ma soprattutto chi giunge dal mare. Adagiata sulle alture dell’omonimo golfo, la città confonde l’occhio con un susseguirsi di edifici dal basso verso l’alto, solo la grande cupola della cattedrale orienta la sua cima coronandola come una splendida regina del Mediterraneo. Basta un giorno e quattro mete per scoprire tutto il suo fascino visitando i suoi quartieri

Cagliari, Kàralis, il capoluogo della Sardegna è spesso considerata meta di transito per le idilliache località balneari di questa perla del mare nostrum, eppure è molto più di un porto di passaggio. Città dalle tante identità e marinara per tradizione, si rivela un camaleonte urbano. Ci si orienta velocemente passeggiando per le sue vie, lungo il saliscendi dei suoi colli che la trasformano in un sinusoide di avanscoperta. Via terra o via mare ci si addentra inizialmente al quartiere Marina che vive del suo porto, si sale verso Stampace con le sue rovine antiche, sino a giungere alla cima nella zona medievale di Castello, vedetta della città, per poi riscendere a Villanova, sorpresa inaspettata che cambia nuovamente registro architettonico lungo le sue viette colorate dove si racchiude la tradizione delle arti e dei mestieri.

Marina

Il quartiere di Marina si perimetra in un quadrilatero che affaccia sul porto. Quintessenza mediterranea ne rivela le principali caratteristiche, compreso il profumo della sua cucina che stordisce i sensi lungo le sue vie che per disposizione ricordano un castrum romano. “Cardine” della zona e della buona tavola è via Sardegna dove potete trovare l’intero panorama della cucina sarda e delle sue prelibatezze di mare. Marina è lineare nelle forme ma eclettica nell’intrattenimento. Si parte dalla passeggiata di via Roma che corre a fianco del porto nel lato sud ovest del quartiere con i suoi eleganti portici e palazzi tardo ottocenteschi, eredità sabauda della città. Lungo la via affacciano il Palazzo Civico e il Palazzo della Regione, voce fuori dal coro per le sue linee moderne adornato con le sculture di Costantino Nivola. Degna di nota è la chiesa di Sant’Eulalia che nonostante la sobria apparenza esterna in stile gotico catalano, racchiude nel suo ipogeo un’area antichissima. Sul retro della chiesa si accede al Museo del Tesoro di S.Eulalia e agli scavi archeologici dove è possibile visitare i resti di edifici romani e di strade lastricate.

Via del quartiere Marina e il campanile di S.Eulalia

Stampace

Il quartiere di Stampace si sviluppa in pendenza tanto da essere suddiviso tra “Stampace alta e bassa” a partire da via Azuni, la popolare strada nota per il suo passato di gare equestri. Questa zona è un salotto cittadino scrigno della sua storia antica. Dopo aver sostato in uno dei piacevoli locali di piazza Yenne, adornata da eleganti palazzi dell’800 e vegliata dalla fiera statua del re Carlo Felice in foggia romana del 1827, potete inoltrarvi nella via dello shopping Vittorio Emanuele IIin direzione est oppure verso ovest alla scoperta dell’animo antico del quartiere. Qui si trovano l’Orto Botanico e le suggestive rovine dell’Anfiteatro romano e della villa di Tigellio. Segue la necropoli di Tuvixeddu, un lungo percorso che si addentra nell’antichità dagli insediamenti punici all’espansione della Roma antica. Per un tuffo nella storia meglio servirsi dei mezzi moderni: l’autobus numero 8 transita da piazza Yenne e ferma nei punti d’interesse, ideale per snellire i tempi e bypassare le pendenze, piuttosto impegnative in quest’area della città.

Chiesa dei Cappuccini e le rovine dell’Anfiteatro romano

Castello

Il colle di Castello dove è appollaiato l’omonimo quartiere, oggi come allora è il punto di vedetta della città. Questa è la parte più alta di Cagliari, imperdibile per le sue mete d’interesse storico culturale come la Cattedrale di S. Maria a Piazza Palazzo. Di impianto medievale descrive lo stile romanico-pisano-lucchese nella facciata rimaneggiata nel 1933, dai cagliaritani considerata “sa Seu”, “la Sede”, un punto di riferimento imprescindibile. Al suo interno non perdete il Santuario dei Martiri che sotto la chiesa accoglie i visitatori in tre cappelle scavate nella roccia e adornate in stile barocco da marmi policromi.

Cattedrale di S.Maria
Balaustra e dettagli marmorei del Santuario dei Martiri

Il quartiere ospita la cittadella dei musei, prestigioso angolo di arte e storia dove spaziare dalle collezioni della Pinacoteca nazionale a quelle del prestigioso Museo archeologico nazionale che custodisce i cimeli del passato isolano, un percorso che parte dal Neolitico e arriva sino all’età altomedievale. Per gli amanti della pittura e della scultura, i giardini pubblici ospitano la Galleria comunale d’Arte con le opere dei più famosi artisti sardi del ‘900.

A delineare il punto più basso e quello più alto del perimetro della cinta bastionata che circonda il quartiere (eretta nel 1217 dai toscani e rafforzata nei secoli dagli spagnoli e dai piemontesi), le due torri del ‘300 simbolo della città: quella dell’Elefante che segnalava l’ingresso alla parte più bassa e di S.Pancrazio che svetta nel punto più alto della città, in gara perenne con la cupola della Cattedrale. Perdetevi nelle vie strette del ghetto e sbucate negli ampi belvedere di Castello da dove si possono scorgere diverse prospettive di Cagliari. Dalla parte est del porto all’affaccio verso ovest, un divenire urbano che ammanta il territorio. Case e palazzi corteggiano anche le alture circostanti senza arrivarne alla cima, contornano lo stagno di Molentàrgius, le saline, si delineano a ridosso della spiaggia del Poetto e infine sfumano come un miraggio verso Quartu Sant’Elena. Il quartiere di castello, “Casteddu”, un tempo era posizione strategica per sorvegliare gli arrivi dal mare, oggi offre postazioni ideali dove comprendere la stratificazione cittadina e la simbiosi con l’ambiente marino che la circonda, un puzzle che include anche tasselli di modernità grossolana con edifici che stonano con il paesaggio, eredità della distruzione post guerra. Imperdibile uno sguardo dal Bastione S.Remy (1899- 1902), meta identitaria della città che collega il quartiere di Castello a quello di Villanova.

Bastione di S.Remy

Villanova

E’ facile intuire dal nome la storia di questo quartiere: “città nuova”, l’espansione di Cagliari verso la campagna. La parte più caratteristica di questa zona si trova alle “pendici” del colle Castello, dove si snodano le sue viette dalle case basse e multicolore. Guardatevi attorno e alzate lo sguardo, noterete la cura meticolosa dei dettagli. Quest’area cittadina racchiude la vocazione “rurale” che si descrive poeticamente nella sua edilizia discreta rispetto alle grandi mura e i bastioni della storia che campeggia sopra la loro testa ma con un estro creativo degno di nota. Sembra di essere catapultati in un’altra città, con le case basse e uniformi distinte dai particolari dei suoi balconi-giardino che abbelliscono l’intera via. A prevalenza residenziale, la zona ospita anche alcune botteghe artigiane, magnifiche nella loro dimensione atemporale. Questo quartiere pittoresco si distingue anche per le sue chiese a testimonianza della dominazione spagnola della città: la chiesa di S.Giacomo che conserva ancora lo schema catalano a navata unica con “capilla mayor” e il Santuario di Nostra Signora di Bonaria, anche questo luogo di fede ripropone una struttura in stile catalano aragonese.

Le vie coloratissime di Villanova
Barbiere nel quartiere di Villanova

Immagine copertina: quartiere di Stampace.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Marettimo, la selvaggia delle Egadi. Un trekking nella natura per raggiungere la storia: da Scalo Vecchio al Castello di Punta Troia

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La più selvaggia e incontaminata delle Egadi, la sorella poco mondana del trittico delle meraviglie. Un eden dalle sembianze primordiali che affiora dal blu del mare in tutte le sfumature del verde della lussureggiante macchia mediterranea. Marettimo appare solenne e maestosa già in lontananza a bordo dell’aliscafo o del traghetto: la punta del monte Falcone (686 m) si delinea all’orizzonte, incipit delle impervie avventure che attendono i viaggiatori lungo i suoi sentieri. L’isola non è solo mare, è anche terra, da calpestare, percorrere e ascoltare. Lo sgretolare dei sassi sotto le suole si confonde con il ritmo delle sue onde, una sinfonia degli elementi che accompagna un viaggio alla scoperta della natura e della storia dell’isola ma anche alla ricerca di se stessi

Porto di Marettimo

Marettimo e il suo omonimo paese

Marettimo è la più distante delle Isole Egadi e dista da Trapani circa 20 miglia. Si estende per 12 kmq, è lunga 7,5 km e larga 2,5 km. Dimensioni esigue per noi, figli del continente, finché non le testiamo sulle nostre gambe. Sull’isola non ci sono auto a noleggio, neppure scooter o biciclette, chi arriva dal mare si deve muovere in barca o a piedi. Si approda nel piccolo e omonimo centro, delizioso borgo dal binomio ricorrente: il bianco dei muri e l’azzurro delle imposte. Le sua casette brillano accecanti sotto il sole e si susseguono ordinate nelle loro geometrie elementari. Nessun vezzo creativo tradisce la classica edilizia mediterranea con il tetto piano spesso adibito a terrazzo, location privilegiata per albe e tramonti o per guardare le stelle che di rado si nascondono a queste latitudini.

Il piccolo centro conta 680 abitanti ma nel periodo estivo pullula di vita: i bambini si rincorrono per le stradine e tutti girano comodamente a piedi senza la necessità di mezzi. La sera diventa un salotto all’aria aperta per chiacchiere e convivialità, anche i dirimpettai si incontrano in strada. La parola a Marettimo, come in tutto il sud Italia, primeggia sui mezzi di comunicazione 2.0 e disintossica, almeno per qualche ora, dalla connessione compulsiva con il resto del mondo. I bar viziano i turisti con brioches con granita al gelso, al limone o al pistacchio e i ristoranti spadellano le “busiate al pesto”, pasta tipica trapanese (e altre varianti isolane), Marettimo è un microcosmo che appartiene pur sempre alla Trinacria. La cucina ci geo referenzia eppure bastano poche ore per rendersi conto dell’unicità dell’isola. Un mondo a sé che si racconta nell’eredità della storia, disseminata nei suoi anfratti e promontori, e nella natura incontaminata delle coste e dell’interno, delle piccole baie dai toni scuri, delle grotte che ululano notte giorno e della terra generosa di biodiversità. Marettimo è l’unica delle Egadi ad essere considerata un autentico “paradiso botanico”. Si contano più di 500 specie vegetali, non è un caso se l’etimologia del nome con cui la conosciamo oggi derivi dal latino “Maritima”, forse per l’abbondante presenza di timo selvatico. I pini di Aleppoammantano i versanti e sono il rifugio di diversi tipi di uccelli rapaci come il falco pellegrino, la poiana, il gheppio e il corvo imperiale. La sua struttura collinare montuosa è un’oasi faunistica e lungo i sentieri montani più interni è facile avvistare mufloni, cervi e cinghiali.

Itinerario di trekking da Scalo Vecchio al Castello di Punta Troia. 

Spesso chi approda per la prima volta a Marettimo ha poco tempo a disposizione. E’ una meta attrattiva da non perdere per chi soggiorna a Favignana durante le vacanze estive. Anche una toccata e fuga vale il viaggio in questa incantevole isola e chi l’assaggia riparte con il desiderio di tornare e dedicare più giornate alla sua scoperta. Una proposta ideale per chi si ferma almeno una notte e può ottimizzare anche le prime ore del mattino è un trekking che parte dal paese e raggiunge il Castello di Punta Troia, uno dei luoghi simbolo dell’isola.

Partenza dallo Scalo Vecchio, in lontananza il castello

Questo cimelio del passato svetta sulla cima dell’omonimo promontorio a 116 m. Costruito dai Saraceni nel IX come torre di vedetta e rimodellato in un vero e proprio castello nel 1140 per volere di Ruggero II, re di Sicilia. Calderone di innumerevoli storie e leggende, nel corso dei secoli divenne anche un rifugio di pirati e corsari. Venne utilizzato anche a scopi militari come punto di avvistamento per poi essere abbandonato dopo la seconda guerra mondiale. Il castello di Punta Troia è tornato al suo splendore dopo i restauri iniziati nel 2011 e oggi è aperto al pubblico e ospita un museo delle carceri e un osservatorio della foca monaca della Riserva Marina protetta delle isole Egadi.

E’ facile arrivare all’approdo di Punta Troia in barca, accompagnati da qualche guida locale. Il promontorio presenta due accessi al mare: Scalo Maestro e Cala Manione. Vi aspetterà solo l’impervia salita che conduce al castello, un tratto esiguo rispetto a chi lo raggiunge a piedi dal paese. Il percorso di trekking parte dal porto vecchio e segue il sentiero battuto realizzato dalla Forestale. Il tempo di percorrenza è stimato in 1 ora e mezza circa. L’itinerario è abbastanza impegnativo e soprattutto in alcuni punti a strapiombo sul mare bisogna prestare molta attenzione. Un minimo di tensione e adrenalina sono ripagati da scorci mozzafiato: i tornanti volano alti sopra un paesaggio color smeraldo che digrada verso il mare. Da questa prospettiva è possibile ammirare dall’alto lo Scoglio del Cammello, una formazione calcarea distinguibile per la forma che ricorda il dorso dell’animale, un’alternativa all’incantevole grotta che si trova al suo interno, tappa obbligata dei tour in barca e meta imperdibile dei subacquei. L’ultimo tratto si presenta particolarmente sdrucciolevole, calma e prudenza devono sempre accompagnare il vostro entusiasmo. Imparate a dosarlo bene, come le energie, serviranno per il percorso di ritorno.

 

Sentiero battuto della Forestale che conduce a Punta Troia
Scoglio del Cammello

Come arrivare a Marettimo

L’isola è ben collegata a Trapani, a Marsala e alle altre isole delle Egadi. Le corse sono molto frequenti e la compagnia che effettua il servizio è Siremar.

I tempi di percorrenza da Trapani sono 50 minuti e da Marsala di 1 ora. Il diretto da Favignana stima 30 minuti di percorrenza.

Immagine copertina: Castello di Punta Troia

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

 

 

Elena Bittante
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