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Elena Bittante - page 3

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Le case da tè a Pechino e a Shanghai, la tradizione incontra il gusto e il benessere

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio. Scopriamo qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai

Il tè cinese, questa meraviglia

Un elisir da assaporare lentamente. Degustare una tazza di tè non dev’essere un automatismo ma un attimo da concedersi perdendosi nella delicatezza del suo aroma, un gusto gentile che non prevede l’aggiunta di dolcificanti o additivi. Il tè in Cina si assapora in tutta la sua naturalezza. La saggezza popolare e i suoi rimedi sono l’archetipo delle cure naturali che oggi invadono il mercato dell’omeopatia. Una tendenza che riscopre gli antichi saperi sempre più richiesta in alternativa o in associazione alla chimica farmaceutica. La tradizione orientale considera il tè una medicina naturale e i suoi benefici vengono tramandati da millenni, una leggenda convalidata dalla scienza: negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato le sue proprietà benefiche, un mix vincente di gusto e salute tra i più bevuti al mondo. Le foglie del tè si ricavano da un arbusto originario dell’Asia sud-orientale, la camelia sinensis descritta la prima volta da Linneo nel 1753 con il nome Thea Sinensis, il Tè Cinese. La pianta del tè è una sempreverde ed è possibile distinguerla grazie ai boccioli bianchi simili a piccole rose, una delicatezza che contrasta gli antichi detti cinesi che la descrivono come un grande albero impossibile da cingere tra le braccia di due uomini. Ma le leggende narrano sempre un fondo di verità e a volte la spettacolarizzazione delle credenze popolari rispecchia la realtà: secondo gli studi di botanica infatti, le piante che crescono in natura possono raggiungere anche i 10 metri.

La saggezza e il metodo contadino trovano da sempre il compromesso pratico e produttivo. L’altezza media nelle piantagioni varia dai 60 ai 90 cm, una dimensione contenuta e utile per la potatura e la raccolta; il tempo, soprattutto nei campi, è denaro e la natura si fa ad “altezza d’uomo”. A differenza della credenza comune, la pianta del tè è unica e le differenti varietà dipendono dalle zone di crescita, dal suolo, dalle condizioni climatiche, dal metodo di lavorazione e dal periodo o dal tipo di raccolta. Le foglie vengono trattate diversamente a seconda della qualità: tè verde, tè nero, tè bianco o tè oolong, conosciuto anche come tè azzurro. Ma come distinguerle semplicemente? Un’indicazione apparentemente banale si sofferma sul colore, riconducibile alla lavorazione delle foglie. Quelle del tè verde per esempio non vengono fatte fermentare e mantengono la tonalità verde.

Le proprietà del tè verde, elisir di lunga vita

Rispetto alle altre varietà, il tè verde è più povero in caffeina (circa il 50% in meno rispetto al tè nero) e vanta maggiori benefici antiossidanti, per questa ragione viene considerato il più benefico tra le diverse tipologie. La sua formula segreta è associata ai polifenoli e all’elevato contenuto di catechine, sostanze antiossidanti appartenenti alla categoria dei flavonoidi che rappresentano circa il 20-40% del peso secco, un prezioso aiuto all’organismo per difendersi dai radicali liberi. Non solo alchimia di Venere ma anche un rimedio di Igea: i benefici antiossidanti del tè verde dovuti alle catechine aiutano la bellezza e la salute contrastando i rischi cancerogeni e riducendo i livelli di colesterolo nel sangue. Una prevenzione naturale all’insorgenza di tumori e di malattie cardiovascolari, regolando la pressione sanguigna e migliorando la circolazione. Il tè verde è inoltre dissetante e ideale per purificarsi, un’ottima abitudine giornaliera soprattutto per chi segue delle diete dimagranti. Contiene caffeina, teobromina e teofillina, sostanze capaci di stimolare la lipolisi e aumentare il metabolismo. E’ molto utile per combattere anche la ritenzione idrica assicurando un effetto diuretico e depurativo. Questa bevanda delle meraviglie è il segreto per ritrovare l’armonia, nessun falso mito ma consapevolezza: conoscere le origini e le virtù stimola il benessere della psiche e del fisico. Il gusto delicato e l’affascinante profumo d’oriente ci ricordano che corpo e mente sono in perenne connessione. Quale occasione migliore per rallentare, ascoltarsi e riscoprirsi sorseggiando una tazza di tè.

Le migliori sale da tè a Pechino

Le sale da tè cinesi, conosciute anche come case da tè, giocano un importante ruolo sociale sin dall’antichità. Le prime testimonianze risalgono alla dinastia Tang (618-907 d.C) e da sempre sono luoghi d’incontro e di confronto, d’intimità ma anche d’intrattenimento condiviso. Oggi come allora, non è raro trovare spettacoli di arte folcloristica come canti, balli e racconti di storie, senza dimenticare la rinomata cerimonia del tè, un’opportunità esclusiva per chi la possibilità di partecipare o assistere. Anche una semplice degustazione si trasforma in un’occasione preziosa di provare una o più delle varie tipologie della bevanda nazionale, solitamente accompagnata da un piccolo buffet a base di frutta, verdura, soia e squisiti dolcetti cinesi. Durante un soggiorno a Pechino, una tappa obbligata è la Laoshe Teahouse al 3 Qianmen Xidajie. Questa è la più famosa casa da tè della capitale, dove tutte le sere vengono organizzati spettacoli folcloristici. Il nome deriva dallo scrittore cinese Lao She in onore della sua opera “La casa del tè” del 1958, dove le storie dei personaggi si svolgono proprio nelle sale da tè. Se desiderate fare delle degustazioni ma anche dello shopping convulso, la Beijing International Tea Center al 6 Maliandao Road non delude le aspettative. Vi attendono tre enormi piani dove trovare tutte le migliori tipologie di tè provenienti dall’intera Cina e il corredo utile per ricreare una cerimonia casereccia una volta tornati: qui è possibile acquistare ogni tipo di utensile e persino abiti tradizionali ricamati a mano. Per una degustazione di tè nella capitale non dimenticate di provare il preferito dai pechinesi, il Jasmine tea mòlìhuāchá ovvero tè verde profumato ai fiori di gelsomino.

Le migliori sale da tè a Shanghai

Per sorseggiare una tazza fumante a Shanghai la Mid Lake Pavillon Teahouse al 257 Yuyuan Road, è considerata la più suggestiva nonché la più antica della città, tra le più note di tutta la Cina. Costruita nel 1784 su uno specchio d’acqua e con una passerella a zig zag per allontanare gli spiriti maligni (che odiano gli angoli), rivela un ambiente interno minimale seppur ricercato: l’arredo in legno svela una miriade di dettagli solo osservando attentamente i suoi intarsi. Un luogo affine al suo tesoro, le numerose varietà di tè che rivelano la ricchezza di sapore nella semplicità delle loro essenze. In alternativa la Red&Black Teahouse nelle vicinanze del parco Zhabei al 11 Pu Xong Lu, dove al piacere del tè si aggiunge il popolare gioco della dama, il più amato in Cina, oppure un viaggio nel tempo per rivivere gli anni d’oro di Shanghai al Jingyuan Tea-Art House. Questa sala da tè situata nella Concessione Francese al 1 Wu Lu Mu Qi Middle Road, ripropone l’atmosfera raffinata degli anni Trenta e una piccola galleria d’arte. Tra i quadri, la dama o gli spettacoli tradizionali, una tappa in una sala da tè nelle due megalopoli è un attimo di cultura e piacere da concedersi per rilassarsi e conoscere un’usanza millenaria.

 

 

 

Immagine copertina: degustazione al Mid Lake Pavillon Teahouse.

Photo credits: Elena Bittante

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio in #Cina 🍃 Qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/30/le-case-da-te-a-pechino-e-a-shanghai-la-tradizione-incontra-il-gusto-e-il-benessere/ 🍃🇨🇳 . . . #tearoom #tearooms #chinesetradition #beijinglife #shanghailife #chinesetea #tealovers #chinatravel #visitchina #asianwanderlust #culturalheritage #fineartportrait #italiangirl #travelandlife #culturetrip #traveldiaries #traveljournalist #dametravel #lonelyplanet

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Cipro: il Parco Archeologico di Pafos, le radici dell’Occidente ai confini d’Europa

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La storia raccontata dal vento e dalla marea, solo il fragore delle onde e il bisbiglio della brezza animano il passato del Parco Archeologico di Pafos. Nell’isola del limite, ultimo avamposto d’Europa, tornano alla luce le fondamenta della nostra cultura. Il sito archeologico si trova lungo la costa nella parte occidentale di Kato Pafos, il rinomato centro turistico, e ha valso alla città di Pafos la nomina di Capitale europea 2017. Un paradiso per archeologi e viaggiatori curiosi che custodisce tesori del periodo ellenistico, di quello romano e preziose testimonianze dell’epoca bizantina. Tra la sabbia dorata e le generose piante di oleandro sorgono i resti di una città: Nea Paphos, la “Nuova Pafos”, inestimabile eredità dell’antico

 

La città risale al IV secolo a.C., al tempo capitale di Cipro; durante quel periodo l’intera isola apparteneva al regno dei Tolomei, la dinastia greco-macedone che governava l’Egitto. Il suo porto era facilmente raggiungibile da Alessandria favorendone gli scambi e le comunicazioni, grazie alla posizione strategica divenne inoltre un centro nevralgico che collegava le rotte del Mare nostrum. Il suo faro orientò le fortune per secoli, divenne un crocevia di beni e saperi. Artigiani e commercianti giungevano da ogni angolo del Mediterraneo per affacciarsi al vicino Medio Oriente sino al declino nel VII secolo d.C. a seguito delle incursioni arabe che vi imposero la propria egemonia.

Quante storie e quanti miti transitarono a Nea Paphos, lo testimonia la collezione di mosaici nota come I mosaici di Pafos, cimeli ornamentali che decoravano i pavimenti delle grandi ville di epoca romana. Scoperti per caso nel 1962 da un contadino che stava arando i suoi campi, queste inestimabili opere sono considerate il tesoro più prezioso del sito. Miriadi di tasselli policromi narrano ancora le gesta degli dei e degli eroi: l’amore di Priamo a Tisbe, la lotta di Teseo col Minotauro e i piaceri di Dionisio, così terreni da avvicinare il dio greco del vino ai comuni mortali di tutte le epoche. Il Parco Archeologico di Pafos rivela i racconti più suggestivi, quelli della vita privata nelle residenze altolocate, e le testimonianze della vita pubblica nel cuore della città. Tra la fine del II e gli inizi del III sec. d. C Nea Paphos raggiunse la massima floridezza. L’Agorà, l’Asklepeion, il santuario della medicina dedicato ad Asclepio che fungeva anche da ospedale, e l’Odeion, un teatro ellenistico romano, risalgono a questo periodo d’oro. Resti tra le polveri che confermano la ciclicità della vita nelle ere, quella della condivisione, del culto e dei piaceri, oggi come allora.

I mosaici di Pafos

La prosperità di questo periodo non venne eclissata da guerre o conquiste ma dall’imprevedibilità della natura. Agli inizi del IV sec. d. C la città venne rasa al suolo da un terribile terremoto. Recuperò la sua gloria nel periodo bizantino, dopo lo scisma dell’impero romano l’intera isola passò sotto l’influenza di Costantinopoli.  Reduce di quel periodo la Fortezza di Saranta Kolones, che oggi si presenta con pochi resti ma con un significativo arco che lascia immaginare l’armonia delle sue forme, e la Basilica cristiana di Chrysopolitissa del IV secolo, uno degli edifici religiosi più grandi della città, reduce dell’invasione araba del VII secolo che oscurò lo splendore di Nea Paphos.

Arco della Fortezza di Saranta Kolones
Basilica cristiana di Chrysopolitissa del IV secolo

A due chilometri dal sito archeologico di Kato Pafos si trovano le Tombe dei Re risalenti al periodo ellenistico e romano. Questo patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO è immerso nelle polveri di un’area semidesertica a ridosso del mare. In questo luogo suggestivo la luce schietta del giorno si insinua tra i pertugi risvegliando i bisbigli del passato: il sito è puntellato da una serie di camere sotterranee dove vennero sepolti aristocratici e funzionari di Nea Paphos. Alcune si presentano come semplici cavità scavate nel terreno, altre rivelano architetture ben definite ma a dispetto del nome non vennero mai sepolti reali. Una tomba in particolare svela un cortile sotto il livello del suolo circondato da colonne da dove si diramano numerose stanze sotterranee. Solo l’immaginazione accompagnata dal suono della natura rianima gli usi e costumi dei secoli passati, i rituali di un tempo assopiti nell’oscurità. Tutte queste cavità simboleggiano il potere nonostante le terra scarna e la polvere, le radici dell’Occidente si concentrano in una città che ha aperto le porte alla cultura e alla condivisione nonostante i limiti del suo stato. Pafos ricorda gli avi ad un passo dal mare dove soffia il vento dell’Africa e del Medio Oriente.

Le Tombe dei Re, sito archeologico di Kato Pafos

Immagine copertina: Le Tombe dei Re, sito archeologico di Kato Pafos

Photo credits: Elena Bittante

Il Cremlino di Mosca, il cuore della Russia tra bellezza rinascimentale e graffi sovietici

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Epicentro della storia e della contemporaneità, il cuore di Mosca descrive la grandezza della sua “madre” affacciato sull’enorme piazza Rossa, e racchiude tra le sue mura il fulcro geografico del potere della Russia, pilastro della geopolitica moderna

Vista dai Giardini Alexander delle fortificazioni del Cremlino

La prima tappa nella capitale coincide con un luogo simbolo, dove si concentrano gran parte delle principali attrattive in città. Il Cremlino di Mosca è racchiuso da alte mura di mattoni rossi scandite da torri d’ingresso, l’aspetto esterno non tradisce il significato del suo nome: “Kreml” che in russo significa “fortezza, cittadella fortificata”. Questa particolare struttura è ricorrente in Russia ma quella moscovita è la più importante del paese e testimonia 800 anni di storia: cittadella degli zar, quartier generale dell’Unione Sovietica, residenza dei presidenti dell’era moderna, da sempre centro del potere politico e un tempo della Chiesa russo-ortodossa. Il Cremlino è il cuore di Mosca e dell’intero paese, dalla frontiera con gli ex stati satelliti allo stretto di Bering. Un perimetro di mura e alti torrioni racchiudono l’immensità di un territorio, forza e vulnerabilità dello Stato russo al tempo stesso.

Cattedrale dell’Annunciazione

Con il suo alternarsi di maestosi palazzi, musei e sontuose chiese dalle cupole d’oro è la rivelazione identitaria della “grande Madre”, la Russia. Sorse come un semplice forte di legno per volere del principe Yuri Dolgoruky nel 1147, esattamente nel punto dove richiamò i suoi alleati, la collina Borovichkij, lambita nella parte sud orientale dalle acque del fiume Moscova. La cittadella che oggi possiamo ammirare in tutta la sua maestosità risale in gran parte al XIII e XV secolo, in particolare al periodo che coincide con il regno di Ivan III “Il Grande”. Il sovrano fece convocare dall’Italia architetti e scalpellini nell’intento di edificare una “Terza Roma” pari alla grandezza di Costantinopoli. L’ambizione unita all’ingegno e all’estro italico riuscirono a coniugare lo stile architettonico russo antico con il rinascimentale veneziano rendendolo un connubio unico nel suo genere. Oggi possiamo ammirarlo nella Piazza delle Cattedrali circondata dalla Basilica dell’Assunzione, il luogo più importante di tutta la Russia prerivoluzionaria, la Chiesa della Deposizione della Veste, la Basilica dell’Annunciazione, il Campanile di Ivan il Grande, l’edificio più alto del Cremlino, e la Cattedrale dell’Arcangelo. Quest’ultima viene considerata uno scrigno del misticismo ortodosso e della storia nazionale. Splendida nello stile russo-bizantino con chiari riferimenti al rinascimento italiano soprattutto nella parte esterna, la Cattedrale fu per secoli il luogo di incoronazioni, matrimoni e funerali reali, custodisce inoltre le tombe degli zar, i sovrani della Moscovia dal 1320 al 1690, compreso Ivan il Terribile che giace accanto ai suoi figli, uno ucciso dalla sua stessa mano.

Cattedrale dell’Arcangelo

Tutte le altre costruzioni non religiose vennero edificate tra il XVII e XIX secolo. Tra questi gli edifici governativi: il Palazzo Poteshny, ex residenza di Stalin, l’Arsenale commissionato da Pietro il Grande, oggi sede della Guardia del Cremlino, sino al più recente Palazzo di Stato del Cremlino, conosciuto anche come Palazzo dei Congressi, sfarzo brutalista in vetro e cemento costruito nel 1960-1961 come sede congressuale del Partito comunista, oggi sede del Balletto del Cremlino. Il Senato venne costruito nel 1785 dall’architetto Matvei Kazakov e si distingue per il suo raffinato stile neoclassico, oggi ospita gli uffici del presidente della Russia, mentre il Gran Palazzo del Cremlino, costruito tra il 1838-1849 da Kostantin Thon, è una delle sue residenze ufficiali. Come comprensibile, non tutti i palazzi del Cremlino sono accessibili al pubblico, oltre alle sedi governative anche il Palazzo dei Diamanti, o “Palazzo Sfaccettato” per la sua facciata in bugnato esterno a forma di punte di diamante, e il Palazzo Terem non sono facilmente visitabili salvo rare eccezioni.

Ogni giorno, a seconda degli orari di apertura, è possibile accedere a quelli adibiti a museo. Imperdibili il Palazzo del Patriarca, sede del Museo della Vita e delle Arti Applicate del XVII secolo dove ammirare gioielli religiosi, mobili e vasellame degli zar, e l’Armeria, una delle maggiori attrattive del Cremlino. Custodisce i cimeli della ricchezza imperiale ma anche le vesta dei suoi doveri: dalle inestimabili uova Fabergé, vezzi che gli zar amavano regalarsi durante la Pasqua, agli abiti dell’incoronazione compreso l’abito da sposa di Caterina la Grande, agli elmi e armature dei valorosi regnanti. Da non perdere il Fondo dei Diamanti, una parte separata del palazzo dipendente dal Ministero delle Finanze dove poter ammirare le gemme più splendenti di tutta la Grande Russia. Per gli amanti “degli inestimabili”, non perdete nella parte esterna lo “Zar dei Cannoni” dal peso di 40 tonnellate, e la “Zarina delle Campane”, la campana più grande del mondo di 202 tonnellate e più di 6 metri di altezza che non ha mai suonato un rintocco. Due strumenti come allegorie di una grande Russia, palesemente inutili nella loro reale utilità ma stupefacenti nella chiarezza della loro simbologia.

Lo Zar dei Cannoni e il Senato
Cimelio in legno decorato in oro e gemme del XII secoli, Museo dell’Armeria

Il Cremlino, come un forziere della storia, resistette al piano di Napoleone Bonaparte assistito dalla buona sorte. Nel 1812 il generale assediò Mosca e nell’intento di distruggere il suo centro del potere, installò numerose cariche esplosive per far saltare tutte le costruzioni del Kreml. Ma qualcosa non andò secondo la sua tattica: la maggior parte non esplosero e i danni si limitarono alle mura, alle torri e alla zona del campanile Vliskij. Gli scempi architettonici arrivarono negli anni ’30 del Novecento durante la dittatura di Stalin. Le sue discutibili scelte urbanistiche e architettoniche ricaddero anche sulla cittadella dell’identità snaturandone per una parte la sua fisionomia. Anche questi graffi del ‘900 fanno parte della sua storia e vengono inclusi, tutelati e raccontati in un complesso patrimonio UNESCO dal 1990. Il Cremlino di Mosca racchiude tra le mura e tra le eredità architettoniche la storia della Russia e da qui si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determino gli equilibri del mondo moderno.

Palazzo di Stato del Cremlino

Per tutte le informazioni utili per la visita, visitate il sito Moscow Kremlin Museums 

 

Immagine di copertina: le mura sud orientali del Cremlino 

Photo credits: Elena Bittante

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Luci schiette, ombre lunghe e riflessi sul Cremlino sino al calar del sole 🌗 La suggestione del tramonto tra splendori russo bizantini, rinascimentali e i graffi sovietici 🌓 Il mio articolo dedicato a questa fortezza della storia dove si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determinano gli equilibri del mondo moderno: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/16/il-cremlino-di-mosca-il-cuore-della-russia-tra-bellezza-rinascimentale-e-graffi-sovietici/ . . . #kremlin #kremlinpalace #moscow #igmoscow #russia #culturaltravel #urbanphotography #urban_shots #bestcitypics #livetoexplore #travelandlife #traveldiaries #culturetrip #culturalheritage #arthistory #unescoworldheritage #unesco #journalismlife #traveljournaling

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Porto, la città di fiume marittima nel cuore

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Porto, una bellezza decadente affacciata sul fiume Douro, una città dall’atmosfera mediterranea che fiuta l’aria dell’Atlantico. Un susseguirsi di scorci pittoreschi rivelano l’anima popolare e mercantile nascosta dietro la ricercata facciata turistica degli ultimi anni: gli edifici scrostati si alternano a quelli più fotogenici ammantati da azulejos, piastrelle in ceramica nei toni del bianco e dell’azzurro come almanacchi della storia portoghese. E’ un binomio di colori ad introdurci nella seconda città del Portogallo, accompagnato dall’ebbrezza del suo vino

Appollaiata sulle alture che lambiscono il corso del Douro, questa città di fiume è marittima nel cuore: la sua storia e le sue atmosfere rimandano al vicino Atlantico anticipando quelle delle spiagge della vicina FozPorto ha mantenuto nei secoli la grande tradizione del commercio e della costruzione navale. Ricoprì un ruolo importante durante le spedizioni portoghesi del XV secolo, fu una protagonista nel commercio del Porto dal XVIII secolo, il tipico vino dolce e liquoroso della valle del Duoro.

Igreja do Carmo

Porto è una città aperta al turismo ma al contempo gelosa della sua identità, la sintesi di questa ambivalenza è il quartiere della Ribeira affacciato sul corso del Douro, Sito Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Gli angoli più fotografati del “quartiere sul fiume” sono stati tirati a lucido per i turisti negli ultimi anni ma la Ribeira si rivela ancorata alla sua identità nei vicoli secondari, tra le pareti scrostate delle case e le fronde di biancheria stesa su liane di spago. In quest’area della città si concentrano gran parte delle mete da visitare a Porto. Si può iniziare il tour da un punto di arrivo, la Stazione ferroviaria di São Bento, la prova inconfutabile che un luogo di transito può rivelarsi un’esperienza. Un tramite come stato in luogo dove soffermarsi ed ammirare i grandi pannelli di azulejos degli anni ’30 ad opera di Jorge Colaço: più di 20.000 piastrelle bianche e azzurre tappezzano il grande atrio della stazione illustrando battaglie storiche e scene di vita quotidiana.

Si prosegue alla scoperta del quartiere facendo tappa nel luogo del credo simbolo della città, il . L’imponente cattedrale del XII secolo spicca severa nei toni freddi del granito grigio tra il colore acceso delle case. La facciata si presenta lineare con un grande rosone centrale e due torri gemelle con cupole ai lati ma al suo interno la chiesa è ammantata dall’opulenza barocca del XVIII e lascia solo intravedere la purezza dello stile romanico delle sue origini. Degno di nota il chiostro, un abbraccio stilistico ritmato dalle geometriche arcate gotiche e dalle ricche decorazioni delle azulejos. Un racconto dettagliato in bianco e azzurro che rappresenta il Cantico dei Cantici di Salomone e la Vita della Vergine.

Le azulejos del chiostro del Sé

La Cattedrale non è solo un simbolo di Porto, è anche un punto di riferimento e di “vedetta” grazie alla posizione più alta rispetto alle altre zone della città: dal Terreiro da Sé, lo spazio davanti alla chiesa, si ammira una splendida visuale sulla Ribeira, sul Douro e spazia sulla cittadina di Vila Nova de Gaiaappollaiata sull’altra sponda del fiume.

Il barocco è uno stile ricorrente in città, “rimodernò” numerose chiese e palazzi nel XVIII secolo. L’apoteosi dell’eccentrico si trova sempre nel quartiere, la Igreja de São Francisco interamente decorata con la particolare tecnica della talha dourada, intarsi in legno dorato. Sulle pareti della chiesa si anima un paradiso ligneo di cherubini, animali e grappoli d’uva, personaggi e fronzoli che transitarono in purgatorio durante la fine del XVIII secolo: questi decori vennero considerati eccessivi dai membri del clero tanto da sospendere le funzioni religiose per un lungo periodo.

Nel denso tessuto urbano della Ribeira spicca la Torre dos Clérigos dell’omonima chiesa, anch’essa edificio dell’epoca barocca concepito da Nicola Nasoni, architetto di origine italiana. Vale la visita la faticosa salita sino alla sua cima per poi rituffarsi nel labirinto di stradine del quartiere sino a giungere nella sua parte bassa dove parte il ponte in ferro Dom Luis I. Questa mirabile infrastruttura venne progettata nel 1881 da Téophile Seyrig, allievo di Gustave Eiffel. La forma leggiadra dell’arcata centrale ricorda l’iconica torre francese, elemento stilistico e strutturale del ponte che collega Porto alla cittadina gemella Vila Nova de Gaia dove poter visitare numerose cantine e degustare dell’ottimo Porto. Questo centro è rinomato in tutto il mondo per la migliore produzione di tutto il Portogallo di questo particolare vino. Il Dom Luis I è un’opera ingegneristica scenografica, soprattutto se ammirata da sotto o da un barcos rabelos. Si tratta delle tipiche imbarcazioni che transitano lungo il fiume, un tempo adibite al trasporto delle botti di porto, oggi utilizzate per le gite turistiche, un’esperienza da provare per ammirare la città da un’altra prospettiva.

Il ponte in ferro Dom Luis I, 1881

Porto è famosa per il suo vino ma è anche un viaggio nel gusto. Il Mercado do Bolhão è il più famoso e qui è possibile trovare tutte le specialità del posto. Le osterie collocate nella parte centrale del mercato sono la meta ideale per fare uno spuntino, deliziatevi con la triade del gusto di Porto: la trippa, il baccalà, cucinato in 100 modi diversi, e la franchesina, un toast inventato negli anni ’60 e oggi il piatto veloce per eccellenza. Il mercato è un’occasione per degustare le specialità tipiche ma anche per conoscere gli usi e costumi degli abitanti della città, un affaccio sulla quotidianità.

Porto si distingue anche per un altro cibo, alcuni lo definiscono “per la mente”, i libri. Prima delle degustazioni alcoliche fate una tappa alla libreria di Lello e Irmão, da tanti considerata la più bella del mondo. Ideata dall’ingegnere e politico portoghese Francisco Xavier Esteves a fine ‘800, questo luogo è una perfetta fusione di stile gotico e liberty, un’atmosfera da favola. Non è un caso se venne scelta dagli scenografi di Harry Potter come set per alcune riprese. Tra gli scaffali ricolmi di volumi spicca sinuosa una grande scala in legno a forma di otto o di infinito, quasi un richiamo a perdersi in uno dei tanti mondi racchiusi nei libri o nel fascino di questo luogo suggestivo.

Porto, la città cartolina dai colori sbiaditi, un puzzle imperfetto dove nei pezzi mancanti sono incastonati gioielli barocchi. Porto è come il profumo del suo vino, ebrezza rilassata che si affaccia sul placido scorrere del Douro. Un tuffo nella storia e nelle tradizioni ma allo stesso tempo un percorso esperienziale, da scoprire a ritmo lento.

Immagine di copertina: panorama della Ribeira, a sinistra la cattedrale del Sé, a destra la Torre dos Clérigos

Photo credits: Elena Bittante

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Porto, una città di fiume marittima nel cuore. Un puzzle imperfetto dove nei pezzi mancanti sono incastonati gioielli barocchi ammantati di azulejos, le piastrelle in ceramica bianche e azzurre almanacchi della storia portoghese. Porto è come il profumo del suo vino, ebrezza rilassata che si affaccia sul placido scorrere del Douro. Un tuffo nella storia e nelle tradizioni alla scoperta delle opulente chiese, dei raffinati caffè, delle librerie da favola e dei vicoli secondari, tra le pareti scrostate delle case e le fronde di biancheria stesa su liane di spago❣️ Il mio articolo dedicato a questa città dall’atmosfera mediterranea che fiuta l’aria dell’Atlantico: http://www.europeanaffairs.it/roma/2019/08/10/porto-la-citta-di-fiume-marittima-nel-cuore/ 🇵🇹 . . . #porto #oporto #oportolovers #visitporto #portugal #portogallo #travelingportugal #discoverportugal #portoportugal #winetourism #travelandlife #traveldiaries #culture #cultureheritage #culturetrip #naturelandscape #europetravel #livingeurope #livetravelchannel #europe_vacations #traveljournalist

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Ragusa, la città barocca dalle due anime

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Un tuffo nella luce e nella raffinata pazzia del barocco siciliano, il Val di Noto. L’angolo più estremo della Sicilia è il centro della creatività: Ragusa, Noto, Caltagirone, Modica, Scicli, Palazzolo Acreide, Militello Val di Catania, fenici di umanità che hanno reagito al dramma del terremoto del 1693 con gioia creativa e di vivere. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, città UNESCO, patrimoni di bellezza e umanità da scoprire seguendo il volgere del sole: come specchi della sua vanità incendiano la loro pietra candida sin dalle prime ore dell’alba per giungere al culmine infuocato del tramonto. Il tour inizia dal capoluogo Ragusa, la città dalle due anime

Ragusa Ibla

E’ facile intuire il perché Ragusa Ragusa Ibla siano due realtà distinte in un’unica città, si può capire dando uno sguardo alla mappa prima dell’arrivo: la trama urbana segue la sinuosità dei colli, i monti Iblei, un sali scendi che la caratterizza e delinea la sua doppia identità. Ragusa venne distrutta dal terremoto nel 1693 e durante la ricostruzione si crearono due grandi poli, uno sulle macerie della vecchia città, Ragusa Ibla, e una nuova, Ragusa superiore. Nel 1865 la loro distinzione era tale da costituire due comuni, per poi essere riuniti nei primi del ‘900. Oggi, nonostante il legame amministrativo, le due realtà restano appollaiate quasi a specchiarsi l’un l’altra, collegate da tre ponti, il vecchio, il nuovo e quello di San Vito, e da una lunga scalinata di 340 gradini. Una passeggiata impegnativa se percorsa iniziando da Ragusa Ibla, che si trova ad un’altitudine più bassa rispetto a Ragusa superiore. Non è un caso che questa area, la più antica e caratteristica, venga chiamata “jusu”, che in dialetto significa “sotto”.

Via delle Scale, inizio della scalinata che conduce a Ragusa superiore

La città di Ragusa è stata inserita interamente tra i siti patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco nel 2002. Si comprende la ragione di questo meritato riconoscimento addentrandosi a Ragusa Ibla. Venne ricostruita per volontà del ceto nobiliare dopo il terremoto del 1693 in stile tardo barocco, una novità assoluta per quei tempi. Il suo simbolo è il Duomo di San Giorgio, trofeo di pietra che sovrasta l’omonima piazza. Frutto del progetto di Rosario Gagliardi, protagonista della ricostruzione barocca del Val di Noto. La chiesa spicca nell’immediato con la sua facciata costruita “a torre” con il campanile inserito al suo interno. Il ricamo di dettagli e il gioco di concavità e convessità della facciata rende quest’opera monumentale un’architettura leggiadra, una sinfonia di forme adagiata su un piedistallo di scale, in posizione obliqua rispetto alla piazza sottostante. La chiesa risplende baciata dal sole e spicca con la sua enorme cupola, come un faro che illumina la via nel mare di vicoli della città vecchia.

Duomo di San Giorgio, simbolo della città

Le chiese a Ragusa Ibla invocano un pellegrinaggio dell’arte oltre che della fede. Incantevole la chiesa di Santa Maria dell’Itria appartenuta al Sovrano Militare Ordine di Malta, si rivela maestosa secondo una perfetta scenografia barocca in una stradina “di clausura” dell’antico quartiere ebraico Cartellone. La chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, chiamata dai cittadini “degli archi” per via dell’acquedotto che un tempo l’attraversava, Santa Maria dei Miracoli o “bammina” della metà del XVII secolo, rimasta incompleta costituisce un esemplare unico nel panorama barocco della città. Tra le tante chiese che sono rinate dopo il terremoto, il portale di San Giorgio resta ancorato al ricordo da quel giorno fatidico: è ciò che rimane di una chiesa in stile gotico-catalano di epoca normanna del 1349, un arco acuto con ricchi intagli e al centro la figura di San Giorgio a cavallo che uccide il drago e libera la principessa di Berito. Poco distante si trovano i Giardini Iblei, chiamati dai ragusani “la Villa”. Realizzati a metà ‘800 sono un luogo di quiete e di contemplazione: si trovano in una posizione suggestiva su uno sperone di roccia, un autentico belvedere sulla vallata dei Monti Iblei.

La chiesa di Santa Maria dell’Itria nel quartiere Cartellone

Ai luoghi del credo si alternano meravigliosi palazzi come il palazzo Cosentini, il primo costruito in stile barocco a Ragusa e il palazzo della Cancelleria, conosciuto anche come palazzo Nicastro del XVIII secolo, abbarbicato in una posizione suggestiva nel quartiere degli Archi lungo la via delle Scale che conduce a Ragusa superiore. Lungo questa via s’incontra un’altra chiesa, un punto di riferimento tra le due anime della città, Santa Maria delle Scale, la più antica di Ragusa. Dal suo terrazzo panoramico possiamo ammirare e comprendere l’identità di Ragusa Ibla: basta volgere lo sguardo alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento. Le architetture sembrano quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo.

Ragusa superiore ha barattato la sua essenza antica con la crescita urbana dalla seconda metà del ‘900, spesso incurante di speculazione. Il lato della città meno pittoresco ma altrettanto interessante. Da non perdere la Cattedrale di San Giovanni Battista. Anch’essa riscostruita dopo il terremoto, spicca imponente e “mutilata”: si caratterizza per un singolo campanile mentre sul lato destro resta il basamento vuoto di un secondo mai realizzato. A poche centinaia di metri il palazzo Vescovile Schininà oggi sede del vescovado e degli uffici della curia, il palazzo Zacco che ospita gli incontri culturali in città e sede del Museo del Tempo Contadino e la Civica raccolta Carmelo Cappello, noto scultore ragusano. Consigliato anche il Museo Archeologico Ibleo, che raccoglie i preziosi reperti raccolti negli scavi compiuti nell’area a partire dal Neolitico.

Ragusa, due anime distinte unite dalla stessa voglia di rivalsa contro la natura matrigna che la ridusse in cenere. Un luogo magico che ha ispirato anche la creatività di Andrea Sironi, regista del Commissario Montalbano, la fortunata serie televisiva Rai tratta dai romanzi del maestro Andrea Camilleri. Un atelier dell’arte tra tufi silenziosi e luminosi, dove si racconta il tardo barocco siciliano, uno stile fantasioso e affollato che fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell’apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d’identità lasciate dal terremoto del 1693. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo.

La cupola del duomo di San Giorgio che spicca da tutti gli angoli del quartiere

Immagine di copertina: panorama di Ragusa Ibla 

Photo credits: Elena Bittante

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Ragusa Ibla, città di folle raffinatezza patrimonio @unesco ♥️ Uno sguardo incantato alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento… L'architettura sembra quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo. Il tardo barocco siciliano è uno stile fantasioso e affollato, fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell'apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d'identità lasciate dal terremoto del 1693 che rase al suolo la città. Anarchia del bello come risposta alla paura dell'indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo ✨ . . . #ragusaibla #ragusa #valdinoto #barocco #baroccosiciliano #vivoragusa #igragusa #sicilia #igsicilia #visitsicilia #sicilians_world #sicilytourism #sicilypictures #whatitalyis #cultureheritage #travelandlife #traveldiaries

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Vienna: Hundertwasser House, l’edilizia popolare come opera d’arte

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La città dell’eleganza innata, dei walzer sognanti e della storia imperiale si racconta anche nella trasgressione architettonica del ‘900: la Hundertwasser House spicca tra i delicati toni pastello di Vienna inebriandola con i suoi colori vibranti. Il rigore asburgico cambia linguaggio e si racconta con ironia

Un sognatore razionale Friedensreich Hundertwasser, pioniere dell’architettura sostenibile che sin da tempi non sospetti realizzò numerosi edifici ispirati alla natura e alle sue forme con progetti virtuosi per l’ambiente. La sua tecnica spaziò nelle più sfrenate fantasie creative, in costante bilico tra fisica e metafisica teorizzando concetti a tratti surreali come “I diritti delle finestre”, convinto sostenitore che gli edifici non fossero costruiti da pareti murarie ma proprio dalle finestre, per l’artista, occhi attraverso i quali guardare il mondo nell’intimità della propria casa. Architetto visionario ed esponente dell’architettura organica, descrisse la sua ricerca con linee irregolari e forme ispirate alla natura più che alla ragione. La Hundertwasser House ne è l’esempio perfetto nonché la sua opera architettonica più famosa che stacca dalla trama urbana viennese catalizzando migliaia di visitatori curiosi.

Un edificio d’avanguardia stilistica ma anche un progetto virtuoso e morale. La Hundertwasser House nasce infatti come social housing, un complesso residenziale creato nel 1985 per i meno abbienti. Ospita 50 appartamenti, 16 terrazze private e 3 comuni, alcuni negozi, un ristorante, un parco giochi per bambini e una palestra. Vere e proprie case popolari con vezzo creativo e struttura innovativa. L’architetto desiderava rompere con lo stile dell’edilizia moderna, da lui ritenuta istituzionale, fredda e spesso banale, ideò così un’alternativa unica e originale che potesse rispondere anche ai canoni della sostenibilità ambientale, sensibilità molto meno diffusa a quel tempo. L’edificio venne infatti costruito con materiali ecologici di origine naturale: spesse murature in argilla per la coibentazione, legno per gli infissi, ceramica per i pavimenti, vernici e colle di origine naturale e piante ed alberi come elementi architettonici. La vegetazione è un elemento imprescindibile per Hundertwasser e nella House viennese ammanta il tetto, le terrazze e i loggiati. Le strutture sono state progettate con fogli anti–radice per la protezione dei solai e pannelli isolanti, presentano inoltre strati di pomice e ghiaia per drenare l’acqua e apposite griglie di acciaio inossidabile per contenere le radici. La Hundertwasser House ospita dei veri e propri giardini pensili, microcosmi naturali nella dimensione urbana che si sostentano grazie ad un sistema di irrigazione che veicola l’acqua piovana raccolta da una cisterna.

Questo atipico complesso residenziale unico nel suo genere si presenta come un elemento di rottura nell’edilizia di Weissgerber, composto quartiere nel centro della capitale austriaca. Spicca tra gli edifici dalle linee brutaliste e nostalgici condomini in stile ottocentesco, un paese dei balocchi nel rigore viennese. Le sue forme singolari e i suoi colori vividi appaiono come un miraggio urbano, simile ad un set cinematografico più che ad un complesso di case popolari, capace di catturare anche l’attenzione dei passanti più distratti ed attrarre orde di turisti che aspettano il loro turno per scattare una foto ricordo con sfondo multicolor, spesso ignorando l’entità del progetto. Gli appartamenti si distinguono per le diverse tonalità, una caratteristica che i veneziani possono riconoscere facilmente associando la Hundertwasser House alle case variopinte dell’isola di Burano, il concetto è il medesimo ma sviluppato in altezza. Un rincorrersi di finestre irregolari e un menabò di ceramiche di recupero volutamente diverse nelle forme, un puzzle scomposto che si rivela nell’armonia totalizzante di un incastro perfetto. Hundertwasser concepì questo progetto secondo una tecnica conosciuta come “transautomatismo”, la capacità dell’artista di attingere al suo subconscio e trasferire le sue emozioni su tela facendo dei movimenti automatici. Una sfida vinta quella dell’eclettico architetto che ha saputo tradurre in tecnica strutturale lo slancio emozionale, una progettazione che coniuga l’istinto alla razionalità ispirandosi alla natura. La Vienna sognante non vive solo nelle storie dei reali ma anche ai piani bassi della società dove ribolle una creatività capace di trasformare delle case popolari in un’opera d’arte.

 

Nota di viaggio

Dopo il complesso residenziale non perdete una visita al Museo Hundertwasser dove ammirare i dipinti, i disegni e i progetti architettonici di Freidrich Hundertwasser.

Immagine copertina: Hundertwasser House, Weissgerber, Vienna.

Photo credits: Elena Bittante

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La città dell’eleganza innata, dei walzer sognanti e della storia imperiale si racconta anche nella trasgressione architettonica del ‘900: la Hundertwasser House spicca tra i delicati toni pastello di Vienna inebriandola con i suoi colori vibranti. Il rigore asburgico cambia linguaggio e si racconta con ironia. 🌈 Il mio articolo racconta un tassello di questa città sognante che non vive solo di favole imperiali ma anche di tante storie ai piani bassi della società dove ribolle una creatività capace di trasformare delle case popolari in un’opera d’arte: http://www.europeanaffairs.it/roma/2019/03/05/hundertwasser-house-ledilizia-popolare-come-opera-darte/ ✨ . . . #hundertwasserhaus #hundertwasser #vienna_city #vienna_go #wienliebe #visitvienna #österreich #organicarchitecture #ecodesign #ecoarchitecture #designdistrict #surrealart #colorfullife

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Bratislava, la capitale per una passeggiata nel cuore d’Europa

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Bratislava, affacciata sul fiume della musica e dei romanzi, legata ad un passato di contese. Oggi è una capitale orgogliosa che guarda dinamica al futuro e accoglie i viaggiatori in un’atmosfera gioiosa a dispetto dello stereotipo post sovietico: gli slovacchi alzano i boccali grondanti di birra dorata e brindano ad una nuova primavera europea

Panorama dal castello: la Stare Mesto e la città nuova in lontananza

Una capitale a misura d’uomo, tutta da scoprire, dal maestoso castello che la sorveglia dall’alto, al curioso Cumil, la statua più famosa della città che vigila il passaggio dei turisti dal basso (meglio conosciuta come “il guardone” per lo sguardo malandrino che punta spudorato alle sottane delle signore). Città che pulsa nel cuore d’Europa, meno inflazionata della magica Praga, dell’elegante Budapest e della regale Vienna (quest’ultima dista solo 60 km, vale una trasferta in giornata in macchina, treno, bus oppure in battello durante la bella stagione). Bratislava è ben collegata a diverse città italiane da voli low cost in partenza da numerosi aeroporti, una meta perfetta da visitare durante il weekend. Il suo fascino si concentra nella Stare Mesto, la città vecchia, e nel Bratislavský hrad, il grande castello ma non mancano satelliti d’interesse poco distante, come la surreale chiesa azzurra o il moderno Ufo del Nový Most, il ponte nuovo sul Danubio.

Cumil, la statua più famosa di Bratislava
Stare Mesto

Il Bratislavský hrad, il castello di Bratislava, è il simbolo della capitale slovacca, dal 1961 monumento storico nazionale. Sin dall’antichità domina la città dall’alto di una collina; durante il IV secolo a.C. venne abitato dai Celti per poi essere conquistato dai Romani ma l’aspetto attuale risale alle ricostruzioni del XV e il XVII secolo, un mix tra stile rinascimentale e barocco, dalla caratteristica forma quadrangolare che lo rende simile a un “tavolo rovesciato”. Deve infatti a questa similitudine l’originale appellativo. La vera rinascita del castello si deve a Maria Teresa d’Asburgo che lo scelse come residenza estiva: è proprio durante il suo regno che ebbe inizio l’epoca d’oro per il maniero e per tutta la città di Bratislava, al tempo nota come Presburgo. Un’eredità asburgica che tutt’oggi testimonia nelle sue forme la trasformazione da cupa fortezza ad elegante dimora. Alla fine dell’700 diventò un seminario per poi cadere in rovina dopo il rovinoso incendio del 1811. Solo nel 1953 ebbero inizio i lavori di ristrutturazione e dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco, anno che sanciva la separazione dalla Cecoslovacchia. All’ingresso la statua equestre di Svatopluk I, sovrano di Moravia del IX secolo, attende orgogliosa i numerosi turisti che sostano qualche minuto sul belvedere: un’incantevole puzzle di tetti color ocra della città vecchia in antitesi con il ponte nuovo che attraversa le acque rilassate del Danubio. Le sale del castello ospitano il Museo Nazionale Slovacco con interessanti raccolte di manufatti e antiquariato locale, e il Museo della Musica, uno scorcio sulla storia e sulle tradizioni del paese.

Statua equestre di Svatopluk I, Bratislavský hrad

Dopo la visita al castello si scende verso il centro storico seguendo i passaggi pedonali che attraversano la superstrada, un’audace infrastruttura che taglia la vecchia trama urbana recidendo il continuum storico tra le due attrattive principali della città. Una pianificazione del territorio opinabile ma che collega strategicamente le due rive della città affacciate sul Danubio: la viabilità è la stessa che attraversa il ponte nuovo, il Nový Most. Affacciata al nastro di asfalto è impossibile non ammirare la “Bella sul Danubio”, l’imponente chiesa di San Martino recentemente rimaneggiata. La cattedrale svetta quasi in bilico sulla superstrada nonostante la struttura maestosa dell’originario impianto gotico. Una tappa cittadina da ammirare all’esterno e all’interno dove è custodita una copia della corona imperiale ungherese ricoperta d’oro dal peso di 300 kg. Dopo il trafficato dardo di catrame è tutta un’altra storia, ci si addentra nella città vecchia percorrendo le viette lastricate che si snodano dalla chiesa e conducono al cuore della Stare Mesto. Le mete principali sono Michalská brána, la Porta di San Michele dove sulla cima vegliano le statue di San Michele e il Drago, e Hlavnè namestie, la piazza principale dal XIII secolo cuore pulsante della città dove spicca l’imponente municipio, Stara Radnica, collage architettonico che riassume cinque secoli. Un piccolo centro ricco di fascino, un susseguirsi di scorci suggestivi nell’area pedonale di Korzo. Un dedalo di stradine e di edifici medievali alternati ai postumi asburgici come il Palazzo del Primate distinguibile dalla raffinata facciata simile ad un ricamo delicato.

La bellezza di Bratislava si concentra nel centro storico ma poco fuori la Stare Mesto si trova il gioiello architettonico di Modry Kostolik nella città nuova, la famosa chiesa azzurra (chiesa di Sant’Elisabetta) che nelle belle giornate di sole si confonde con il cielo. Questo edificio art nouveau del 1907, progettato dall’architetto Ödön Lechner, spicca per la sua tonalità brillante in un quartiere dove ancora prevale un’edilizia post sovietica.

Prima di lasciare questa piccola e graziosa capitale ricordiamola con una vista panoramica dall’alto: uno scorcio indimenticabile dall’Ufo, la moderna torre del ponte nuovo sul Danubio. Una cartolina dove spuntano il maestoso castello e i pinnacoli ossidati delle chiese dal mare di tetti rossi della Stare Mesto. Questa struttura a navicella, così chiamata dagli abitanti per le sembianze aliene, si rivela una tappa interessante nonché un’occasione per sorseggiare una rinfrescante birra chiara ammirando il belvedere dalla piattaforma panoramica.

Modry Kostolik, la chiesa azzurra
Ufo del Nový Most

Immagine copertina:  Bratislavský hrad, il castello di Bratislava

Photo credits: Elena Bittante

 

Il Tempio del Cielo, armonia sulla terra. L’architettura della tradizione cinese simbolo di Beijing

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Il simbolo di Pechino ricalca la perfezione idealizzata dell’architettura Ming, una geometria senza asperità equilibrio del suo credo, il Confucianesimo. Il Tempio del Cielo e della Preghiera per un Buon Raccolto rimanda al concetto cinese di “Tiānyuán Dìfāng’” secondo il quale il cielo è rotondo e la terra è quadrata, ed è così che questo patrimonio della cultura si erge coerente con la sua struttura circolare da una terrazza di marmo quadrata a tre livelli

Entrata sud, Tempio del Cielo

Per capire i dogmi del credo, qualsiasi essi siano, alle volte basta camminare sulla terra prestando un po’ di attenzione, l’uomo è capace di semplificarli alla perfezione. Non si notano imprecisioni al cospetto del Tempio del Cielo nel cuore di Pechino, limpido nella struttura e negli intenti di significato eppure la linearità e regolarità che lo contraddistinguono sono riferimenti indiretti rispetto alla visione diretta dell’osservatore. Una parte per il tutto, sineddoche nell’arte e nell’architettura cinese che si rispecchia anche nei suoi usi e costumi, un approccio curioso per noi occidentali, appassionati ricercatori di espliciti concetti anche nelle sfumature e sottigliezze.

Questo luogo di armonica bellezza racchiude tanti significati, risulta difficile conciliare questa grande concezione estetica con la devastazione culturale che portò l’avvento del comunismo dopo il 1949. Oggi il Tempio del Cielo resta un’icona sopravvissuta nella perfezione dello stile Ming in una delle aree più caotiche e impersonali della città, faro della tradizione che riporta alla luce l’epoca imperiale.

Questa meta imperdibile di Beijing si trova nell’omonimo parco nel distretto di Dongcheng sud, un’oasi di pace di 267 ettari dove vivono indisturbati 4.000 splendidi antichi cipressi. Un luogo idilliaco distante dal ronzio del traffico, meta di pellegrinaggio per turisti e consueto ritrovo per cittadini. Il caratteristico tetto del tempio a tripla gronda ad ombrello di colore viola- blu spunta tra la flora locale e le alte mura che lo circondano. Si svela poco alla volta caricando di aspettativa i visitatori, curiosi di ammirarlo da vicino. Varcato uno dei quattro cancelli della sua cinta muraria ci si rende immediatamente conto che non si tratta di uno stereotipato luogo della fede ma di un’eredità lasciata dalla devozione dell’imperatore, un maestoso palcoscenico un tempo dedicato ai suoi riti solenni. Il “Figlio del Cielo”, si recava a pregare per chiedere il perdono e per invocare il favore degli dei per un buon raccolto.

Nelle giornate di sole l’edificio a struttura circolare svetta verso il cielo velato di smog metropolitano, eppure la foschia di questa città, tra le più inquinate al mondo, non svilisce i suoi 38 metri di magnificenza. Con un diametro di 30 metri si rivela ai visitatori come una struttura semplice ma al contempo ingegnosa: il soffitto non presenta chiodi né cemento ed è sorretto da pilastri in legno d’abete dell’Oregon. Al centro della struttura si trova l’altare dove pregava l’imperatore e sul soffitto un enorme drago dipinto, un simbolo a suo omaggio. Il tempio venne costruito nel 1420 durante l’epoca Ming ma nel 1889 un fulmine lo ridusse in cenere. Venne ricostruito l’anno successivo e oggi lo possiamo ammirare in tutto il suo splendore con gli stessi canoni architettonici della struttura originaria.

Il tempio del Cielo è l’edificio di maggior rilievo del parco, occupa la posizione centrale ed è protetto dagli alti muraglioni che lo circondano. Lungo il loro perimetro troviamo gli accessi principali in corrispondenza dei quattro punti cardinali. Solo passeggiando ci si rende conto che nulla nell’architettura di questo luogo è lasciato al caso, ovunque si può intravedere l’intervento razionale ed armonizzante dell’uomo. La prevalenza della ragione si descrive perfettamente in questa meta imperdibile ma è una costante nell’architettura cinese della tradizione, ripropone la linearità e la regolarità che si rifanno ai principi del Confucianesimo: ordine e simmetria come imposizione dell’intelletto umano sulla natura.

Dettaglio soffitto del tempio
Portale sud
Parco del Tempio del Cielo, luogo di ritrovo per i pechinesi

Consigli per la visita

Il momento migliore della giornata per visitare il tempio è la mattina presto e il periodo più indicato dell’anno per evitare le lunghe file va da novembre sino ad aprile. Durante la bella stagione è consigliato il pranzo al sacco, un picnic al parco è una pausa ideale e una gradevole esperienza.

Non dimenticate il vostro passaporto, è richiesto per acquistare il biglietto e visitare le principali mete turistiche di Pechino. Il costo del biglietto è 15-35RMB in alta stagione e 10-28RMB in bassa stagione.

Gli orari di apertura sono: 8 – 17 dal 1 aprile al 31 ottobre, 8 – 16 dal 1 novembre al 31 marzo.

Come arrivare: metropolitana linea 5 fermata Tiantan Dongmen station (Exit A1 or A2).

Immagine copertina: Il Tempio del Cielo e della Preghiera per un Buon Raccolto, Beijing, Cina. 

Photo credits: Elena Bittante

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L'armonia delle forme come sintesi di significato 🌸 Il Tempio del Cielo e della Preghiera per un Buon Raccolto è un'allegoria architettonica che rimanda al concetto cinese di "Tiānyuán Dìfāng'" secondo il quale il cielo è rotondo e la terra è quadrata. Questa meravigliosa icona di Beijing ricalca alla perfezione i canoni Ming (eretta nel 1420 e ricostruita nel 1889 a causa di un fulmine che la ridusse in cenere), si erge coerente al suo credo da una terrazza di marmo a tre livelli con l'inconfondibile tetto a tripla gronda ad ombrello 🌸 🇨🇳 . . . #beijing #templeofheaven #instabeijing #pechino #visitbeijing #beijinglife #beijingcity #beijingtrip #chinatravel #unescoheritage #cina #visitchina #asianwanderlust #archilovers #culturalheritage

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Atene, le origini della storia occidentale tra pace e caos

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Frammenti di mito e pezzi di intonaco, una capitale votata al passato, dagli albori della civiltà al racconto dell’ultimo decennio trascorso. Tutto sembra vissuto, a tratti usurato, Atene non è la classica “bella città” ma gioca bene le sue carte con la complicità delle atmosfere suggestive e la luce avvolgente del Mediterraneo. Sorprende inaspettatamente chi si addentra nel dedalo del centro tra palazzi scrostati, gallerie d’arte e scorci sulla storia: da qualsiasi angolo si scorge l’Acropoli, fondamenta della cultura occidentale. Il Partenone, unico e immortale, veglia la città arroccato su un promontorio roccioso sovrastando la valle dell’Ilissos dalla fine del VII secolo a.C.

Il Partenone

Un viaggio alla scoperta delle nostre origini, un tuffo nella creatività e nella serenità che contraddistinguono la tradizione greca. Atene è storia e smussa il peso della sua eredità nella leggerezza della quotidianità rivelandosi una metropoli viva e originale che bypassa le ombre della crisi a ritmo di sirtaki e spunti creativi. L’incontro nelle grandi piazze, la vivacità rilassata della gente, il profumo di basilico fresco dei piatti tradizionali e l’estro degli artisti moderni che omaggiano il glorioso passato sono solo alcuni spunti per viverla a pieno. E’ dalle radici che inizia un viaggio nella culla della civiltà occidentale, per poi divagare in una realtà pittoresca al passo con i tempi.

La prima tappa è l’Acropoli. Lì dove tutto ebbe inizio spiccano gli archetipi dell’architettura classica come eredità inestimabile. Il sito archeologico patrimonio UNESCO dal 1987, racconta la nascita della democrazia evocando suggestioni e riflessioni. Sulla collina dell’Areopago sorgono il Partenone, i Propilei, l’Eretteo e il Tempio di Atena Nike, circondati dalla possente cinta muraria di Temistocle. Il Partenone incorona il sito con candida magnificenza; progettato da Ictino e Callicrate, venne edificato tra il 447 e il 438 a.C. e consacrato alla dea Atena. La costruzione in marmo pentelico bianco scintilla sotto il sole, otto colonne dei lati corti e diciassette su quelli lunghi in stile dorico ingegnosamente inclinate per creare un effetto illusorio. Un tempo l’edificio era ricoperto di fregi e sculture, oggi si aggrappano ai frontoni occidentali e orientali i superstiti delle ere: Helios e il suo destriero raccontano la nascita di Atena dalla testa del padre e la lotta di Atena con Poseidone per il possesso dell’Attica. Lungo il perimetro del tempio spiccano le metope modellate da Fidia, le formelle quadrate con funzione narrativa scolpite ad altorilievo. Oggi come allora i Propilei si trovano all’entrata dell’Acropoli accogliendo da millenni i visitatori. Realizzati per volere di Pericle spiccano allineati con il Partenone in un gioco di geometrie perfette, con le facciate anteriori più basse di quelle posteriori per seguire il dislivello del terreno. Catturano l’attenzione la solennità del Tempio di Atena Nike dedicato alla dea della vittoria nel 425 a.C., e l’Eretteo che deve il suo nome al mitico re di Atene. Questo capolavoro dell’architettura ionica, costruito tra il 421 e il 406 a.C., ostenta le protagoniste dell’architettura classica nel suo portico: le Cariatidi, intente a sorreggere il peso della storia e della cultura (le statue esposte sono una riproduzione delle donne di Karyai, le originali si trovano al museo dell’Acropoli).

Propileo all’entrata dell’Acropoli
Eretteo e loggetta della Cariatidi

All’ombra del Partenone possiamo ritagliare qualche attimo per rilassarci, riflettere e scrutare il panorama della metropoli odierna, una terrazza esclusiva che si affaccia sul divenire di una capitale dai tratti caotici. Il viaggio nella cultura classica prosegue “a valle”, al Museo dell’Acropoli, situato alle pendici meridionali dell’Areopago. L’interessante polo museale si distingue per la struttura moderna in vetro e acciaio e crea un ossimoro architettonico a confronto con le pietre compatte della cittadella del mito. Il museo custodisce tutti i reperti rinvenuti nel sito e spazia dal mondo arcaico a quello romano con cimeli inestimabili come le leggiadre korai, dalle elaborate acconciature a trecce del VI secolo, e il noto giovane con vitellino del 570 a.C. Un’ altra tappa da non perdere per un continuum nella storia ellenica è l’Antica Agorà, dove Socrate elaborò le sue brachilogie, conversazioni fondate su una logica ferrea al fine di educare l’individuo e la sua anima sul fondamento della verità. Qui si erge superstite il Tempio dorico di Efesto del 449 a.C., e il grande complesso a due piani della Stoà di Attalo originario del 138 a.C., ricostruito filologicamente dalla Scuola Americana di Archeologia. Le dimensioni colossali della storia antica sono tutt’ora testimoniate anche nel sito archeologico del Tempio di Zeus Olimpio, maestose rovine di un nucleo architettonico che richiese oltre sette secoli per la costruzione. Un esempio ante litteram di “edilizia posticipata” per mancanza di fondi, l’Olympieion venne ultimato dall’imperatore Adriano nel 131 d.C.

Museo dell’Acropoli

Dopo un tuffo nella storia, Atene offre un’immersione nel mare plumbeo del suo caotico centro non privo di atolli meravigliosi: tra gli edifici in calcestruzzo infatti sorgono le isole verdi della città. L’eden urbano dei Giardini Reali, una visione salvifica nella congestione della metropoli vicino a Piazza Syntagma dove si trova il Parlamento. Oggi questo eden aristocratico del 1840 è diventato uno spazio pubblico condiviso da milioni di cittadini e turisti diventando il Giardino Nazionale della città di Atene. 38 acri di verde e oltre 500 specie di piante rendono questo spicchio di città un tesoro di biodiversità, avvalorato da cimeli inestimabili che ricordano l’identità di Atene, indissolubilmente legata alla storia. In città i grandi polmoni verdi sono facilmente individuabili alzando semplicemente lo sguardo verso il cielo. Spiccano le pendici boscose del Licabetto sopra il quartiere di Kolonaki, dove si rincorrono miti e leggende, e la collina di Filopappo, descritta da Plutarco per le gesta di Teseo contro le Amazzoni. Quel che fu dello scontro anima solo la leggenda lasciando spazio alla pace in quest’oasi naturale da dove ammirare un panorama privilegiato sull’Acropoli, sull’Attica e sul Golfo di Salonicco per poi spaziare sino a dove arriva l’orizzonte. Passeggiare tra i vialetti ombrosi dei parchi di Atene è l’ideale per chi desidera rilassarsi dal traffico cittadino e ritrovare le idee, fermarsi e osservare il divenire dall’alto può rivelarsi una panacea temporanea, un’occasione per riflettere sui dogmi della vita quotidiana, oggi come allora.

Dopo un tuffo nella storia, Atene offre un’immersione nel mare plumbeo del suo caotico centro non privo di atolli meravigliosi: tra gli edifici in calcestruzzo infatti sorgono le isole verdi della città. L’eden urbano dei Giardini Reali, una visione salvifica nella congestione della metropoli vicino a Piazza Syntagma dove si trova il Parlamento. Oggi questo eden aristocratico del 1840 è diventato uno spazio pubblico condiviso da milioni di cittadini e turisti diventando il Giardino Nazionale della città di Atene. 38 acri di verde e oltre 500 specie di piante rendono questo spicchio di città un tesoro di biodiversità, avvalorato da cimeli inestimabili che ricordano l’identità di Atene, indissolubilmente legata alla storia. In città i grandi polmoni verdi sono facilmente individuabili alzando semplicemente lo sguardo verso il cielo. Spiccano le pendici boscose del Licabetto sopra il quartiere di Kolonaki, dove si rincorrono miti e leggende, e la collina di Filopappo, descritta da Plutarco per le gesta di Teseo contro le Amazzoni. Quel che fu dello scontro anima solo la leggenda lasciando spazio alla pace in quest’oasi naturale da dove ammirare un panorama privilegiato sull’Acropoli, sull’Attica e sul Golfo di Salonicco per poi spaziare sino a dove arriva l’orizzonte. Passeggiare tra i vialetti ombrosi dei parchi di Atene è l’ideale per chi desidera rilassarsi dal traffico cittadino e ritrovare le idee, fermarsi e osservare il divenire dall’alto può rivelarsi una panacea temporanea, un’occasione per riflettere sui dogmi della vita quotidiana, oggi come allora.

Atelier nel quartiere di Monastiraki
Il Licabetto
Vista dalla collina di Filopappo

Immagine copertina: vista sull’Acropoli dalla collina di Filopappo.

Photo credits: Elena Bittante

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Frammenti di mito e pezzi di intonaco, Atene è votata al passato, dagli albori della civiltà al racconto dell’ultimo decennio trascorso. Tutto sembra vissuto, a tratti usurato, non è la classica “bella città” ma gioca bene le sue carte con la complicità delle atmosfere suggestive e la luce avvolgente del Mediterraneo. Sorprende inaspettatamente chi si addentra nel dedalo del centro tra palazzi scrostati, gallerie d’arte e scorci sulla storia: da qualsiasi angolo si scorge l’Acropoli, fondamenta della cultura occidentale 🇬🇷 Atene è storia e smussa il peso della sua eredità nella leggerezza della quotidianità rivelandosi una metropoli viva e originale che bypassa le ombre della crisi a ritmo di sirtaki e spunti creativi. L’incontro nelle grandi piazze, la vivacità rilassata della gente, il profumo di basilico fresco dei piatti tradizionali e l’estro degli artisti moderni che omaggiano il glorioso passato sono solo alcuni spunti per viverla a pieno. E’ dalle radici che inizia un viaggio nella culla della civiltà occidentale, per poi divagare in una realtà pittoresca al passo con i tempi 🌺 Il mio articolo dedicato alla città dove tutto ebbe inizio: http://www.europeanaffairs.it/roma/2019/05/19/atene-le-origini-della-storia-occidentale-tra-pace-e-caos/ 🌺 . . . #athens #acropolis #greece #syntagma #ig_athens #athens_city #athensvoice #life_greece #in_athens #eyeofathens #athensview #visitathens #loveathens #greekhistory #travelandlife #traveldiaries #culturetrip #traveljournalist

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La Grande Muraglia Cinese, il limes del possibile

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Una delle Sette Nuove Meraviglie del Mondo Antico e dell’UNESCOPatrimonio dell’Umanità. La Grande Muraglia Cinese appare come un ricamo che intarsia le montagne, trasforma le pendenze più aspre in dolci sinuosità rendendo il limite accessibile. L’occhio perde la via seguendola sino all’orizzonte per poi lasciare spazio alla surreale consapevolezza: quest’opera militare difensiva si estende per oltre 8.000 chilometri, più di 21.000 chilometri se considerati tutti i tratti misurati di fortificazioni collaterali. Uno dei monumenti più emblematici costruiti dall’uomo in tutto il mondo, capace di sorpassare la linea dell’orizzonte e della nostra immaginazione

Località Badaling, a 70 chilometri da Beijing

La Grande Muraglia è la classica meta di un viaggio in Cina. A tratti turistica e affollata, in altri dismessa e difficilmente accessibile ma sempre presente negli intenti di chi desidera ammirarla, solo per una foto ricordo o per un trekking lungo qualche tratto. Visitarla è come conoscere un grande drago che serpeggia da millenni nella parte settentrionale del paese: attraversa sinuoso mondi diversi, quelli di una nazione con una natura eterogenea unica al mondo. Si snoda su e giù per le montagne seguendo anche la morfologia più estrema, attraversa deserti e praterie  dalla costa Est fino agli altopiani dell’Ovest percorrendo un totale di 21196,18 km.

La Grande Muraglia, in cinese 长城 (Chángchéng /channg-chnng/ “Lunga muraglia”), è simbolo di grandezza della storia antica della Cina e oggi come allora si rivela un’opera identitaria del paese nonché una delle meraviglie del mondo, dal 1987 inclusa nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO.

Il muro “originario” risale a 2.300 anni fa nel periodo della dinastia Qin (221-207 a.C.), nel tempo subì numerosi cambiamenti e ristrutturazioni a discapito di innumerevoli vite umane, una macabra leggenda narra che gli scheletri degli operai morti vennero inglobati nella sua costruzione. La storia della Muraglia narra un lungo racconto, un susseguirsi di capitoli in bilico tra mito e realtà, ma sin dal principio affiora la certezza del suo scopo: la difesa del territorio dalle incursioni esterne, soprattutto mongole. Nel XII secolo le orde di Gengis Khan erano divenute una minaccia permanente. L’opera architettonica mantenne la sua funzione difensiva per i secoli a venire ma l’aspetto attuale risale alla dinastia Ming(1368- 1644), durante la quale venne attuata una monumentale opera di restauro dell’intero complesso. L’intera struttura venne rinforzata con pietre, mattoni e una merlatura alta 1.8 metri con scappatoie e feritoie e parapetti alti 1.2 metri.

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Una delle Sette Nuove Meraviglie del Mondo Antico e dell’UNESCO, Patrimonio dell’Umanità. La Grande Muraglia Cinese appare come un ricamo che intarsia le montagne, trasforma le pendenze più aspre in dolci sinuosità rendendo il limite accessibile. L’occhio perde la via seguendola sino all’orizzonte per poi lasciare spazio alla surreale consapevolezza: quest’opera si estende per oltre 8.000 chilometri, più di 21.000 chilometri se considerati tutti i tratti misurati di fortificazioni collaterali. Uno dei monumenti più emblematici costruiti dall’uomo in tutto il mondo, capace di sorpassare la linea dell’orizzonte e della nostra immaginazione 🌏 Qualche pillola di storia nel mio articolo: http://www.europeanaffairs.it/roma/2018/12/13/la-grande-muraglia-cinese-limes-del-possibile/ 🐲 . . . #thegreatwall #thegreatwallofchina #badaling #beijing #instabeijing #pechino #visitbeijing #beijingtrip #chinatravel #unescoheritage #cina #visitchina #asianwanderlust #explorechina #travelchina

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Nonostante la grandiosità del progetto, questa struttura concepita come impenetrabile non si rivelò mai un’efficiente barriera difensiva contro gli invasori, come testimonia la conquista di Beijing nel 1215 da parte dell’esercito di Gengis Khan. Tuttavia, diversamente dal mancato scopo militare, si dimostrò un’eccellente via di percorrenza per il trasporto di materiale e di persone attraverso gli impervi territori montuosi, inoltre si rivelò molto efficace per le comunicazioni grazie al suo sistema di torri di segnalazione che permetteva di trasmettere rapidamente le notizie dei movimenti nemici sino alla capitale. Per rendere possibile questa operazione venivano utilizzati i segnali di fumo bruciando sterco di lupo, un chiaro indizio della fauna locale che ancora oggi vive indisturbata negli sterminati territori che la Muraglia attraversa.

A partire dalla metà del XVII secolo, il venir meno della temuta minaccia mongola fu paradossalmente l’incipit del rovinoso declino di questa opera monumentale. L’apice dell’abbandono avvenne nel ‘900 in quanto la tutela di questo patrimonio non rientrava nelle priorità di una stato votato al comunismo, che destrutturò la bellezza di questa ed altre meraviglie del paese rendendo la vita culturale cinese un arido deserto. Una perdita di valore che scalfì indelebilmente la grandezza della Muraglia assottigliandola nelle dimensioni e sfregiandola nell’identità: Mao Zedong incoraggiò i cinesi che abitavano nelle vicinanze ad utilizzarla come fonte di materiale gratuito per la costruzione di infrastrutture e di brutture edilizie in stile post sovietico.

Solo nel 1984 il successore di Mao, Deng Xiaoping, portò la sua tutela sotto la competenza dello stato. Il progetto di restauro cercò di ridarle dignità ristrutturando alcune sezioni. Tra i tanti luoghi oggi visitabili, un esempio è il suggestivo scenario che si può ammirare a Badaling, a pochi chilometri dalla Capitale. Qui si apre un percorso turistico molto gettonato con un paesaggio da cartolina che ha perso l’autenticità della storia ma che ha ricostruito la dignità della Grande Muraglia e soprattutto gli intenti di chi ama la millenaria identità di questo paese e desidera condividerla con il resto del mondo, un limes del possibile.

Immagine copertina: Grande Muraglia Cinese, Badaling, Cina.

Photo credits: Elena Bittante

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Mi arrampico al mio desiderio seguendone i bastioni: percorrere un piccolo tratto della Grande Muraglia Cinese. Gli occhi lacrimano dalla commozione e dal freddo, è l'ennesimo inverno per le pietre navigate che indicano la via, un gelo polare che non demorde l'entusiasmo di percorrerla ed ammirarla per qualche ora. La immagino nella storia, nei tumulti devastatori e nei silenzi salvifici delle tregue, appollaiata sulle montagne. Ci sono luoghi che anticipiamo nei sogni e che viviamo con essi, la loro forza evocativa rende il loro valore universale e condiviso un'esperienza intima e personale, unica e irripetibile ♥️ . . . #thegreatwall #thegreatwallofchina #badaling #beijing #instabeijing #pechino #visitbeijing #beijingtrip #chinatravel #unescoheritage #cina #visitchina #asianwanderlust #explorechina #travelchina

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Elena Bittante
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