la geografia della scoperta

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Elena Bittante

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Cascata delle Marmore: quell’orrido spettacolo cantato sin dall’antichità

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Al suo cospetto si avverte l’ebrezza della paura: ci immedesimiamo in una goccia d’acqua che segue l’impeto della corrente, si libra nell’aria in un salto vertiginoso precipitando per tre balzi per poi ricongiungersi al cielo in un moto antigravitazionale. Ecco il sublime cantato dai romantici dell’800, quell’attrazione indescrivibile mista al terrore di una splendida natura matrigna. Oggi come allora, ogni figlio del suo tempo che ammira e ascolta il fragore della cascata s’incanta soggiogato dal suo incantesimo, un “orrido splendore” che ammalia e sgomenta

Cascata delle Marmore, tra storia e leggenda

Fiume, che per gran sassi rumoreggia e cade” scrisse Virgilio nell’Eneide. Un paesaggio che è rimasto immutato nel tempo quello delle Marmore, uno spettacolare gioco d’acqua creato dal corso del Velino che si getta nel Nera. Una meravigliosa manifestazione della madre terra che nasce da un’opera di ingegneria idraulica progettata nell’ antica Roma. Fu il console Curio Dentato a promuovere nel 271 a.C. lo scavo di un canale emissario, il “cavo curiano”, progettato per agevolare il deflusso dell’acqua stagnante del Velino dalla rupe di Marmore al sottostante corso del Nera.

La Cascata delle Marmore è la più famosa d’Italia ed è tra le più imponenti d’Europa. Si trova nella Valnerina a poca distanza della città di Terni, uno scenario idilliaco che ha ispirato scrittori e poeti nei secoli, capace di evocare miti e leggende a contrasto con il raziocinio di un’opera ingegneristica ante litteram. La leggenda popolare narra una tragica storia d’amore tra la ninfa Nera e il pastore Velino. La candida fanciulla, innamorata del giovane, venne trasformata da Giove in un corso d’acqua. Velino per la disperazione decise di ricongiungersi all’amata lanciandosi dalla rupe delle Marmore. Un gesto estremo che sancì il loro amore eterno dando vita alla cascata.

L’immaginazione edulcora amaramente la bellezza di un paesaggio naturale unico in Italia, tra le mete più note della regione. 165 metri di caduta e una morfologia ritmata da tre grandi salti da osservare da diverse prospettive. L’unica accortezza per una visita o per ammirarla da distante è quella di controllare gli orari di piena in quanto non è sempre possibile vederla al massimo regime. Il rilascio delle acque viene gestito con regolarità per la produzione dell’energia idroelettrica e in determinati momenti della giornata noterete il flusso diminuire considerevolmente nel giro di pochi minuti. La funzione idraulica della cascata è parte della sua storia e sin dall’antichità gli scritti testimoniano numerosi interventi ingegneristici per la gestione del flusso del Velino.

La cascata delle Marmore: i punti panoramici e i sentieri

Per ammirare la grandiosità della cascata è possibile raggiungere diverse terrazze panoramiche e altrettanti sentieri che regalano scorci unici immersi in una natura rigogliosa. Gli accessi principali alla cascata sono due: il Belvedere Inferiore da dove apprezzare dal basso il fluire impetuoso in tutta la sua grandiosità, e il Belvedere Superiore posizionato su una terrazza sopraelevata dalla quale contemplare uno stupefacente paesaggio.

E’ possibile raggiungere entrambi i punti panoramici seguendo un percorso suggestivo. Lungo il sentiero troverete la Specola, un loggiato costruito dal papa Pio VI nel 1781 e il famoso Balcone degli Innamorati. Questo terrazzino si trova alla fine di una piccola galleria scavata nella roccia a ridosso del getto d’acqua: servono un impermeabile e senso dell’avventura per godere tutto il “romanticismo” del luogo, inteso come lo spirito irrefrenabile che animò la fantasia e il desiderio di scoperta dei Grand Tour dell’Ottocento. Ancora oggi per godere la bellezza del luogo, il segreto è quello di lasciarsi trasportare dall’attrazione verso la natura entrando in comunione con il suo impeto come fecero Hans Christian Andersen, Wilhelm Heinse, De Sade, Goethe, Lord Byron e tanti altri.

E’ possibile ammirare la cascata anche dal belvedere dei giardini pubblici lungo la statale 79, dal belvedere Pennarossa, un’amena terrazza naturale davanti al salto, dalla specola costruita nel tardo ‘700 sul fianco della cascata e il borgo medievale di Torreorsina, un gioiello della storia incastonato nel verde. L’Umbria alterna ai suoi scrigni urbani in una natura intonsa e generosa.

Le cascate si trovano nell’area del Parco Fluviale del Nera, conosciuto anche come “il Parco delle acque” dove i corsi d’acqua Nera e Velino incidono la valle con profonde gole e canyon culminando il loro fluire inquieto nella cascata. Questa zona è una delle aree più ricche di biodiversità d’Italia, il “cuore verde del bel Paese” non tradisce per merito la sua nomea. L’area si estende per oltre 2.000 ettari, da Ferentillo arriva al lago di Piediluco, una zona di grande pregio ambientale dove prevalgono lecci, carpini neri e ornielli, tessuta da una fitta rete di sentieri che offrono delle escursioni memorabili per gli amanti del trekking. I percorsi da annotare sono: l’Antico passaggio, l’Anello della ninfa, L’incontro delle acque, La maestosità, La rupe e l’uomo e I lecci sapienti.

Per chi desidera alternare alla serenità di una passeggiata un’esperienza da brivido, il Parco delle Marmore offre diverse alternative. Dal rafting all’hydrospeed per testare la forza delle acque oppure climbing outdoor, l’arrampicata in falesia per chi predilige il feeling con la terra e non teme le altezze. Il lago di Piediluco è invece una località rinomata in tutta Europa per il canottaggio sportivo.

Il trasporto e l’adrenalina che si percepiscono alla cascata delle Marmore sono esperienze emozionali che avvalorano la meraviglia del suo paesaggio. Un’energia che si dissolve nella pace dei suoi paesini e dei suoi borghi medievali raccontando l’Umbria come una sinfonia andante, una magia che ha stregato i cercatori di meraviglia sin dalla notte dei tempi.

Per tutte le informazioni utili, ulteriori percorsi e attività, visitate il sito ufficiale della Cascata delle Marmore.

Immagine copertina: Cascata delle Marmore, Belvedere Inferiore.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

Guérande: la città bretone della Loira

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La cittadina francese di Guérande si trova vicino alla foce della Loira e con i castelli della valle più famosa di Francia, condivide il fascino della storia. L’aspetto favoloso non le manca, lo descrive nella sua struttura medievale: un rosario di torri e bastioni imponenti che si susseguono lungo la circonferenza della cinta muraria, a protezione di snelli campanili gotici e casette minimali sparpagliate per i dedali delle sue vie. Il centro profuma di mare e caramello, una simbiosi dell’assurdo per questa bomboniera urbana racchiusa in una corona di mura perfettamente intatta, in barba ai secoli

Situata fra le saline Brière, ad una quindicina di chilometri da Saint Nazaire, la città fiuta il profumo dell’oceano e della sua fortuna. Sin dall’antichità prospera grazie al commercio della via del sale, quello miracoloso di Guérande, il più prezioso di tutta la Francia.

Il piccolo centro rientra amministrativamente nel Pays de la Loire ma ogni suo angolo racconta di Bretagna. Le pietre dei muri e l’ardesia dei tetti ma anche gli usi e i costumi le appartengono, come il caramello al burro salato, una variante bretone in terra di Loira da sperimentare assolutamente. La città attrae i visitatori come degli orsi golosi al miele, incantevole in lontananza appare come un dipinto: la cinta di mura perfette, gli alti bastioni e portoni fortificati custodiscono una favola da vivere anche per poche ore tra i vicoli in pavé e le antiche abitazioni. Guérande merita una tappa se siete diretti verso la costa atlantica della Francia, anche per una breve deviazione di passaggio, giusto per sorseggiare un sidro fresco innanzi alla maestosa collegiata di Saint-Aubin.

L’aspetto medievale non tradisce le sue origini architettoniche: la cinta muraria del XIV secolo con undici torri e quattro porte, due delle quali antecedenti alla sua edificazione. La porta Saillé risale al XII secolo, mentre la porta Vannetaise rivela una struttura tipica della seconda metà del XIII secolo. Passeggiando lungo queste antiche difese, spicca la torre di Saint-Jean, del XV secolo, e lo splendore del Saint-Michel costruito agli inizi del XVII secolo. Nel cuore della cittadina, a vegliare la piazza Saint-Aubin dove si svolge il mercato, l’omonima collegiata che ad ogni ora del giorno polarizza la vita sociale di Guérande, oggi come allora. Costruita nel XII secolo ostenta ai visitatori decisi elementi architettonici del XV e XVI secolo al suo esterno, mentre al suo interno svela un delicato gioco d’intarsi di vetro raffiguranti la storia di Margherita di Antiochia o di San Domenico che riceve il Rosario in un tripudio di colori.

Guérande, un affascinate viaggio nel tempo e un’accattivante proposta di sapori, ossimori di gusto che conquisteranno il vostro palato, purché in dosi contenute. Onnipresente nei negozi tipici il “Caramel au beurre salé de Guerande”. Si tratta del caramello al burro salato, una singolare proposta gastronomica nonché il must della città, guai a considerarlo uno “sbaglio”. Alla base di questo “dolce” atipico c’è un azzardo culinario che racconta un capitolo di storia del luogo, quello legato alla gabella. Sin dal Medioevo, la Bretagna era esentata dalla tassa sul sale e i suoi abitanti si potevano permettere il lusso di aggiungerlo al burro, a differenza delle altre regioni del regno di Francia che per secoli si sono dovute accontentare e assoggettare all’abitudine di insipidi panetti.

Il sale di Guérande si rivela un ingrediente più prezioso oggi di allora, non solo nella tipica delizia della città. A confermarlo la scienza che classifica “l’oro bianco”, distinguibile per le sue sfumature grigio perla, il più ricco di magnesio, potassio, calcio e oligoelementi, e con meno cloro rispetto ad altre varietà. Il commercio di questa materia prima resta la fortuna di questo piccolo centro, per i suoi negozi tipici entro le mura che lo vendono come un cimelio più di un souvenir, e negli stabilimenti di salaggio del pesce poco fuori città. E’ facile indovinare il tesoro del blu dell’Atlantico leggendo i menù dei ristorantini del centro, ripetono all’unisono il mantra della cucina locale: sardine rigorosamente in crosta di sale, il migliore di tutta la Francia.

Guérande e le saline, dove scoprire tutto il fascino bretone tra la foce della Loira e l’Atlantico. Per tutte le informazioni utili: France Voyage.

 

 

Immagine copertina:  centro storico di Guérande.

Photo credits: Elena Bittante

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La cittadina francese di Guérande si trova vicino alla foce della Loira e con i suoi castelli condivide tutto il fascino della storia. Il centro profuma di mare e caramello, una simbiosi dell’assurdo per questa bomboniera urbana racchiusa in una corona di mura perfettamente intatta, in barba ai secoli. Guérande fiuta il profumo dell’oceano e della sua fortuna: sin dall’antichità prospera grazie al commercio della via del sale, il più pregiato di tutta la Francia 💙 Nel mio articolo uno spunto per un’evasione d’oltralpe, una meta della Loira meno conosciuta tutta da scoprire: http://www.europeanaffairs.it/roma/2019/04/24/guerande-la-citta-bretone-della-loira-la-valle-dei-castelli-svela-una-preziosa-realta-salata/ 🦋 @loirevalleytourism . . . #guerande #medievaltown #medievalvillage #frencharchitecture #explorefrance #visitfrance #france_vacations #frenchstyle #visitlafrance #france #francelovers

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Edimburgo: la Old e la New Town, le due narrative della città Unesco per la letteratura

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Durante la notte l’atmosfera tetra e malinconica di Edimburgo ci accoglie con una pioggerellina fine che si inala al respiro, mentre lucida le pietre del castello arroccato sulla cima di un vulcano dimenticato e i ciottoli della “Royal Mile” che taglia come un dardo il centro della città vecchia. Un’attraente seduttrice avvolta nel mantello di mistero, la città vibra di luci fioche per immaginare le ombre e mimetizzare i fantasmi. Il giorno la svela fiera, identitaria e ricchissima di storia. Patrimonio Unesco per la letteratura, ha ispirato la creazione di vecchi e nuovi miti come Dottor Jekyl e Myster Hyde, Sherlock Holmes ed Harry Potter, protagonisti intramontabili della narrativa occidentale. Edimburgo, scenario di leggende oscure edulcorate dalla ragione: diede i natali a David Hume, uno dei padri dell’Illuminismo europeo che cambiò per sempre il pensiero moderno

Edimburgo, residenza di fantasmi tormentati, riecheggia di sospiri diffusi, rumori nella notte e battito d’ali. Ogni angolo della città evoca suggestioni dark, un incipit intrigante che rivela narrative sorprendenti. Oltre i campi di cardi e di ginestre che ammantano le sue contee, ci accoglie una città calda ed ospitale, ricca di storia e fiera della propria identità e tradizioni. Edimburgo è la residenza scozzese della casa reale inglese, rinomata città universitaria e sede del Fringe, il più grande festival delle arti del mondo che si svolge ogni anno durante il periodo estivo, quando il cielo si dirada dalle nubi e la illumina vivace e creativa. Conosciuta anche come “Atene del nord” non smette di stupirci con numerosissime iniziative culturali e con le librerie che puntellano in ogni dove la città, eredità del sapere trasmessa dai padri fondatori dell’Illuminismo. A partire dalla fine del XVIII secolo la città si affermò in tutta Europa come centro all’avanguardia per la ricerca medica e per la produzione letteraria. I più grandi scrittori scozzesi sono Sir Walter Scott, Robert Burns, Robert Louis Stevenson, Sir Arthur Conan Doyle, e J.K. Rowling, autrice della celebre saga di Harry Potter, una storia di fantasia che ha saputo riportare la magia e l’immaginazione nei disincantati tempi moderni.

La Old e la New Town, le due anime della città

La bella Edimburgo accoglie i viaggiatori con la sua immagine iconica: la sua fortezza svetta dall’altura di un antico cono vulcanico, il Castle Hill, e come una splendida dama svela un lungo strascico lungo la città vecchia adornato da chiese e palazzi, il famoso “Royal Mile”, una lunga strada che conduce a Holyrood Palace (Holyroodhouse), la residenza scozzese dei reali d’Inghilterra. Il Castello di Edimburgo è il più famoso della Scozia ed è stato edificato a più riprese. La parte più antica è la St Margaret’s Chapel che risale al XII secolo. Addentrarsi nei suoi ambienti è come immergersi nel mistero delle sue leggende, infestate da ospiti inquieti. Si narra che nella fortezza si aggirino i fantasmi di un suonatore di cornamusa, di un suonatore di tamburo decapitato e dei prigionieri francesi e inglesi. Con i sensi orientati alla suggestione è possibile avvertirli nella Sala Grande, edificata da James IV nel 1510, oppure nella Batteria della Mezza Luna, l’imponente bastione semicircolare che caratterizza la struttura del castello. Imperdibili gli Honours of Scotland, i gioielli della Corona, tra le più datate insegne reali d’Europa, e la Pietra del Destino sulla quale sono stati incoronati tutti i reali scozzesi, un cimelio entrato nella storia e nella leggenda. Simbolo di Edimburgo e della Scozia, il castello ospita anche i vessilli della storia moderna come lo Scottish National War Memorial, opera eretta dopo la Prima Guerra Mondiale.

Dal castello la passeggiata verso la Old Town è un percorso quasi istintivo che segue la morfologia della città. La Royal Mile è l’arteria principale, un miglio di strada (da Castle Hill a Canongate) che incorpora quattro principali vie di transito. Una panoramica sulla Edimburgo medievale: si contano 66 vicoli che si ramificano dalle vie principali in un labirintico grattacapo, il più amato dai viaggiatori curiosi che amano perdersi respirando a pieno l’atmosfera della città. Il miglio reale culmina con il palazzo di Holyroodhouse, scrigno di segreti inconfessabili che intrecciarono i destini dei personaggi che fecero la storia, primi tra tutti Maria Stuarda, la regina di Scozia. Oggi l’edificio è residenza ufficiale della regina Elisabetta per cerimonie e ricevimenti durante le sue visite in Scozia. 

Il castello e il palazzo, due simboli della città delineano il segmento urbano più noto di Edimbugo. Lungo la High Street, la via centrale della Royal Mile, sono incastonati splendidi palazzi d’epoca, chiese e sedi del potere. Dai luoghi più originali come la Camera Obscura, un edificio del Seicento un tempo sede del Laird di Cockpen che ospita un grande stenoscopio capace di riprodurre le scene di vita cittadina nel loro svolgimento, una magia per l’epoca che si rivela ancora un’interessante attrazione. Il Lady Stair’s House, museo dedicato ai grandi della letteratura: Burns, Scott e Stevenson. Un polo che attesta il meritato titolo Città della letteratura” Unesco e che accoglie i suoi visitatori nelle sue splendide sale e nel cortile medievale esterno, il Makars’ Court, un menabò a grande scala della letteratura che raccoglie delle lastre di pietra dove sono incise alcune delle citazioni dei più illustri autori scozzesi dal XIV secolo ad oggi.

Lungo la strada si erge la maestosa St. Giles Cathedral conosciuta come “High Kirk” di Edimburgo. L’imponente cattedrale gotica del XV secolo fu il punto di partenza dal quale John Knox diresse la riforma scozzese nel Seicento, un importante capitolo di storia che si narra tra mito e testimonianze accreditate. Per un tuffo nel passato senza essere soggiogati dalle atmosfere suggestive della città, una visita al National Museum of Scotland, elegante palazzo vittoriano a Chambers Street, illuminerà le ombre della vostra conoscenza con un’ampia esposizione di reperti e testimonianze tangibili senza digressioni fantasiose.

Edimburgo, misteriosa città razionale rivela il suo dualismo anche nella pianificazione urbanistica. Il suo centro è diviso in due parti da Princes Street, la principale via commerciale e dello shopping. A sud si trova la Old Town, mentre a nord spunta la New Town costruita alla fine del XVIII secolo. Splendido esempio di architettura urbana georgiana, si evince dalla Moray Estate, una serie di grandi caseggiati che formano un’armonica coreografia nella loro pianificazione. La parte nuova della città descrive la sua identità nell’eleganza lineare delle facciate dei suoi palazzi e nelle ampie strade in antitesi con i cupi vicoli del centro storico. In questa zona si trova l’imponente Scott Monument, una grandiosa torre gotica di 61 metri e costruita nel 1840, dedicata a una delle figure più importanti della letteratura scozzese, Sir Walter Scott. Per chi è allenato, vale la salita di 287 gradini per ammirare il panorama sulle due anime della città.

Fuga nel verde: ammirare il panorama da Canton Hill

La città vecchia di Edimburgo vive di atmosfere gotiche e fumose, contrapposte alla chiara razionalità dell’urbanistica georgiana della New Town. Ombrosa e luminosa, fantasmi e teoremi si rincorrono in questo scrigno della storia del Regno Unito, una scoperta che attrae e disorienta. Dalla cima di Canton Hill è possibile riordinare le idee con uno sguardo d’insieme sulla città. Immersi nel verde della collina, tra un emblematico tempio incompiuto e l’osservatorio abbandonato in stile neoclassico, tutto sembra più chiaro, come le linee rette delle highlands che si ergono in lontananza. Anche le ragioni di un’opera in perenne divenire come quelle del tempio sembrano essere chiare in questo luogo illuminato: ideato come monumento nazionale ai caduti delle guerre napoleoniche, bloccarono la costruzione per l’esaurirsi dei finanziamenti. Non ebbe la stessa sorte il Nelson Monument, la torre adiacente e intatta in onore della vittoria britannica a Trafalgar. Edimburgo non tradisce la sua vocazione ai contrasti, splendida della sua linearità sfuocata dalle ombre del mistero che la avvolgono.

Per maggiori informazioni edinburgh.org

Immagine copertina: National Museum of Scotland.

Photo credits: Elena Bittante

Lago di Resia, illusione della Val Venosta

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Arriva la stagione del freddo, un periodo dell’anno tutt’altro che morto. In autunno e soprattutto durante l’inverno, la montagna si rivela con privilegi inaspettati: la neve nasconde eppur valorizza i luoghi mentre il ghiaccio diventa un ponte per raggiungere l’impensabile, come una passeggiata al lago di Resia. In questa stagione il percorso non si limita al suo perimetro ma si addentra verso il centro del bacino dove è possibile toccare con mano le pietre di un campanile romanico. Sembra quasi un’illusione eppure questa costruzione si erge solitaria dalle acque lasciando la sua origine sommersa alla fantasia

La storia del campanile 

Un’immagine da cartolina quella del lago di Resia, il più singolare d’Italia per il suo campanile. Questa costruzione risale al XIV secolo ed apparteneva alla chiesa di Santa Caterina. Oggi viene considerata un prezioso relitto solitario in quanto è l’unica parte della struttura rimasta, tutelata dalle belle arti. Una visione quasi surreale che si interrompe dal triste racconto degli abitanti di Curon, il comune dove si trova il lago. Nel 1950 iniziarono i lavori per la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica proprio in questa zona. Il progetto prevedeva l’unione di tre bacini naturali: il lago di Resia, di Curon e di San Valentino alla Muta. L’opera venne fortemente contestata dagli abitanti locali in quanto prevedeva lo spostamento dell’intero paese di Curon. I residenti non vollero rassegnarsi tanto da recarsi a colloquio con Papa Pio XII per tentare di sensibilizzare e bloccare il progetto. Determinati nei loro intenti organizzarono anche una protesta davanti alla sede della Montecatini, l’azienda che presentò la domanda per una concessione di sfruttamento per la realizzazione dell’opera. Nonostante l’impegno, a nulla servirono le opposizioni a fronte dell’arrivismo produttivo: l’avvio dei lavori comportò inesorabilmente la sommersione del piccolo centro di Curon che venne trasferito più a monte. Case e coltivazioni vennero spazzate via, 150 famiglie contadine persero la proprietà e molte di loro furono costrette ad emigrare cercando fortuna altrove. Annegarono le consuetudini e affogarono i sogni ma non la memoria dell’antico abitato grazie al suo campanile superstite, oggi simbolo della Val Venosta.

Una passeggiata al lago di Resia

Il lago di Resia è il più grande dell’Alto Adige (6,7 km di lunghezza e 1 di larghezza), si trova a pochi chilometri dal passo di Resia, nell’incantevole cornice della Vallelunga nel comprensorio della Val Venosta, ai confini con l’Austria e la Svizzera. Una meta idilliaca che offre ai suoi visitatori panorami meravigliosi tutto l’anno. Durante la primavera e l’estate ammalia con il verde delle sue maestose montagne, amata da escursionisti e dai kitesurfers. In autunno si accende con le tonalità sgargianti dei suoi boschi ma è solo nel periodo invernale che si può vivere l’esperienza più suggestiva, raggiungere il campanile camminando sul ghiaccio.

Una passeggiata al lago di Resia è un’occasione per rilassarsi ed alternare l’adrenalina degli sport invernali, ma anche per scoprire un capitolo di storia poco conosciuto di questo angolo ai confini d’Italia. Un racconto impietoso di arrivismo economico che solo oggi ritrova un risvolto positivo nella meraviglia del suo paesaggio e nel fascino della sua leggenda: si narra che verso il calar del sole durante le fredde giornate d’inverno sia possibile udire le campane del vecchio campanile, eppure le testimonianze scritte rivelano che l’ultimo rintocco fu poco prima dell’inondazione, nel lontano 1950.

Il percorso dell’Alta Val Venosta con deviazione alla sorgente dell’Adige 

Per gli appassionati di geografia e per chi ama concretizzare le leggende, il percorso segue l’Alta Via Val Venosta che conduce alla sorgente del fiume Adige e prosegue verso Planol, a 1620 metri. In soli 15 minuti di cammino si arriva alla fonte, a 1550 metri di quota. Un andare immerso nella quiete della montagna che attraversa una manciata di borghi dove tutto sembra trascorrere lento, secondo il ritmo delle idilliache narrative d’alta quota. La prima tappa di questo percorso incontra un luogo del mito poiché dove nasce un fiume vive un “genius loci”. Nell’ideale comune le sorgenti rivelano sempre delle incantevoli suggestioni e dove sbuca l’Adige la realtà non tradisce l’aspettativa: tutto sembra in adorazione alla fonte che dà origine alla vita, quel fluire costante ancora di civiltà dalla notte dei tempi.

Si prosegue il percorso seguendo le indicazioni dell’Alta Via Val Venosta che ricongiunge al centro abitato tra prati, boschi e i masi  Klopairhofe sino al villaggio di Curon. Arrivati alle sponde del lago di Resia, si costeggia il bacino per quasi tre chilometri per poi attraversare la strada principale del paese e addentrarsi nuovamente nella natura, questa volta in una macchia di larici, il bosco chiaro di Talaiwald. Si attraversa la frazione di Monteplair a Piavenna da dove prosegue l’Alta Via Venosta (chiaramente indicata dalla segnaletica stradale). Si prosegue in direzione di Albi fino alla frazione di Alsack dove imboccare l’ultimo tratto del sentiero che conduce sino a Planol, a 1620 metri di quota. Da questo punto di arrivo è possibile ammirare la valle in tutta la sua grandezza comprendendone la morfologia e la storia: un’enorme culla che origina la vita e racconta il suo fluire nel paesaggio, il lago di Resia ne è testimonianza.

Per tutte le informazioni utili, ulteriori percorsi e attività, contattate Val Venosta.

Immagine copertina: il campanile che apparteneva alla chiesa di Santa Caterina, lago di Resia, Val Venosta.

Photo credits: Elena Bittante

 

Oslo: il parco di Vigeland, il giardino atelier della Norvegia. Un inno alla vita

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Nella capitale meno nota della Scandinavia, si trova un luogo per gli estimatori dell’arte e i cercatori di storie: il parco di Vigeland racchiude tutte quelle del ciclo della vita. Un atelier a cielo aperto da includere nella lista dei luoghi da visitare in una piccola città che riserva inaspettate sorprese. Oslo si racconta nel pathos dell’arte, non solo nell’ “Urlo” muto di Munch

“Sinnataggen”, la  “Piccola testa calda” di Gustav Vigeland 

Oslo non è una città votata al turismo di massa, si rivela al viaggiatore come una realtà moderna e istituzionale ma non priva di angoli preziosi, come piccoli cristalli di quarzo incastonati nella pietra grezza. Il parco di Vigeland ne è l’esempio perfetto. Conosciuto anche come “parco delle sculture”, spicca per il suo rigore bizzarro: un museo a cielo aperto con più di 200 sculture di granito, bronzo e ferro battuto. Opere delineate da forme rigorose ma animate da uno stupefacente pathos che il grande artista norvegese Gustav Vigeland (1869-1943) seppe modellare. Un luogo della suggestione dove l’arte incontra la natura, elemento imprescindibile nella cultura nord europea. Questo spazio verde di 320 ettari è situato nel cuore di Oslo, all’interno del Frognerparken a poca distanza dal Palazzo Reale, una delle mete più visitate della capitale norvegese.

Il parco fu una fucina di creatività per l’artista che nei primi anni del ‘900 non solo lo adornò con le sue opere ma ne progettò l’architettura del paesaggio in ogni singolo dettaglio. Un intarsio d’arte nel verde dove spiccano le linee e i volumi decisi delle sue sculture addolcite dall’armonia della natura circostante, un impatto visivo da apprezzare come una sorta di incantesimo. La stagione più indicata per visitare il parco è la primavera e l’estate, quando tra i vialetti e le siepi fiorite spiccano a contrasto le numerose opere monocromatiche in pietra e in metallo ma si consiglia di non escludere l’autunno per i suoi mille colori e l’inverno per vivere a pieno tutto il freddo fascino avvolgente che solo il nord Europa sa regalare. Allegorie scultoree che raccontano la vita in tutte le sue emozioni, capaci di descrivere i desideri e le speranze dell’uomo nelle forme e nei volumi esaustivi della materia nonostante la freddezza dei materiali utilizzati. Tra le sculture più note del parco ormai simbolo della città, primeggia il “Sinnataggen”, la  “Piccola testa calda”. Una statua in bronzo a grandezza naturale che raffigura un bambino arrabbiato nell’atto di battere i piedi con un’espressività coinvolgente e stupefacente: un capriccio puerile non è mai stato così esaustivo nell’arte scultorea. Quest’opera appartiene alla serie di 58 raffigurazioni lungo il ponte principale del parco, una struttura imponente lunga 100 metri e larga circa 15 metri. Una protomoteca a cielo aperto che ospita statue di uomini e donne, adulti e bambini che raccontano nella loro staticità il dinamismo della vita con le sue infinite emozioni.

Un racconto dell’arte moderna per espressioni e movenze dei protagonisti che rendono una visita al parco un’esperienza sensazionale: un riscontro della vita reale attraverso la plasticità della scultura che ripropone i sentimenti più puri ma anche i desideri più arditi che tutti noi proviamo dall’infanzia sino alla vecchiaia. Vigeland ha saputo elaborare alla perfezione sia la sfera emotiva del singolo che la sinergia della famiglia e della collettività come si evince dalla splendida fontana in bronzo dove sei uomini sorreggono una grande coppa da cui sgorga l’acqua, simbolo della forza e della condivisione tra simili. Attorno a quest’opera una coreografia di 20 sculture umane intrecciate agli alberi, allegoria della vita, e 60 bassorilievi che ripercorrono il corso dell’esistenza umana. Un altro emblema del parco che ne riassume il tema è il “Livshjulet”, la “Ruota della vita”. Un monito alla ciclicità delle generazioni e allo scorrere del tempo composto da 7 figure umane, 4 adulti e 3 bambini.

Punto di riferimento del parco è l’inconfondibile “Monolitten”, l’opera emblematica nota come il “Monolite” in granito, una colonna alta 14 metri e formata da 121 figure umane raffigurate senza vita. L’interpretazione racchiude un duplice significato in apparente antitesi: rielabora il lutto e l’orrore della guerra ma nella morte rievoca anche la speranza legata alla spiritualità e alla vita ultraterrena. Questo unico blocco magistralmente modellato è una scultorea via ascensionale, metafora del desiderio dell’uomo di raggiungere il paradiso. Un omaggio al valore dell’esistenza che spicca sulla sommità di una struttura a gradini a pianta ottagonale. In questa “Terrazza del Monolite” sono inoltre posizionati altri 36 gruppi scultorei che rievocano la vita con tutte le sue emozioni terrene, dall’amore alla gioia, dalla paura alla pietà, temi cari allo scultore norvegese e filo rosso di questo suo atelier sotto il cielo del nord, abbracciati dal verde della natura, dove tutto si riconduce.

Per tutte le informazioni utili, contattate Visit Oslo .

“Monolitten”, l’opera più famosa dell’artista

Immagine copertina: la “Terrazza del Monolite”.

Photo credits: Elena Bittante

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Vigeland Park: humanity into the wild. The world's largest sculpture park with more than 200 sculptures in bronze and granite in all variety of poses and situations exploring the human form and human life. Gustav Vigeland's lifework (built between 1939 and 1949) 🇳🇴 Il parco di Vigeland nel cuore di Oslo ospita opere in bronzo e in granito dell’omonimo artista. Un atelier a cielo aperto con più di 200 sculture che impersonificano i sentimenti umani. Un luogo della natura dove cogliere la magia evocativa dell’arte, capace di infrangere l’immobilismo della materia attraverso le emozioni. . . . #vigeland #vigelandsparken #norway #norge #oslo #visitnorway #ig_norway #visitoslo

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Monte Testaccio: il “colle dei cocci” di Roma, uno scempio spettacolare

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All’apparenza un dolce rilievo poco distante dall’ansa del Tevere, perfettamente conforme al paesaggio di una metropoli che ha fatto “dei sette colli” la sua storia. Eppure il Monte Testaccio non sogna l’appellativo di “ottavo”, sconosciuto ai più, rivela la sua natura osservandolo da vicino: sino alla sua cima è formato da frammenti di anfore. Sono sempre i dettagli a fare la differenza

Roma non smette mai di stupire, con le sue meraviglie e i suoi paradossi. Se parliamo di rifiuti, tralasciamo la triste attualità e addentriamoci nella storia. Il monte Testaccio, conosciuto anche con l’appellativo “monte dei cocci è una vecchia discarica a cielo aperto. Un enorme accumulo di materiale di scarto, uno scempio spettacolare. Si tratta di un’intera collina alta 54 metri con una circonferenza di circa 1 chilometro formata da testae, dalle quali deriva il toponimo “Testaccio”. Il significato è “cocci”, frammenti di 53 milioni di anfore usate per il trasporto dell’olio. Questi manufatti venivano scaricati in quello che era il vicino porto dell’Emporium sul Tevere, adibito per il rifornimento del mercato urbano. Svuotate del loro prezioso contenuto, venivano sistematicamente accumulate in questo luogo formando poco a poco una collina artificiale.

Una testimonianza tangibile del fiorente commercio sviluppato tra l’età augustea e la fine del II secolo d.C. caratterizzato dall’ascesa economica delle province occidentali: la Gallia, l’Africa e soprattutto la Spagna. Questa regione divenne il principale canale di rifornimento dei beni alimentari dei grandi centri di consumo come Roma, in particolare la regione Baetica (Andalusia) per l’esportazione dell’olio. La diffusione di questo prezioso oro liquido era distinguibile dai caratteristici contenitori dalla forma globulare, le anfore. Simbolo inequivocabile del commercio antico, erano contraddistinte da precisi riferimenti come il periodo di realizzazione, le annotazioni relative al contenuto e l’immancabile marchio di fabbrica su una delle anse. I frammenti meglio conservati sono esposti nelle teche dei musei, in particolare quelli che riportano ancora i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell’esportatore e le indicazioni sul contenuto. Ma non è raro trovare lungo i sentieri di cocci che conducono alla sommità del monte alcuni di questi pezzi, tasselli importanti per la conoscenza della storia economica dell’antica Roma. Il monte Testaccio è infatti considerato un sito archeologico di fondamentale importanza, una fonte storico-documentaria dei commerci dell’impero romano e sulle relazioni mercantili tra l’urbe e le province.

Le anfore che trasportavano questo bene non erano riutilizzabili a causa della rapida alterazione dei residui di olio. La soluzione per il loro smaltimento fu rapida, economica e sorprendentemente igienica. La strategia utilizzata per il loro accatastamento prevedeva l’uso della calce, un materiale che contrastava lo sviluppo di batteri dati dalla decomposizione dell’olio e al contempo consentiva la stratificazione stabile e coesa delle anfore.

Il monte Testaccio ebbe la sua rivalsa durante il Medioevo, da discarica si trasformò in un ludico luogo di festa. Consolidata la sua struttura, ormai giunta a quella che è l’attuale conformazione, e nomea come luogo di svago, il “monte dei cocci” era punto d’incontro per la celebrazione di manifestazioni popolari: i ludi maximi del Carnevale romano. La testimonianza più accreditata dagli scritti è il ludus Testacie, una sorta di corrida ante litteram ancora più cruenta di quella attuale: dalla sommità del monte veniva liberato un toro, seguito da due carri con dei maiali all’interno. Nella piana sottostante li attendevano i lusores con lama sguainata, giovani impavidi che incoscienti giocavano anche la loro vita. Sempre durante il periodo medievale, si consolidò la sua funzione religiosa con il “Gioco della Passione”, la rappresentazione sacra della Via Crucis durante la settimana santa che lasciò in eredità il simbolo che tutt’oggi campeggia sulla sommità del colle, la croce in ferro (sostituita più volte, l’attuale è del 1914).

Nel Seicento il colle divenne bersaglio per le esercitazioni dei bombardieri di Castel S. Angelo. Il cannone sparava dalla piramide di Caio Cestio puntando verso il suo pendio orientale. Questo fu l’incipit della scarnificazione dei cocci che continuò per gli scavi dei famosi “grottini” dove conservarono il vino. La particolare conformazione artificiale della collina e il passaggio dell’aria fresca, consentiva di mantenere una temperatura costante al suo interno, ideale per la conservazione dei generi alimentari. Fu questo aspetto vantaggioso ad avviare l’attività di numerose fraschette, le tipiche aree di ristoro romane che dall’Ottocento allietarono gli attimi di svago, soprattutto durante il periodo della vendemmia durante le famose “ottobrate romane”, giorni giulivi narrati da Belli e Stendhal. Con la pianificazione e la crescita urbana del quartiere Testaccio e l’avvio delle attività del Mattatoio che si estendeva alle sue pendici, si sviluppò un caotico abusivismo edilizio che deturpò gran parte della zona. Solo nel 1931 venne avviato un intervento di recupero ad opera dell’architetto De Vico che valorizzò il verde urbano del colle e della zona circostante compresa tra le Mura Aureliane e via Zabaglia.

Una visita al monte Testaccio è un’opportunità per svelare un lato della Roma Segreta. Salire lungo i suoi pendii sotto lo scricchiolio dei cocci che lo ammantano è un’esperienza surreale. Capirne la storia è come scoprire una favola lieta, un luogo che nasce dai rifiuti per diventare fulcro di vita e di tradizione, quella di una Roma verace e appassionata. Un sito archeologico di notevole importanza, stratificato nella sua essenza e variegato nel magnifico panorama che rivela dalla sua cima: 360 gradi che spaziano dalla Roma medievale e barocca in direzione del centro e dell’Aventino, a quella d’avanguardia dell’Ostiense che alterna cimeli dell’antichità come la piramide Cestia, al Gasometro, simbolo dell’archeologia industriale tra una foresta di edifici contemporanei e murales variopinti. L’urbe risplende delle sue epoche, dalla cima del monte fatto di cocci si ammirano tutte le sfaccettature della stessa pietra preziosa.

Il monte Testaccio è visitabile solo in giorni prestabiliti e l’ingresso è consentito solo a gruppi accompagnati di massimo 30 persone a visita. Per informazioni e prenotazioni contattare la Sovraintendenza di Roma.

La croce in ferro del 1914 sulla cima del colle
Panorama sul quartiere Ostiense e sulla piramide Cestia

 

Vista sull’Aventino
Scorcio sul Gasometro del quartiere Ostiense

Immagine copertina: panorama dalla cima del monte Testaccio

Photo credits: Elena Bittante

Shanghai: il Giardino del Mandarino Yu, armonia metropolitana

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Esistono luoghi dove l’esperienza combacia perfettamente con l’immaginazione, una riproduzione del sogno nella realtà. Il Giardino del Mandarino Yu, nel cuore della effervescente Shanghai, accoglie i visitatori nell’affascinante atmosfera di un classico giardino cinese “Suzhou

Un eden di composta bellezza dove le aspettative occidentali vengono soddisfatte alla perfezione: un angolo di pace dove tutto si descrive secondo i canoni estetici e concettuali dello stile Ming in cui la moderata esuberanza degli elementi è uno stratagemma che ripropone una precisa simbologia, solo in apparenza casuale. Il “Genius loci” vive indisturbato in questo giardino metropolitano tra le piante e i minerali, parla agli animali che lo popolano ed anima le leggende che ispirano ai visitatori innumerevoli suggestioni. Il Giardino del Mandarino Yu è un angolo imperdibile di questa città “cubista”, dove convivono diverse realtà solo a prima vista slegate. Shanghai racconta una trama complessa fatta di capitoli contrastanti, quelli di un capitalismo ereditato che si svolge ai piani alti della finanza nel Bund e nei grattacieli futuristici di Pudong, e quelli di umanità autoctona che brulica nei salotti di strada della città vecchia, dove aleggia ancora l’anima del passato tra il miscuglio dei tetti anneriti degli hutong e quelli in stile finto Tudor di un colonialismo perduto. In questo racconto controverso e in continuo divenire, spunta come un cameo il giardino con i tetti arcuati dei suoi padiglioni, la flora rigogliosa e i pesci annoiati nei suoi specchi d’acqua, dirimpettai del credo a poco prezzo di un turismo religioso di massa e dello shopping convulso tra il profumo di incenso e dolci cinesi.

Il giardino occupa una superficie di 2 ettari nel cuore della città e ospita i visitatori in un’oasi racchiusa da alti muraglioni, struttura che ricalca lo stile “Suzhou”. Voluto dai Pan, una ricca famiglia di funzionari della dinastia Ming, questo eden venne creato nel 1599. La sua realizzazione richiese 18 anni per lasciare alla storia uno dei giardini cinesi più famosi al mondo: un angolo di pace che ricrea un paesaggio in miniatura idealizzato nell’intento di esprimere l’armonia fra l’uomo e la natura. Questo luogo ripropone tutti gli elementi caratteristici: angoli ombreggianti, padiglioni, laghetti e una flora che inscena spettacoli diversi a seconda del periodo dell’anno. Una natura lussureggiante e consueta, la stessa che rientra nell’arte della creazione dei giardini cinesi ma anche in quella pittorica da secoli, intenta a riprodurre i protagonisti arborei tanto amati anche nei tempi moderni, come vuole la tradizione stilistica Ming.

Ci si aggira tra vialetti tortuosi, ponticelli e strette gallerie a zig-zag che collegano i padiglioni, ci si tuffa tra il sempreverde dei podocarpi “pini dei luohan” e tra il colore stagionale della camaleontica Magnolia grandiflora, simbolo della città. Una passeggiata rigenerante che continua tra salici, ginkgo biloba, ciliegi, banani, bonsai e metasequoie, una natura che appare disposta casualmente eppure tutti gli elementi che decorano questo luogo sono studiati con la massima cura e dovizia di particolari. Anche le rocce, elemento caratteristico in tutti i giardini cinesi, sono opera dell’uomo poiché vengono scolpite come se fossero erose dagli agenti atmosferici. Tra queste sculture che anticipano l’evoluzione della materia, spicca per importanza e dimensioni la Grande Roccia, un enorme masso alto 14 metri dal peso di 2.000 tonnellate.

Oggi ammiriamo questo luogo identitario nella perfezione delle sue forme ma la sua storia non fu di sola pace e armonia. Un bombardamento lo rase al suolo durante la guerra dell’oppio nel 1842 e fu nuovamente distrutto per mano dei francesi in segno di rappresaglia per gli attacchi ribelli durante la rivolta dei Taiping (1851-1864). Il giardino venne ricostruito alla perfezione secondo lo stile classico e riaperto al pubblico nel 1961, la belligeranza e gli arrivismi occidentali che campeggiarono per secoli in questa città non ebbero la meglio su questo scrigno della tradizione. L’ossessiva ricerca occidentale dell’originalità di un nuovo linguaggio estetico e la compulsiva predisposizione al capitalismo non hanno assorbito il suo “Genio”, testimonianza indelebile della cultura millenaria cinese che rivive nella frenetica perla d’Oriente e continua ad offrire ai suoi ospiti un angolo di contemplazione e uno spunto di riflessione.

 

Immagine copertina: dettaglio Giardino del Mandarino Yu

Photo credits: Elena Bittante

 

Le case da tè a Pechino e a Shanghai, la tradizione incontra il gusto e il benessere

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio. Scopriamo qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai

Il tè cinese, questa meraviglia

Un elisir da assaporare lentamente. Degustare una tazza di tè non dev’essere un automatismo ma un attimo da concedersi perdendosi nella delicatezza del suo aroma, un gusto gentile che non prevede l’aggiunta di dolcificanti o additivi. Il tè in Cina si assapora in tutta la sua naturalezza. La saggezza popolare e i suoi rimedi sono l’archetipo delle cure naturali che oggi invadono il mercato dell’omeopatia. Una tendenza che riscopre gli antichi saperi sempre più richiesta in alternativa o in associazione alla chimica farmaceutica. La tradizione orientale considera il tè una medicina naturale e i suoi benefici vengono tramandati da millenni, una leggenda convalidata dalla scienza: negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato le sue proprietà benefiche, un mix vincente di gusto e salute tra i più bevuti al mondo. Le foglie del tè si ricavano da un arbusto originario dell’Asia sud-orientale, la camelia sinensis descritta la prima volta da Linneo nel 1753 con il nome Thea Sinensis, il Tè Cinese. La pianta del tè è una sempreverde ed è possibile distinguerla grazie ai boccioli bianchi simili a piccole rose, una delicatezza che contrasta gli antichi detti cinesi che la descrivono come un grande albero impossibile da cingere tra le braccia di due uomini. Ma le leggende narrano sempre un fondo di verità e a volte la spettacolarizzazione delle credenze popolari rispecchia la realtà: secondo gli studi di botanica infatti, le piante che crescono in natura possono raggiungere anche i 10 metri.

La saggezza e il metodo contadino trovano da sempre il compromesso pratico e produttivo. L’altezza media nelle piantagioni varia dai 60 ai 90 cm, una dimensione contenuta e utile per la potatura e la raccolta; il tempo, soprattutto nei campi, è denaro e la natura si fa ad “altezza d’uomo”. A differenza della credenza comune, la pianta del tè è unica e le differenti varietà dipendono dalle zone di crescita, dal suolo, dalle condizioni climatiche, dal metodo di lavorazione e dal periodo o dal tipo di raccolta. Le foglie vengono trattate diversamente a seconda della qualità: tè verde, tè nero, tè bianco o tè oolong, conosciuto anche come tè azzurro. Ma come distinguerle semplicemente? Un’indicazione apparentemente banale si sofferma sul colore, riconducibile alla lavorazione delle foglie. Quelle del tè verde per esempio non vengono fatte fermentare e mantengono la tonalità verde.

Le proprietà del tè verde, elisir di lunga vita

Rispetto alle altre varietà, il tè verde è più povero in caffeina (circa il 50% in meno rispetto al tè nero) e vanta maggiori benefici antiossidanti, per questa ragione viene considerato il più benefico tra le diverse tipologie. La sua formula segreta è associata ai polifenoli e all’elevato contenuto di catechine, sostanze antiossidanti appartenenti alla categoria dei flavonoidi che rappresentano circa il 20-40% del peso secco, un prezioso aiuto all’organismo per difendersi dai radicali liberi. Non solo alchimia di Venere ma anche un rimedio di Igea: i benefici antiossidanti del tè verde dovuti alle catechine aiutano la bellezza e la salute contrastando i rischi cancerogeni e riducendo i livelli di colesterolo nel sangue. Una prevenzione naturale all’insorgenza di tumori e di malattie cardiovascolari, regolando la pressione sanguigna e migliorando la circolazione. Il tè verde è inoltre dissetante e ideale per purificarsi, un’ottima abitudine giornaliera soprattutto per chi segue delle diete dimagranti. Contiene caffeina, teobromina e teofillina, sostanze capaci di stimolare la lipolisi e aumentare il metabolismo. E’ molto utile per combattere anche la ritenzione idrica assicurando un effetto diuretico e depurativo. Questa bevanda delle meraviglie è il segreto per ritrovare l’armonia, nessun falso mito ma consapevolezza: conoscere le origini e le virtù stimola il benessere della psiche e del fisico. Il gusto delicato e l’affascinante profumo d’oriente ci ricordano che corpo e mente sono in perenne connessione. Quale occasione migliore per rallentare, ascoltarsi e riscoprirsi sorseggiando una tazza di tè.

Le migliori sale da tè a Pechino

Le sale da tè cinesi, conosciute anche come case da tè, giocano un importante ruolo sociale sin dall’antichità. Le prime testimonianze risalgono alla dinastia Tang (618-907 d.C) e da sempre sono luoghi d’incontro e di confronto, d’intimità ma anche d’intrattenimento condiviso. Oggi come allora, non è raro trovare spettacoli di arte folcloristica come canti, balli e racconti di storie, senza dimenticare la rinomata cerimonia del tè, un’opportunità esclusiva per chi la possibilità di partecipare o assistere. Anche una semplice degustazione si trasforma in un’occasione preziosa di provare una o più delle varie tipologie della bevanda nazionale, solitamente accompagnata da un piccolo buffet a base di frutta, verdura, soia e squisiti dolcetti cinesi. Durante un soggiorno a Pechino, una tappa obbligata è la Laoshe Teahouse al 3 Qianmen Xidajie. Questa è la più famosa casa da tè della capitale, dove tutte le sere vengono organizzati spettacoli folcloristici. Il nome deriva dallo scrittore cinese Lao She in onore della sua opera “La casa del tè” del 1958, dove le storie dei personaggi si svolgono proprio nelle sale da tè. Se desiderate fare delle degustazioni ma anche dello shopping convulso, la Beijing International Tea Center al 6 Maliandao Road non delude le aspettative. Vi attendono tre enormi piani dove trovare tutte le migliori tipologie di tè provenienti dall’intera Cina e il corredo utile per ricreare una cerimonia casereccia una volta tornati: qui è possibile acquistare ogni tipo di utensile e persino abiti tradizionali ricamati a mano. Per una degustazione di tè nella capitale non dimenticate di provare il preferito dai pechinesi, il Jasmine tea mòlìhuāchá ovvero tè verde profumato ai fiori di gelsomino.

Le migliori sale da tè a Shanghai

Per sorseggiare una tazza fumante a Shanghai la Mid Lake Pavillon Teahouse al 257 Yuyuan Road, è considerata la più suggestiva nonché la più antica della città, tra le più note di tutta la Cina. Costruita nel 1784 su uno specchio d’acqua e con una passerella a zig zag per allontanare gli spiriti maligni (che odiano gli angoli), rivela un ambiente interno minimale seppur ricercato: l’arredo in legno svela una miriade di dettagli solo osservando attentamente i suoi intarsi. Un luogo affine al suo tesoro, le numerose varietà di tè che rivelano la ricchezza di sapore nella semplicità delle loro essenze. In alternativa la Red&Black Teahouse nelle vicinanze del parco Zhabei al 11 Pu Xong Lu, dove al piacere del tè si aggiunge il popolare gioco della dama, il più amato in Cina, oppure un viaggio nel tempo per rivivere gli anni d’oro di Shanghai al Jingyuan Tea-Art House. Questa sala da tè situata nella Concessione Francese al 1 Wu Lu Mu Qi Middle Road, ripropone l’atmosfera raffinata degli anni Trenta e una piccola galleria d’arte. Tra i quadri, la dama o gli spettacoli tradizionali, una tappa in una sala da tè nelle due megalopoli è un attimo di cultura e piacere da concedersi per rilassarsi e conoscere un’usanza millenaria.

 

 

 

Immagine copertina: degustazione al Mid Lake Pavillon Teahouse.

Photo credits: Elena Bittante

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio in #Cina 🍃 Qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/30/le-case-da-te-a-pechino-e-a-shanghai-la-tradizione-incontra-il-gusto-e-il-benessere/ 🍃🇨🇳 . . . #tearoom #tearooms #chinesetradition #beijinglife #shanghailife #chinesetea #tealovers #chinatravel #visitchina #asianwanderlust #culturalheritage #fineartportrait #italiangirl #travelandlife #culturetrip #traveldiaries #traveljournalist #dametravel #lonelyplanet

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Cipro: il Parco Archeologico di Pafos, le radici dell’Occidente ai confini d’Europa

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La storia raccontata dal vento e dalla marea, solo il fragore delle onde e il bisbiglio della brezza animano il passato del Parco Archeologico di Pafos. Nell’isola del limite, ultimo avamposto d’Europa, tornano alla luce le fondamenta della nostra cultura. Il sito archeologico si trova lungo la costa nella parte occidentale di Kato Pafos, il rinomato centro turistico, e ha valso alla città di Pafos la nomina di Capitale europea 2017. Un paradiso per archeologi e viaggiatori curiosi che custodisce tesori del periodo ellenistico, di quello romano e preziose testimonianze dell’epoca bizantina. Tra la sabbia dorata e le generose piante di oleandro sorgono i resti di una città: Nea Paphos, la “Nuova Pafos”, inestimabile eredità dell’antico

 

La città risale al IV secolo a.C., al tempo capitale di Cipro; durante quel periodo l’intera isola apparteneva al regno dei Tolomei, la dinastia greco-macedone che governava l’Egitto. Il suo porto era facilmente raggiungibile da Alessandria favorendone gli scambi e le comunicazioni, grazie alla posizione strategica divenne inoltre un centro nevralgico che collegava le rotte del Mare nostrum. Il suo faro orientò le fortune per secoli, divenne un crocevia di beni e saperi. Artigiani e commercianti giungevano da ogni angolo del Mediterraneo per affacciarsi al vicino Medio Oriente sino al declino nel VII secolo d.C. a seguito delle incursioni arabe che vi imposero la propria egemonia.

Quante storie e quanti miti transitarono a Nea Paphos, lo testimonia la collezione di mosaici nota come I mosaici di Pafos, cimeli ornamentali che decoravano i pavimenti delle grandi ville di epoca romana. Scoperti per caso nel 1962 da un contadino che stava arando i suoi campi, queste inestimabili opere sono considerate il tesoro più prezioso del sito. Miriadi di tasselli policromi narrano ancora le gesta degli dei e degli eroi: l’amore di Priamo a Tisbe, la lotta di Teseo col Minotauro e i piaceri di Dionisio, così terreni da avvicinare il dio greco del vino ai comuni mortali di tutte le epoche. Il Parco Archeologico di Pafos rivela i racconti più suggestivi, quelli della vita privata nelle residenze altolocate, e le testimonianze della vita pubblica nel cuore della città. Tra la fine del II e gli inizi del III sec. d. C Nea Paphos raggiunse la massima floridezza. L’Agorà, l’Asklepeion, il santuario della medicina dedicato ad Asclepio che fungeva anche da ospedale, e l’Odeion, un teatro ellenistico romano, risalgono a questo periodo d’oro. Resti tra le polveri che confermano la ciclicità della vita nelle ere, quella della condivisione, del culto e dei piaceri, oggi come allora.

I mosaici di Pafos

La prosperità di questo periodo non venne eclissata da guerre o conquiste ma dall’imprevedibilità della natura. Agli inizi del IV sec. d. C la città venne rasa al suolo da un terribile terremoto. Recuperò la sua gloria nel periodo bizantino, dopo lo scisma dell’impero romano l’intera isola passò sotto l’influenza di Costantinopoli.  Reduce di quel periodo la Fortezza di Saranta Kolones, che oggi si presenta con pochi resti ma con un significativo arco che lascia immaginare l’armonia delle sue forme, e la Basilica cristiana di Chrysopolitissa del IV secolo, uno degli edifici religiosi più grandi della città, reduce dell’invasione araba del VII secolo che oscurò lo splendore di Nea Paphos.

Arco della Fortezza di Saranta Kolones
Basilica cristiana di Chrysopolitissa del IV secolo

A due chilometri dal sito archeologico di Kato Pafos si trovano le Tombe dei Re risalenti al periodo ellenistico e romano. Questo patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO è immerso nelle polveri di un’area semidesertica a ridosso del mare. In questo luogo suggestivo la luce schietta del giorno si insinua tra i pertugi risvegliando i bisbigli del passato: il sito è puntellato da una serie di camere sotterranee dove vennero sepolti aristocratici e funzionari di Nea Paphos. Alcune si presentano come semplici cavità scavate nel terreno, altre rivelano architetture ben definite ma a dispetto del nome non vennero mai sepolti reali. Una tomba in particolare svela un cortile sotto il livello del suolo circondato da colonne da dove si diramano numerose stanze sotterranee. Solo l’immaginazione accompagnata dal suono della natura rianima gli usi e costumi dei secoli passati, i rituali di un tempo assopiti nell’oscurità. Tutte queste cavità simboleggiano il potere nonostante le terra scarna e la polvere, le radici dell’Occidente si concentrano in una città che ha aperto le porte alla cultura e alla condivisione nonostante i limiti del suo stato. Pafos ricorda gli avi ad un passo dal mare dove soffia il vento dell’Africa e del Medio Oriente.

Le Tombe dei Re, sito archeologico di Kato Pafos

Immagine copertina: Le Tombe dei Re, sito archeologico di Kato Pafos

Photo credits: Elena Bittante

Il Cremlino di Mosca, il cuore della Russia tra bellezza rinascimentale e graffi sovietici

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Epicentro della storia e della contemporaneità, il cuore di Mosca descrive la grandezza della sua “madre” affacciato sull’enorme piazza Rossa, e racchiude tra le sue mura il fulcro geografico del potere della Russia, pilastro della geopolitica moderna

Vista dai Giardini Alexander delle fortificazioni del Cremlino

La prima tappa nella capitale coincide con un luogo simbolo, dove si concentrano gran parte delle principali attrattive in città. Il Cremlino di Mosca è racchiuso da alte mura di mattoni rossi scandite da torri d’ingresso, l’aspetto esterno non tradisce il significato del suo nome: “Kreml” che in russo significa “fortezza, cittadella fortificata”. Questa particolare struttura è ricorrente in Russia ma quella moscovita è la più importante del paese e testimonia 800 anni di storia: cittadella degli zar, quartier generale dell’Unione Sovietica, residenza dei presidenti dell’era moderna, da sempre centro del potere politico e un tempo della Chiesa russo-ortodossa. Il Cremlino è il cuore di Mosca e dell’intero paese, dalla frontiera con gli ex stati satelliti allo stretto di Bering. Un perimetro di mura e alti torrioni racchiudono l’immensità di un territorio, forza e vulnerabilità dello Stato russo al tempo stesso.

Cattedrale dell’Annunciazione

Con il suo alternarsi di maestosi palazzi, musei e sontuose chiese dalle cupole d’oro è la rivelazione identitaria della “grande Madre”, la Russia. Sorse come un semplice forte di legno per volere del principe Yuri Dolgoruky nel 1147, esattamente nel punto dove richiamò i suoi alleati, la collina Borovichkij, lambita nella parte sud orientale dalle acque del fiume Moscova. La cittadella che oggi possiamo ammirare in tutta la sua maestosità risale in gran parte al XIII e XV secolo, in particolare al periodo che coincide con il regno di Ivan III “Il Grande”. Il sovrano fece convocare dall’Italia architetti e scalpellini nell’intento di edificare una “Terza Roma” pari alla grandezza di Costantinopoli. L’ambizione unita all’ingegno e all’estro italico riuscirono a coniugare lo stile architettonico russo antico con il rinascimentale veneziano rendendolo un connubio unico nel suo genere. Oggi possiamo ammirarlo nella Piazza delle Cattedrali circondata dalla Basilica dell’Assunzione, il luogo più importante di tutta la Russia prerivoluzionaria, la Chiesa della Deposizione della Veste, la Basilica dell’Annunciazione, il Campanile di Ivan il Grande, l’edificio più alto del Cremlino, e la Cattedrale dell’Arcangelo. Quest’ultima viene considerata uno scrigno del misticismo ortodosso e della storia nazionale. Splendida nello stile russo-bizantino con chiari riferimenti al rinascimento italiano soprattutto nella parte esterna, la Cattedrale fu per secoli il luogo di incoronazioni, matrimoni e funerali reali, custodisce inoltre le tombe degli zar, i sovrani della Moscovia dal 1320 al 1690, compreso Ivan il Terribile che giace accanto ai suoi figli, uno ucciso dalla sua stessa mano.

Cattedrale dell’Arcangelo

Tutte le altre costruzioni non religiose vennero edificate tra il XVII e XIX secolo. Tra questi gli edifici governativi: il Palazzo Poteshny, ex residenza di Stalin, l’Arsenale commissionato da Pietro il Grande, oggi sede della Guardia del Cremlino, sino al più recente Palazzo di Stato del Cremlino, conosciuto anche come Palazzo dei Congressi, sfarzo brutalista in vetro e cemento costruito nel 1960-1961 come sede congressuale del Partito comunista, oggi sede del Balletto del Cremlino. Il Senato venne costruito nel 1785 dall’architetto Matvei Kazakov e si distingue per il suo raffinato stile neoclassico, oggi ospita gli uffici del presidente della Russia, mentre il Gran Palazzo del Cremlino, costruito tra il 1838-1849 da Kostantin Thon, è una delle sue residenze ufficiali. Come comprensibile, non tutti i palazzi del Cremlino sono accessibili al pubblico, oltre alle sedi governative anche il Palazzo dei Diamanti, o “Palazzo Sfaccettato” per la sua facciata in bugnato esterno a forma di punte di diamante, e il Palazzo Terem non sono facilmente visitabili salvo rare eccezioni.

Ogni giorno, a seconda degli orari di apertura, è possibile accedere a quelli adibiti a museo. Imperdibili il Palazzo del Patriarca, sede del Museo della Vita e delle Arti Applicate del XVII secolo dove ammirare gioielli religiosi, mobili e vasellame degli zar, e l’Armeria, una delle maggiori attrattive del Cremlino. Custodisce i cimeli della ricchezza imperiale ma anche le vesta dei suoi doveri: dalle inestimabili uova Fabergé, vezzi che gli zar amavano regalarsi durante la Pasqua, agli abiti dell’incoronazione compreso l’abito da sposa di Caterina la Grande, agli elmi e armature dei valorosi regnanti. Da non perdere il Fondo dei Diamanti, una parte separata del palazzo dipendente dal Ministero delle Finanze dove poter ammirare le gemme più splendenti di tutta la Grande Russia. Per gli amanti “degli inestimabili”, non perdete nella parte esterna lo “Zar dei Cannoni” dal peso di 40 tonnellate, e la “Zarina delle Campane”, la campana più grande del mondo di 202 tonnellate e più di 6 metri di altezza che non ha mai suonato un rintocco. Due strumenti come allegorie di una grande Russia, palesemente inutili nella loro reale utilità ma stupefacenti nella chiarezza della loro simbologia.

Lo Zar dei Cannoni e il Senato
Cimelio in legno decorato in oro e gemme del XII secoli, Museo dell’Armeria

Il Cremlino, come un forziere della storia, resistette al piano di Napoleone Bonaparte assistito dalla buona sorte. Nel 1812 il generale assediò Mosca e nell’intento di distruggere il suo centro del potere, installò numerose cariche esplosive per far saltare tutte le costruzioni del Kreml. Ma qualcosa non andò secondo la sua tattica: la maggior parte non esplosero e i danni si limitarono alle mura, alle torri e alla zona del campanile Vliskij. Gli scempi architettonici arrivarono negli anni ’30 del Novecento durante la dittatura di Stalin. Le sue discutibili scelte urbanistiche e architettoniche ricaddero anche sulla cittadella dell’identità snaturandone per una parte la sua fisionomia. Anche questi graffi del ‘900 fanno parte della sua storia e vengono inclusi, tutelati e raccontati in un complesso patrimonio UNESCO dal 1990. Il Cremlino di Mosca racchiude tra le mura e tra le eredità architettoniche la storia della Russia e da qui si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determino gli equilibri del mondo moderno.

Palazzo di Stato del Cremlino

Per tutte le informazioni utili per la visita, visitate il sito Moscow Kremlin Museums 

 

Immagine di copertina: le mura sud orientali del Cremlino 

Photo credits: Elena Bittante

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Luci schiette, ombre lunghe e riflessi sul Cremlino sino al calar del sole 🌗 La suggestione del tramonto tra splendori russo bizantini, rinascimentali e i graffi sovietici 🌓 Il mio articolo dedicato a questa fortezza della storia dove si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determinano gli equilibri del mondo moderno: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/16/il-cremlino-di-mosca-il-cuore-della-russia-tra-bellezza-rinascimentale-e-graffi-sovietici/ . . . #kremlin #kremlinpalace #moscow #igmoscow #russia #culturaltravel #urbanphotography #urban_shots #bestcitypics #livetoexplore #travelandlife #traveldiaries #culturetrip #culturalheritage #arthistory #unescoworldheritage #unesco #journalismlife #traveljournaling

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