la geografia della scoperta

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Elena Bittante

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Il sito nuragico di Barumini Su Nuraxi, la Preistoria nel cuore della Sardegna

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I monumenti hanno un grande valore nella psiche delle persone, basta solo guardarli in lontananza per marcare per osmosi un senso di appartenenza, capacitandosi della grandezza e del peso del tempo, quello fatto dagli uomini, comunemente chiamato “storia”. Il mastodontico complesso nuragico di Barumini ci proietta oltre l’antichità, direttamente nella preistoria. Un lungo viaggio della civiltà che parte dall’età del Bronzo sino al III sec. d.C., perfettamente descritto nelle geometrie di un alveare di pietra senza cemento, un ricamo di strutture circolari patrimonio dell’Umanità Unesco.

Nel cuore della Sardegna meridionale si trova un’area denominata Marmilla, caratterizzata da colline ondulate che spiccano dalla pianura polverosa del Campidano, la zona che si estende a nord di Cagliari. Addentrandosi nel cuore dell’isola ci si rende conto come questo grande atollo mediterraneo sia un mosaico di paesaggi primordiali con tanti tasselli d’umanità che brillano sotto un sole generoso, tipico delle basse latitudini. Il più famoso e splendente è il sito archeologico che si trova proprio nella terra sinuosa della Marmilla, in provincia di Medio Campidano: il Nuraghe Su Nuraxi, tra i più importanti siti preistorici del mondo, inserito nella prestigiosa World Heritage List Unesco.

Il complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi è l’esemplare meglio conservato di tutti i 7.000 nuraghi più e meno grandi che sono stati ritrovati nell’isola, ed è databile tra l’Età del Bronzo e il III secolo d.C. Si tratta di un’importante testimonianza di insediamento preistorico, uno stupefacente esempio di edilizia ante litteram che descrive i materiali e le tecniche utilizzate dai costruttori dell’epoca. Una scoperta sensazionale fatta per caso e lungimiranza. Il sito venne scoperto nel 1949 da Giovanni Lillu, il più celebre archeologo della Sardegna, grazie ad un perfetto mix di pioggia e fiuto: dei rovesci torrenziali portarono alla luce una nuova collinetta tipica del paesaggio della Marmilla, una morfologia coerente agli occhi dei più ma non così consueta per lo sguardo esperto di Lillu che intuì la presenza di un edificato sotto gli strati di terra. Anche i suoi occhi di esperienza si trasformarono in stupore quando emerse un enorme nuraghe databile alla preistoria. Gli scavi continuarono per sei anni durante i quali venne effettuata anche la datazione al carbonio che confermò l’edificazione del complesso all’Età del Bronzo, tra il 1800 e il 500 a.C.

Un’enorme struttura complessa a “nuraghe” costruita principalmente in basalto, una pietra vulcanica proveniente dall’altopiano della Giara a poca distanza. Nuraghe significa “mucchio di pietre” e “cavità”, e questo sito è uno degli esempi meglio conservati di questa preistorica e caratteristica architettura militare. Il punto focale del complesso di Su Nuraxi è l’imponente mastio, la torre maggiore che gli archeologi definiscono “tholos”, la parte più antica dell’intero sito che risale al Bronzo Medio e il Bronzo Recente. Successivamente la struttura venne amplificata, riadattata e riutilizzata fino all’età del Ferro dalla popolazione nuragica e oltre, una straordinaria stratificazione di oltre 2000 anni, dal 1500 a.C. al VII sec. d.C..

 

La Fondazione Barumini, Sistema Cultura, gestisce l’intera rete dei beni culturali presenti nel territorio di Barumini e gli esperti che ne fanno capo spiegano dettagliatamente: “Nel Bronzo Recente 1300-1100 a.C. al mastio fu addossato un quadrilobo, un robusto corpo murario a schema di quattro torri minori unite mediante delle cortine rettilinee, orientate secondo i quattro punti cardinali, che dovevano raggiungere i 14 metri d’altezza. Nella fase del Bronzo Finale vennero inoltre costruite la maggior parte delle abitazioni del villaggio, di forma circolare, costituite da un unico ambiente e con copertura lignea di forma conica.

All’inizio dell’ultimo periodo della civiltà  nuragica, chiamato Età del Ferro IX-VI sec. a.C., Su Nuraxi andò quasi interamente distrutto e sulle rovine, in prossimità  dell’antemurale e del nuraghe, nei primi decenni del VII sec. a.C. venne costruito un nuovo agglomerato, che sviluppò finezze tecniche e forme di arredo urbano proprie di una società  che andava rinnovandosi e progredendo sia per via interna che per contatti e stimoli esterni. In questa fase il clima diventò più pacifico e stabile e la vita militare rappresentò ormai una memoria del passato”.

Il nuraghe Su Nuraxi è un autentico excursus di preistoria che si intreccia alla storia antica: “Nel V sec a.C. alla civiltà nuragica subentrò l’occupazione punica e gli abitanti del luogo entrarono in contatto con una cultura diversa. A parte il progressivo apporto di materiali dalle città puniche, l’aspetto fisico del villaggio e il modo di vita degli abitanti non subirono un grosso mutamento; peraltro non vi fu sviluppo, anzi decadenza graduale dell’abitato e calo demografico conseguente.
Nel periodo storico, II-I sec.a.C., l’insediamento venne riutilizzato e riadattato anche dai romani, che in alcuni casi usarono certi ambienti come luogo di sepoltura. La struttura continuò ad essere abitata fino al III sec. d.C. e successivamente frequentata sporadicamente fino al periodo alto-medievale, VII sec. d.C.”

Il complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi è un incredibile testimonianza del passato remoto, oltre alla nostra consuetudine delle bellezze antiche che ci circondano rendendo unico questo paese. Una testimonianza della vita del Mare Nostrum già in tempi remoti e della Sardegna come atollo di civiltà, scrigno di materie prime e scalo fondamentale per i commerci nel Mediterraneo, un’isola che racconta gli esordi della civiltà. La Fondazione Barumini è eccellente promotrice della cultura grazie alla quale oggi possiamo godere di questo patrimonio inestimabile comprendendolo a pieno e immaginando il passato emergere dagli scavi futuri.

Modalità di visita

Come indicato dalla Fondazione Barumini: l’Area Archeologica Su Nuraxi è aperta al pubblico tutti i giorni dell’anno e, come da disposizioni ministeriali, è visitabile solo ed esclusivamente accompagnati da una guida per ragioni di sicurezza.
Le visite guidate prevedono, infatti, un percorso all’interno del villaggio nuragico durante il quale vengono illustrate le principali tipologie abitative che lo compongono per poi entrare fin nel cuore del grande complesso turrito accessibile solo attraverso corridoi e scale di non facile transito.
Sempre per ragioni di sicurezza, in giornate di pioggia l’area archeologica potrebbe non essere accessibile oppure accessibile solo parzialmente.

Per maggiori informazioni: Fondazione Barumini, Sistema Cultura.

 

Immagine copertina: complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi, sito UNESCO.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le spiagge adriatiche del Salento: le più belle a nord e a sud di Otranto, la porta d’Oriente

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Si parte da Otranto, la città più ad est d’Italia, la prima ad avvistare il sole e i miraggi di un ecumene oltre mare. Si salpa per un viaggio con la fantasia per poi riapprodare in una realtà più bella del sogno: le coste salentine dell’Adriatico sono un italico paradiso. Per quest’estate restiamo sulle nostre spiagge, una scelta consapevole oltre le nostre aspettative.

 

Salentulu sule, lu mare, lu ientu”, oltre a questo famoso detto se ne vocifera un altro tra i marinai del posto: quando l’Adriatico è calmo, lo Ionio è agitato e viceversa. Il vento salentino è un piacevole andare di cielo che si rivela uno sciamano del mare. Lungo la costa adriatica, quando la Tramontana soffia da nord, il mare è mosso e irrequieto, mentre lo Scirocco allieta le sue onde. Gli antichi saperi da portolani impolverati si imparano velocemente quando si parte per una gita on the road lungo la costiera adriatica salentina. Un litorale sferzato dai venti, movimentato da anfratti e insenature, vertigini di roccia carsica, sistemi carbonatici a scogliera come rivelazioni tra le onde, e tante spiagge e piccole baie di sabbia dorata, da San Cataldo, a pochi chilometri da Lecce, alla “finis terrae”, Santa Maria di Leuca, la punta più a sud della Puglia. Ecco 5 mete da appuntare, dei fermo immagine di luminosi paesaggi marini.

A nord di Otranto

Torre dell’Orso e Sant’Andrea

Queste due località a poca distanza l’una dall’altra si distinguono per i loro paesaggi scenografici: la geologia carsica svela l’incredibile conformazione della coste data dalla natura calcarea della roccia. Un susseguirsi di alte falesie ricoperte da pini d’Aleppo, faraglioni, archi marini e grotte dove s’infrangono le onde e nascono le suggestioni. Un tratto di costa simile ad un atelier d’artista.

La splendida baia di Torre dell’Orso, delimitata da alte scogliere che proteggono un paradiso di sabbia dorata, si trova a poca distanza dal centro di Melendugno, che da piccolo borgo si è trasformato negli anni in un polo turistico molto rinomato. Verso la punta meridionale della baia si ergono “le due Sorelle”, i faraglioni iconici che sfidano le onde del mare, e secondo la leggenda, la bellezza malinconica di questi giganti sarebbe riconducibile a due fanciulle annegate in queste acque.

A poca distanza si trova la piccola baia di Sant’Andrea, vegliata dai resti dell’omonima torre che scruta l’orizzonte da secoli. Una storica sentinella di un tratto di costa modellato dalla onde, un susseguirsi di faraglioni e cavità marine lambite da un mare cristallino Bandiera Blu.

Baia dei Turchi

E’ suggestivo ridisegnare il significato di una spiaggia paradisiaca come la Baia dei Turchi. Questa mezza luna di sabbia candida che profuma di essenze mediterranee rivela un passato di battaglie. Nel 1480 qui sbarcarono i Turchi per l’assedio della vicina città di Otranto, un approdo perfetto nascosto dalle alte falesie sul mare e dalla pineta che lambisce la spiaggia. Una natura che oggi rivela la perla di uno dei distretti vacanzieri più sviluppati della costa adriatica del Salento, la Baia di Alìmini, che prende il nome da due laghi costieri a poca distanza. Alìmini Grande, si formò come insenatura della costa e si chiuse nelle ere per deposito sedimentario, e Alìmini Piccolo, o Fontanelle, è un’ampia depressione carsica alimentata da risorgive d’acqua dolce. Entrambi paradisi di biodiversità, prova che conferma la bassa salinità delle acque.

A sud di Otranto

Porto Badisco

Si narra che il pittoresco grappolo di case di pescatori di Porto Badisco sia stato il primo approdo di Enea in Italia. Questo piccolo borgo si localizza poco più a sud della Palascìa, o Capo d’Otranto, il promontorio roccioso più ad est d’Italia. In questo piccolo porto appollaiato in questa maestosa insenatura, si celebrano la storia, la mitologia e la buona tavola. Dalle sue rocce emergono testimonianze preistoriche, si narrano echi virgiliani e si gustano ricci di mare freschissimi, naturalmente nella stagione consentita dalla legge.

Il Canalone dell’Acqua viva, il fiordo di Puglia

Questa stretta conformazione detta Canalone dell’Acquaviva, si trova a Marina di Marittima, ed è considerato una delle baie più belle di tutto il Salento adriatico. Si tratta di un piccolo fiordo in miniatura, un pezzo di nord Europa nel punto più a sud della Puglia. Le pareti di roccia sono ammantate da una folta vegetazione, una macchia mediterranea con rarità endemiche, un macrocosmo primordiale che svela una piccola spiaggetta paradisiaca di ciottoli, uno dei pochi approdi di spiaggia che si svelano nel Parco naturale regionale Costa Otranto- Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase: 3200 ettari di estensione su 60 km di costa dove prevale la natura selvaggia e le opere di antropizzazione sono perfettamente adattate al contesto, uno splendido esempio di adattamento territoriale.

Il Ciolo

Le gazze ladre la facevano da padrone in questo angolo di Salento. Dev’essere stata questa la ragione dell’originale toponimo di questo scenografico canalone: il suo nome deriva da “ciole” che in dialetto salentino rimanda proprio al volatile truffaldino. La gravina che parte da Gagliano del Capo sfocia tra due pareti rocciose in un mare dai riflessi cobalto, si formò in migliaia di anni per l’erosione di un corso d’acqua, esattamente la stessa orogenesi delle due località precedenti, Porto Badisco e il Canalone d’Acquaviva. Questa meta è ambita da intrepidi climber che amano sfidare la gravità scalando le pendenze e da coraggiosi tuffatori che la gravità l’assecondano sprofondando nel blu delle acque. Un luogo molto amato dagli sportivi ma anche dai creativi, attrattiva irresistibile per registi visionari che intravedono nella bellezza spietata della natura l’ispirazione del loro “viaggio”.

Per maggiori informazioni: Viaggiare in Puglia, il Portale Ufficiale del Turismo della Regione Puglia: mare, vacanze, arte, storia, gastronomia, artigianato, eventi, località, territori alberghi e ristoranti.

Immagine copertina: Baia dei Turchi

Photo credits: Elena Bittante

 

 

Favignana: l’isola scolpita. Atelier di calcarenite e giardini ipogei nel paradiso della Riserva Naturale delle Egadi

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Favignana è come una scultura alla deriva nel blu, le cave di calcarenite la modellano in una morfologia antropica stupefacente, una pratica millenaria che non ha scarnificato il territorio ma lo ha ricamato nel tempo con forme suggestive, impregnate della dedizione di un popolo di lavoratori. La bella delle Egadi è uno dei pochi esempi di sfruttamento delle materie prime che valorizzano il territorio rendendolo unico, a differenza degli innumerevoli ecomostri abbandonati che sfregiano il nostro paese.

 

Quando si approda all’isola, la più grande dell’arcipelago delle Egadi, si svela un inno alla semplicità: il piccolo porto del borgo di Favignana è costellato da tante minuscole case d’acqua. Ci si avvicina in punta di piedi per non svegliare queste bagnarole che riposano dopo aver assaggiato il mare e la fatica, incantevoli nel loro azzurro imperfetto, corroso dal sale e dal peso delle reti sporgenti. Un fermo immagine che anticipa la vita del posto, quella di mare, scandita da un mantra che segue le stagioni da generazioni. Lo testimonia anche il grande Stabilimento Florio, una delle tonnare più belle di tutta la Sicilia, oggi museo e spazio per eventi culturali che troneggia dall’altra parte del porto.

Dall’idillio alla realtà si comincia ad orientarsi in un’isola dove la macchina è superflua, lo dicono le guide e lo conferma un via vai di scooter e biciclette che transitano per il porto. E allora via, su due ruote, meglio motorizzate per chi non ha voglia di pedalare, anche se il ritmo lento della bicicletta sembra quello più indicato per quest’isola. Favignana è per gran parte pianeggiante, fatta eccezione per un’unica dorsale montuosa coronata alla sommità dal castello saraceno edificato a scopi difensivi nell’810 D.C. Questa struttura è nota come forte di Santa Caterina, e dai suoi bastioni di guardia visitabili si può vedere tutta l’isola: 360 gradi di panoramica che spazia verso la costa della Sicilia ad Est, Levanzo a Nord e Marettimo ad Ovest.

Un viaggio a Favignana può essere una vacanza attiva, all’insegna del movimento. Il mare delle Egadi è un autentico paradiso, un macrocosmo subacqueo enciclopedico che incanta gli appassionati di snorkeling, numerose sono le spiagge e gli approdi dall’acqua cristallina smerigliata nei toni dell’azzurro e del blu. Le più famose dell’isola sono: Cala Rossa, Cala Azzurra, Lido Burrone, Praia, Cala Rotonda, Calamoni, Piscine Romane, Bue marino, Grotta Perciata, Cala Faraglioni, Cala del Pozzo e Scala Cavallo. Tanto azzurro da confondere il cielo con la terra.

Le più famose spiagge dell’isola sono: Cala Rossa, un incantevole anfiteatro di roccia che incornicia un acquerello salato color acqua marina. Questo luogo prende il nome dalla storia, la battaglia navale delle Egadi del 241 a.C. fu la battaglia conclusiva della prima guerra punica,  combattuta proprio in questo tratto di mare, tanto da colorarne le acque con il sangue dei rivali. Cala Azzurra si rifà semplicemente al colore delle sue onde, ed è una delle più frequentate per la spiaggia facilmente accessibile e per il mare cristallino poco profondo, così Praia, un paradiso sabbioso a poca distanza dal borgo di Favignana, l’ideale per chi soggiorna in centro. Imperdibile anche Cala Rotonda, nota anche come “l’approdo di Ulisse” dove si trovano alcune spiaggette di ciottoli e si contraddistingue per l’incredibile arco di pietra naturale che il mare ha modellato nelle ere, chiamato “Arco di Ulisse”. L’isola descrive l’antichità nella natura, nel mito e nella storia, altro luogo suggestivo da non perdere sono le Piscine Romane, delle antiche cave che sprofondarono nei secoli a causa dei fenomeni di bradisismo.

Il mare a Favignana è spettacolo, identità e tradizione, ma chi non si addentra verso il centro dell’isola, la vive solo a metà. L’interno è un dedalo di stradine sterrate che incipriano le ruote delle biciclette, dove a mezzogiorno si girano le scene di neorealismo mediterraneo: le passeggiate nell’entroterra seguono l’odore pungente della sua macchia mentre il sole allo zenit picchia la testa e brucia le spalle.

Favignana non è solo mare e il richiamo al suo interno è atavico, ci si perde nell’illusione di trovare le proprie origini e si scopre una realtà suggestiva, impietosa e bellissima. Qui si trovano gli atelier dell’isola e i giardini ipogei più grandi, ovvero le antiche cave di calcarenite dismesse che ne hanno cambiato i connotati e la morfologia. Veri e proprio crateri di suggestione, cattedrali di pietra ipogee che scavano il cuore bianco dell’isola rivelandone il suo tesoro.

La calcarenite, per la precisione la biocalcarenite quaternaria, un tempo era una materia prima necessaria per la sussistenza degli abitanti dell’isola. Si tratta di una pietra porosa, compatta e dalla grana fine, candida per l’alta concentrazione di calcio, preziosa per l’edilizia. Le numerose cave dell’isola di Favignana sono uniche nel loro genere e oggi si descrivono come una sorta di architettura post industriale naturale che testimonia quella che fu un’attività di primaria importanza per l’economia degli abitanti di Favignana, grazie al lavoro dei “pirriatura”, ovvero i tagliapietre del posto.

Questi instancabili lavoratori, assieme ai pescatori, assicuravano la sussistenza dell’isola. Gente immune alla fatica: il lavoro in una cava di calcarenite significava metodo e tecnica, un artigianato che utilizzava pochi attrezzi come la “mannara”, simile ad una piccozza, lo “zappune” e il “piccune”, coi quali si estirpava il blocco, e tanta precisione. Il lavoro consisteva nell’estrazione della pietra in blocchi perfettamente squadrati: 25 X 50cm, 20 x 40cm oppure 25 x 25cm.

Per secoli tecnica, esperienza e pazienza vennero tramandate come eredità e stile di vita da padre in figlio, sino all’introduzione della prima macchina elettrica per tagliare la pietra nel 1949. La vita del pirratura non conosceva stagioni e alternava la luce all’ombra: il materiale più pregiato veniva estratto dalle gallerie più profonde a ridosso del mare dove la roccia si impregnava di salso e sudore.

La più suggestiva baia dell’isola, Cala Rossa, ne è un esempio perfetto. Questa incantevole spiaggia di calcarenite che incontra le onde della riserva marina protetta delle Egadi, la più estesa del Mediterraneo, rivela a poca distanza dal blu una giungla di costruzioni a “pileri”: falesie, pilastri e pinnacoli a picco sul mare e un dedalo di gallerie interne alla roccia che alternano l’oscurità ipogea allo scintillio accecante degli sbocchi sul mare.

Un patrimonio unico nel suo genere per valore antropico e naturalistico, un intreccio perfetto che ha reso Cala Rossa una delle spiagge più belle d’Italia. Da qualche anno è stato lanciato un progetto di riqualificazione e valorizzazione del paesaggio “post industriale naturale” a cura di Aldo Bua, a capo del Consorzio Turistico Egadi. Una vera e propria riqualificazione del luogo denominata “Geo Cala Rossa” che prevede il recupero e la valorizzazione di questo straordinario esempio di geografia antropica in ambito marittimo dell’isola. Il piano prevede anche una regolamentazione dell’accesso alla spiaggia che ne tuteli il decoro e la pulizia contro l’incuria, una pratica incivile che spesso offusca la bellezza dei nostri litorali.

Le cave a Favignana sono dismesse ormai da decenni, un declino che iniziò con la concorrenza impari dell’attività di estrazione nel trapanese, ma l’intraprendenza degli abitanti del luogo ha saputo valorizzare questi atelier della manodopera rendendoli luoghi di interesse storico culturale ma anche eden di biodiversità mediterranea, perfettamente in linea con l’offerta turistica dell’isola: orti e giardini ipogei che profumano di erbe aromatiche, oasi di pace all’ombra di palme ed agrumeti. Una valorizzazione delle specie endemiche dell’isola come musei a cielo aperto, una ricchezza naturale in quello che fu un artificio dell’uomo, uno sfruttamento che ne rivaluta la parola.

 

Come arrivare a Favignana

L’isola è ben collegata a Trapani, a Marsala e alle altre isole delle Egadi. Le corse sono molto frequenti e la compagnia che effettua il servizio è Siremar.

I tempi di percorrenza da Trapani sono 30 minuti e da Marsala di 35 minuti.

Immagine copertina: Cala Rossa

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Ponza, il paradiso di Circe a poche leghe da Roma

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L’immaginazione naviga tra onde di color smeraldo fino ad addentrarsi negli anfratti bui come ossidiana per cercare la maga che fece innamorare Ulisse. L’avventura nell’isola di Circe, è una storia di mare e di approdi fortuiti in qualche cala dorata per poi concludersi sempre con il lieto fine in terraferma con il pescato del giorno, un bicchiere di Malvasia e le storie semplici dei pescatori di alici. La scoperta di Ponza non prevede una vacanza ancorata ai comfort da spiaggia ma si rivela un andar per mare collezionando incantevoli paesaggi marini, simili ad acqueforti nei toni del verde e del blu.

Per ripartire seguendo i numeri delle fasi post Covid19, nell’abaco del limite possiamo tentare un approccio diverso tentando di capire come avvalorare le nostre possibilità e cosa abbiamo tralasciato in passato. Ci accorgeremo di non aver colto molte occasioni preziose a portata di mano e magari di non aver considerato luoghi unici della nostra Italia, intenti a dimostrare a noi stessi ma soprattutto agli altri di poter compiere il periplo dell’emisfero, come se un viaggio si avvalorasse in proporzione ai chilometri percorsi.

Andare alla scoperta dell’arcipelago ponziano, nella provincia di Latina, ridimensiona le distanze ma il tempo si dilata: è come un viaggio nella Preistoria a poca distanza da Roma. Ponza è la più grande della manciata di isole che comprende Palmarola, Ventotene e Zannone, atolli primordiali di origine vulcanica. Prima di attraccare al suo porto, dall’aliscafo si nota il suo profilo, quello di una musa ancestrale che in tempi lontani venne modellata da un gigante iracondo, ora dormiente.

Ponza, l’isola di Circe, dei romani e di chi ama il mare

Ponza fu un ameno soggiorno in età imperiale, frequentata da Tiberio, Caligola, Nerone e Domiziano ma con il passare dei secoli, il sogno dell’antichità scese negli inferi. Nel 1533 il famoso pirata Barbarossa devastò completamente l’isola lasciandola nell’oblio per secoli. Una figlia del mare, così come le sorelle, così vicine alla costa eppure dimenticate. Solo nel ‘700 alcuni pescatori provenienti da Ischia si insediarono ripopolando le sue generose terre vulcaniche. Oggi a testimoniare questa natura è un entroterra pettinato dalle vigne, la cultura enologica come trama perfetta del territorio da cui si ricavano i vini tipici dell’isola, il Biancolella, il Piedirosso e il Malvasia.

Ponza si vive e si apprezza prevalentemente in mare, girando per cale e calette con una barca o gommone, ma non esclude antiche meraviglie nell’entroterra. Solo percorrendo i sentieri poco battuti ci si può inerpicare fino alla cima del Monte Guardia, tra soffi di vento profumati di timo e rosmarino, protagonisti della macchia mediterranea assieme ai capperi e ai fichi d’india, piante ribelli che ammantano l’isola. Qui si trova il punto più alto di Ponza, dove lo sguardo si orienta seguendo le sagome delle altre sorelle dell’arcipelago per poi perdersi nel blu dell’orizzonte.

La storia dell’uomo sfuma facilmente le tracce nell’isola che sembra rifiutare un passato a causa della pietra lavica estremamente friabile, del sale e del vento che non auspicano ad una memoria. Eppure qualche testimonianza emerge proprio tra terra e mare, le Grotte di Pilato, a sinistra della bocca del porto di Ponza. Si tratta di cunicoli scavati nella roccia che lambiscono le acque trasparenti lungo la costa. Gran parte della struttura, un insieme di tunnel collegati da una piscina centrale, è ormai sommersa ma si possono ancora delineare le architetture scavate nella roccia. L’origine è incerta e alcuni le attribuiscono ad un murenaio romano, ovvero una vasca di allevamento per i pesci, altri le associano ai bagni privati collegati alla villa di Ottaviano Augusto. Questa ipotesi è accreditata dai reperti archeologici trovati sul fondo, marmi e colonne attribuibili ad una struttura imperiale e non ad un modesto utilizzo di itticoltura ante litteram. Ponza è nota per le sue affascinati grotte, miste tra storia, natura e mito. Il classico tour dell’isola le include tutte: la Grotta di Ponzio Pilato, le Grotte Azzurre, la Grotta degli Smeraldi, le Piscine Naturali e la Grotta della Maga Circe.

A quelle di mare si aggiungono quelle di terra, le case rupestri scavate nel tufo nella località di Le Forna. Le case nelle grotte sono un fenomeno tipicamente isolano sviluppatosi nella Preistoria. Alcune di queste cavità domestiche sono tuttora abitabili a Ponza, ed è possibile vivere l’esperienza unica di soggiornare al loro interno, un rilancio dell’attività ricettiva in linea con una tradizione antica, l’imprenditoria di qualità che non svilisce il passato ma lo rielabora secondo nuovi canoni, quelli di un turismo esperienziale.

Ponza si scopre nei cunicoli di roccia e nell’immensità del suo mare, non ama le mezze misure, è schietta come tutte le isole del Mediterraneo. Si contano sulle dita di una mano le spiagge raggiungibili da terra, bisogna salpare a bordo di un’imbarcazione per godere a pieno i suoi paradisi. Che sia uno yatch o un gommone non ha importanza, basta solcare le onde cristalline per raggiungere Chiaia di luna, la più famosa spiaggia dell’isola, sino a qualche anno fa raggiungibile a piedi e attualmente solo via mare a causa di una frana. Il suo nome lo deve alla forma di mezzaluna e al candore della falesia che la cinge a contrasto del blu lapislazzulo del mare. Il tempo di un bagno nelle acque cristalline per poi navigare verso Capo Bianco, una scogliera ricca di insenature e grotte, habitat del falco pellegrino. La bussola punta poi verso Cala Fonte, un porticciolo naturale usato dai pescatori per scaricare il bottino di giornata. A poca distanza si trova Cala Feola dove si trovano le piscine naturali, vasche di roccia create dai vulcani e modellate dall’acqua e dal vento nel corso delle ere, una cornice naturale di sabbia, ciottoli e acqua trasparente come cristallo.

Il giorno passa veloce e compiere il periplo dell’isola sembra un battito d’ali di uno dei suoi guardiani del cielo. Arriva la sera e con essa la voglia di scrivere di getto storie di naviganti al tavolino di un bar al porto. Un aperitivo d’ispirazione, forse alcolica, o forse data dall’atmosfera del luogo, una suggestione visiva dove grappoli di casette color pastello descrivono uno dei migliori esempi di architettura borbonica, voluto da Ferdinando IV di Borbone, e affidato al Maggiore del Genio Antonio Winspeare e all’ingegnere Francesco Carpi. Il porto di Ponza si sviluppa a forma di cavallo ricalcando quella che fu l’antica struttura del porto greco, rivolto ad Occidente. E’ qui che si conclude una giornata tra i profumi da perdere il senno in un ristorante che affaccia sul mare: il pescato del giorno, spaghetti con il granchio fellone e le linguine con l’aragosta e pale di fichi d’India alla parmigiana. L’incantesimo di Circe strega il palato nella perdizione del gusto.

Per maggiori informazioni: Proloco di Ponza.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Viaggio nel Sahara orientale: quando non si temeva l’immensità. Oltre il limite, si riparte dalla consapevolezza

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In questo periodo di reclusione forzata ci troviamo a viaggiare in una stanza. Ci sentiamo inermi con una spiccata attitudine alla nostalgia, abili nel rispolverare i ricordi. Un effetto comprensibile della soffocata libertà. Cerchiamo di evadere con i pensieri che ci appartengono, quelli ancorati all’immobilismo della memoria, una valida alternativa alla noia, ma allo stesso tempo dovremmo cercare dei nuovi approcci alla realtà accettando il cambiamento. Possiamo reinventarci acrobati degli imprevisti: il coronavirus ridisegna i confini dell’agire e le possibilità scendono a patti con la realtà per reinventarne una nuova. E’ sempre stato così, l’abbiamo solo dimenticato, cullati dal sonno sereno della consuetudine.

Potremmo fronteggiare questa soffocante sensazione di epilogo con un po’ di consapevolezza. Le nostre esperienze sono dei cammini, se ci voltiamo a guardare la via che abbiamo percorso finora possiamo distinguere curve morbide e tornanti. Ci accorgeremo che la strada non è stata solo tortuosa ma spesso si richiude in se stessa per poi segnare un nuovo inizio e ripartire. Una trama imperfetta, perfettamente cucita sulla nostra vita fatta di interruzioni, cambiamenti e riprese. Tutto il possibile può diventare impossibile e viceversa, bisogna scendere a patti con il tempo e accettare gli eventi cercando di essere flessibili.

La domenica è fatta per rispolverare le foto di archivio, ancor di più in quarantena. Durante questo giorno di “festa” si limita lo “smart working” per lasciare (ancora più) spazio alle passioni. C’è anche chi ha la fortuna di coniugarle, ritrovo così la mia iniziazione esotica per una narrazione di viaggio: il primo contatto con il Sahara, una meta perfetta in un periodo durante il quale l’evasione è diventata un miraggio.

Un’esperienza che risale a diversi anni fa, quando i viaggi in quelle aree non erano fortemente sconsigliati dalla Farnesina. Solo poco tempo dopo capimmo che si trattava del disgelo di un lungo inverno, quando i semi cristallizzati nelle dittature stavano per esplodere in una primavera rivoluzionaria. Solo con il senno di poi si sarebbe potuto fiutare il cambiamento, interpretare i tragitti scortati, gli innumerevoli posti di blocco e l’indifferenza guardinga delle espressioni. Ma non avremmo mai immaginato un tale stravolgimento capace di rimodellare le dinamiche geopolitiche del mondo.

Un viaggio di vecchia data per studiare la peculiarità di un territorio unico e prezioso, quello delle oasi. Nulla di turistico, forse sarebbe meglio chiamarla “spedizione”, con le valigie legate sopra un pulmino di fabbricazione sovietica, il teodolite a seguito e carte 1:500.000 e 1:5.000. Dal macro al micro perchè le vie di mezzo sono ininfluenti nelle aree desertiche. Un lungo tragitto dal Cairo al cuore dell’Egitto: le oasi del deserto Libico, quella parte del Sahara orientale limitata ad Est dal gradino orogenetico che scende nella valle del Nilo mentre ad ovest si perde nelle sabbie dell’apparente infinito.

Chilometri macinati nella polvere di un deserto roccioso, con qualche duna a tratti, a ricordare, a chi ha passato ore sui tomi di geomorfologia, che ne esistono di diversi tipi. Dopo l’entusiasmo iniziale del grande vuoto del Sahara così ricco di emozioni per chi lo vede per la prima volta, il panorama appare come un carosello monotono, sino al grande “salto”. Giungemmo ad un burrone dove la terra sembrava collassare dentro un cratere, un paesaggio dentro un altro paesaggio, una panoramica aliena di un tempo primordiale, marziana della nostra immaginazione: il Sahara orientale. 

Le oasi del Sahara orientale: Kharga, Dakhla, Farāfra e il deserto bianco

L’area di depressione desertica ha dei primati reali: l’oasi di el-Kharga, con i suoi 1.500 km² e 100.000 abitanti, è una delle più grandi del mondo che si scopre ai visitatori con i suoi perimetri ben delineati di verde. Sono quelli che segnano l’inizio delle piantagioni di palme da datteri, endemiche in questo territorio lussureggiante, una visuale che accarezza lo sguardo dopo il bagliore del deserto, e rassicura la mente con la generosità della vita.

Ad ovest di el-Kharga che significa “oasi esterna”, si trova l’oasi di Dakhla, “oasi interna”, una vivida area depressa (120 metri s.l.m.) che comprende un territorio pianeggiante a prevalenza di arenaria di 410 km2, incorniciato da alture di calcare. Anche questo atollo di vita appare come un quadro impressionista, con gli stessi esotismi cari a Gauguin: un quarto della zona è occupato da una natura lussureggiante, un susseguirsi di palmeti da dattero, banani e colture grazie ad un rudimentale ma efficiente sistema di approvvigionamento idrico dalla falda fossile sahariana. Dakhla ospita una decina di villaggi, tra i principali sono Mut e al-Qasr, dove il tempo sembra scorrere lento mentre la polvere ammanta ogni cosa incipriando la antiche costruzioni berbere e sbiadendo i colori accesi del vezzo incompiuto di alcuni palazzi in perenne costruzione.

Più a nord si trova l’Oasi di Farāfra, un eden dove sgorgano le sorgenti calde di Biʾr Sitta e il lago di al-Mufīd. Qui si trova un unico insediamento, Qaṣr Farāfra, un villaggio di beduini che rinunciano al nomadismo mantenendo salde le loro tradizioni. Un compromesso paradossale reso possibile da solide pareti di fango e sterpaglie delle loro case. Lasciando alle spalle l’oasi, si riemergere nella piatta realtà del deserto con l’impressione di rincorrere un orizzonte irraggiungibile. Nessun punto di riferimento per orientarsi se non la posizione del sole che a queste latitudini cambia velocemente e al tramonto sembra aver fretta di essere inghiottito dalla terra. Nella bellezza dell’imprevisto si cominciano a distinguere delle forme singolari in lontananza, come fossero disegnate su un piano infinito: le concrezioni del deserto bianco rompono irriverenti la monotonia. Questo luogo unico per la sua peculiarità orogenetica si trova a 45 km da Farāfra, ed è costellato da monoliti rocciosi di gesso formate dall’erosione delle tempeste di sabbia di un colore che vira dal bianco candido al crema.

Nella mia memoria appaiono ancora come dei miraggi lontani, eppure realmente esistiti. Cerco di immaginarli in questo preciso istante: presenti oggi come allora nel deserto, inclini ad un inesorabile cambiamento che non vedremo mai poiché il tempo geologico è comprensibile solo nei libri di testo e nello sforzo dell’immaginazione. Eppure tutto scorre e tutto cambia, più o meno velocemente, sta a noi trovare la giusta forma di adattamento iniziando dalla consapevolezza di appartenere ad un mondo in continua trasformazione.

Immagine copertina: Sahara orientale 

Project: “From agricultural development to territorial development: lessons from the New Valley (Egypt)”. Università degli Studi di Padova.

Photo credits: Elena Bittante

Turismo in Italia post COVID-19: i dati, le ipotesi e i desideri

in ATTUALITA' by

Nei centri storici di tutta Italia rimbomba l’eco del silenzio. Città dalle pietre millenarie sembrano musei a cielo aperto, intonsi, chiusi rigorosamente al pubblico. Le meraviglie che ammantano il nostro paese risplendono sotto il cielo azzurro senza inquinamento, nella bellezza di una primavera mai vissuta. Il turismo in Italia è una delle principali fonti di reddito e rappresenta circa il 25% del PIL nazionale. Questo potenziale è messo in ginocchio da un ospite indesiderato, il COVID-19. In un tempo che sembra immobile si cerca di correre ai ripari ipotizzando quali saranno le prospettive per un’estate che sta per arrivare, mentre si continua a navigare a vista con una bussola che sembra aver perso l’orientamento.

Il Coronavirus ha stravolto i comparti produttivi dell’intero paese, un’economia che rallenta e in alcuni casi arranca ma non vuole demordere a fronte di un impatto che rappresenta il più importante shock che ha colpito il nostro sistema economico dal Dopoguerra. La filiera del turismo potrebbe risultare tra i comparti maggiormente danneggiati, con una contrazione particolarmente significativa per il settore alberghiero, delle agenzie di viaggio, della ristorazione e dell’autonoleggio. Subiranno una perdita consistente anche i trasporti aerei e ferroviari, l’organizzazione di eventi, la produzione di rimorchi e allestimento di veicoli e i concessionari auto che vedrebbero una riduzione di oltre un quarto dei propri ricavi.

Dall’ultimo report semestrale Cerved Industry Forecast, dedicato alle conseguenze del COVID-19 su oltre 200 settori dell’economia italiana, compresa quella del turismo, si stima che nel biennio 2020-21 le imprese potrebbero subire perdite dei ricavi dai 33 ai 73 miliardi di euro. Tutta la filiera turistica è ferma e le previsioni fino a maggio indicano perdite di quasi 90 milioni di presenze di turisti tra Italiani e stranieri. Oltre 500 mila stagionali sono a rischio.

Un cambio radicale di prospettiva rispetto agli anni precedenti. Nel corso del 2018 era stato rilevato un nuovo record storico di presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani: 428,8 milioni, + 2,0% sul 2017. Considerando il dato, oggi appare surreale una Roma deserta, quando nel 2018 è stata la principale destinazione in Italia con circa 29 milioni di presenze. Stesso scenario per Venezia e Milano, entrambe con 12,1 milioni di turisti. Cifre da capogiro che hanno fatto decollare l’Italia al terzo posto in Europa per numero di presenze negli esercizi ricettivi dopo Spagna e Francia.

Una situazione allarmante per un paese che punta e incentiva le risorse per lo sviluppo del settore turistico al fine di valorizzare un patrimonio ambientale, storico e culturale unico al mondo. Le città d’arte e l’ambiente, le opere dell’uomo e della natura, l’Italia è un macro sistema che avvia una miriade di attività collaterali comprese le piccole medio imprese dei servizi e dell’artigianato locale, un microcosmo di saperi antichi che li tramanda senza dimenticare il passato. L’Italia è un intreccio eterogeneo di territori che vivono delle loro tradizioni e delle loro memorie, un valore economico che produce reddito e un patrimonio socioculturale che tutela l’identità.

Coronavirus, dopo la crisi si riparte dal turismo

Il comparto del turismo per il momento vive di ipotesi per fronteggiare gli effetti della pandemia da Coronavirus. Cerved dispone di modelli che consentono di elaborare previsioni sul rischio di credito e dei bilanci del sistema economico nel suo complesso dai quali emergono due differenti scenari che prevedono importanti sostegni pubblici a favore di imprese e famiglie e la tenuta dei mercati finanziari.

Il primo ipotizza il termine dell’emergenza a maggio 2020 dal quale sarebbero necessari due mesi per tornare alla normalità con impatti considerevoli sulle economie mondiali e sulle attività di import-export. Il secondo è un’ipotesi meno rosea che prevede la durata dell’epidemia fino alla fine del 2020, con conseguenti sei mesi per tornare alla normalità e un completo isolamento dell’economia italiana.

Diverse ipotesi e un grande desiderio: gli italiani hanno una gran voglia di ripartire, in tutti i sensi. Siamo pur sempre un popolo di “navigatori” che esplorano con coraggio e fiducia le nuove rotte del mercato e sognano nuove partenze per tornare a viaggiare. Secondo un sondaggio di Confturismo-Confcommercio in collaborazione con SWG realizzato tra il 18 e il 23 marzo si rileva che 7 intervistati su 10 pensano che l’emergenza Coronavirus durerà ancora due o tre mesi in Italia. La metà di loro ha intenzione di fare una vacanza appena l’emergenza sanitaria finirà e l’allarme sarà cessato. Secondo i dati rilevati: l’83 % degli Italiani faranno vacanze in Italia; il 16 % teme però di non avere una disponibilità economica sufficiente per farla; il 44% degli intervistati la farebbe se potesse detrarre parte del suo costo.

Oltre ai desideri parlano i numeri: il Conto Satellite del Turismo (CST) – ISTAT, attesta che 100 euro di transazioni nel turismo ne generano ulteriori 86 in altri settori, secondo il meccanismo dei moltiplicatori. Luca Patané, presidente di Confturismo – Confcommercio spiega: “Sostenere il turismo adesso significa investire in un settore che mette in moto a sua volta altri consumi portando ossigeno all’economia dell’intero Paese”, e propone: “Rendiamo anche detraibili per due anni le spese di vacanze di almeno tre notti delle famiglie italiane che soggiornano nelle strutture ricettive. Questo potrebbe essere un buon incentivo per il recupero del settore e un’accelerazione al ritorno alla normalità.”

Dati, ipotesi e desideri, si cerca una connessione con la realtà sospesa e la strategia più idonea per ripartire. Il Coronavirus ridisegna i confini dell’agire e delle possibilità, ma le idee non conoscono limiti e scendono a patti con la realtà per reinventarne una nuova. Ripartire dal turismo significa iniziare una nuova via senza perdere la memoria.

 

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Dublino, un inno alla spensieratezza a ritmo di reel

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Una capitale viva e identitaria, perdersi tra le sue vie è un privilegio. L’orientamento vaga in estasi dei sensi annebbiato dall’euforia della birra, dai profumi dolci e dai ritmi che si sovrappongono rimbombando soavi ad ogni angolo della città. Dublino vive di musica, ambrosia scura e gentilezza. Piccola e accogliente trasforma il quotidiano in un’avvincente “Odissea” moderna: chiunque si identifica in Leopold Bloom girovagando per le sue strade. Ci si immerge spontaneamente in una realtà autentica dove le nuove esperienze si fondono con il fluire dei propri pensieri. Diventare “Dubliner” per qualche giorno è più di un viaggio, è un’esperienza

Temple Bar

Così inizia la scoperta della capitale irlandese, coinvolti dagli innumerevoli divertimenti che la animano e dalle suggestioni letterarie che la identificano nell’immaginario collettivo. Dublino viene considerata una città della letteratura che ispirò la fantasia di grandi maestri dell’olimpo della scrittura come Oscar Wilde, Jonathan Swift, Samuel Beckett, Bram Stoker, George Bernard Shaw e James Joyceil più amato dai dubliners. L’autore giganteggia su tutte le figure letterarie irlandesi nonostante il suo amore odio indissolubile con la città. Basti pensare al capolavoro “Ulisse” che nelle sue pagine descrive Dublino sin nei minimi dettagli: “Voglio dare un’immagine così completa che se un giorno dovesse improvvisamente sparire dalla faccia della terra, potrebbe essere ricostruita sulla base del mio libro”.

Una vocazione letteraria che affonda le sue radici nella storia classificandola tra le città più “dotte” d’Europa. Già nell’antichità l’Irlanda era una terra di santi ed eruditi grazie alle università monastiche sorte in tutta l’isola per diffondere la fede cristiana e formare l’élite d’Europa. Un sapere brutalmente interrotto dalla conquista dei Vichinghi nella seconda metà dell’800 d.C. che imposero la loro cultura, intollerante al sapere riconducibile ad un unico Dio. Il germoglio letterario fiorì nuovamente alla fine del 1600 trasformando l’isola in un atollo della cultura. Durante l’epoca della Dublino georgiana, la lingua inglese si arricchì combinandosi ad alcuni termini derivanti dal gaelico, l’idioma natale irlandese. Questa simbiosi linguistica creò uno stile unico, squisitamente “irish”, il comune denominatore dei suoi autori nonostante la spiccata identità di ciascuno.

Castello di Dublino, Record Tower

La letteratura come identità, non è un caso se tra le mete principali della città spicca la prestigiosa Old Library del Trinity College, considerata una delle biblioteche più belle al mondo. Un enorme microcosmo popolato da 250.000 manoscritti antichi, ordinati alfabeticamente e per categoria in due piani di altissimi scaffali lungo tutta la struttura. Il tesoro più prezioso di questo mondo di parole è il Book of Kells, il libro miniato più famoso del pianeta. Si tratta di un codice medievale realizzato dai monaci dell’isola intorno all’800 a.C. che illustra e descrive con dovizia di particolari i quattro vangeli attraverso una scrittura magistralmente articolata e colori vividi nonostante i secoli, una gloria dell’arte celtica e dell’universale fede cristiana.

Dopo i silenzi della biblioteca che sembrano cristallizzare il tempo, la scoperta di Dublino prosegue a ritmo di reel, la tradizionale musica irlandese. Le notti scorrono veloci al Temple Bar, il quartiere del divertimento per eccellenza dal fascino bohémien. Passeggiando per le sue vie lastricate, le diverse sonorità degli artisti di strada si intrecciano fondendosi in un’insolita armonia scomposta dove spiccano solisti accompagnati dalla una fida chitarra e gruppi di percussionisti dalle reminiscenze esotiche. L’atmosfera effervescente vive anche all’interno dei locali, jubox instancabili di musica dal vivo carburati da fiumi di birra alla spina. Il più famoso è l’omonimo del quartiere, l’iconografico pub dalle imposte rosse davanti al quale tutti desiderano scattare una foto ricordo.

Un viaggio a Dublino va oltre gli stereotipi ancorati ad una realtà fuori dal tempo, offre scorci di mondanità raffinata come quella di Grafton street, il quartiere più glamour di tutta l’Irlanda, oppure gli agglomerati moderni della zona di Dockslands e del Grand Canal dove hanno sede operativa numerose multinazionali. Da terra di emigrazione a “terra promessa” per numerosi giovani irlandesi perfettamente inseriti nelle più disparate realtà lavorative e per quelli che arrivano volenterosi da tutta Europa.

St Patrick’s Cathedral

Una capitale sempre più orientata al futuro che non dimentica le proprie radici e leggende. Si narra che alla St Patrick’s Cathedral, San Patrizio battezzasse gli irlandesi convertiti nell’acqua in un pozzo senza fondo considerato la porta d’ingresso per le anime del Purgatorio. Questo luogo del credo, tra testimonianze storiche e fervida immaginazione, è stato convalidato come uno dei siti cristiani più antichi e venerati d’Europa. L’attuale struttura in stile gotico risale agli inizi del XII secolo, uno dei luoghi identitari della città da non perdere, come il castello di Dublino. Distante dalle aspettative anticipate dal suo nome, questa struttura è un insieme di palazzi nobiliari risalenti al XVIII secolo. La Record Tower è unico baluardo della struttura originale anglo-normanna risalente al XIII secolo che rimanda al concetto di castello.

Dublino racconta il presente e il passato a nord e a sud del Liffey, il fiume scuro come la sua birra che taglia in due la trama urbana valorizzata dagli spazi verdi dei suoi parchi. Dall’immenso e periferico Phoenix park dove si trova lo zoo più antico d’Europa, al centralissimo St Stephen’s Green, il più frequentato dai cittadini che amano passeggiare o rilassarsi tra le aiuole di fiori e vecchi palchi d’orchestra d’epoca vittoriana, a rivalsa di un passato sporco e misero. Alcuni alberi secolari del parco sono testimoni delle flagellazioni pubbliche, dei roghi e delle impiccagioni che si svolgevano in questo cuore verde della città. Tutt’altra narrativa quella del Marrion’s square park. Oscar Wilde nacque in un’elegante casa georgiana a poca distanza e trascorse la sua infanzia correndo sui prati e nascondendosi tra gli alberi di questo luogo identitario per gli irlandesi. Nell’angolo nord ovest del parco, la statua del dandy campeggia con espressione ironica, come un monito alla spensieratezza, inno alla vita. Gli irlandesi vivificano il suo ricordo tra musica e boccali di birra nella leggerezza degli attimi condivisi, epifanie del quotidiano come le avrebbe definite il dubliner per eccellenza, James Joyce.

 

 

Immagine copertina: Samuel Beckett Bridge, Santiago Calatrava.

Photo credits: Elena Bittante

Bur Dubai, la città vecchia dove scoprire l’identità della metropoli

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Bur Dubai, la vecchia Dubai. L’anima autentica della città risiede all’ombra dei grattacieli, oltre la patina di opulenza che indora il vuoto del deserto. Il distretto storico di Al Fahidi, il brulicante quartiere di Deira e lo scorrere calmo delle acque del Dubai Creek, il canale dove circola ancora la linfa del commercio di questa città, rivelano tutta l’atmosfera mediorientale che la metropoli ha offuscato

La Dubai dei record, quella più conosciuta, appare come un mondo alieno, per certi versi quasi alienante rispetto alle nostre consuetudini. La città si erge dal deserto come uno stupefacente plastico architettonico in scala reale, un prodigio della tecnica ingegneristica che anticipa il futuro. Una ricerca ambiziosa che travalica gli obiettivi puntando ad un benessere idealizzato, a discapito dell’umanità. Foreste di cemento senza una fauna autoctona, expats che lavorano per proiettare la loro vita nei loro paesi natii, turisti ammaliati dall’eccesso e persone locali soggiogati dall’ostentazione del loro stesso ideale di ricchezza. Una realtà dal forte impatto visivo ma che rischia di lasciare dei vuoti esperienziali. Esiste ancora l’anima autentica di Dubai?

Bur Dubai, il quartiere storico di Al Fahidi

Per cercare la vera identità di Dubai bisogna scendere dalle altezze vertiginose dei grattacieli, uscire dai lussuosi mega mall della città nuova e addentrarsi nella Bur Dubai iniziando dal quartiere storico di Al Fahidi, un tempo noto come Bastakia Quarter. In questa parte della città si passeggia tra edifici antichi in gesso e corallo perfettamente restaurati, una riqualifica che non ha intaccato l’atmosfera suggestiva del luogo. Una realtà di bellezza originaria valorizzata dal bisogno di autenticità: vale l’esperienza perdersi tra i “sikka”, i vicoletti selciati che si snodano nel centro di Al Fahidi, salire le scalette che si insinuano fra edifici bassi e le imponenti “torri del vento”, costruite quasi un secolo fa da facoltosi mercanti persiani, oggi punti di riferimento nel dedalo color sabbia.

Dopo aver visto tante mega strutture, le case basse assumono una parvenza più umana e sembrano sbirciare i passanti con le loro finestrelle squadrate, mentre dalle piccole grate decorate con arabeschi e motivetti geometrici ben coordinati filtra l’anima profumata che aleggia per il quartiere, un mix di spezie con una nota di cardamomo, l’onnipresente della cucina tipica.

L’olfatto non ci inganna e ci riconduce a qualche caffè artistico o ristorantino poco distante incastonato in qualche cortile interno, dove servono portate succulente, bibite rinfrescanti a base di agrumi e l’immancabile tè alla menta servito caldo. Le parti interne e i giardini ospitano b&b, localini deliziosi dove scoprire la cucina tipica tra nuvole di vapore e profumo di shisa dei narghilè, oppure piccoli musei come quello del caffè, dei francobolli e delle monete o gallerie d’arte come l’Al Serkal Cultural Foundation o la Majlis Gallery. In questa parte della città vecchia scoprirete delle dimensioni intime da vivere con lentezza e meraviglia dietro ogni porta.

Di altre dimensioni il breve tratto dell’originaria cinta muraria di Dubai che risale al 1800 circa e l’imperdibile Dubai Museum nell’imponente struttura dell’Al Fahidi Fort. Questo edificio è il più antico della città e risale al 1787; in passato fu sede del governo e residenza dei sovrani. Oggi ospita un’accurata esposizione di reperti archeologici, fotografie e contenuti multimediali che descrivono l’evoluzione esponenziale di Dubai, da piccolo villaggio a metropoli.

Una visita al Dubai Museum è un’occasione per scoprire la storia di una città proiettata al futuro e le testimonianze che si descrivono quasi come un paradosso se confrontate all’attualità. Una parte del museo è dedicata alla cultura e ai metodi dell’antica tradizione della pesca delle perle. In mostra vari tipi di pesi, bilance e setacci per la raccolta dei preziosi doni del mare oltre all’accurata descrizione delle strategie dei suoi cercatori, motore di un mercato che accompagna sin dall’antichità quello dell’oro.

Una passeggiata lungo il Dubai Creek per poi salpare a bordo di un “abra”

Il Dubai Creek è il canale che attraversa la città e nell’area della Bur Dubai separa i quartieri di Al Fahidi e della Deira. Questa insenatura è di fondamentale importanza sin dal passato, attorno a cui si è originariamente sviluppata la vita economica di Dubai. Ancora oggi è un simbolo ancorato alle sue tradizioni come il ritmo lento ma costante delle tradizionali dhow, le imbarcazioni tipiche dei pescatori e mercanti che arrivano dal Golfo Persico. Questi sambuchi vengono utilizzati da secoli per il trasporto merci nelle aree del Golfo Arabo e del Mar Rosso e si caratterizzano per la loro struttura in legno lavorato dipinto di bianco e turchese. Un tempo rinomati per il trasporti di perle e spezie, oggi hanno ampliato il loro mercato trasportando qualsiasi genere di merce.

Un traffico intenso ma rilassato solca le acque del Creek. Ai mezzi adibiti al trasporto merci si alternano gli “abra” o taxi d’acqua che conducono dall’altra parte del canale oppure viaggiano lungo i 3,2 km del corso d’acqua, in alternativa alla mini crociere proposte dalle varie agenzie del turismo, che raggiungono la Business Bay, grazie alla recente struttura del Dubai Water Canal.

Prima di salpare dall’altra parte del Creek non perdete Al Seef, attrazione del Dubai Creek, con area pedonale che si estende per 1,8 km sulle rive del canale. Si tratta di un centro culturale dove è possibile scoprire le antiche tradizioni beduine e un racconto dello stile di vita delle generazioni passate. Un ulteriore viaggio nel tempo a testimonianza delle radici nascoste della città.

Il quartiere di Deira, l’anima mercantile del Bur

Approdati dall’altra parte del creek ci si immerge nell’affollato quartiere di Deira. Il brusio sussurrato dell’altra sponda vi sembrerà solo un ricordo, eppure il fil rouge con il passato non viene spezzato in questa parte della città, soprattutto nel suq. A pochi passi dalla stazione degli abra, si trova il mercato vecchio di Deira. Un brulicare di vita, il mix inebriate di colori e profumi uniti ad una buona dose di intraprendenza mercantile dei commerciati stordiscono il compassato turista occidentale. Il contrattare per i mercanti del suq è una scuola di vita, e per il turista un allenamento all’insistenza che alle volte travalica la sopportazione. Eppure tuffarsi in questa realtà è una delle esperienze più autentiche e paradossalmente entusiasmanti a Dubai, distante dal consumismo preconfezionato (e inaccessibile) dei mega mall della città nuova.

Spezie, tessuti, incensi, “oud”, il legno aromatico locale, artigianato di ogni sorta ma anche uno strabiliante mercato dell’oro ( dal contesto meno patinato ma anch’esso inaccessibile). Una parte del suq è riservato a centinaia di negozi di gioielli che espongono con orgoglio meraviglie tanto spettacolari quanto grottesche per il nostro stile più composto. Anche il fascino dell’eccesso fa parte di una cultura tutta da scoprire, oltre gli stereotipi. La città vecchia, il Bur Dubai incanta con un racconto autentico, un altro lato dell’ambita opulenza del medio oriente.

Immagine copertina: Dubai Creek.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

Times Square, il dietro le quinte della fabbrica dei sogni

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Times Square è come un cuore d’automa, iperattivo e disumano nonostante il mare di persone che lo popolano h24, ipnotizzate da luci e megaschermi che tolgono il sonno alla notte. Energia urbana scintillante, a tratti soffocante, eppure viverla è un’occasione per scoprire l’esuberanza di New York. Una possibilità per conoscere una storia oltre la patina pubblicitaria e la maschera dello spettacolo, questa fabbrica dei sogni ha vissuto gli incubi di un recente passato

Una geometria del consumismo, Times Square è l’incrocio tra Brodway e la Seventh Avenue nel centro di Manhattan. Non è un semplice luogo di transito ma è uno stato in luogo per l’emblema che racchiude. Si rimane disorientati di fronte a questo firmamento di insegne, un susseguirsi esponenziale di messaggi in slogan dei brand più in voga e degli spettacoli da non perdere. Il cuore pulsante della Grande Mela è il regno delle pubblicità che svettano coloratissime inglobate nei grattacieli. Un mondo ipnotico sopra le nuvole di vapore che escono dai tombini, sferzate dal passaggio continuo di taxi gialli e sciami di persone che sgomitano. La musica di Times Square è un frastuono di decine di lingue e dialetti diversi, turisti elettrizzati che sostano per collezionare selfie e “locali” di ogni angolo del mondo, che transitano a passo svelto nel loro deserto di insegne per arrivare in tempo a lavoro.

Questo è l’epicentro di Manhattan, c’è chi lo odia, chi lo ama e chi lo racconta. Oggi come nel passato si conferma un’esplorazione delle interconnessioni umane. Proprio qui il fotoreporter Alfred Eisenstaedt catturò l’immagine iconica comparsa sulla copertina della rivista Life: il marinaio dell’esercito e l’infermiera che si baciano nel giorno della vittoria, il V-J Day del 1945. Testimonianza di passione ed entusiasmo in un luogo che di storie vere ne ha viste tante, oltre l’apparenza. La famosa fotografia nota in tutto il mondo ha ispirato ilKiss-In, una tradizione che si svolge proprio a Times Square ogni cinque anni nell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale: centinaia di coppie si ritrovano per ricreare la scena. Il prossimo appuntamento è previsto per l’agosto di quest’anno.

Times Square, la bella senz’anima racconta un passato di luci ed ombre

Per molte persone questa famosa meta di New York resta un incrocio senza identità, solo business, consumismo e sogni senza spessore. Eppure Times Square è la sintesi di un’epoca, esalta i suoi desideri e nasconde le sue paure.

All’inizio del ‘900 era un semplice punto indistinto nella grande maglia urbana, all’ombra dell’epicentro commerciale di Lower Manhattan. Il trasporto pubblico e l’editoria rivoluzionarono il suo destino: August Belmont, il fautore della metropolitana di New York, incoraggiò l’editore del New York Times Adolph Ochs a spostare il quartier generale del giornale all’incrocio tra Brodway e la 42nd St, proprio dove transitava la prima linea del trasporto sotterraneo. La persuasione di Belmont unita a due vantaggi oggettivi fu vincente: con l’utilizzo della metro il trasporto dei quotidiani sarebbe stato più veloce, inoltre l’afflusso dei pendolari sotto la sede avrebbe incentivato le vendite del giornale.

Questa scelta strategica lanciò la prima sede del Times (che ora si trova al 620 di della Eighth Av), e fu l’incipit del più importante quartiere commerciale, condiviso con la scena teatrale più importante della città. La Brodway degli anni ’20 scrisse la storia culturale di New York con i ritmi leggeri dei musical di pari passo alla grande drammaturgia americana che si inscenava soprattutto nei teatri del Midtown. Oggi il Theater District di Brodway e di off-Brodway si estende dalla 40th St alla 54 th St e tra la Sixth Ave e la Eighth Ave, un rincorrersi di botteghini che offrono svago e ispirazioni, una fucina d’arte teatrale senza eguali.

Dove oggi le luci del successo brillano accecanti, in alcuni decenni del Novecento illuminavano ad intermittenza. Questa fabbrica di sogni fu un incubo in tempi relativamente recenti. A causa del crollo economico all’inizio degli anni ’70, le grandi società abbandonarono la zona, chiusero i negozi e i lussuosi hotel si ridimensionarono in alberghetti squallidi, i “single room occupancy”, un’ospitalità spartana di camere singole e senza bagno. Nei palcoscenici del Theater District dove oggi scintillano le stelle del musical s’inscenava il mal costume. Le luci rosse erano il monocolore di una realtà allo sbando e Times Square era un luogo insicuro e decadente.

La rinascita iniziò negli anni ’90 con il sindaco Rudolph Giuliani. Il primo cittadino adottò una politica di riconversione urbana incentivando il trasferimento di una serie di catene di negozi, ristoranti e una serie di attività “rispettabili”. Localizzò inoltre una vigilanza a tappeto con un considerevole numero di poliziotti che sorvegliavano notte giorno la zona. Una riqualificazione che segnò il rilancio dell’intera area riportandola ai vecchi fasti, sino a ridefinirla come un permanente palcoscenico all’aperto.

La riqualifica urbana più recente è stata progettata nel 2009. La parte più grande di Times Square è stata chiusa al traffico motorizzato ed è diventata una zona pedonale. A pianificare e seguire il progetto è stato lo studio scandinavo Snøhetta, un piano che ha ritagliato un’effettiva “square”, una piazza vera e propria tra le varie arterie di traffico veicolare. La grande via che taglia longitudinalmente tutta Manhattan è stata chiusa al traffico all’altezza della 42th fino alla 47th delineando lo spazio del “Bowtie”, il cuore del Times Square Theater District.

Times Square è una sintesi di colori vividi e messaggi lampanti dei valori e dell’immaginario di un’epoca, il risvolto di una città delle possibilità ma anche del terrore dell’indistinto. New York, è in primis una metropoli d’immigrazione succube del suo riscatto. Come scrisse Francis Scott Fitzgerald: “New York non è la città di chi è nato, ma quella di chi l’ha molto desiderata e ha dovuto combattere per farne parte”. Forse l’opulenza di questo luogo dalle mille luci non è altro che un’apparente corazza per dimostrarsi vincitore agli occhi del mondo.

Curiosità di viaggio: riqualifica urbana

Qual è l’esempio newyorkese di riqualificazione verde per eccellenza? Una piattaforma panoramica dal passato industriale trasformata in un giardino pensile nel quartiere di Chelsea. Si tratta della High Line, il parco lineare nato da un progetto di rinnovamento urbano che ha trasformato lo spazio squallido e abbandonato di una sezione in disuso della ferrovia sopraelevata West Side in una delle aree più frequentate della città.

Vista dalla High Line, Chelsea

Immagine copertina: musical Brodway, Times Square.

Photo credits: Elena Bittante

 

 

 

 

 

 

Bruges, una favola fiamminga

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Bruges appare come una carillon di Natale, un susseguirsi di casette color pastello, chiese con snelli campanili gotici e barche che solcano le acque dei canali al posto di trenini instancabili che attraversano l’idillio. Sotto la neve d’inverno, ammantata dai virgulti in primavera e in estate, coloratissima in autunno, una cittadina di favola che si descrive in quattro capitoli diversi, tutti da vivere

Una realtà pittoresca quella del piccolo centro belga, uno spettacolo in tutte le stagioni. L’interesse dei turisti sembra gravitare principalmente attorno alla sua piazza principale, il Markt. Ammirarlo è un’esperienza a colori: incorniciato da scenografici edifici medievali variopinti con i tipici frontoni a gradoni dell’architettura fiamminga. Appaiono come un puzzle perfetto, tanti tasselli urbani in ammirazione del Belfort, il campanile simbolo di Bruges patrimonio dell’umanità UNESCO che domina maestoso il Markt.

La piazza e le vie principali sono animate da orde di turisti ma il lato più intimo della città si rivela negli angoli nascosti affacciati ai numerosi canali oppure nei vicoletti tortuosi dove si insinua il dolce profumo di waffel con cioccolato. La tradizione belga inebria i sensi, e il fiuto come una bussola vi condurrà alla più vicina pasticceria sbucando nuovamente in una strada maestra. A Bruges difficilmente si perde l’orientamento, tanto meno l’appetito. Una passeggiata per il centro è un’alternanza di quiete e brio, ci si ritrova facilmente tra vacanzieri golosi e collezionisti di foto ricordo, reporter di attimi e stacanovisti della condivisione social, ma in pochi passi ecco sbucare tra la folla una nuova via d’acqua che rasserena la vista e l’umore.

Per non essere fagocitati dalle vie del turismo di massa basta salpare in barca percorrendo le strade d’acqua oppure raggiungere Begijnhof, il “giardino” salvifico della città. Questo meraviglioso angolo di Bruges è un’eredità medievale della comunità delle beghine, donne vedove o orfane che decisero di dedicare la loro vita a Dio, una sorta di suore laiche. I beghinaggi sono strutture del XIII secolo tipiche delle Fiandre, sintesi di un’architettura religiosa e rurale in perfetto stile fiammingo. Si tratta di complessi indipendenti composti da un gruppo di case modeste ed edifici ausiliari costruiti attorno ad un giardino centrale e ad una chiesa, recintati da possenti mura con portoni d’accesso che vengono chiusi durante la notte. Atolli di pace poco distante dai centri cittadini, oggi inglobati nelle loro periferie.

 

Quello di Bruges è tra i più noti nella regione delle Fiandre e accoglie i visitatori nella sua oasi di quiete. Si accede dall’entrata principale attraversando il ponte del 1776 sopra il canale Minnewater, meglio conosciuto come “lago dell’amore”, per ritrovarsi in uno spazio fuori dal tempo dove oggi vivono le monache benedettine. Una manciata di case bianche imbiancate a calce incorniciano una “foresta” di olmi, in questa stagione ancora disadorna dall’inverno a dispetto del suo prato verde smeraldo ammantato di narcisi che annunciano l’imminente primavera.

I vialetti disegnano questo giardino naïf e riconducono tutti alla semplice chiesa del beghinaggio che racchiude il suo unico vezzo all’interno, un elaborato altare barocco con putti paffuti in adorazione. Poco distante dal luogo della fede si accede al piccolo museo ospitato nella ‘t Begijnhuisje, una tipica abitazione del XVII secolo che sembra uscita dalle favole. Nelle sue sale un racconto di vita tradizionale: una cucina rustica con maioliche di Delft bianche e blu e nel salotto un’esposizione di merletti Chantilly, creazioni tipiche della zona. Il Begijnhof è un giardino urbano che racchiude la pace nel brusio di una favola letta ad alta voce. Bruges come duplice e meravigliosa realtà, un’alternanza che ricorda l’eterna ambivalenza del Belgio, una discussione aperta tra identità fiamminga e vallona.

Per tutte le informazioni utili, visitate il sito ufficiale Visit Bruges.

 

Immagine copertina: centro cittadino di Bruges. 

Photo credits: Elena Bittante

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Elena Bittante
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