la geografia della scoperta

Monte Testaccio: il “colle dei cocci” di Roma, uno scempio spettacolare

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All’apparenza un dolce rilievo poco distante dall’ansa del Tevere, perfettamente conforme al paesaggio di una metropoli che ha fatto “dei sette colli” la sua storia. Eppure il Monte Testaccio non sogna l’appellativo di “ottavo”, sconosciuto ai più, rivela la sua natura osservandolo da vicino: sino alla sua cima è formato da frammenti di anfore. Sono sempre i dettagli a fare la differenza

Roma non smette mai di stupire, con le sue meraviglie e i suoi paradossi. Se parliamo di rifiuti, tralasciamo la triste attualità e addentriamoci nella storia. Il monte Testaccio, conosciuto anche con l’appellativo “monte dei cocci è una vecchia discarica a cielo aperto. Un enorme accumulo di materiale di scarto, uno scempio spettacolare. Si tratta di un’intera collina alta 54 metri con una circonferenza di circa 1 chilometro formata da testae, dalle quali deriva il toponimo “Testaccio”. Il significato è “cocci”, frammenti di 53 milioni di anfore usate per il trasporto dell’olio. Questi manufatti venivano scaricati in quello che era il vicino porto dell’Emporium sul Tevere, adibito per il rifornimento del mercato urbano. Svuotate del loro prezioso contenuto, venivano sistematicamente accumulate in questo luogo formando poco a poco una collina artificiale.

Una testimonianza tangibile del fiorente commercio sviluppato tra l’età augustea e la fine del II secolo d.C. caratterizzato dall’ascesa economica delle province occidentali: la Gallia, l’Africa e soprattutto la Spagna. Questa regione divenne il principale canale di rifornimento dei beni alimentari dei grandi centri di consumo come Roma, in particolare la regione Baetica (Andalusia) per l’esportazione dell’olio. La diffusione di questo prezioso oro liquido era distinguibile dai caratteristici contenitori dalla forma globulare, le anfore. Simbolo inequivocabile del commercio antico, erano contraddistinte da precisi riferimenti come il periodo di realizzazione, le annotazioni relative al contenuto e l’immancabile marchio di fabbrica su una delle anse. I frammenti meglio conservati sono esposti nelle teche dei musei, in particolare quelli che riportano ancora i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell’esportatore e le indicazioni sul contenuto. Ma non è raro trovare lungo i sentieri di cocci che conducono alla sommità del monte alcuni di questi pezzi, tasselli importanti per la conoscenza della storia economica dell’antica Roma. Il monte Testaccio è infatti considerato un sito archeologico di fondamentale importanza, una fonte storico-documentaria dei commerci dell’impero romano e sulle relazioni mercantili tra l’urbe e le province.

Le anfore che trasportavano questo bene non erano riutilizzabili a causa della rapida alterazione dei residui di olio. La soluzione per il loro smaltimento fu rapida, economica e sorprendentemente igienica. La strategia utilizzata per il loro accatastamento prevedeva l’uso della calce, un materiale che contrastava lo sviluppo di batteri dati dalla decomposizione dell’olio e al contempo consentiva la stratificazione stabile e coesa delle anfore.

Il monte Testaccio ebbe la sua rivalsa durante il Medioevo, da discarica si trasformò in un ludico luogo di festa. Consolidata la sua struttura, ormai giunta a quella che è l’attuale conformazione, e nomea come luogo di svago, il “monte dei cocci” era punto d’incontro per la celebrazione di manifestazioni popolari: i ludi maximi del Carnevale romano. La testimonianza più accreditata dagli scritti è il ludus Testacie, una sorta di corrida ante litteram ancora più cruenta di quella attuale: dalla sommità del monte veniva liberato un toro, seguito da due carri con dei maiali all’interno. Nella piana sottostante li attendevano i lusores con lama sguainata, giovani impavidi che incoscienti giocavano anche la loro vita. Sempre durante il periodo medievale, si consolidò la sua funzione religiosa con il “Gioco della Passione”, la rappresentazione sacra della Via Crucis durante la settimana santa che lasciò in eredità il simbolo che tutt’oggi campeggia sulla sommità del colle, la croce in ferro (sostituita più volte, l’attuale è del 1914).

Nel Seicento il colle divenne bersaglio per le esercitazioni dei bombardieri di Castel S. Angelo. Il cannone sparava dalla piramide di Caio Cestio puntando verso il suo pendio orientale. Questo fu l’incipit della scarnificazione dei cocci che continuò per gli scavi dei famosi “grottini” dove conservarono il vino. La particolare conformazione artificiale della collina e il passaggio dell’aria fresca, consentiva di mantenere una temperatura costante al suo interno, ideale per la conservazione dei generi alimentari. Fu questo aspetto vantaggioso ad avviare l’attività di numerose fraschette, le tipiche aree di ristoro romane che dall’Ottocento allietarono gli attimi di svago, soprattutto durante il periodo della vendemmia durante le famose “ottobrate romane”, giorni giulivi narrati da Belli e Stendhal. Con la pianificazione e la crescita urbana del quartiere Testaccio e l’avvio delle attività del Mattatoio che si estendeva alle sue pendici, si sviluppò un caotico abusivismo edilizio che deturpò gran parte della zona. Solo nel 1931 venne avviato un intervento di recupero ad opera dell’architetto De Vico che valorizzò il verde urbano del colle e della zona circostante compresa tra le Mura Aureliane e via Zabaglia.

Una visita al monte Testaccio è un’opportunità per svelare un lato della Roma Segreta. Salire lungo i suoi pendii sotto lo scricchiolio dei cocci che lo ammantano è un’esperienza surreale. Capirne la storia è come scoprire una favola lieta, un luogo che nasce dai rifiuti per diventare fulcro di vita e di tradizione, quella di una Roma verace e appassionata. Un sito archeologico di notevole importanza, stratificato nella sua essenza e variegato nel magnifico panorama che rivela dalla sua cima: 360 gradi che spaziano dalla Roma medievale e barocca in direzione del centro e dell’Aventino, a quella d’avanguardia dell’Ostiense che alterna cimeli dell’antichità come la piramide Cestia, al Gasometro, simbolo dell’archeologia industriale tra una foresta di edifici contemporanei e murales variopinti. L’urbe risplende delle sue epoche, dalla cima del monte fatto di cocci si ammirano tutte le sfaccettature della stessa pietra preziosa.

Il monte Testaccio è visitabile solo in giorni prestabiliti e l’ingresso è consentito solo a gruppi accompagnati di massimo 30 persone a visita. Per informazioni e prenotazioni contattare la Sovraintendenza di Roma.

La croce in ferro del 1914 sulla cima del colle
Panorama sul quartiere Ostiense e sulla piramide Cestia

 

Vista sull’Aventino
Scorcio sul Gasometro del quartiere Ostiense

Immagine copertina: panorama dalla cima del monte Testaccio

Photo credits: Elena Bittante

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