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European Affairs Roma

Marco Iacobini Band feat Stuart Hamm

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Route 66 – Roma 09.06.2019

– Live report di Francesco Pozone e Claudio Enea
– Pregalleria e galleria fotografica di Claudio Enea

Si è concluso ieri sera il breve ma intenso Tour di Marco Iacobini, con gli storici collaboratori Cristiano Micalizzi e Stefano Sastro ed il grande bassista Stuart Hamm;

Bologna, Milano, Torino, L’Aquila e Roma, queste le cinque date che li ha visti protagonisti.
Gran parte della scaletta è incentrata sui brani di “The Sky There’ll Always Be” l’ultimo disco di Marco Iacobini, bellissimo concentrato di brani strumentali registrato tra Roma, New York e Los Angeles avvalendosi del contributo di alcuni “mostri sacri” (lo stesso Stuart Hamm, Billy Sheehan, Tony, Levin, Dave Weckl, Mike Terrana…).

Non possono mancare gli omaggi al Maestro e così la band ci regala due perle di Jeff Beck, “The Pump” (scritta dal batterista Simon Phillips) e nel bis “Freeway Jam”, magistralmente suonate da questa super-band.
Non può neanche mancare il momento dell’assolo del virtuoso bassista Stuart Hammm, che esegue una sua personale interpretazione di “Going to California” del Led Zeppelin: da brividi.

Ma torniamo all’album, bello, veramente bello tutto quest’ultimo di Marco, un mix esplosivo tra rock-prog e fusion veramente ben amalgamato. Toccante il momento per la dedica al papà della ballad “Where the Angels come down”.

Alcuni brani mi hanno riportato al primo Satriani ed alcuni incastri al CAB4 di McAlpine-Brunel, ma come mi confessa in seguito Marco: “Satriani e’ certamente una delle mie massime influenze anche se devo dire che la mia più grande fonte di ispirazione e’ certamente Steve Lukather dei Toto.
Amo molto anche Steve Vai, Steve Stevens, Malmsteen, Larry Carlton e Pat Metheny, passando anche per Scott Henderson ed Allan Holdsworth”.

Insomma, anche se il suo è uno stile del tutto personale e particolare non mancano le fonti di ispirazione e che fonti aggiungerei, ma anche le collaborazioni ormai, non sono di minor levatura per questo autentico talento nostrano a partire proprio da “Stu”, presente nella maggior parte dei brani dell’album e con 18F scritta proprio dallo stesso bassman statunitense.

Prossimi progetti, il nuovo disco a cui Marco sta lavorando già da tempo ed un nuovo tour che partirà prossimamente, noi attendiamo entrambi con trepidazione, alla fine ci sentiamo un po orgogliosi di avere in casa dei talenti che normalmente sono ad appannaggio di altre latitudini.

Nel frattempo vi consigliamo di dare un orecchio, ma magari anche due, all’ultimo lavoro “The Sky There’ll Always Be”, per gli amanti del genere vi possiamo garantire che non ve ne pentirete.

Un’ultima chicca per i chitarristi curiosi in ascolto, sveliamo il setup di Marco, del tutto analogico, Amplificatori Marshall e Bogner, pedali Truetone, Custom Audio Electronics devices e chitarre Carvin/Kiesel e Fender Custom Shop.

(Pregalleria)



Formazione:

  • Marco Iacobini – Chitarra
  • Cristiano Micalizzi – batteria
  • Stefano Sastro – tastiera
  • Stuart Hamm – basso

PFM canta De Andrè – Anniversary

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Auditorium Parco della Musica di Roma 26.05.2019
Open Act di Micol Arpa (Picchioni)

– Live report di Luis “Redwood” Almasi
– Pregalleria e galleria fotografica di Claudio Enea

26 maggio e ventiseiesimo concerto di questa fortunata ed acclamata tournée che dal marzo scorso attraversa in lungo e in largo tutta l’Italia, aggiungendo date su date. Secondo concerto romano, questa volta non al teatro Brancaccio (nel cuore di tanti faberiani soprattutto per il famoso video) bensì nella prestigiosa Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.

Opening act di Micol e la sua “arpa rock” che suona in piedi esprimendo così, anche col corpo, la volontà di rinnovare e contaminare questo antico strumento. “Verranno a chiederti del nostro amore” viene accolta calorosamente da un pubblico in fondo sorpreso dal gradito preambolo; ma è con “Via del Campo” che si crea un feeling speciale. Strumento affascinante l’arpa che rievoca suoni ancestrali, memorie infantili di carillon e ninnenanne. Forse per questo Micol vola spesso sino alle note più acute dello strumento e ci sembra di sentir cantare le parole: ognuno nella mente; ognuno col cuore. Che bello l’Auditorium lasciato semi-illuminato. Micol ringrazia la PFM e tutti per averle regalato questo palco. Mentre suona “Canzone dell’amore perduto”, nell’aria si accendono centinaia di lucciole (LED, ndr) che ci fanno sognare questa primavera che sembra non voler ancora tornare.

La Premiata Forneria Marconi non è seconda a tante altre eccellenze italiane che ci rendono preziosi agli occhi del mondo. Unica band nostrana che negli anni ’70 riuscì ad avere successo anche all’estero, fu protagonista assoluta di una svolta storica per la musica d’Autore, unendo la propria energia rock progressive e l’enorme capacità tecnica alla poesia in musica di uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi. “Fabrizio De André in concerto arrangiamenti PFM” fu una tournée prima ed un disco poi che ebbero un grande successo di pubblico e di vendite fino ad assumere, nel tempo, le caratteristiche di un vero e proprio mito. Era il 1979 e “PFM canta De André Anniversary” celebra e rinnova quella meraviglia, 40 anni dopo.

<<Cominciava così>>, ricorda Franz Di Cioccio, mentre parte l’arpeggio di “Bocca di rosa”. Subito ci immaginiamo proiettati in quel freddo gennaio del 1979 e la magia comincia nel modo più prevedibile e, proprio per questo, più diretto e giusto. C’è voglia di partecipare, di battere le mani ed esprimere calore, coinvolgimento ma “La guerra di Piero” cambia in un attimo l’atmosfera e il pubblico si tace. Lucio “violino” Fabbri ha un fraseggio di un’espressività unica: sempre fedele e preciso; sempre diverso come una meravigliosa voce fatta di legno, crine, corde, mani e cuore (e ce n’è tanto). Ora l’Auditorium pare stretto in un abbraccio collettivo e siamo appena all’inizio…

La fisarmonica è la stessa dei concerti del 1979 così come le mani che la suonano, quelle del tastierista storico della PFM Flavio Premoli. Curò personalmente molti degli arrangiamenti PFM per le canzoni di Fabrizio De André e “Un giudice” (preceduta da “Andrea”, ndr) si conferma uno dei pezzi migliori, anche questa sera. Appena il tempo per Franz di presentare i 9 membri della band e parte “Rimini” con il suo incedere dolcemente cadenzato dai contrappunti di chitarra. La musica ha una tale ricchezza di colori, di raffinati intrecci melodici, da superare in bellezza le parole peraltro stupende. Emozionante!

C’è attenzione ai suoni. Negli anni alcuni membri storici della band hanno preso altre strade ma Patrick Djivas è ancora qui, con il suo basso fretless a regalarci il suo stupendo arrangiamento di “Giugno ’73”. Il violino di Lucio Fabbri ed i campanelli (crotali) suonati da Franz Di Cioccio completano le tinte di questo affresco, realmente evocativo di quell’esistenzialismo francese che contraddistinse un’epoca ed il modo di fare arte anche di Fabrizio De André.

Ora la musica lascia il posto alle parole ed ai bei ricordi della Sardegna del 1978 quando il Poeta (Fabrizio, ndr) e la Premiata Forneria Marconi, impegnata in un concerto a Nuoro, si ritrovano, si divertono. Il Poeta invita tutti a casa sua così, complice l’Agnata (la tenuta di De André vicino a Tempio Pausania, ndr) ed un mare di Vermentino (<<una droga che si può consumare liberamente>>, dice Franz) prende forma l’idea di fare qualcosa insieme.

La PFM aveva già collaborato con Fabrizio, quando ancora non si chiamava PFM ma “i Quelli”. Furono infatti molti dei musicisti della band a suonare ne “La buona novella”, il concept album del 1970 tratto dalla lettura di alcuni vangeli apocrifi. “Maria nella Bottega di un Falegname” e “il Testamento di Tito” diventano, nell’interpretazione della PFM nei concerti del ’79, quasi un tutt’uno dando vita ad una lunga suite veramente in stile progressive che questa sera viene preceduta da due nuovi arrangiamenti di altrettanti pezzi tratti sempre da quell’album.

“L’infanzia di Maria” funziona alla grande. Il prog lascia a tratti spazio all’hard-rock, quasi al metal. Marco Sfogli alla chitarra elettrica è bravissimo. Un altro assolo di Djivas. Quando entra Lucio ti scoppia il cuore. Nella seconda parte del pezzo c’è posto addirittura per il blues e per sonorità arabeggianti verso la fine. C’è tanto ma ben pensato, ottimamente eseguito e il pezzo piace al pubblico: una vera ovazione (“vien giù il teatro” prima ancora che il pezzo finisca, ndr). “Il sogno di Maria” pare invece, per lo più, perdere tutta la sua dolcezza (a tratti sensuale) a favore di un approccio rock ed energico. Resta l’espressività, l’intimità nella parte finale (quando torna Giuseppe, ndr) dove peraltro il pezzo non è stato sostanzialmente riarrangiato. Il pubblico comunque apprezza.

Franz ci invita a metterci <<seduti sulla panchina del tempo>> e una piccola magia tecnologica fa cantare la voce registrata di Fabrizio De André mentre la band suona “La canzone di Marinella”. Applausi fragorosi sottolineano l’amore per Faber e soffocano il rimpianto di averlo perduto troppo presto. <<Eravamo in 10 su questo palco>> dice Di Cioccio con evidente emozione.

È il momento delle ballate. “Zirichiltaggia”, leggermente più lenta rispetto al ’79, cantanta dal bravissimo Alberto Bravin (voce, tastiere, chitarra) e “Volta la carta” con il pubblico che si diverte nel lasciarsi coinvolgere dal “gran cerimoniere” Franz di Cioccio: <<Branca, Branca, Branca… leon, leon, leon>>; <<Su le mani. Forte!>>.

Arriva “Amico fragile”. Il torrente di note che Fabrizio riusciva ad arpeggiare sulla chitarra classica con sorprendente fluidità è sostituito da uno strumming cadenzato. La voce di Franz è convincente, come può essere solo quella di chi sa realmente cosa significhi essere <<evaporato in una nuvola rossa>>. La band suona, eccome! Roberto Gualdi è bravissimo alla batteria che cede di buon grado alle graditissime incursioni di Franz, batterista frontman della PFM. Marco Sfogli (chitarra elettrica, ndr) evoca Franco Mussida (il chirarrista storico della PFM, ndr) ad ogni nota, facendoci capire di esserne stato permeato fin nel profondo. Non è imitazione ma interiorizzazione, rispetto ed evoluzione nel ricreare la magia di questi assoli che hanno fatto la storia della musica.

<<Bravi, bravi, bravi>>. Applausi fragorosi, incessanti. Il concerto è finito ma tutto il teatro grida come una sola voce: <<Fuori, fuori, fuori…>>. Eccoli.

La versione PFM de “Il Pescatore” fu la canzone con cui, sostanzialmente, Franz Di Cioccio convinse Fabrizio De André della bontà di questo progetto di collaborazione. Uno dei pezzi sacri della produzione De Andreiana che, a mio avviso, solo in questo arrangiamento trova il suo completamento, la sua pienezza. Ciò è vero al punto che Fabrizio non abbandonerà più questa versione facendone uno dei “cavalli di battaglia” che più identifica quella mitica tournée. Quale modo migliore di tornare sul palco per l’encore con il pubblico che canta i cori a squarciagola e pare un tutt’uno con chi è sul palco.

“È festa” in medley con “Impressioni in settembre”, due pezzi originali della PFM, suggellano la fine del concerto. C’è tempo solo per la foto di rito della band con tutto il pubblico alle spalle: <<Su le mani tutti! Domani la vedete su Facebook>>, ci esorta Franz.

Complimenti ai fonici per la resa sonora degna della PFM. Bellissime le luci che costituivano sostanzialmente l’unico effetto scenografico.

Consiglio a tutti di andare a vedere questo spettacolo almeno una volta perché è un pezzo di storia veramente importante della musica italiana. Si replica in tutta Italia e a Roma il 18 novembre 2019.

(Pregalleria)



Formazione:

  • Franz Di Cioccio – batteria, percussioni e voce
  • Patrick Djivas – basso
  • Flavio Premoli – tastiera, voce
  • Lucio Fabbri – violino, tastiera e chitarra
  • Roberto Gualdi – batteria
  • Alessandro Scaglione – tastiera, voce
  • Marco Sfogli – chitarra elettrica
  • Alberto Bravin – tastiere aggiuntive, chitarra acustica e voce
  • Michele Ascolese – Chitarra

Atene, le origini della storia occidentale tra pace e caos

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Frammenti di mito e pezzi di intonaco, una capitale votata al passato, dagli albori della civiltà al racconto dell’ultimo decennio trascorso. Tutto sembra vissuto, a tratti usurato, Atene non è la classica “bella città” ma gioca bene le sue carte con la complicità delle atmosfere suggestive e la luce avvolgente del Mediterraneo. Sorprende inaspettatamente chi si addentra nel dedalo del centro tra palazzi scrostati, gallerie d’arte e scorci sulla storia: da qualsiasi angolo si scorge l’Acropoli, fondamenta della cultura occidentale. Il Partenone, unico e immortale, veglia la città arroccato su un promontorio roccioso sovrastando la valle dell’Ilissos dalla fine del VII secolo a.C.

Il Partenone
Atelier nel quartiere di Monastiraki

Un viaggio alla scoperta delle nostre origini, un tuffo nella creatività e nella serenità che contraddistinguono la tradizione greca. Atene è storia e smussa il peso della sua eredità nella leggerezza della quotidianità rivelandosi una metropoli viva e originale che bypassa le ombre della crisi a ritmo di sirtaki e spunti creativi. L’incontro nelle grandi piazze, la vivacità rilassata della gente, il profumo di basilico fresco dei piatti tradizionali e l’estro degli artisti moderni che omaggiano il glorioso passato sono solo alcuni spunti per viverla a pieno. E’ dalle radici che inizia un viaggio nella culla della civiltà occidentale, per poi divagare in una realtà pittoresca al passo con i tempi.

Propileo all’entrata dell’Acropoli
Dettaglio del frontone orientale del Partenone 
Eretteo e loggetta della Cariatidi 

La prima tappa è l’Acropoli. Lì dove tutto ebbe inizio spiccano gli archetipi dell’architettura classica come eredità inestimabile. Il sito archeologico patrimonio UNESCO dal 1987, racconta la nascita della democrazia evocando suggestioni e riflessioni. Sulla collina dell’Areopago sorgono il Partenone, i Propilei, l’Eretteo e il Tempio di Atena Nike, circondati dalla possente cinta muraria di Temistocle. Il Partenone incorona il sito con candida magnificenza; progettato da Ictino e Callicrate, venne edificato tra il 447 e il 438 a.C. e consacrato alla dea Atena. La costruzione in marmo pentelico bianco scintilla sotto il sole, otto colonne dei lati corti e diciassette su quelli lunghi in stile dorico ingegnosamente inclinate per creare un effetto illusorio. Un tempo l’edificio era ricoperto di fregi e sculture, oggi si aggrappano ai frontoni occidentali e orientali i superstiti delle ere: Helios e il suo destriero raccontano la nascita di Atena dalla testa del padre e la lotta di Atena con Poseidone per il possesso dell’Attica. Lungo il perimetro del tempio spiccano le metope modellate da Fidia, le formelle quadrate con funzione narrativa scolpite ad altorilievo. Oggi come allora i Propilei si trovano all’entrata dell’Acropoli accogliendo da millenni i visitatori. Realizzati per volere di Pericle spiccano allineati con il Partenone in un gioco di geometrie perfette, con le facciate anteriori più basse di quelle posteriori per seguire il dislivello del terreno. Catturano l’attenzione la solennità del Tempio di Atena Nike dedicato alla dea della vittoria nel 425 a.C., e l’Eretteo che deve il suo nome al mitico re di Atene. Questo capolavoro dell’architettura ionica, costruito tra il 421 e il 406 a.C., ostenta le protagoniste dell’architettura classica nel suo portico: le Cariatidi, intente a sorreggere il peso della storia e della cultura (le statue esposte sono una riproduzione delle donne di Karyai, le originali si trovano al museo dell’Acropoli).

Museo dell’Acropoli, statue delle Cariatidi in lontananza

All’ombra del Partenone possiamo ritagliare qualche attimo per rilassarci, riflettere e scrutare il panorama della metropoli odierna, una terrazza esclusiva che si affaccia sul divenire di una capitale dai tratti caotici. Il viaggio nella cultura classica prosegue “a valle”, al Museo dell’Acropoli, situato alle pendici meridionali dell’Areopago. L’interessante polo museale si distingue per la struttura moderna in vetro e acciaio e crea un ossimoro architettonico a confronto con le pietre compatte della cittadella del mito. Il museo custodisce tutti i reperti rinvenuti nel sito e spazia dal mondo arcaico a quello romano con cimeli inestimabili come le leggiadre korai, dalle elaborate acconciature a trecce del VI secolo, e il noto giovane con vitellino del 570 a.C. Un’ altra tappa da non perdere per un continuum nella storia ellenica è l’Antica Agorà, dove Socrate elaborò le sue brachilogie, conversazioni fondate su una logica ferrea al fine di educare l’individuo e la sua anima sul fondamento della verità. Qui si erge superstite il Tempio dorico di Efesto del 449 a.C., e il grande complesso a due piani della Stoà di Attalo originario del 138 a.C., ricostruito filologicamente dalla Scuola Americana di Archeologia. Le dimensioni colossali della storia antica sono tutt’ora testimoniate anche nel sito archeologico del Tempio di Zeus Olimpio, maestose rovine di un nucleo architettonico che richiese oltre sette secoli per la costruzione. Un esempio ante litteram di “edilizia posticipata” per mancanza di fondi, l’Olympieion venne ultimato dall’imperatore Adriano nel 131 d.C.

Vista dal Museo dell’Acropoli sul Partenone
Tempio di Zeus Olimpio

Dopo un tuffo nella storia, Atene offre un’immersione nel mare plumbeo del suo caotico centro non privo di atolli meravigliosi: tra gli edifici in calcestruzzo infatti sorgono le isole verdi della città. L’eden urbano dei Giardini Reali, una visione salvifica nella congestione della metropoli vicino a Piazza Syntagma dove si trova il Parlamento. Oggi questo eden aristocratico del 1840 è diventato uno spazio pubblico condiviso da milioni di cittadini e turisti diventando il Giardino Nazionale della città di Atene. 38 acri di verde e oltre 500 specie di piante rendono questo spicchio di città un tesoro di biodiversità, avvalorato da cimeli inestimabili che ricordano l’identità di Atene, indissolubilmente legata alla storia. In città i grandi polmoni verdi sono facilmente individuabili alzando semplicemente lo sguardo verso il cielo. Spiccano le pendici boscose del Licabetto sopra il quartiere di Kolonaki, dove si rincorrono miti e leggende, e la collina di Filopappo, descritta da Plutarco per le gesta di Teseo contro le Amazzoni. Quel che fu dello scontro anima solo la leggenda lasciando spazio alla pace in quest’oasi naturale da dove ammirare un panorama privilegiato sull’Acropoli, sull’Attica e sul Golfo di Salonicco per poi spaziare sino a dove arriva l’orizzonte. Passeggiare tra i vialetti ombrosi dei parchi di Atene è l’ideale per chi desidera rilassarsi dal traffico cittadino e ritrovare le idee, fermarsi e osservare il divenire dall’alto può rivelarsi una panacea temporanea, un’occasione per riflettere sui dogmi della vita quotidiana, oggi come allora.

Il Licabetto 
Vista dalla collina di Filopappo

Immagine copertina: vista sull’Acropoli dalla collina di Filopappo.

Photo credits: Elena Bittante

Gran Ballo di Primavera: si apre il sipario a Palazzo Rospigliosi annunciando “Seduzioni & Gusto Festival 2019”

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Danza, moda e gusto, una triade del piacere. Tre note del made in Italy che suonano all’unisono in una sinfonia armonica nei saloni del Palazzo Rospigliosi. “Seduzioni & Gusto Festival 2019”, la partenza di un grand tour della bellezza che parte dal cuore di Roma per addentrarsi nel Bel Paese: prossima tappa nel borgo di Buonvicino, un gioiello incastonato nelle verdi montagne di Calabria che guarda il blu del suo mare.

Durante la conferenza stampa di ieri 6 aprile, nella sala dei Paesaggi del prestigioso Palazzo Rospigliosi, è stata annunciata la 13.edizione del Festival che si terrà dal 12 al 14 luglio nell’incantevole paese di Buonvicino in provincia di Cosenza, uno tra i borghi più belli d’Italia. Moderatore Nino Graziano Luca, presidente della Compagnia di Danza Storica, presenti il Presidente della Pro Loco Antonella Biondi, il Sindaco di Buonvicino Ciriaco Biondi, il Direttore Artistico di Moda Movie Sante Orrico, l’On. Mauro D’Acri Consigliere Regione Calabria con delega all’Agricoltura e il Presidente dell’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia per la regione Calabria Bruno Cortese.

Una proposta vincente che rilancia la grande bellezza di una piccola realtà ricordandoci le potenzialità innate dell’Italia, un intreccio di natura e cultura unico al mondo. L’evento curato dalla Pro Loco Buonvicino è stato ideato per valorizzare il territorio e coniugherà il piacere della buona tavola, la seduzione dell’alta moda e il fascino della danza storica nella piazza principale di Buonvicino, salotto urbano dell’incantevole borgo. La stessa formula magica che ha animato i saloni del Palazzo Rospigliosi: il défilé delle creazioni sposa e haute couture di Massimiliano Giangrossi, incantatore di stile, l’omaggio alla cucina calabra con le delizie dello Chef Giuseppe Garozzo Zannini Quirini, “Il Conte” di Master Chef Italia 4, condite con la sua immancabile spontanea simpatia, e la magia senza tempo della Compagnia Nazionale di Danza Storica che ha aperto il sipario del Gran Ballo di Primavera.

Il Presidente della Compagnia di Danza Storica Nino Graziano Luca e l’attrice Giorgia Ferrero 

Sale da ballo e tavole imbandite con i prodotti dell’eccellenza enogastronomica forniti dai partner di “Seduzione & Gusto Festival 2019”. Quadriglie, valzer, polche e mazurche, passi di danza per celebrare il trattato Cucina Teorico Pratica di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino. Il luculliano banchetto organizzato e cucinato da “Il Conte” Giuseppe Garozzo Zannini Quirini, è stato ispirato proprio dal celebre trattato, pietra miliare della culinaria italiana datato 1837. Pagine che racchiudono tutto il gusto e la tradizione della buona tavola e del sapere condiviso: le ricette descrivono le diverse classi sociali attraverso gli ingredienti e le preparazioni. Dalle più semplici alle più articolate, tutte con lo stesso comune denominatore, la genuinità dei prodotti di una terra generosa, quella italiana.

Sala dei Paesaggi di Palazzo Rospigliosi

Una splendida festa nella prestigiosa cornice del palazzo capitolino, tra il Salone delle Statue vegliato dalle sculture del Bernini, la Sala del Pergolato ammantata dagli affreschi di Guido Reni e Paul Bril e la Sala dei Paesaggi, un racconto per immagini della campagna romana del ‘600. Una serata animata dai suoi organizzatori, da ospiti illustri dello spettacolo, l’elegante attrice Giorgia Ferrero diretta da Paolo Sorrentino ne “La Grande Bellezza”, e il frizzante attore Luca Avallone protagonista dei film “Le grida del silenzio” di Sasha Alessandra Carlesi nonché parte del cast di “All The Money In The World” di Ridley Scott. Presenti anche il Marchese Ferrajoli e il Principe Guglielmo Marconi Giovanelli, il Direttore Generale dell’Universita’ di Cassino Antonello Capparelli, il Conte Antonio Palazzi e le indossatrici Daria De Vincenzi e Giulia Mascellino. Immancabili e instancabili quasi 100 danzatori che hanno reso possibile questa magica serata tra volteggi e pliè con i loro sontuosi abiti in stile ‘800.

Creazione sposa di Massimiliano Giangrossi, salone delle Statue con le sculture del Bernini

Moda, danza e gusto, mondi che si incontrano e combaciano alla perfezione nell’affinità di una tradizione tutta italiana. La tappa romana è stato il primo appuntamento e lascia nel sogno l’aspettativa di una nuova grande festa in uno scrigno di Calabria tutto da scoprire, oltre gli stereotipi e i preconcetti che attanagliano il suo territorio. La cultura si rilancia con stile, a ritmo di valzer e con gusto, in tutti i sensi.

Bratislava, la capitale per una passeggiata nel cuore d’Europa

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Bratislava, affacciata sul fiume della musica e dei romanzi, legata ad un passato di contese. Oggi è una capitale orgogliosa che guarda dinamica al futuro e accoglie i viaggiatori in un’atmosfera gioiosa a dispetto dello stereotipo post sovietico: gli slovacchi alzano i boccali grondanti di birra dorata e brindano ad una nuova primavera europea.

Una capitale a misura d’uomo, tutta da scoprire, dal maestoso castello che la sorveglia dall’alto, al curioso Cumil, la statua più famosa della città che vigila il passaggio dei turisti dal basso (meglio conosciuta come “il guardone” per lo sguardo malandrino che punta spudorato alle sottane delle signore). Città che pulsa nel cuore d’Europa, meno inflazionata della magica Praga, dell’elegante Budapest e della regale Vienna (quest’ultima dista solo 60 km, vale una trasferta in giornata in macchina, treno, bus oppure in battello durante la bella stagione). Bratislava è ben collegata a diverse città italiane da voli low cost in partenza da numerosi aeroporti, una meta perfetta da visitare durante il weekend. Il suo fascino si concentra nella Stare Mesto, la città vecchia, e nel Bratislavský hrad, il grande castello ma non mancano satelliti d’interesse poco distante, come la surreale chiesa azzurra o il moderno Ufo del Nový Most, il ponte nuovo sul Danubio.

Panorama dal castello: la Stare Mesto e la città nuova in lontananza
Cumil, la statua più famosa di Bratislava
Stare Mesto

Il Bratislavský hrad, il castello di Bratislava, è il simbolo della capitale slovacca, dal 1961 monumento storico nazionale. Sin dall’antichità domina la città dall’alto di una collina; durante il IV secolo a.C. venne abitato dai Celti per poi essere conquistato dai Romani ma l’aspetto attuale risale alle ricostruzioni del XV e il XVII secolo, un mix tra stile rinascimentale e barocco, dalla caratteristica forma quadrangolare che lo rende simile a un “tavolo rovesciato”. Deve infatti a questa similitudine l’originale appellativo. La vera rinascita del castello si deve a Maria Teresa d’Asburgo che lo scelse come residenza estiva: è proprio durante il suo regno che ebbe inizio l’epoca d’oro per il maniero e per tutta la città di Bratislava, al tempo nota come Presburgo. Un’eredità asburgica che tutt’oggi testimonia nelle sue forme la trasformazione da cupa fortezza ad elegante dimora. Alla fine dell’700 diventò un seminario per poi cadere in rovina dopo il rovinoso incendio del 1811. Solo nel 1953 ebbero inizio i lavori di ristrutturazione e dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco, anno che sanciva la separazione dalla Cecoslovacchia. All’ingresso la statua equestre di Svatopluk I, sovrano di Moravia del IX secolo, attende orgogliosa i numerosi turisti che sostano qualche minuto sul belvedere: un’incantevole puzzle di tetti color ocra della città vecchia in antitesi con il ponte nuovo che attraversa le acque rilassate del Danubio. Le sale del castello ospitano il Museo Nazionale Slovacco con interessanti raccolte di manufatti e antiquariato locale, e il Museo della Musica, uno scorcio sulla storia e sulle tradizioni del paese.

Statua equestre di Svatopluk I

Dopo la visita al castello si scende verso il centro storico seguendo i passaggi pedonali che attraversano la superstrada, un’audace infrastruttura che taglia la vecchia trama urbana recidendo il continuum storico tra le due attrattive principali della città. Una pianificazione del territorio opinabile ma che collega strategicamente le due rive della città affacciate sul Danubio: la viabilità è la stessa che attraversa il ponte nuovo, il Nový Most. Affacciata al nastro di asfalto è impossibile non ammirare la “Bella sul Danubio”, l’imponente chiesa di San Martino recentemente rimaneggiata. La cattedrale svetta quasi in bilico sulla superstrada nonostante la struttura maestosa dell’originario impianto gotico. Una tappa cittadina da ammirare all’esterno e all’interno dove è custodita una copia della corona imperiale ungherese ricoperta d’oro dal peso di 300 kg. Dopo il trafficato dardo di catrame è tutta un’altra storia, ci si addentra nella città vecchia percorrendo le viette lastricate che si snodano dalla chiesa e conducono al cuore della Stare Mesto. Le mete principali sono Michalská brána, la Porta di San Michele dove sulla cima vegliano le statue di San Michele e il Drago, e Hlavnè namestie, la piazza principale dal XIII secolo cuore pulsante della città dove spicca l’imponente municipio, Stara Radnica, collage architettonico che riassume cinque secoli. Un piccolo centro ricco di fascino, un susseguirsi di scorci suggestivi nell’area pedonale di Korzo. Un dedalo di stradine e di edifici medievali alternati ai postumi asburgici come il Palazzo del Primate distinguibile dalla raffinata facciata simile ad un ricamo delicato.

La bellezza di Bratislava si concentra nel centro storico ma poco fuori la Stare Mesto si trova il gioiello architettonico di Modry Kostolik nella città nuova, la famosa chiesa azzurra (chiesa di Sant’Elisabetta) che nelle belle giornate di sole si confonde con il cielo. Questo edificio art nouveau del 1907, progettato dall’architetto Ödön Lechner, spicca per la sua tonalità brillante in un quartiere dove ancora prevale un’edilizia post sovietica.

Modry Kostolik, la chiesa azzurra

Prima di lasciare questa piccola e graziosa capitale ricordiamola con una vista panoramica dall’alto: uno scorcio indimenticabile dall’Ufo, la moderna torre del ponte nuovo sul Danubio. Una cartolina dove spuntano il maestoso castello e i pinnacoli ossidati delle chiese dal mare di tetti rossi della Stare Mesto. Questa struttura a navicella, così chiamata dagli abitanti per le sembianze aliene, si rivela una tappa interessante nonché un’occasione per sorseggiare una rinfrescante birra chiara ammirando il belvedere dalla piattaforma panoramica.

Ufo del Nový Most

Immagine copertina:  Bratislavský hrad, il castello di Bratislava

Photo credits: Elena Bittante

“The Grand Balls of the 19th Century”: la magia della danza si racconta nella storia, anche in inglese

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Il fascino incantato dei balli d’altre epoche si vive o si racconta. Dopo cinque ristampe di “Gran Balli dell’800”, arriva la versione tradotta “The Grand Balls of the 19th Century”, un libro da leggere tutto d’un fiato, anche in inglese. Un valzer di parole che ci accompagna nella cultura d’altri tempi: la danza come archetipo di socializzazione, un linguaggio universale che univa la borghesia e l’aristocrazia in una rosa di coreografie e di intese. Capitolo dopo capitolo scopriremo che la storia è stata scritta anche nei saloni da ballo.

Non solo un racconto per entusiasti estimatori o appassionati ballerini, “Gran Balli dell’800” (ediz. Armando Curcio Editore, 2009) racconta uno spaccato della società del XVIII – XIX secolo che può interessare un vasto pubblico. Un meticoloso lavoro di ricerca svolto dal Presidente della Compagnia di Danza StoricaNino Graziano Luca,un’analisi di importanti documenti e manuali storici che ha portato al recupero e alla valorizzazione di cimeli della letteratura europea. Testimonianze che dalla danza riconducono a preziosi dettagli della società, un menabò del ballo che abbraccia un periodo storico dal tardo ‘700 sino al ‘900. Il libro riassume 30 anni di appassionata e approfondita ricerca. Presentato alla Camera dei Deputati e all’Ambasciata d’Austria, è ora disponibile anche la versione in lingua inglese per condividerlo senza confini, una scelta coerente al suo contenuto: la danza è un linguaggio universale.

Nino Graziano Luca, dopo cinque ristampe in italiano il libro “Gran Balli dell’800” arriva anche la versione in inglese “The Grand Balls of the 19th Century”. Da dove nasce questa idea e cosa racconta?

“L’idea di una versione in lingua inglese è nata da un incontro con il professore Alkis Raftis, presidente del consiglio internazionale della danza Unesco. Da grande estimatore del lavoro che ho svolto in questi anni, mi ha spronato a scrivere una versione in inglese perché condivisibile e sempre attuale. “The Grand Balls of the 19th Century” descrive un arco temporale dal tardo ‘700 all’inizio del ‘900 e dei relativi cambiamenti sociali, i quali hanno consentito che il ballo diventasse il “luogo” centrale della vita sociale ottocentesca. Nel libro racconto quali erano le danze richieste per poter partecipare ad un ballo, quali erano le danze che non potevano mancare in un carnet de bal ma anche dell’etichetta, della toiletta e quali erano le nozioni comportamentali e relazionali che dovevano essere osservate e stabilite tra i partecipanti. Il libro è pieno di aneddoti storici ma anche di curiosità sfiziose. Non mancano alcuni spunti tratti dai più celebri romanzi ottocenteschi che animano il racconto oltre alla “didattica” del suo contenuto. Mi piace dire che questo lavoro nasce come un saggio ma è scritto con i toni del romanzo. Il mio desiderio è quello di coinvolgere tutti i lettori attraverso un parlato semplice e proiettarli in un contesto attraente e affascinante, quello della danza sociale e della danza storica. Questa scelta ripropone la stessa “chiave di lettura” di tutte le iniziative che ho organizzato e descritto in questi anni, finalizzate alla promozione della danza storica e della danza sociale.

Aneddoti e curiosità sembrano il modo più interessante per descrivere la storia della danza, anche quella del costume e della società?

“Il libro è ricco di aneddoti molto divertenti che introducono un’attenta analisi legata a come nel sociale ci sia stata l’affermazione della borghesia e la condivisione degli spazi di divertimento tra borghesia e aristocrazia. Questo aspetto emerge chiaramente in un passaggio descritto nel libro che cita “Il modo più acconcio di stare in iscelta società”, scritto nel 1839 da Luigi Bortolotti. Da questo estratto evidenzio come per la prima volta in un manuale, oltre a trovare delle indicazioni su come si danzava, c’erano anche dei suggerimenti su come comportarsi in un ballo.

Ovviamente questo libro era destinato ai borghesi, un vademecum delle “buone maniere” che l’aristocrazia acquisiva nelle proprie dimore grazie agli impeccabili insegnamenti dei precettori. La scelta di citare questo manuale e una serie di altri libri è indispensabile per testimoniare la coesione sociale nei balli. Nel lavoro svolto cerco di descrivere tutti gli avvenimenti che hanno contraddistinto questo mondo di intrattenimento evidenziando come il ballo sia stato anche il luogo d’espressione delle mode dal tardo ‘700 all’inizio del ‘900. La danza era un vero e proprio linguaggio condiviso. Oggi sono i magazine e i social che influenzano il costume, all’epoca era il ballo a consentire la coesione sociale e la condivisione delle mode, a differenza del teatro e della sala dei concerti che mantenevano le differenze sociali. Il documento più antico di vera coesione sociale che ho trovato nella mia lunga ricerca risale al 1805: un ballo a Bologna in cui la coesione nasceva dall’obolo che veniva pagato, il medesimo per gli aristocratici, per i borghesi e per gli ecclesiastici in quanto il ricavato sarebbe stato devoluto in beneficenza. Sono questi gli aneddoti speciali che ricreano il contesto attraverso la realtà dei fatti, un’informazione che non rinuncia alle emozioni e alle sensazioni. Ne è la prova tangibile la citazione che apre il libro: “Un ballo, quale magica parola per i giovani di venti anni, un paradiso in terra ove tutto pare etereo…”. Parole sognanti per introdurre il ballo come poesia ma soprattutto come centro della vita sociale per eccellenza.”

Le fotografie di “ The Grand Balls of the 19th Century” sono tutte attinenti ad eventi e gran balli storici organizzati dalla Compagnia Nazionale di Danza Storica. La scelta delle immagini è a cura di Nino Graziano Luca e di Armando Curci Editore. Le illustrazioni appartengono alla pinacoteca personale di Armando Curci Editore.

The Grand Balls of the 19th Century”, è disponibile nella piattaforma libri dell’Unesco.

Hundertwasser House, l’edilizia popolare come opera d’arte

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La città dell’eleganza innata, dei walzer sognanti e della storia imperiale si racconta anche nella trasgressione architettonica del ‘900: la Hundertwasser House spicca tra i delicati toni pastello di Vienna inebriandola con i suoi colori vibranti. Il rigore asburgico cambia linguaggio e si racconta con ironia.

Un sognatore razionale Friedensreich Hundertwasser, pioniere dell’architettura sostenibile che sin da tempi non sospetti realizzò numerosi edifici ispirati alla natura e alle sue forme con progetti virtuosi per l’ambiente. La sua tecnica spaziò nelle più sfrenate fantasie creative, in costante bilico tra fisica e metafisica teorizzando concetti a tratti surreali come “I diritti delle finestre”, convinto sostenitore che gli edifici non fossero costruiti da pareti murarie ma proprio dalle finestre, per l’artista, occhi attraverso i quali guardare il mondo nell’intimità della propria casa. Architetto visionario ed esponente dell’architettura organica, descrisse la sua ricerca con linee irregolari e forme ispirate alla natura più che alla ragione. La Hundertwasser House ne è l’esempio perfetto nonché la sua opera architettonica più famosa che stacca dalla trama urbana viennese catalizzando migliaia di visitatori curiosi.

Un edificio d’avanguardia stilistica ma anche un progetto virtuoso e morale. La Hundertwasser House nasce infatti come social housing, un complesso residenziale creato nel 1985 per i meno abbienti. Ospita 50 appartamenti, 16 terrazze private e 3 comuni, alcuni negozi, un ristorante, un parco giochi per bambini e una palestra. Vere e proprie case popolari con vezzo creativo e struttura innovativa. L’architetto desiderava rompere con lo stile dell’edilizia moderna, da lui ritenuta istituzionale, fredda e spesso banale, ideò così un’alternativa unica e originale che potesse rispondere anche ai canoni della sostenibilità ambientale, sensibilità molto meno diffusa a quel tempo. L’edificio venne infatti costruito con materiali ecologici di origine naturale: spesse murature in argilla per la coibentazione, legno per gli infissi, ceramica per i pavimenti, vernici e colle di origine naturale e piante ed alberi come elementi architettonici. La vegetazione è un elemento imprescindibile per Hundertwasser e nella House viennese ammanta il tetto, le terrazze e i loggiati. Le strutture sono state progettate con fogli anti–radice per la protezione dei solai e pannelli isolanti, presentano inoltre strati di pomice e ghiaia per drenare l’acqua e apposite griglie di acciaio inossidabile per contenere le radici. La Hundertwasser House ospita dei veri e propri giardini pensili, microcosmi naturali nella dimensione urbana che si sostentano grazie ad un sistema di irrigazione che veicola l’acqua piovana raccolta da una cisterna.

Questo atipico complesso residenziale unico nel suo genere si presenta come un elemento di rottura nell’edilizia di Weissgerber, composto quartiere nel centro della capitale austriaca. Spicca tra gli edifici dalle linee brutaliste e nostalgici condomini in stile ottocentesco, un paese dei balocchi nel rigore viennese. Le sue forme singolari e i suoi colori vividi appaiono come un miraggio urbano, simile ad un set cinematografico più che ad un complesso di case popolari, capace di catturare anche l’attenzione dei passanti più distratti ed attrarre orde di turisti che aspettano il loro turno per scattare una foto ricordo con sfondo multicolor, spesso ignorando l’entità del progetto. Gli appartamenti si distinguono per le diverse tonalità, una caratteristica che i veneziani possono riconoscere facilmente associando la Hundertwasser House alle case variopinte dell’isola di Burano, il concetto è il medesimo ma sviluppato in altezza. Un rincorrersi di finestre irregolari e un menabò di ceramiche di recupero volutamente diverse nelle forme, un puzzle scomposto che si rivela nell’armonia totalizzante di un incastro perfetto. Hundertwasser concepì questo progetto secondo una tecnica conosciuta come “transautomatismo”, la capacità dell’artista di attingere al suo subconscio e trasferire le sue emozioni su tela facendo dei movimenti automatici. Una sfida vinta quella dell’eclettico architetto che ha saputo tradurre in tecnica strutturale lo slancio emozionale, una progettazione che coniuga l’istinto alla razionalità ispirandosi alla natura. La Vienna sognante non vive solo nelle storie dei reali ma anche ai piani bassi della società dove ribolle una creatività capace di trasformare delle case popolari in un’opera d’arte.

Nota di viaggio

Dopo il complesso residenziale non perdete una visita al Museo Hundertwasser dove ammirare i dipinti, i disegni e i progetti architettonici di Freidrich Hundertwasser.

Immagine copertina: Hundertwasser House, Weissgerber, Vienna.

Photo credits: Elena Bittante

Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche, alla Pinacoteca del Tesoriere un viaggio nel tempo e nelle emozioni

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La Compagnia Nazionale di Danza Storica racconta il passato narrando una favola, un susseguirsi ipnotico di volteggi tra nuvole di cipria e abiti principeschi delle sue dame. Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche organizzato magistralmente da Nino Graziano Luca, ha aperto il sipario sabato 16 febbraio tra i saloni della Pinacoteca del Tesoriere nel cuore di Roma. Un atelier danzante tra i capolavori del Guercino, una grande festa con abiti del ‘700 ma non solo. Il ballo come una girandola nella storia del costume, dall’eleganza composta delle principesse rinascimentali accompagnate da prodi paladini, sino al fascino ardito delle protagoniste del charleston vegliate da lord con bombetta di un nostalgico ‘900. Un viaggio tra le epoche in punta di piedi, a ritmo di musica e all’insegna dell’eleganza innata della danza.

Un carillon appassionato che ha alternato le armonie dei valzer classici come il “Carnival Waltz” di apertura, al motivetto ironico di “The Waltzing Cat” dalle note simili a miagolii: la danza storica è un omaggio all’allegria e il segreto è quello di lasciarsi andare. Lo conferma l’Organizzatore dell’evento, Presidente Direttore artistico della Compagnia Nazionale di Danza Storica Nino Graziano Luca che sottolinea le potenzialità della danza come espressione personale e collante sociale: “Roger Garaudy diceva: “Danzare la vita”. Se superi la fase iniziale dell’imbarazzo, la danza ti consente di essere veramente te stesso. Diventa una parte fondamentale della vita se credi che questa sia fatta di naturalezza. Una sorta di magia che coinvolge tutti, anche chi non è un ballerino provetto può trasmettere gioia. L’idea di ballo deve essere condivisa a vari livelli, danzare ti consente di metterti a contatto con il bello e con l’armonia che ci circonda.” La danza storica dunque non solo fa sognare con abiti da fiaba e viaggiare tra le epoche ma è un’opportunità per far emergere le proprie consapevolezze ed entrare in empatia con gli altri partecipanti, un equilibrio che si riassume nell’armonia dei suoi passi.

Il Gran Ballo di Carnevale nasce come un excursus storico tra le epoche, quale migliore occasione per stimolare l’estro dei suoi partecipanti nell’accurata scelta dell’abito ma soprattutto raccontare in un’unica grande festa gli intenti della Compagnia che da tanti anni si ripropone di seguire un attento lavoro filologico. Come spiega il maestro Nino Graziano Luca: “Per me la danza storica riconduce a tutto ciò che è rintracciabile nei manuali dalla metà del ‘400 in poi. Un lavoro di ricerca che seguo da ormai 30 anni, un percorso documentato nei manuali scritti dai grandi maestri di ballo a partire dal primo Rinascimento. Il primo manuale che è stato rintracciato è il “De arte saltandi et choreas ducendi” di Domenico da Piacenza databile tra il 1445 – 1447. Questo manoscritto è considerato il primo manuale di “danza sociale”. Il mio desiderio è quello di riproporre le danze che sono rintracciabili nei testi, quindi dal ‘400 sino all’inizio del ‘900. La scelta segue un percorso che si attiene agli scritti ma non intende declassare le tantissime danze occitane del periodo antecedente che non sono rintracciabili nei manuali.”

Un ballo come una macchina del tempo, azionata da un repertorio che spazia nei secoli. La Compagnia, dopo un’assidua preparazione dei suoi partecipanti nelle sue scuole presenti in tutta Italia (con sede principale a Roma), ogni mese è solita organizzare degli appuntamenti danzanti ambientati nelle varie epoche senza mai tralasciare una giusta causa, coerente in tutto e per tutto alla definizione di “danza sociale”. Alcune serate rendono protagonisti anche quei ballerini che nella loro vita devono affrontare un quotidiano difficile. Che siano balli ispirati alle favole principesche di Sissi oppure ai saloni con vista sulla Neva della regale San Pietroburgo, la condivisione resta il comune denominatore negli intenti della Compagnia. Come sottolinea Nino Graziano Luca: “Alcuni balli prevedono di coinvolgere anche chi non ha mai ballato, farlo è estremamente semplice, la cosa importante è avere voglia di mettersi in gioco.” Continua il maestro: “Esiste un repertorio storico e filologico ballabile da chiunque, d’altronde la danza sociale aveva questo come obiettivo principale, mirare a creare socializzazione. Oggi io parlo di “socializzazione culturale”, all’epoca era una normale pratica: attraverso la danza riuscivi ad avere contatti”. Alle sue parole appare esaustivo il detto che si bisbigliava nei saloni dell’800: “Tre balli fanno una sposa”. Nell’epoca del 2.0 potrebbe sembrare una forma di conoscenza esuberante, eppure il ballo ripropone una socializzazione più reale della dimensione virtuale alla quale siamo spesso soggiogati.

Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche, una serata magica all’insegna della cultura che ha coinvolto davvero tutti, anche due splendide stelle nascenti del panorama cinematografico italiano, Miriam Galanti e Katia Greco. Miriam, incantevole in un abito settecentesco blu e oro, ha dichiarato: “Partecipare al Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche è una splendida opportunità, una favola ad occhi aperti. Mi sembra di tornare bambina, voglio lasciarmi trasportare dalla magia di questa location e dai suoi partecipanti, tutti con abiti bellissimi e curati sino ai minimi dettagli. Sono davvero felice di condividere la passione di tante persone che vivono questo mondo con orgoglio e desiderano condividerlo.” Anche Katia è stata attratta dal fascino settecentesco e per la serata ha scelto un bellissimo abito rosa e verde menta: “Voglio farmi travolgere dall’energia della serata e dai suoi protagonisti. Facendo l’attrice mi è capitato di studiare qualche coreografia ma è la mia prima volta in un ballo di danza storica. Un’esperienza davvero unica”.

Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche è stato un appuntamento con la cultura e la bellezza, un viaggio nel tempo e un gioco entusiasmante che indovina le rievocazioni di un passato che ci appartiene. La danza storica racconta con leggerezza un’intensa ricerca filologica che avvalora quella personale. Chiunque può ballare e lasciarsi andare.

Prossimi appuntamenti

23 febbraio 2019: DANZAINFIERA celebra i trent’anni di attività di Nino Graziano Luca e le Danze Storiche. Presentazione in anteprima della traduzione in inglese del libro di Nino Graziano Luca sui Gran Balli dell’800  “The Grand Balls of the 19th Century”, il quale sarà venduto nella piattaforma libri dell’Unesco. 

Fortezza da Basso, Firenze.

2 marzo 2019: Gran Ballo in Maschera, Distretto militare di Catania.

4 maggio 2019: Gran Ballo dll’800 sul Lago di Como,Teatro Sociale, Como. 

Immagini

“Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche”, Compagnia Nazionale di Danza Storica, diretta da Nino Graziano Luca.

Sabato 16 febbraio, Pinacoteca del Tesoriere, Roma.

“World of Fashion”, un viaggio di stile a Palazzo Brancaccio

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L’eleganza si racconta con la creatività. Stilisti italiani ed internazionali hanno presentato le loro collezioni a Palazzo Brancaccio animando i suoi saloni da fiaba. Un carillon di creazioni uniche, un susseguirsi di abiti e dettagli preziosi, quelli della ventunesima edizione del “World of Fashion.

Abito Addy Van Den Krommenacker

Una serata dedicata all’haute couture che si è svolta domenica 27 gennaio nell’incantevole location di “classicismo barocco”, tra le più prestigiose della Capitale. Evento immancabile di AltaRoma che si distingue per la ricercata direzione artistica di Nino Graziano Luca. Un appuntamento con l’alta moda declinata in stili e culture differenti, in questi anni la kermesse ha ospitato più di 60 stilisti provenienti da 25 nazioni. Anche in questa edizione ha seguito la sua vocazione internazionale confermandosi un viaggio per il mondo attraverso l’arte e le tradizioni dei diversi paesi. Ha aperto il sipario il défilé dello stilista olandese Addy Van Den Krommenacker, creazioni ispirate all’Africa con trame e stampe come narrazioni itineranti, dal color sabbia del deserto alle nuance tropicali. A seguire un omaggio alla pittura impressionista con i modelli eterei della talentuosa Azzurra Di Lorenzo, ispirati alla delicatezza dei fiori e ai giochi di luce dei maestri ottocenteschi. Dalla creativa italiana all’estro deciso di Marcela De Cala che ha riproposto nella sua collezione le tradizioni di Spagna descrivendole in modelli dall’orgoglio iberico con linee decise e dettagli preziosi. Non è mancata la raffinatezza dell’arte orafa con le creazioni di Marina Corazziari Gioielli e il fascino conturbante di una sensualità non ostentata delle proposte made in Italy di Giorgia Lingerie.

Giorgia Lingerie

La moda come splendido artificio ma anche come concreta possibilità e forma di comunicazione, la ricerca della bellezza e della tradizione diventano un messaggio universale e un buon proposito per immaginare il futuro. Degna di nota per creatività ed intenti la collezione della stilista Rujji by Raja El Rayes che dalla Libia ha condiviso il fascino della sua terra in una sfilata ritmata e divertente con ispirazioni sahariane. Creazioni che omaggiano la storia e le radici di un paese martoriato e conteso, spesso dimenticato ma che guarda avanti e pensa al futuro, anche attraverso la moda.

Il talento degli stilisti italiani ed internazionali è stato premiato con il “World of fashion award”, premio realizzato dal maestro orafo del Festival di Sanremo, Michele Affidato. L’AltaRoma a palazzo Brancaccio si è raccontata viaggiando, addentrandosi nel fascino e nella coscienza delle terre “attraversate”.

Lago di Resia, illusione d’inverno della Val Venosta

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La stagione del freddo è tutt’altro che morta, si rivela nelle possibilità alternative e nei privilegi inaspettati. La neve nasconde eppur valorizza i luoghi mentre il ghiaccio diventa un ponte per raggiungere l’impensabile, come una passeggiata al lago di Resia. In inverno il percorso non si limita al suo perimetro ma si addentra verso il centro del bacino dove è possibile toccare con mano le pietre di un campanile romanico. Sembra quasi un’illusione eppure questa costruzione si erge solitaria dalle acque lasciando la sua origine sommersa alla fantasia.

La storia del campanile 

Un’immagine da cartolina quella del lago di Resia, il più singolare d’Italia per il suo campanile. Questa costruzione risale al XIV secolo ed apparteneva alla chiesa di Santa Caterina. Oggi viene considerata un prezioso relitto solitario in quanto è l’unica parte della struttura rimasta, tutelata dalle belle arti.

Una visione quasi surreale interrotta dal triste racconto degli abitanti di Curon, il comune dove si trova il lago. Nel 1950 iniziarono proprio in questa zona i lavori per la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica. Il progetto prevedeva l’unione di tre bacini naturali, il lago di Resia, di Curon e di San Valentino alla Muta. L’opera venne fortemente contestata dagli abitanti locali in quanto prevedeva lo spostamento dell’intero paese di Curon. I residenti non vollero rassegnarsi tanto da recarsi a colloquio con Papa Pio XII per tentare di sensibilizzare e bloccare il progetto. Organizzarono anche una protesta davanti alla sede della Montecatini, l’azienda che presentò la domanda per una concessione di sfruttamento per la realizzazione dell’opera. Nonostante l’impegno, a nulla servirono le opposizioni a fronte dell’arrivismo produttivo: l’avvio dei lavori comportò inesorabilmente la sommersione del piccolo centro di Curon che venne trasferito più a monte. Case e coltivazioni vennero spazzate via, 150 famiglie contadine persero la proprietà e molte di loro furono costrette ad emigrare cercando fortuna altrove. Annegarono i ricordi delle consuetudini ma non la memoria dell’antico abitato grazie al suo campanile superstite, oggi simbolo della Val Venosta.

Una passeggiata al lago di Resia

Il lago di Resia è il più grande dell’Alto Adige (6,7 km di lunghezza e 1 di larghezza), si trova a pochi chilometri dal passo di Resia, nell’incantevole cornice della Vallelunga nel comprensorio della Val Venosta, ai confini con l’Austria e la Svizzera. Una meta idilliaca che offre ai suoi visitatori panorami meravigliosi tutto l’anno. Durante la primavera e l’estate ammalia con il verde delle sue maestose montagne, amata da escursionisti e dai kitesurfers. In autunno si accende con le tonalità sgargianti dei suoi boschi ma è solo nel periodo invernale che si può vivere l’esperienza più suggestiva, raggiungere il campanile camminando sul ghiaccio.

Una passeggiata al lago di Resia è un’occasione per rilassarsi ed alternare l’adrenalina degli sport invernali, ma anche per scoprire un capitolo di storia poco conosciuto di questo angolo ai confini d’Italia. Un racconto impietoso di arrivismo economico che solo oggi ritrova un risvolto positivo nella meraviglia del suo paesaggio e nel fascino della sua leggenda: si narra che verso il calar del sole durante le fredde giornate d’inverno sia possibile udire le campane del vecchio campanile, eppure le testimonianze scritte rivelano che l’ultimo rintocco fu poco prima dell’inondazione, nel lontano 1950.

Immagine copertina: il campanile che apparteneva alla chiesa di Santa Caterina, lago di Resia, Val Venosta.

Photo credits: Elena Bittante

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Elena Bittante
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