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POLITICA

Politica Italiana, nazionale e locale

Analisi giuridica dello “jus covidianus…” ad personam…

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Nella miseria legislativa a cui stiamo assistendo ormai da quasi dieci mesi nel susseguirsi di provvedimenti governativi e decreti-legge solo approvati con massiccio ricorso alla “fiducia” ed assenza di qualsiasi dibattito parlamentare, non solo si trovano svarioni anche di lingua italiana e giuridici – segno che gli estensori ministeriali di leggi e decreti gareggiano in povertà intellettuale e legislativa con i politici che tali provvedimenti suggeriscono – ma emergono anche norme che nulla hanno a che fare con la lotta contro il Covid-19.

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“Nel nome di Craxi”. Un nuovo saggio di Mirko Crocoli su un altro capitolo della storia d’Italia.

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Ormai alcuni giorni fa è uscito un libro su un personaggio che è stato fondamentale nella storia e per la storia contemporanea del nostro Paese.

La copertina del libro

Un saggio che a pieno titolo occupa già la vetta delle classifiche dei libri venduti on-line, e non sto esagerando (potete verificare).
Si tratta del libro “Nel nome di Craxi”, nuova fatica letteraria dell’autore viterbese Mirko Crocoli – di cui chi scrive ha già avuto modo di recensire alcune opere – scritta per i tipi di A.Car Edizioni.
Stavolta il nostro autore si è soffermato sulla storia, l’importanza ed il significato socio-politico di Bettino Craxi.
Non ci soffermeremo assolutamente, in questo articolo, su disquisizioni di natura politica ma, invece, vogliamo sottolineare l’importanza – specie in giorni come questi – di ricordare un personaggio come quello che abbiamo testé citato. Studiare Craxi, infatti, a prescindere dal proprio credo politico, è utile per comprendere al meglio la storia dell’Italia contemporanea, di cui Bettino è stato a pieno titolo un protagonista.
All’autore, va infatti il nostro apprezzamento per aver svolto – nel suo stile senza fronzoli, a cui siamo ormai abituati – un’opera di studio documentale, incrociata con interviste e contributi inediti di persone che hanno conosciuto, a vario titolo, direttamente o meno, Bettino Craxi.
Nel libro di Crocoli figurano contributi di Paolo Pillitteri, Gennaro Acquaviva, Claudio Signorile, Ugo Intini, Enzo Carra, Stefano Andreotti (il comandante della base di Sigonella, ndr), il generale Paolo Inzerilli (Gladio, ndr), Stefano Cagliari (figlio di Gabriele Cagliari, ndr), l’ex magistrato Tiziana Parenti, ma anche giornalisti, storici e vecchi collaboratori e amici dell’ex leader socialista.
Amici, conoscenti e collaboratori per farci arrivare all’assunto che moltissimi Italiani lo hanno amato, qualcuno lo ha odiato – pensiamo al tristissimo episodio dell’Hotel Raphael – e alcuni hanno solo avuto il coraggio di osservarlo da lontano.
Con uno stile narrativo particolare, a volte un po’ urlato, e sicuramente con una prosa diretta e volutamente poco leziosa, Mirko Crocoli ci racconta il personaggio “Craxi” in molte, se non tutte, le sue sfaccettature: il socialista, l’uomo innamorato della politica, lo statista, il risolutivo leader nella nota vicenda di Sigonella, la vittima di Mani Pulite.. E non solo.
Scorrendo i capitoli del libro, si nota come in esso si alternino racconti storici, commenti, interviste di personaggi che ne hanno potuto saggiare l’esperienza di vita, la qualità dello statista, il buon senso come amministratore, l’intuito politico e, forse, anche la capacità predittiva.
In questo libro c’è di tutto: dalle notti di volantinaggio per il padre Vittorio (candidato in parlamento) alla prima tessera (non ancora maggiorenne) alla sezione del PSI di Lambrate, dall’attivismo nei turbolenti anni universitari ai primi passi nelle amministrazioni lombarde, passando per le cariche interne al PSI, alla prima elezione alla Camera, allo strappo con i comunisti italiani, all’elezione come segretario nazionale del suo partito.
E poi, il contributo alla battaglia per la liberazione del Presidente DC Aldo Moro, la consacrazione di Sandro Pertini al Quirinale, l’appoggio al primo governo Cossiga per gli Euromissili, il sostegno al governo Spadolini e la Presidenza del Consiglio dei Ministri del 1983… Insomma, non solo (ma anche) Sigonella: molti sostengono che a Craxi si debba il rimodernamento dell’apparato pubblico, una nuova modalità di lotta al terrorismo, il rilancio del Made in Italy e delle esportazioni, e – in generale – un nuovo prestigio internazionale. Qualcuno lo definisce “socialista liberista e liberale”, “innovatore”, “avanguardista”, e addirittura “profetico”.
Un nota personale: chi scrive sa che questo libro è frutto di una riflessione dell’autore maturata più di qualche tempo fa, quando altri progetti editoriali erano già in cantiere o altri ancora erano stati appena esposti alle luci della ribalta. E’ chiaro come – a prescindere da quello che si possa pensare di Craxi e della Prima Repubblica – un’opera del genere vada letta con la dovuta attenzione, proprio in virtù della raccolta informativa e dei racconti che vengono riportati su Craxi.

La quarta di copertina.


Un’attività che non si è superficialmente soffermata sulla mera lettura di qualche articolo presente sugli archivi internet, su wikipedia, o su qualche filmato YouTube.
Come per tutti i capitoli della storia d’Italia un po’ controversi, molto affascinanti, meritevoli di approfondimento e ignoti al grande pubblico – come del resto sono tutti gli argomenti che l’autore ha cercato e cercherà di affrontare nei suoi scritti passati ed in quelli futuri – noi ci limitiamo a consigliare la lettura di questo libro per giovare di una visione il più possibile onnicomprensiva del ruolo che Craxi ha avuto, dell’uomo, del politico, e del mito che attorno a lui è stato costruito.
Una chiave di lettura diversa e non conforme, per capire quello che è accaduto dopo la Prima Repubblica e, forse, per comprendere cosa sta succedendo adesso.

Domenico Martinelli

Articolo comparso anche sulla rivista euNOMIKA a questo link.

Ong battenti bandiera Tedesca, protesta all’ambasciata

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Nel mediterraneo nonostante l’emergenza Covid continua l’attività di alcune Ong che raccolgono i migranti partenti dalle coste libiche per poi portarli sulle coste italiane.

L’ammiraglio De Felice esponente della Lega ha manifestato presso l’ambasciata tedesca per protestare sulla mancata presa di posizione del governo tedesco sulla questione.

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Turismo, la Lega accusa Zingaretti

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TURISMO, SANTORI (LEGA) “REGIONE LATITA MENTRE SETTORE CROLLA, SERVE CURA-SHOCK” 

“Lo studio di Bankitalia sull’economia del Lazio evidenzia un tracollo del settore turismo e di tutto l’indotto. Non solo, Unioncamere denuncia che, a causa dell’emergenza Coronavirus, tra marzo e maggio c’è stato un drammatico meno 5.000 (rispetto allo stesso periodo del 2019) per quel che riguarda le nuove imprese: dovevano nascere soprattutto nella ristorazione e nel turismo, ma non hanno mai visto la luce. A fronte di questi dati, la Regione Lazio tace e si gira dall’altra parte”. Lo sottolinea Fabrizio Santori (Lega), secondo il quale “per far ripartire davvero l’economia regionale serve una cura-shock, che parta proprio da questi comparti e da tutto ciò che ruota loro attorno: serve una fortissima iniezione di liquidità, un sostegno vero e concreto per tutte le aziende dell’ospitalità e per tutti i lavoratori massacrati dall’assenza di visitatori stranieri (guide e operatori turistici in primis)”.

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unione Sindacati Polizia Penitenziaria, nessuna militarizzazione per le carceri

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“Non esiste alcun pericolo di militarizzazione per le carceri italiane derivante dalle minuscole modificazioni legislative in discussione”, commenta Francesco Laura, Vice Presidente dell’Unione Sindacati Polizia Penitenziaria (U.S.P.P.) e Responsabile degli iscritti dirigenti di Polizia Penitenziaria. Continue reading “unione Sindacati Polizia Penitenziaria, nessuna militarizzazione per le carceri” »

“Un Governo nato per le poltrone” J’accuse di Ignazio Marino

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Un dichiarazione alla stampa del Professor Ignazio Marino permette al’Ex Sindaco di Roma di togliersi qualche sassolino dalle scarpe e di accusare il governo Giallo-Rosso di polifonismo acuto. Una osservazione che potrebbe trovare appoggi e conferme da molti.

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Raggi nella bufera, la Lega chiede le dimissioni della Sindaca

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Le tracce audio pubblicate nei giorni scorsi da alcuni giornali potrebbero essere il caso per la fine anticipata del governo della Capitale, già provato in questi giorni dalla caduta del XI Municipio.

La goccia che potrebbe far traboccare il vaso della pazienza dei cittadini romani, provati dall’invasione dei rifiuti ormai incontrollabile, della mancanza di un trasporto pubblico efficace con troppe fermate della metro chiuse o con le scale mobili bloccate a causa delle indagini in corso o per la mancanza delle corrette certificazioni.

Lo certifica purtroppo anche l’Eurostat che  indica le strade e le piazze della capitale come le più sporche d’Europa.

Tutto nasce da uno scoop de L’Espresso che ha potuto visionare alcuni documenti relativi agli esposti presentati dal ex presidente  dell’AMA  Lorenzo Bagnacani, chiamato dalla Raggi il cui incarico è durato pochi mesi per essere cacciato insieme all’intero cda lo scorso Febbraio dopo un inaudito braccio di ferro attorno a un bilancio  che era stato redatto secondo le indicazioni del CdA di AMA e che la Sindaca avrebbe voluto riscrivere come testimoniano i file audio pubblicati dal settimanale.

In questo modo si scopre che la Raggi avrebbe intimato a Bagnacani di riscriverlo  sotto la dettatura di Franco Giampaoletti, il suo braccio destro, direttore generale del Campidoglio, «Se tu lo devi cambiare comunque, lo devi cambiare. Punto. Anche se loro dicono che la luna è piatta».

Su questo punto si scatena la reazione dell’opposizione e in particolare della Lega che attraverso i suoi esponenti all’assemblea Capitolina e i suoi dirigenti regionali chiede a gran voce le sue dimissioni.

“La constatazione dei danni fatti dal Sindaco, a quanto pare è diventato un appuntamento quotidiano per tutti i cittadini romani. Non ci siamo ancora ripresi dagli audio ascoltati ieri sul caso Ama che già dobbiamo fare i conti con un nuovo flop su Atac. – dichiara in una nota Maurizio Politi, capogruppo della Lega alI’assemblea capitolina – “infatti i mezzi affittati in fretta e furia provenienti da Tel Aviv, già vecchi di 8 anni, contravvengono alle direttive europee perché sono euro 5, sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma a quanto pare il Sindaco colpisce ancora, continuando  a sperperare il denaro dei cittadini, che non solo non avranno un aumento del servizio di trasporti ma stamattina hanno dovuto apprendere la notizia che, contrariamente a quanto era stato promesso, la fermata metro di piazza di Spagna rimarrà chiusa per tutte le vacanze di Pasqua. La pazienza dei cittadini romani si è esaurita, la Raggi faccia un regalo alla Città e si dimetta”.

Anche Fabrizio Santori, dirigente della Lega denuncia l’impossibilità di continuare su questa strada e la necessità che si avvii immediatamente un percoso per tornare alle urne e cambiare il governo cittadino

“Ci aspettiamo immediata chiarezza dalla sindaca Raggi su parole che, se fossero confermate, costituirebbero la prova di un reato gravissimo”. dichiara Fabrizio Santori, “Se trovassero conferma le sue parole, ci troveremmo davanti a una posizione gravissima del primo cittadino alla quale dovrebbero immediatamente seguire le dimissioni. I romani pretendono lealtà e trasparenza da chi li rappresenta. Il M5S pretenda lo stesso dalla Raggi e la faccia dimettere per il bene della città”.

Una posizione molto forte è stata presa anche dal Leader della Lega Matteo Salvini durante il recente incontro con gli eletti di Roma al Ministero dell’Interno dove è stata discussa la linea politica per la città di Roma e la determinazione a presentare un nuovo piano per la gestione della capitale e per il suo sviluppo.

Si apre quindi una nuova stagione sul territorio richiesta a gran voce dai cittadini ormai allo stremo per le difficoltà e per le condizioni della città più bella del mondo, come veniva definita anni fa dai tanti milioni di turisti che la visitavano e che oggi versa in condizioni pietose.

Fisiologia di un partito politico: il caso del PD

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I partiti presenti oggi in parlamento, non sono quelli che composero l’Assemblea Costituente né quelli che formarono il vecchio Arco Costituzionale. Solo il Partito Radicale ha ancora la sua identità. In un sistema che non ha le condizioni per un sistema bipartitico è inevitabile che si assista ad un continuo proliferare di nuove formazioni che spesso nascono sulle emotività del momento e, come naturale, possono andare a sostituire alcune vecchie realtà.

Tranne quelle che vogliono continuare a sopravvivere contro ogni logica. L’esempio più lampante di questa discrasia del sistema, che probabilmente impedisce una reale riforma, è l’attuale PD e della sua classe dirigente che sembra non voglia prenderne atto.

Nel 1991, quando venne decretata la fine del PCI, si registrarono, come era ovvio aspettarsi, profonde divergenze tra i superstiti del granitico blocco che per oltre 70 anni aveva rappresentato il contraltare alla DC e alle destre. Un partito monolite, dove vigevano spirito di corpo, disciplina, uniformità di pensiero e linee dure che sfocavano nel centralismo democratico di matrice addirittura leninista. Falce e martello, Mao, il Che e la convinzione più assoluta che esistessero solo coloro che, sulle note di Bella Ciao, potessero salvare il mondo dal capitalismo, dall’imperialismo, dal fascismo.

Al momento dello scioglimento, le ali più estremiste, fedeli alle vecchie idee, confluirono in Rifondazione Comunista che ha poi visto le sue divisioni e suddivisioni, ma tutte legate all’idea romantica e nostalgica del vecchio partitone e dei suoi simboli e lotte ormai anacronistiche. Anche quello che fu definito “La Cosa”, il nuovo soggetto ha attraversato diverse fasi: PDS, DS, Margherita, l’Unione fino all’attuale PD. Ha anche ottenuto un’importante vittoria elettorale, ma, e questo segnale non è stato colto, il successo arrivò con un premier che proveniva dalla DC. E il primo Governo Prodi cadde quando perse l’appoggio di Rifondazione; anche i successivi Governi di Sinistra hanno avuto i maggiori problemi dalle proprie maggioranze.

Non è possibile, sostenere che il PD sia l’erede del PCI nonostante alcuni vogliano insistere in tal senso muovendo da principi o valori mai venuti meno, e comunque mai messi in discussione, ad iniziare dalla Resistenza, invocato oltre settanta anni dopo per molti come valore fondante. Sarebbe stato più logico prendere atto delle contraddizioni che, già a suo tempo, avrebbero dovuto imporre la presa d’atto dell’anacronismo di un’idea e l’illogicità del volere per forza perseguirla, perdendo di vista la realtà e i nuovi contesti, sociali e politici da affrontare, fino ai risultati oggi evidenti.

Fin dalla sua origine la formazione politica che insiste a definirsi sinistra o centrosinistra, si è posta quale portatrice di ideali popolari; istanze sociali, pacifiste contro guerre ingiuste, egalitarismo antisistema e, comunque, posizioni anticapitaliste, ecologiste. Sempre e comunque antifasciste, contro un nemico che, non più incarnato dalla DC, venne identificato prima nel Berlusconismo e oggi nel governo di Lega e Cinque Stelle. Insomma, come per il vecchio PCI, l’importante era essere “contro.” L’unico elemento caratterizzante che è rimasto costante e che, anche oggi, si rivolge contro l’attuale governo. I leader dell’epoca, per rimanere attaccati all’ideologia da cui erano nati, oltre che per il timore di perdere la base, non capirono che era il momento di fare un passo decisivo e tagliare completamente con il passato.

Dalla sua nascita, per l’attuale PD sono passati Rosy Bindi che veniva dalla DC; Franco Marini, dalla CISL, addirittura Ciriaco De Mita già Primo Ministro del pentapartito. Si è addirittura alleato con SEL, portatrice di istanze non coerenti con l’ala cattolica del partito. I passaggi attraverso altre esperienze hanno lasciato i loro segni: dalla caduta di segretari e la candidatura di Francesco Rutelli, proveniente dai Radicali; la meteora Franceschini, gli insuccessi di Veltroni, Fassino e della bicamerale di D’Alema e, il clou, il fallimento di Bersani, candidato premier che, pur ottenendo una strana maggioranza, si vide immediatamente sostituito da Enrico Letta che lasciò (o aprì la strada) a Matteo Renzi.

Renzi, viceversa, che oggi è visto come il male assoluto, responsabile dell’ennesimo fallimento, poteva essere la svolta e lo sdoganamento di un partito che aveva ormai compiuto il proprio tempo, in una direzione socialdemocratica. Europea o laburista: il Tony Blair italiano. Il partito ha fatto il possibile e l’impossibile, riuscendoci, per impedirglielo.

Quando ha avuto la possibilità di prendere le redini del paese, si è rivelato inconsistente, vittima delle sue radici e di una connaturata incapacità a gestire il Potere o, forse, è mancata una vera leadership. Può trarsi da ciò una lezione per i prossimi leader politici (non solo del PD, sempre che sopravviva), o fare finta di nulla, perché ogni colpa è, sempre e comunque, di qualcun altro. A tutta la dirigenza della sinistra, non sono mai mancati i colpevoli da esecrare e indicare al risentimento laico, democratico e antifascista. Dalla CIA a Berlusconi, da Licio Gelli a Gladio, dal CT della nazionale al barista sotto casa. Guardare la realtà e prendere atto che si è sbagliato più di qualcosa o tutto ciò che si poteva sbagliare, questo no, sarebbe roba da opportunismo di destra o deviazionismo di sinistra, come insegnava quello… sì, quello… quello coi baffi! Non D’Alema, no, lui è baffettino, quello giusto era, sì, sì: BAFFONE!!!

Qual è l’errore di fondo del PD? Su tutti quello di considerarsi infallibile come il vecchio PCI che, in quanto tale, non poteva sbagliare. Semmai solo alcuni compagni sbagliavano.  Ma anche l’errore di voler sopravvivere a tutti i costi; non capire che era il momento di staccare la spina al vecchio molosso sdentato, specialmente dopo il crollo del muro di Berlino, del blocco sovietico, del Patto di Varsavia. Semplicemente, prendere atto che il comunismo aveva fallito o forse esaurito il proprio corso. A meno che non si voglia considerare un successo la Corea del Nord.

Fuori dall’Italia i partiti si sono adattati ai nuovi scenari, proponendo figure e leader in grado di affrontare i momenti: lo stesso Trump ne è un esempio. 

I partiti politici sono figli della loro epoca, e volerli portare oltre la loro durata fisiologica in presenza di nuove situazioni per i quali non erano nati, è inutile. DC; PSI, Liberali e Repubblicani hanno chiuso. Il PD ha preteso di trasformarsi modellandosi sulla pelle del capopopolo del momento. Riuscirà il nuovo segretario del PD a imparare dagli errori del passato? Alla sua prima prova elettorale in Basilicata il risultato non è stata una vittoria e, certamente, una parte dei voti derivano dalla presa d’atto del fallimento dei Cinque Stelle, ma il percorso è lungo e Zingaretti sembra più vicino alla vecchia base del partito che non alle istanze che chiamano al cambiamento.

Oggi non esistono possibilità di sopravvivere per partiti che muovono solo su basi ideologiche o demagogiche. Possono sopravvivere una stagione, salvo adattarsi, ma voler restare attaccati a qualcosa ormai superato, è un suicidio politico che fa perdere credibilità alla sua classe dirigente.

Conseguenza di questo immobilismo è la nascita di movimenti di reazione. I Cinque Stelle e la Lega ne sono stati l’esempio. Anche il fascismo nacque su basi di reazione così come i movimenti di Masaniello e Cola di Rienzo. La loro durata dipende dalla data di scadenza del leader o dalla persistenza delle condizioni che ne avevano determinato la nascita. A meno che non sappiano cambiare. La Lega lo ha fatto e Salvini ne sta allargando la base elettorale, peraltro su basi demagogiche e populiste. Forza Italia sembra ci stia provando.

Lasciando agli storici le valutazioni del passato, prendiamo atto della fine di un partito nato e sopravvissuto senza una logica ispiratrice, se non l’illogicità di non voler morire, andando contro leggi di natura applicabili anche alla politica. Costruire impone nuove fondamenta; gli edifici nati  su basi nuove e tecnologie avanzate, e che non siano continui  restauri di costruzioni danneggiate, hanno maggiori possibilità di durare nel tempo. Il PD non lo ha fatto, e ne sta pagando le conseguenze.

Prima di chiudere, un pro memoria rivolto ai futuri ideologi: gli elettori di oggi conoscono gli immigrati di colore e ne hanno, a torto o a ragione, una paura fottuta, specialmente di quelli che vogliono radicalizzare la loro religione. Lenin non ne ha mai visto uno, e Stalin probabilmente li avrebbe trattati come migliaia di altri che fece incarcerare o deportare a causa delle loro idee o razza. E Marx avrebbe scritto oggi “Il Capitale”? O sono più utili le teorie di Milton Fridman e Thomas Sowell? In un dibattito politico ha più senso ascoltare le ragioni altrui o zittire chi la pensa diversamente pensando di risolvere il problema tacciandolo di fascismo? Proprio il non ascoltare ha condotto a questa situazione.

Gianni Dell’Aiuto

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Gianni Dell'Aiuto
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