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EDITORIALE

Una lettera al Direttore su un’idea di destra, liberale ma (oggi) impossibile (forse).

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Caro Direttore, 

Gentile Alessandro,

 

ormai diversi  giorni fa ho avuto la malsana idea di scrivere un post su Facebook, che aveva un solo soggetto, tante copule, ma nessun verbo. Era la mia idea, o il mio desiderio, di destra. 

Devo fare una precisazione: come sai non ho mai avuto tessere di partito. Quando le avrei volute, non ho mai fatto in tempo, perché poi il partito prescelto cambiava subito idea su qualche dossier per me importante, e quindi mi sono rassegnato. E questo è uno di quei periodi.  

Altra premessa è che ho molti amici politici. Ma quelli più intimi, quelli con cui sono più in confidenza, sono di sinistra. Anche estrema. Parlo, ovviamente, di uomini che appartengono ad una sinistra colta, disposta all’ascolto, realmente democratica e non necessariamente radical chic. Anzi, queste poche righe le dedico a loro, in questi giorni così difficili per la nostra povera, amata e disperata Repubblica (Vi prego: non lasciate che la vostra filigrana rossa si faccia corrompere dalla nerissima ignoranza di politici che si sono formati su Wikipedia, o si sono laureati solo all’università della vita: il MIUR non riconosce questi percorsi formativi) . 

In questo post, insomma, scrivevo che avrei voluto “Una destra liberale, filoatlantica, filoisraeliana, europeista. 
Una destra compìta, elegante, non volgare, non cinica. 
Una destra che sia generosa con gli italiani, corretta con gli stranieri, che possa garantire “un sogno italiano” per tutti coloro che seguano un percorso virtuoso e civile. 
Una destra laica, che non dimentichi però la nostra profonda e radicata tradizione cristiana, senza bisogno di rinnegarla, né di esaltarla misticamente. 
Una destra inflessibile con qualsiasi criminale, straniero o connazionale. Non crudele, non parziale. 
Una destra che esporti i nostri colori e non il nostro odio.”

Non lo avessi mai fatto! Sia pubblicamente, che in privato, ho ricevuto complimenti, velate minacce, qualche tentativo di confutazione. Qualcuno mi ha dato del sionista, qualcuno dell’imperialista. Qualcuno mi ha detto che non sono di destra. Qualcuno mi ha fatto scoprire che esiste addirittura un mondo di pubblicazioni, di intellettuali e di think tank di destra che non si riconosce nei partiti attualmente in auge, e nemmeno in quelli in auge un po’ di tempo fa. 

Esiste insomma chi pensa che sostenere la NATO, ospitare basi militari straniere o alleate, sia una buona cosa. Non solo per questioni di filoatlantismo ma, molto più semplicemente, perché si ritiene intellettualmente vicino ad una sorta di militarismo, buono e non becero, che ama accostare alcuni principi quali la disciplina, l’ordine, i buoni costumi e l’efficienza – tipiche del mondo militare e dell’idea americana di “military” – alle idee di coerenza, di rettitudine, di pragmatismo. E, inoltre, non nascondiamoci dietro ad un dito: la presenza di militari stranieri in Italia, per il PIL di alcuni territori, costituisce una bella iniezione di moneta (pecunia non olet). Pensate alla miriade di stranieri che vivono a Bruxelles tra NATO, UE, agenzie ed altre organizzazioni intergovernative: riuscite ad immaginare quale sia l’indotto? Affitti, infrastrutture, ristoranti, cibo, consumi di ogni genere, etc.  E, inoltre, far parte della NATO o di altre organizzazioni militari simili non può che giovare all’Italia, che si è guadagnata nel tempo una straordinaria credibilità in campo politico-militare, purtroppo quasi nulla in altri settori.

Lasciamo perdere Gladio, Stay Behind ed altre cose, molto importanti per la nostra storia, su cui in passato ci siamo soffermati. Parliamo di oggi: se non fosse stato per la NATO, le nostre Forze Armate non avrebbero probabilmente accumulato un bagaglio esperienziale di prim’ordine  che molti Stati (non solo) neogiunti nell’Allenza ci invidiano. Oggi l’Italia riesce anche a modificare la dottrina delle operazioni NATO: si pensi, per esempio, al solo stability policing con cui il nostro Paese è riuscito ad introdurre nelle missioni di pace l’impiego di forze di polizia a statuto militare che – sul modello dei nostri Carabinieri – nelle aree di crisi durante o dopo un conflitto riescano ad interporsi tra le autorità militari e quelle civili, sostituiscano o affianchino le polizie dei paesi durante o dopo la crisi, addestrino le polizie civili e militari degli Stati che dopo un conflitto  ne facciano richiesta.

Io all’imperialismo americano non credo: anzi, meglio. Ci credo fermamente, ma non credo sia possibile pensare ad un’alternativa, per il nostro Paese, se parliamo di potere militare, politica militare, missioni internazionali ed altro. L’imperialismo c’è e basta. Dagli anni ’40 siamo stati sempre “accompagnati” dalla presenza americana. Di Sigonella ce n’è stata una sola, ed era per un motivo giustissimo. Ma lì il filo- o l’anti- atlantismo non c’entravano nulla: era una questione di sovranità, dal punto di vista prettamente politico, protocollare, giudiziario. 

Israele: confesso di essere molto ignorante sull’eterna lotta tra il presunto bene ed il presunto male. La ragione sarà nel mezzo? Non so, non ho studiato abbastanza. Credo però che l’essere filoisraeliani, in qualche modo, sia una diretta derivazione del precedente corollario filoatlantico. In qualche modo le nostre radici sono giudaico-cristiane, anche per chi si professa ateo: la nostra società è impregnata di questo tipo di cultura e rifiutarla è da stupidi. In secondo luogo, Israele è un paese in continua lotta: sia essa una lotta contro un nemico militare o contro un nemico terrorista, comunque la si intenda le Forze Armate, le Forze di Polizia, i servizi segreti israeliani e la popolazione tutta vivono in perenne allerta, ed hanno sviluppato un sistema di azione e di reazione rapido ed efficace ed un sistema di intelligence tale per cui anche i bambini che passano per strada acquisiscono informazioni utili alle Autorità. Dal basso della mia ignoranza,  io mi sento filoisraeliano molto semplicemente perché il sistema “Israele” mi dà l’idea di qualcosa che funzioni. E, inoltre, credo che la destra radicale – filopalestinese – non dovrebbe lambire nemmeno lontanamente questi argomenti: sono questioni che in mano alle persone sbagliate possono diventare pericolose. 

L’Europa: altro tasto dolente. Come può dirsi pragmatico qualunque movimento politico, di destra o di sinistra, che pensi ad un’uscita dall’Europa o che voglia semplicemente fare ostruzionismo al processo di continua integrazione europea? L’Europa è tutto, è dovunque. Dovremmo amare le istituzioni europee come quelle nazionali. Dovremmo conoscerle meglio, dovremmo cercare di entrarci da veri protagonisti. Hai voglia a dire che siamo i fondatori. Noi in Europa non ci sappiamo più stare: le idee di tolleranza, di integrazione, di unità nella diversità, di cooperazione, di raggiungimento di obiettivi comuni ci hanno del tutto abbandonato. Succede a casa nostra, figurati in Europa. Gli Italiani che hanno fatto carriera nelle Istituzioni comunitarie ci sono arrivati molto spesso con le proprie gambe, senza endorsement della Farnesina, pagandosi gli studi ed i viaggi. Ho già scritto troppo sul perché in Europa, ormai, molti ridono di noi.  Un movimento di destra, che voglia bene al Paese, non può non cercare di migliorare la situazione italiana in Europa, non può non volere una maggiore affermazione della presenza e delle politiche italiane. Non si dovrebbe fare altro che cercare – aldilà di sistemare i conti e chiedere scusa ogni anno a Bruxelles – di entrare a gamba tesa nei dossier più caldi, che non sono solo economia ed immigrazione, ma anche difesa, politiche di vicinato, sicurezza interna. Un movimento di destra non dovrebbe mai girarsi dall’altra parte quando si parla d Europa, ma dovrebbe anzi andarsela proprio a cercare: più Europa vuol dire ricerca, progetti, partnership, soldi, fondi, appalti, stanziamenti. Proporre idee anti-europee è antidemocratico, antigiuridico, anacronistico. Chi afferma il contrario non capisce nulla e farebbe bene a tacere. La penso così, punto e basta. 

L’atteggiamento dei politici: ma si può vivere di slogan, di magliette colorate, di cubiste, di movimenti sguaiati? Oppure, parlando di quegli altri (non oso nemmeno nominarli), si può essere così invidiosi, antimeritocratici o, più semplicemente, cattivi? Si può essere così terribilmente, ignominiosamente, profondamente ignoranti? Può un politico sbagliare più volte i congiuntivi? Può un politico dire che le leggi devono essere vaghe? Può un politico credere alle sirene o alla terra piatta? O alle scie chimiche? Può un politico astenersi dal limare le sue espressioni dialettali più campaniliste? Può un politico non conoscere il significato di parole di uso comune? Può un politico non conoscere l’inglese nel 2020 (se non addirittura almeno un’altra lingua)?

Io la politica me la immagino “in giacca e cravatta”, e non solo (ma anche) in senso figurato, schifosamente borghese: è doveroso verso i luoghi istituzionali dove la politica si fa e verso i comuni cittadini che non godono degli stessi emolumenti e delle stesse prerogative. Un avversario politico si può contrastare anche con eleganza, con raffinatezza, con l’arte oratoria, con i periodi ipotetici e con un abbondante uso di figure retoriche, di pensiero e di parola. Oggi, un politico, specie se asseritamente di destra, dovrebbe commentare con ironia le accuse mossegli, ed argomentare con proprietà di linguaggio le sue ragioni, senza cedere a espressioni dialettali e gergali. In questo, i politici della sinistra moderata di oggi sono molto molto meglio. Inutile oggi guardare al passato. Basta solo dire che i movimenti liberali e liberal-conservatori, pur senza particolare seguito elettorale, hanno sempre goduto del riconoscimento generale quali persone di grande cultura, di chiaro spessore individuale, prima che politico. In parte, ancora oggi è così. 

Per motivi di brevità salterò un’obbligatoria riflessione sulla questione “immigrazione”, su cui mi concentrerò un’altra volta. Ma non posso non soffermarmi sulla laicità.  La laicità dello Stato è sacra. Lo dice la Costituzione, lo hanno affermato anche il Legislatore e la giurisprudenza, più volte. La religione di Stato non esiste e tutti i culti sono ammessi liberamente, fatti salvi quelli contrari al buon costume, all’ordine pubblico. Ma c’è un ma: oggi non possiamo prescindere da una profonda cultura cristiana che ha pervaso il nostro Paese da sempre. Non si può far finta che il Vaticano non ci sia stato e non ci sia e non si può negare che la nostra società sia cresciuta e progredita di pari passo con il cristianesimo cattolico. Il fatto che alcuni temi bioetici, per esempio, in Italia vengano trattati con particolare ritardo rispetto agli altri Paesi non è solo “colpa” del Vaticano: siamo un Paese a maggioranza cattolica e, pertanto è inevitabile, ovvio, e giustissimo che al dibattito culturale e politico partecipino i cattolici. Ognuno con le proprie idee, che possiamo ritenere più o meno evolute e progressiste, può e deve dire la sua e, in termini molto semplificati, la maggioranza vince. Non credo sia necessario dibattere a lungo sulla questione: in altri Paesi il problema della laicità non è nemmeno sfiorato. Ognuno fa quello che vuole, perché, semplicemente, ognuno vive liberamente la sua idea di famiglia, di fine vita, di fedeltà, di sessualità. Chi viola il rispetto dell’altrui libertà non la fa franca. Parlo di violazioni, non di semplici opinioni dissenzienti.  E parlo di votazioni, che esprimono gli esiti di un dibattito culturale. In Italia ci sono i cattolici, ed è giusto che il dibattito culturale e politico sia tutto italiano, e in considerevole parte, anche ispirato da principi cattolici: sul divorzio, l’aborto, le unioni civili, il fine vita…. il (deprecabilissimo e abominevole) fenomeno della maternità surrogata. 

Dico tutto questo nella ferma convinzione che, comunque, ciascuno deve e può essere libero di professare la fede e l’orientamento sessuale che vuole. Credo, al riguardo, che le cose importanti siano due: la coerenza ed il rispetto. Se si è coerenti con sé stessi e con gli altri, si reca prestigio anche alla propria idea di fede o alla propria (presunta) “diversità”. Se si predica bene e si razzola male, si finisce col generare incomprensioni, attacchi, defaillance o, peggio, nefandezze di ogni tipo. Se si manca di rispetto a chi è diverso da noi, si va contro ogni più sano principio di democrazia, di diritto naturale, di tolleranza e probabilmente, si contravviene alla stessa fede, che dovrebbe insegnare ad amare gli altri così come sono, mentre noi dovremmo fare di tutto per migliorarci secondo i dettami che volontariamente ci siamo autoimposti. Personalmente, io credo e sono cattolico.

Non entro nel merito di altre considerazioni spirituali, che sono solo mie: certo, come altri, spesso anche io faccio fatica a percepire un messaggio evangelico così come alcuni prelati di oggi lo trasmettono; ma la Chiesa di oggi è in continua evoluzione, e con essa la sua dottrina. E questo per me è un bene.  Quando penso alla Chiesa – tralasciando, come detto, concetti del tutto personali, religiosi, intimi – mi sento parte di una comunità, anche di quella veramente italiana e cattolica, e sento che sto contribuendo al perpetuarsi di una tradizione, propria degli italiani, che è davvero meritevole di tutela. Questo, è il mio modo di vedere le cose in questo ambito. Rispetto chi la pensa in maniera diversa, ma questo è il mio sentire. Questo intendo per laicità e la destra italiana e laica di cui parlo, secondo me dovrebbe essere così. Cattolica  – #guaiachicitocca – ma rispettosa delle altre fedi.  

Mi fermo qui, per oggi, ma credo di aver messo un bel po’ di carne al fuoco per un importante dibattito culturale.

Nelle more di un mio prossimo intervento, che chissà quando riuscirò a scrivere, lancio un sfida su  questo giornale, che viene letto da chi non la pensa come me, ma anche da chi la pensa come me, anche se non su tutto. 

Posto che una destra così come l’ho disegnata è verosimilmente impossibile, e posto che – comunque – bisogna tendere sempre a migliorare sé stessi e le proprie idee – non sarebbe realmente l’ora di scrivere un manifesto (non dico politico, ma almeno culturale) per una vera destra moderna e liberal-conservatrice? Una destra che non urli? Una destra in giacca e cravatta? Borghese, europeista, filoatlantica, laica e filoistraeliana? 

Una destra che esporti i nostri colori e non il nostro odio? Pensiamoci. 

 

Domenico Martinelli

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18 anni di missione in Afghanistan, a Roma si onorano i caduti.

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A Roma splende il sole il 1 marzo del 2019 mentre la sala della Protomoteca del Campidoglio si riempie di ospiti. Promotrice dell’iniziativa e moderatrice del dibattito del convegno Chiara Giannini e le associazioni dei parenti dei caduti che hanno organizzato questo evento per ricordare David Tobini e tutti i caduti in 18 anni di missione di “pace” in Afghanistan. Continue reading “18 anni di missione in Afghanistan, a Roma si onorano i caduti.” »

La chiesa Valdese accoglie i migranti: ma non scordiamoci i corridoi umanitari.

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Ad accogliere 10 dei 49 migranti sbarcati dalla Sea Watch sarà, dunque, la Chiesa Valdese in Italia. Lo farà a sue spese, come d’altronde avviene per tutte le altre persone che, tramite essa, giungono in Italia attraverso i corridoi umanitari.

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Radical chic è bello, il caso Nanni Moretti

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La definizione Radical chic, non è un neologismo offensivo o una terminologia da tirare fuori dal cassetto per bollare atteggiamenti e opinioni altrui con uno stigma negativo. Radical chic è un’espressione creata nel 1970 dal giornalista Tom Wolfe per indicare gli appartenenti ad ambienti dell’alta società, celebrità, membri di élite culturali, che aderivanoxalle cause radicali che alla fine degli anni 60 agitavano il contesto sociale. Il loro coinvolgimento era peraltro poco convinto, basato sulla necessità di seguire la moda, per motivi di immagine, esibizionismo, accreditarsi con gli attivisti, ma anche per una semplice visibilità o crearsi una base politica.

Tom Wolfe, scomparso pochi mesi fa, usò il termine per la prima volta in senso satirico nei confronti del compositore Leonard Bernstein che raccoglieva fondi per la causa delle Black Panters. Un’incongruità considerate le diverse posizioni e obiettivi perseguiti. Wolfe voleva mettere in ridicolo questi controsensi, in particolare quelli di chi xxxsosteneva il radicalismo di sinistra solo per scopi mondani o spirito di contestazione (contraddizione) fine a se stesso, ma sempre senza autentiche convinzioni politiche.

In Italia il termine venne ripreso da Indro Montanelli che, nel 1972, nella sua “Lettera a Camilla” in cui l’arguto toscano polemizzava apparentemente contro Camilla Cederna (ma non era lei la vera destinataria)quale ideale rappresentante dell’italico “magma radical-chic“, superficiale e incosciente che fu culla degli anni di piombo.

In Francia e Brasile i radical chic sono la “Sinistra al caviale”, in Inghilterra la “Sinistra champagne” e in Germania Toskana-Fraktiona causa delle villeggiature in Toscana da parte di politici e intellettuali di sinistra. Sono stati definiti comunisti in cachemire e, comunque, appartengono a classi sociali che poco hanno in comune con quelle che lottano in piazza. Tuttavia non perdono occasione per ribadire le loro posizioni e convinzioni.

Ultimo in ordine di tempo Nanni Moretti che, presentando il suo ultimo documentario, ha paragonato Matteo Salvini a Pinochet. In un’intervista al Venerdì di Repubblica ha dichiarato che, dopo la nomina a ministro del leader leghista, ha capito perché aveva girato il documentario sul golpe cileno (ma non lo sapeva il perché mentre lo stava girando?).

Il regista di film molto apprezzati da un pubblico (appunto) elitario e di nicchia, da sempre vicino a posizioni di sinistra, è andato oltre i limiti del buon senso nel paragonare un dittatore giunto al potere con un colpo di stato e che ha mantenuto quel potere con violenze, omicidi e torture, ad un leader di partito che, oltre ad avere trovato una legittimazione in sede elettorale, sembra godere oggi del favore della maggioranza degli italiani.

Fermo da sempre sulle sue posizioni, Moretti è intervenuto ancora una volta su temi politici dopo essere stato uno dei leader del movimento dei girotondi, una delle iniziative della sinistra, all’epoca contro il governo Berlusconi, miseramente fallita e quasi dimenticata: come nel gioco per bambini sembra che siano finiti tutti giù per terra.

Moretti, probabilmente anche per cercare nuova visibilità o riaccreditarsi presso il popolo deluso della sinistra, ha lanciato il suo messaggio con lo stile di quello rivolto a Massimo D’Alema nel film Aprile: il celebre “Di qualcosa di sinistra”. Il regista ha poi continuato nella sua intervista chiedendosi che cosa faccia la sinistra.

Moretti può chiederselo tranquillamente e cercare una risposta, perché lui è lo specchio della sinistra italiana: una élite radical chic, prigioniera del suo passato, senza progetti per il futuro e che vive un presente fatto solo di dubbi e indecisioni.

Moretti in tutta la sua opera ha lanciato sicuramente un messaggio che sintetizza perfettamente questa situazione. Quale è questo messaggio? Immaginiamo la sua faccia che si guarda allo specchio e, con calma, con voce ferma, così recita; “Io sono comunista. (pausa) Cazzo e ora?” Sipario.

Un messaggio che raccoglie quarant’anni di carriera che possono sintetizzarsi in un telegramma.

Giovanni Lattanzio, un giovane che sorrideva alla vita

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Una commemorazione veramente toccante, quella tenutasi il 23 Novembre 2018 presso l’Istituto tecnico Di Vittorio – Lattanzio di Roma, ma anche formativa per l’enorme numero di studenti presenti e soprattutto partecipanti. Cercare di affrontare il problema del bullismo cogliendo l’occasione del 40° anno dalla morte di Giovanni Lattanzio, ma in particolare organizzare in maniera pressoché perfetta l’evento, non era cosa semplice, un plauso quindi deve andare a chi ha voluto fortemente questa giornata volta a trasmettere ai ragazzi un messaggio forte che è quello che la morte di Giovanni non deve essere considerata inutile, inspiegabile, impunita purtroppo si, ma inutile non può e non dovrà mai essere. Incredibile come, dopo 40 anni, sia ancora sentita e partecipata questa vicenda.

E così che l’aula 50 dell’istituto si riempie all’inverosimile, tantissimi studenti che la gremiscono e rimangono presenti fin all’ultimo minuto delle oltre 2 ore della cerimonia.

Ospiti d’onore, ovviamente la famiglia di “Gianni” come lo chiamavano i più stretti, la mamma Enrica, il papà Antonio, la sorella Marisa ed il fratello Luca con la moglie, tutti segnati dal dolore che dopo 40 anni rimane fresco e presente come non fosse passato un giorno. Determinati nel trasmettere ai ragazzi la loro esperienza e raccontare chi era il loro caro e quanto sia stato incomprensibile ed infame quel gesto di cui ancora oggi se ne cerca l’autore ed il motivo, ancora più fermi nella ricerca della verità per porre le tante domande ancora senza risposta che avrebbero da fare. 

La promotrice, prof. Teresa Maria Anna Squitti, aprè introducendo gli altri coorganizzatori, il direttore dell’istituto Claudio Dore e l’ex preside e docente della VB, classe di Gianni, Biagio Vallefuoco. Entrambi si presentano con testimonianze dirette ed indirette raccontando la storia della scuola che vedeva le V di quell’anno le primissime V a dare gli esami di maturità, come sia cambiata la scuola da quegli anni e come sia stato difficile il percorso per poterla intitolare a nome di uno “semplice” studente.

La prof. Squitti che oltre a ringraziare per la collaborazione anche l’altra sua collega, la prof. Giordano, fa da moderatore dell’evento e comincia a chiamare i ragazzi che frequentano la scuola di oggi e che fanno parte del laboratorio teatrale dell’istituto.

Tantissimi, delle classi V ma anche di II, sfilano ad uno ad uno recitando poesie o brani scritti da loro e dedicati a Gianni, così, come se fosse un loro compagno di oggi, in fondo la sua vita si è fermata a soli 17 anni, la loro età, allora lo chiamano, ci parlano, gli raccontano la loro giornata o gli chiedono semplicemente come va, come ad aspettarsi una risposta, come una chiacchierata tra amici. Loro frequentano la scuola che porta il suo nome, lo sanno che era uno come loro, se ne rendono conto anche guardando le foto di lui assieme ai suoi amici nella vita di tutti i giorni e che scorrono proiettate sul telo dell’aula. Ne conoscono in parte la storia ed oggi attendono di ascoltare la storia nella sua completezza, da chi questa storia l’ha vissuta in prima persona. Ma prima di questo, un intervento interessante è quello del dott. Tommaso Scandale, neuropsichiatra infantile che affronta il tema del bullismo nelle sue forme, trasformate si nel tempo, ma ispirate dagli stessi principi. Scandale, spiega anche ai ragazzi quali possono essere le cause scatenanti della storia che ha visto protagonista Gianni, come cercare di non farsi influenzare e come eventualmente cercare di porre rimedio a situazioni limite. Seguono gli interventi del giornalista Lorenzo Gramaccioni che 4 anni fa scrisse la sua intervista impossibile fatta a Gianni e dell’assessore alla cultura del V municipio Maria Teresa Brunetti. Ma come dicevamo, la parte più commovente è sicuramente stata quella che ha visto protagonisti i ragazzi della scuola, che con i loro scritti e accompagnati dal chitarrista Stefano Barbati, sono riusciti ad arrivare al cuore dei presenti, diversi in lacrime, soprattutto i compagni di classe di Gianni, anche loro intervenuti numerosi all’evento che hanno poi voluto omaggiare i familiari con delle dediche scritte ed un mazzo di fiori. Una bandiera italiana, tirata per i lembi, da uno studente di quinta del 2018 e da un “ragazzo” di quinta del 1978, scopre una targa affissa all’ingresso della scuola come dedica ad “un giovane che sorrideva alla vita”, atto conclusivo di una giornata che rimarrà nella memoria dei presenti e speriamo per chi seguirà, perché la vita è una e va vissuta ma soprattutto, non deve essere negata.

Quell’anno, quei giorni, quel giorno

4 anni passati assieme, 4 anni di amicizia resa sempre più forte dal tempo. Compagni di banco, compagni di studio, e alla fine anche compagni di divertimento, dal Giovanni XXIII, istituto tecnico industriale in quel di Tor Sapienza, all’ex XVI ITIS, oggi purtroppo, ITI Giovanni Lattanzio.

Purtroppo, non per la dedica, fortemente voluta, dagli alunni della scuola e soprattutto dagli allievi e professori della sua classe, ma perché questo significava e significa che Gianni non c’è più. Gianni non ha avuto la possibilità di vivere una vita come tutti noi, una vita fatta di difficoltà, di sudore, ma anche di soddisfazioni e piaceri, di sconfitte e vittorie insomma, una vita. Ne è stato privato, con violenza, arroganza, presunzione di onnipotenza. Erano anni difficili, soprattutto il 78, anno di fermenti politici e non, l’anno dei tre papi, ma anche il più buio tra gli anni di piombo, il più nero per la democrazia del nostro paese, dall’uccisione di Peppino Impastato, vittima eccellente di mafia, al rapimento e uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.

Le pistole e le contestazioni violente in piazza, gli attentati e le uccisioni erano loro malgrado, protagoniste dei telegiornali di tutti i giorni. Le scuole ed i ragazzi di quel periodo non erano esenti dalle influenze del violento clima socio politico che si respirava, la contestazione non era lontana anzi, era ancora fortemente presente nelle scuole e nelle periferie della città l’atmosfera era quella del far west, dove chiunque in possesso di un arma, si sentiva il diritto di brandirla alla prima occasione, magari non per usarla ma per dimostrare chi era l’animale alfa del branco. E’ così che una mattina di Settembre del 1978, per un banale incidente, “una pestata di piede” su un bus affollato, che in una società civile si concluderebbe con un “mi scusi”, “ ma no, non si preoccupi, può accadere”, si scatena una discussione il cui epilogo è di una violenza inaudita, inspiegabile o meglio, spiegabilissima, perché la mano è quella di un delinquentello, di un balordo, che per farsi grande di fronte al suo amico e magari incoraggiato dallo stesso, estrae una arma e fa fuoco. Accidentale o meno che sia, l’arma non doveva essere in quelle mani, a disposizione del branco a disposizione di due “vermi”. 

Gianni non doveva essere su quell’autobus quella mattina, doveva rimanere a casa per un piccolo problema di salute, ma c’era un’interrogazione e decise di non rinunciare ad essere presente, il fato, maledetto fato. Vista l’atmosfera di quel periodo le prime ipotesi che si fecero erano quelle che l’accaduto fosse legato ad un movente politico poi si cerco la motivazione in un regolamento di conti fra bande, ma non era nulla di tutto questo, Gianni ha avuto solo la sfortuna di incontrare sulla strada della sua vita, due nullità, capaci di farsi forza solo attraverso l’esibizione di un arma, in somma due “Bulli da strapazzo”, nemmeno capaci di capire qual’è il limite oltre il quale non si dovrebbe mai andare.

Bullo poi per cosa? Per dimostrare a chi? Se hanno una coscienza, lui e il suo compare, avranno portato questa pesante macchia per il resto dei loro giorni ma magari non ce l’hanno mai avuta una coscienza e si saranno anche vantati di aver stroncato una vita, una vita che era proiettata al futuro, piena di speranze e di progetti di un tranquillo e “normale” ragazzo di periferia.

Ciao giovane che sorridevi alla vita!

Il valore della libertà di stampa

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Anche il Capo dello Stato ha sentito il dovere di intervenire a fronte dei non poco velati attacchi nei confronti della libertà di stampa, sottolineandone l’importanza ribadendo che «ha un grande valore, perché, anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate, consente e aiuta a riflettere».

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Donald, The Trump

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Donald Trump è uomo con indubbie qualità. Ha dimostrato di essere un imprenditore furbo e capace di fare soldi, ha condotto con successo un programma televisivo ed ha sedotto, da outsider, milioni di americani con un gradimento che, nonostante feroci attacchi di stampa e oppositori, sembra essere costantemente in ascesa.  Purtroppo, è difficile riconoscergli anche la caratteristica di essere uomo di buona cultura. Non ho dati precisi su quali siano i suoi risultati scolastici ma, a qualunque livello si sia posizionato, è difficile immaginarlo come un solerte studioso. Poco importa, se è vero che molti uomini dimostratisi in seguito dei veri geni siano stati studenti svogliati o magari soltanto autodidatti. Per chi ricopre incarichi pubblici di quella rilevanza non sarebbe però male avere un po’ di cognizioni, almeno in merito alla storia mondiale.

Se poi ci si trova a essere il Presidente del più potente Stato del mondo, sarebbe probabilmente utile anche avere qualche cognizione di politica internazionale. O di politica tout-court. Se Trump conoscesse la storia del suo Paese dell’ultimo secolo probabilmente eviterebbe alcuni dei passi falsi che sta compiendo. In quanto imprenditore arrivato a incarico politico in età avanzata, gli è certo culturalmente difficile interiorizzare il concetto che dirigere un’azienda e governare un Paese siano cose molto diverse.  Nel primo caso si ha a che fare con concorrenti, clienti, fornitori e dipendenti e con loro è sufficiente avere una buona posizione contrattuale di partenza e una marcata capacità di negoziazione. I concorrenti sono sempre e comunque avversari e, salvo che non si crei un “cartello” (cosa per altro vietata dalle leggi nelle economie di mercato), tali restano. I dipendenti di una qualunque impresa potrebbero anche costituire solo un piccolo problema perché, nel peggiore dei casi, li si può licenziare. Per quanto riguarda i clienti, l’obiettivo di un’azienda è conquistare nuove quote o mantenere quelle acquisite e per far ciò è indispensabile una buona gestione del marketing.

Ben diversa è la realtà del governo di uno Stato. In questo caso, perfino nelle dittature, non si è mai il solo “padrone”. In politica non esistono dipendenti o ricattabili fornitori e ogni attore è contemporaneamente nemico, concorrente o potenziale alleato. Ciò vale sia per la politica internazionale sia per quella interna.  Perfino i compagni di partito sono spesso l’uno e l’altro e l’altro ancora, figuriamoci gli oppositori. 

Date queste differenze, è evidente che anche l’approccio dovrebbe essere diverso. Soprattutto in un Paese democratico come gli Stati Uniti, non è sufficiente nemmeno il consenso popolare, mutevole per definizione, per essere certi di governare fino a realizzare gli obiettivi promessi durante la campagna elettorale, fossero essi stati annunciati in buona o cattiva fede.  Se Trump conoscesse la storia americana del secolo scorso ricorderebbe, tra le tante cose che gli sarebbero utili, cosa successe al predecessore Woodrow Wilson. Costui, nonostante uscisse vittorioso da una guerra mondale che portò agli USA una posizione di supremazia tra le nazioni e riuscisse a convincere la maggior parte degli altri Stati a dar vita alla Società delle Nazioni, fu sconfessato dai suoi stessi parlamentari.  Fu, infatti, un paradosso che lui, capace di convincere amici e nemici all’estero, fosse poi messo in minoranza proprio da chi gli era più vicino. La societè delle Nazioni fu costituita ma gli Stati Uniti non aderirono.  Ciò che Trump sembra ogni tanto dimenticare è che nel suo Paese esiste un sistema vero di “balance of power”, metodo che, come ben lasciò scritto Popper, resta il sistema politico migliore per garantire la libertà dei cittadini in un sistema democratico.

Visto i freni che già molte volte la magistratura e il Congresso gli hanno imposto, l’ex magnate dovrebbe già essersene accorto ma pensare di poter continuare a comandare solo licenziando ogni tanto un nuovo ministro non lo porterà molto lontano.

All’estero qualcuno lo critica per il suo slogan “America first” ma non sta lì il problema: una certa dose di nazionalismo è quello che ogni cittadino si aspetta dai propri governanti. La difficoltà sta nel come realizzare l’obiettivo. Se tra le sue letture ci fosse stato il libro “L’arte della guerra” del leggendario generale cinese Sun Tzu, avrebbe compreso che una delle condizioni per la battaglia vittoriosa è quella di affrontare i nemici uno per volta e mai tutti insieme. Se gli fosse capitato in mano un libro di Max Weber sulle caratteristiche di un “comandante”, avrebbe letto che troppe contraddizioni e il frequente e ravvicinato alternarsi di “ bastone e carota” toglie credibilità e autorevolezza a ogni aspirante leader.

Se quelle letture gli fossero risultate troppo complicate, avrebbe forse potuto limitarsi a un piccolo manuale che negli USA avrebbe trovato perfino nella più piccola libreria: “Il venditore meraviglioso”. Gli sarebbe allora stato chiaro che prima di affrontare un qualunque potenziale interlocutore occorrerebbe cercare di conoscerlo dall’interno, saperne gli obiettivi, valutarne le esigenze. In altre parole: non sparare alla cieca.

Purtroppo, il buon Donald  non ha certamente avuto nella sua vita di imprenditore il tempo per dedicarsi a “frivole” letture e trarne conseguenti riflessioni. Diventato Presidente, ha quindi deciso di dichiarare contemporaneamente guerra a tutti coloro che gli sono sembrati, forse comprensibilmente, troppo aggressivi verso l’economia del suo Paese. Confidando nel potere economico e militare che gli USA possono mettere sul tavolo, si è messo a lanciare insulti a chicchessia, alleati o competitor poco importa, a volte alternandoli a blandizie. Ha lanciato un bluff dopo l‘altro ed ha promesso, con eguale enfasi, minacce e premi.

Sul breve termine, proprio il peso militare ed economico degli Stati Uniti ha obbligato qualche Stato a chinare la testa (o fingere di farlo in attesa di tempi migliori) e fare buon viso a cattiva sorte. Poiché, però, nel mondo “ nisciuno è fesso”, riesce facile immaginare che tutti quelli che oggi accettano le umiliazioni si lanceranno, appena possibile, a cercare tutte le alternative praticabili per evitare di trovarsi ancora nella stessa situazione in futuro. Esistono, però, anche quelli che la testa non la chineranno e particolarmente con loro gli è mancato proprio l’approccio umile del buon “venditore” che cerca di conoscere in anticipo quale sia la “linea rossa” del suo interlocutore.  Esempi di entrambe queste situazioni sono facilmente identificabili nei suoi rapporti con l’Europa, con l’Iran e perfino con la Corea del Nord. Ha un bel dire ora che tra lui e Kim è nato l’”amore”: per intanto si tratta solo di parole e staremo a vedere come finirà.  Nel frattempo, aumentano gli Stati che ridurranno al minimo l’impiego del dollaro nelle loro transazioni bilaterali e la Cina sta raccogliendo attorno a sé (anche grazie ai suoi interessati – e spesso benvenuti- investimenti) crescenti consensi tra Paesi gia’ alleati degli USA.

I presidenti americani degli ultimi cinquant’anni non sono sempre stati saggi o scevri da errori e anch’essi si sono fatti forti della potenza del proprio Paese per dettare le loro condizioni. Tuttavia, hanno sempre cercato di accompagnare la propria indiscussa dominanza con un soft power che addolcisse il proprio comandare. Certo, hanno anche accettato dei compromessi non sempre a loro del tutto favorevoli ma, anche grazie a quei compromessi, l’egemonia americana sul mondo restava garantita.

Forse i tempi sono cambiati e ha ragione Donald a comportarsi da sbruffone prepotente e dire ad alta voce che perfino l’Europa è un nemico. Lo pensavano, probabilmente, anche i sui predecessori (e infatti hanno sempre fatto di tutto per impedire una sua vera unificazione) ma non l’hanno mai detto pubblicamente e sostenevano a gran voce il contrario.

Staremo a vedere nell’immediato futuro chi sarà stato il più saggio.

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Dario Rivolta
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