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EDITORIALE

18 anni di missione in Afghanistan, a Roma si onorano i caduti.

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A Roma splende il sole il 1 marzo del 2019 mentre la sala della Protomoteca del Campidoglio si riempie di ospiti. Promotrice dell’iniziativa e moderatrice del dibattito del convegno Chiara Giannini e le associazioni dei parenti dei caduti che hanno organizzato questo evento per ricordare David Tobini e tutti i caduti in 18 anni di missione di “pace” in Afghanistan. Continue reading “18 anni di missione in Afghanistan, a Roma si onorano i caduti.” »

La chiesa Valdese accoglie i migranti: ma non scordiamoci i corridoi umanitari.

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Ad accogliere 10 dei 49 migranti sbarcati dalla Sea Watch sarà, dunque, la Chiesa Valdese in Italia. Lo farà a sue spese, come d’altronde avviene per tutte le altre persone che, tramite essa, giungono in Italia attraverso i corridoi umanitari.

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Radical chic è bello, il caso Nanni Moretti

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La definizione Radical chic, non è un neologismo offensivo o una terminologia da tirare fuori dal cassetto per bollare atteggiamenti e opinioni altrui con uno stigma negativo. Radical chic è un’espressione creata nel 1970 dal giornalista Tom Wolfe per indicare gli appartenenti ad ambienti dell’alta società, celebrità, membri di élite culturali, che aderivanoxalle cause radicali che alla fine degli anni 60 agitavano il contesto sociale. Il loro coinvolgimento era peraltro poco convinto, basato sulla necessità di seguire la moda, per motivi di immagine, esibizionismo, accreditarsi con gli attivisti, ma anche per una semplice visibilità o crearsi una base politica.

Tom Wolfe, scomparso pochi mesi fa, usò il termine per la prima volta in senso satirico nei confronti del compositore Leonard Bernstein che raccoglieva fondi per la causa delle Black Panters. Un’incongruità considerate le diverse posizioni e obiettivi perseguiti. Wolfe voleva mettere in ridicolo questi controsensi, in particolare quelli di chi xxxsosteneva il radicalismo di sinistra solo per scopi mondani o spirito di contestazione (contraddizione) fine a se stesso, ma sempre senza autentiche convinzioni politiche.

In Italia il termine venne ripreso da Indro Montanelli che, nel 1972, nella sua “Lettera a Camilla” in cui l’arguto toscano polemizzava apparentemente contro Camilla Cederna (ma non era lei la vera destinataria)quale ideale rappresentante dell’italico “magma radical-chic“, superficiale e incosciente che fu culla degli anni di piombo.

In Francia e Brasile i radical chic sono la “Sinistra al caviale”, in Inghilterra la “Sinistra champagne” e in Germania Toskana-Fraktiona causa delle villeggiature in Toscana da parte di politici e intellettuali di sinistra. Sono stati definiti comunisti in cachemire e, comunque, appartengono a classi sociali che poco hanno in comune con quelle che lottano in piazza. Tuttavia non perdono occasione per ribadire le loro posizioni e convinzioni.

Ultimo in ordine di tempo Nanni Moretti che, presentando il suo ultimo documentario, ha paragonato Matteo Salvini a Pinochet. In un’intervista al Venerdì di Repubblica ha dichiarato che, dopo la nomina a ministro del leader leghista, ha capito perché aveva girato il documentario sul golpe cileno (ma non lo sapeva il perché mentre lo stava girando?).

Il regista di film molto apprezzati da un pubblico (appunto) elitario e di nicchia, da sempre vicino a posizioni di sinistra, è andato oltre i limiti del buon senso nel paragonare un dittatore giunto al potere con un colpo di stato e che ha mantenuto quel potere con violenze, omicidi e torture, ad un leader di partito che, oltre ad avere trovato una legittimazione in sede elettorale, sembra godere oggi del favore della maggioranza degli italiani.

Fermo da sempre sulle sue posizioni, Moretti è intervenuto ancora una volta su temi politici dopo essere stato uno dei leader del movimento dei girotondi, una delle iniziative della sinistra, all’epoca contro il governo Berlusconi, miseramente fallita e quasi dimenticata: come nel gioco per bambini sembra che siano finiti tutti giù per terra.

Moretti, probabilmente anche per cercare nuova visibilità o riaccreditarsi presso il popolo deluso della sinistra, ha lanciato il suo messaggio con lo stile di quello rivolto a Massimo D’Alema nel film Aprile: il celebre “Di qualcosa di sinistra”. Il regista ha poi continuato nella sua intervista chiedendosi che cosa faccia la sinistra.

Moretti può chiederselo tranquillamente e cercare una risposta, perché lui è lo specchio della sinistra italiana: una élite radical chic, prigioniera del suo passato, senza progetti per il futuro e che vive un presente fatto solo di dubbi e indecisioni.

Moretti in tutta la sua opera ha lanciato sicuramente un messaggio che sintetizza perfettamente questa situazione. Quale è questo messaggio? Immaginiamo la sua faccia che si guarda allo specchio e, con calma, con voce ferma, così recita; “Io sono comunista. (pausa) Cazzo e ora?” Sipario.

Un messaggio che raccoglie quarant’anni di carriera che possono sintetizzarsi in un telegramma.

Giovanni Lattanzio, un giovane che sorrideva alla vita

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Una commemorazione veramente toccante, quella tenutasi il 23 Novembre 2018 presso l’Istituto tecnico Di Vittorio – Lattanzio di Roma, ma anche formativa per l’enorme numero di studenti presenti e soprattutto partecipanti. Cercare di affrontare il problema del bullismo cogliendo l’occasione del 40° anno dalla morte di Giovanni Lattanzio, ma in particolare organizzare in maniera pressoché perfetta l’evento, non era cosa semplice, un plauso quindi deve andare a chi ha voluto fortemente questa giornata volta a trasmettere ai ragazzi un messaggio forte che è quello che la morte di Giovanni non deve essere considerata inutile, inspiegabile, impunita purtroppo si, ma inutile non può e non dovrà mai essere. Incredibile come, dopo 40 anni, sia ancora sentita e partecipata questa vicenda.

E così che l’aula 50 dell’istituto si riempie all’inverosimile, tantissimi studenti che la gremiscono e rimangono presenti fin all’ultimo minuto delle oltre 2 ore della cerimonia.

Ospiti d’onore, ovviamente la famiglia di “Gianni” come lo chiamavano i più stretti, la mamma Enrica, il papà Antonio, la sorella Marisa ed il fratello Luca con la moglie, tutti segnati dal dolore che dopo 40 anni rimane fresco e presente come non fosse passato un giorno. Determinati nel trasmettere ai ragazzi la loro esperienza e raccontare chi era il loro caro e quanto sia stato incomprensibile ed infame quel gesto di cui ancora oggi se ne cerca l’autore ed il motivo, ancora più fermi nella ricerca della verità per porre le tante domande ancora senza risposta che avrebbero da fare. 

La promotrice, prof. Teresa Maria Anna Squitti, aprè introducendo gli altri coorganizzatori, il direttore dell’istituto Claudio Dore e l’ex preside e docente della VB, classe di Gianni, Biagio Vallefuoco. Entrambi si presentano con testimonianze dirette ed indirette raccontando la storia della scuola che vedeva le V di quell’anno le primissime V a dare gli esami di maturità, come sia cambiata la scuola da quegli anni e come sia stato difficile il percorso per poterla intitolare a nome di uno “semplice” studente.

La prof. Squitti che oltre a ringraziare per la collaborazione anche l’altra sua collega, la prof. Giordano, fa da moderatore dell’evento e comincia a chiamare i ragazzi che frequentano la scuola di oggi e che fanno parte del laboratorio teatrale dell’istituto.

Tantissimi, delle classi V ma anche di II, sfilano ad uno ad uno recitando poesie o brani scritti da loro e dedicati a Gianni, così, come se fosse un loro compagno di oggi, in fondo la sua vita si è fermata a soli 17 anni, la loro età, allora lo chiamano, ci parlano, gli raccontano la loro giornata o gli chiedono semplicemente come va, come ad aspettarsi una risposta, come una chiacchierata tra amici. Loro frequentano la scuola che porta il suo nome, lo sanno che era uno come loro, se ne rendono conto anche guardando le foto di lui assieme ai suoi amici nella vita di tutti i giorni e che scorrono proiettate sul telo dell’aula. Ne conoscono in parte la storia ed oggi attendono di ascoltare la storia nella sua completezza, da chi questa storia l’ha vissuta in prima persona. Ma prima di questo, un intervento interessante è quello del dott. Tommaso Scandale, neuropsichiatra infantile che affronta il tema del bullismo nelle sue forme, trasformate si nel tempo, ma ispirate dagli stessi principi. Scandale, spiega anche ai ragazzi quali possono essere le cause scatenanti della storia che ha visto protagonista Gianni, come cercare di non farsi influenzare e come eventualmente cercare di porre rimedio a situazioni limite. Seguono gli interventi del giornalista Lorenzo Gramaccioni che 4 anni fa scrisse la sua intervista impossibile fatta a Gianni e dell’assessore alla cultura del V municipio Maria Teresa Brunetti. Ma come dicevamo, la parte più commovente è sicuramente stata quella che ha visto protagonisti i ragazzi della scuola, che con i loro scritti e accompagnati dal chitarrista Stefano Barbati, sono riusciti ad arrivare al cuore dei presenti, diversi in lacrime, soprattutto i compagni di classe di Gianni, anche loro intervenuti numerosi all’evento che hanno poi voluto omaggiare i familiari con delle dediche scritte ed un mazzo di fiori. Una bandiera italiana, tirata per i lembi, da uno studente di quinta del 2018 e da un “ragazzo” di quinta del 1978, scopre una targa affissa all’ingresso della scuola come dedica ad “un giovane che sorrideva alla vita”, atto conclusivo di una giornata che rimarrà nella memoria dei presenti e speriamo per chi seguirà, perché la vita è una e va vissuta ma soprattutto, non deve essere negata.

Quell’anno, quei giorni, quel giorno

4 anni passati assieme, 4 anni di amicizia resa sempre più forte dal tempo. Compagni di banco, compagni di studio, e alla fine anche compagni di divertimento, dal Giovanni XXIII, istituto tecnico industriale in quel di Tor Sapienza, all’ex XVI ITIS, oggi purtroppo, ITI Giovanni Lattanzio.

Purtroppo, non per la dedica, fortemente voluta, dagli alunni della scuola e soprattutto dagli allievi e professori della sua classe, ma perché questo significava e significa che Gianni non c’è più. Gianni non ha avuto la possibilità di vivere una vita come tutti noi, una vita fatta di difficoltà, di sudore, ma anche di soddisfazioni e piaceri, di sconfitte e vittorie insomma, una vita. Ne è stato privato, con violenza, arroganza, presunzione di onnipotenza. Erano anni difficili, soprattutto il 78, anno di fermenti politici e non, l’anno dei tre papi, ma anche il più buio tra gli anni di piombo, il più nero per la democrazia del nostro paese, dall’uccisione di Peppino Impastato, vittima eccellente di mafia, al rapimento e uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.

Le pistole e le contestazioni violente in piazza, gli attentati e le uccisioni erano loro malgrado, protagoniste dei telegiornali di tutti i giorni. Le scuole ed i ragazzi di quel periodo non erano esenti dalle influenze del violento clima socio politico che si respirava, la contestazione non era lontana anzi, era ancora fortemente presente nelle scuole e nelle periferie della città l’atmosfera era quella del far west, dove chiunque in possesso di un arma, si sentiva il diritto di brandirla alla prima occasione, magari non per usarla ma per dimostrare chi era l’animale alfa del branco. E’ così che una mattina di Settembre del 1978, per un banale incidente, “una pestata di piede” su un bus affollato, che in una società civile si concluderebbe con un “mi scusi”, “ ma no, non si preoccupi, può accadere”, si scatena una discussione il cui epilogo è di una violenza inaudita, inspiegabile o meglio, spiegabilissima, perché la mano è quella di un delinquentello, di un balordo, che per farsi grande di fronte al suo amico e magari incoraggiato dallo stesso, estrae una arma e fa fuoco. Accidentale o meno che sia, l’arma non doveva essere in quelle mani, a disposizione del branco a disposizione di due “vermi”. 

Gianni non doveva essere su quell’autobus quella mattina, doveva rimanere a casa per un piccolo problema di salute, ma c’era un’interrogazione e decise di non rinunciare ad essere presente, il fato, maledetto fato. Vista l’atmosfera di quel periodo le prime ipotesi che si fecero erano quelle che l’accaduto fosse legato ad un movente politico poi si cerco la motivazione in un regolamento di conti fra bande, ma non era nulla di tutto questo, Gianni ha avuto solo la sfortuna di incontrare sulla strada della sua vita, due nullità, capaci di farsi forza solo attraverso l’esibizione di un arma, in somma due “Bulli da strapazzo”, nemmeno capaci di capire qual’è il limite oltre il quale non si dovrebbe mai andare.

Bullo poi per cosa? Per dimostrare a chi? Se hanno una coscienza, lui e il suo compare, avranno portato questa pesante macchia per il resto dei loro giorni ma magari non ce l’hanno mai avuta una coscienza e si saranno anche vantati di aver stroncato una vita, una vita che era proiettata al futuro, piena di speranze e di progetti di un tranquillo e “normale” ragazzo di periferia.

Ciao giovane che sorridevi alla vita!

Il valore della libertà di stampa

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Anche il Capo dello Stato ha sentito il dovere di intervenire a fronte dei non poco velati attacchi nei confronti della libertà di stampa, sottolineandone l’importanza ribadendo che «ha un grande valore, perché, anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate, consente e aiuta a riflettere».

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Donald, The Trump

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Donald Trump è uomo con indubbie qualità. Ha dimostrato di essere un imprenditore furbo e capace di fare soldi, ha condotto con successo un programma televisivo ed ha sedotto, da outsider, milioni di americani con un gradimento che, nonostante feroci attacchi di stampa e oppositori, sembra essere costantemente in ascesa.  Purtroppo, è difficile riconoscergli anche la caratteristica di essere uomo di buona cultura. Non ho dati precisi su quali siano i suoi risultati scolastici ma, a qualunque livello si sia posizionato, è difficile immaginarlo come un solerte studioso. Poco importa, se è vero che molti uomini dimostratisi in seguito dei veri geni siano stati studenti svogliati o magari soltanto autodidatti. Per chi ricopre incarichi pubblici di quella rilevanza non sarebbe però male avere un po’ di cognizioni, almeno in merito alla storia mondiale.

Se poi ci si trova a essere il Presidente del più potente Stato del mondo, sarebbe probabilmente utile anche avere qualche cognizione di politica internazionale. O di politica tout-court. Se Trump conoscesse la storia del suo Paese dell’ultimo secolo probabilmente eviterebbe alcuni dei passi falsi che sta compiendo. In quanto imprenditore arrivato a incarico politico in età avanzata, gli è certo culturalmente difficile interiorizzare il concetto che dirigere un’azienda e governare un Paese siano cose molto diverse.  Nel primo caso si ha a che fare con concorrenti, clienti, fornitori e dipendenti e con loro è sufficiente avere una buona posizione contrattuale di partenza e una marcata capacità di negoziazione. I concorrenti sono sempre e comunque avversari e, salvo che non si crei un “cartello” (cosa per altro vietata dalle leggi nelle economie di mercato), tali restano. I dipendenti di una qualunque impresa potrebbero anche costituire solo un piccolo problema perché, nel peggiore dei casi, li si può licenziare. Per quanto riguarda i clienti, l’obiettivo di un’azienda è conquistare nuove quote o mantenere quelle acquisite e per far ciò è indispensabile una buona gestione del marketing.

Ben diversa è la realtà del governo di uno Stato. In questo caso, perfino nelle dittature, non si è mai il solo “padrone”. In politica non esistono dipendenti o ricattabili fornitori e ogni attore è contemporaneamente nemico, concorrente o potenziale alleato. Ciò vale sia per la politica internazionale sia per quella interna.  Perfino i compagni di partito sono spesso l’uno e l’altro e l’altro ancora, figuriamoci gli oppositori. 

Date queste differenze, è evidente che anche l’approccio dovrebbe essere diverso. Soprattutto in un Paese democratico come gli Stati Uniti, non è sufficiente nemmeno il consenso popolare, mutevole per definizione, per essere certi di governare fino a realizzare gli obiettivi promessi durante la campagna elettorale, fossero essi stati annunciati in buona o cattiva fede.  Se Trump conoscesse la storia americana del secolo scorso ricorderebbe, tra le tante cose che gli sarebbero utili, cosa successe al predecessore Woodrow Wilson. Costui, nonostante uscisse vittorioso da una guerra mondale che portò agli USA una posizione di supremazia tra le nazioni e riuscisse a convincere la maggior parte degli altri Stati a dar vita alla Società delle Nazioni, fu sconfessato dai suoi stessi parlamentari.  Fu, infatti, un paradosso che lui, capace di convincere amici e nemici all’estero, fosse poi messo in minoranza proprio da chi gli era più vicino. La societè delle Nazioni fu costituita ma gli Stati Uniti non aderirono.  Ciò che Trump sembra ogni tanto dimenticare è che nel suo Paese esiste un sistema vero di “balance of power”, metodo che, come ben lasciò scritto Popper, resta il sistema politico migliore per garantire la libertà dei cittadini in un sistema democratico.

Visto i freni che già molte volte la magistratura e il Congresso gli hanno imposto, l’ex magnate dovrebbe già essersene accorto ma pensare di poter continuare a comandare solo licenziando ogni tanto un nuovo ministro non lo porterà molto lontano.

All’estero qualcuno lo critica per il suo slogan “America first” ma non sta lì il problema: una certa dose di nazionalismo è quello che ogni cittadino si aspetta dai propri governanti. La difficoltà sta nel come realizzare l’obiettivo. Se tra le sue letture ci fosse stato il libro “L’arte della guerra” del leggendario generale cinese Sun Tzu, avrebbe compreso che una delle condizioni per la battaglia vittoriosa è quella di affrontare i nemici uno per volta e mai tutti insieme. Se gli fosse capitato in mano un libro di Max Weber sulle caratteristiche di un “comandante”, avrebbe letto che troppe contraddizioni e il frequente e ravvicinato alternarsi di “ bastone e carota” toglie credibilità e autorevolezza a ogni aspirante leader.

Se quelle letture gli fossero risultate troppo complicate, avrebbe forse potuto limitarsi a un piccolo manuale che negli USA avrebbe trovato perfino nella più piccola libreria: “Il venditore meraviglioso”. Gli sarebbe allora stato chiaro che prima di affrontare un qualunque potenziale interlocutore occorrerebbe cercare di conoscerlo dall’interno, saperne gli obiettivi, valutarne le esigenze. In altre parole: non sparare alla cieca.

Purtroppo, il buon Donald  non ha certamente avuto nella sua vita di imprenditore il tempo per dedicarsi a “frivole” letture e trarne conseguenti riflessioni. Diventato Presidente, ha quindi deciso di dichiarare contemporaneamente guerra a tutti coloro che gli sono sembrati, forse comprensibilmente, troppo aggressivi verso l’economia del suo Paese. Confidando nel potere economico e militare che gli USA possono mettere sul tavolo, si è messo a lanciare insulti a chicchessia, alleati o competitor poco importa, a volte alternandoli a blandizie. Ha lanciato un bluff dopo l‘altro ed ha promesso, con eguale enfasi, minacce e premi.

Sul breve termine, proprio il peso militare ed economico degli Stati Uniti ha obbligato qualche Stato a chinare la testa (o fingere di farlo in attesa di tempi migliori) e fare buon viso a cattiva sorte. Poiché, però, nel mondo “ nisciuno è fesso”, riesce facile immaginare che tutti quelli che oggi accettano le umiliazioni si lanceranno, appena possibile, a cercare tutte le alternative praticabili per evitare di trovarsi ancora nella stessa situazione in futuro. Esistono, però, anche quelli che la testa non la chineranno e particolarmente con loro gli è mancato proprio l’approccio umile del buon “venditore” che cerca di conoscere in anticipo quale sia la “linea rossa” del suo interlocutore.  Esempi di entrambe queste situazioni sono facilmente identificabili nei suoi rapporti con l’Europa, con l’Iran e perfino con la Corea del Nord. Ha un bel dire ora che tra lui e Kim è nato l’”amore”: per intanto si tratta solo di parole e staremo a vedere come finirà.  Nel frattempo, aumentano gli Stati che ridurranno al minimo l’impiego del dollaro nelle loro transazioni bilaterali e la Cina sta raccogliendo attorno a sé (anche grazie ai suoi interessati – e spesso benvenuti- investimenti) crescenti consensi tra Paesi gia’ alleati degli USA.

I presidenti americani degli ultimi cinquant’anni non sono sempre stati saggi o scevri da errori e anch’essi si sono fatti forti della potenza del proprio Paese per dettare le loro condizioni. Tuttavia, hanno sempre cercato di accompagnare la propria indiscussa dominanza con un soft power che addolcisse il proprio comandare. Certo, hanno anche accettato dei compromessi non sempre a loro del tutto favorevoli ma, anche grazie a quei compromessi, l’egemonia americana sul mondo restava garantita.

Forse i tempi sono cambiati e ha ragione Donald a comportarsi da sbruffone prepotente e dire ad alta voce che perfino l’Europa è un nemico. Lo pensavano, probabilmente, anche i sui predecessori (e infatti hanno sempre fatto di tutto per impedire una sua vera unificazione) ma non l’hanno mai detto pubblicamente e sostenevano a gran voce il contrario.

Staremo a vedere nell’immediato futuro chi sarà stato il più saggio.

Internet  E Il Mito Della Caverna

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Immaginiamo delle persone prigioniere, legate o incatenate ad una sedia; un po’ come Vittorio Alfieri. Membra, testa, collo sono bloccati; possono fissare un unico punto davanti ai loro occhi, ma non hanno di fronte un muro, bensì il monitor di un computer. Chiedo scusa a Platone e alla filosofia, ma rileggere “La Repubblica” e il mito della caverna in una chiave applicata alla realtà attuale, offre alcuni punti di riflessione. E allora continuiamo a immaginare questa scena e diamo ai nostri prigionieri una tastiera e la possibilità di interagire tra loro mediante il computer, comunicare e confrontarsi su ciò che appare sui loro schermi. Possono accedere a tutto quanto è conoscibile, e oggi sappiamo che il flusso di informazioni quotidianamente inserite in rete, è potenzialmente infinito. Ma i nostri prigionieri oltre all’impossibilità di confrontarsi con la realtà non virtuale, possono parlare solo tra di loro, e si scambiano le informazioni che sono, ovviamente quelle cui ciascuno decide di accedere. All’inizio apprezzano sempre più il confronto e si sentono gratificati da questo modo di interagire. Pian piano, sia a causa dell’eccesso di dati che giungono, sia a causa delle loro scelte, i prigionieri si focalizzano e fossilizzano però solo su alcuni dati. Ciascuno sceglie la categoria a sé più consona e sviluppa solo quei determinati argomenti, disinteressandosi via via degli altri. Quindi inizia a parlare di più solo con chi è interessato alle stesse categorie e, pian piano, diminuisce le interazioni con gli altri. Sarà quindi ogni singolo prigioniero ad aumentare determinati flussi di dati e diminuirne altri.

Ciascuno si formerà le proprie convinzioni che saranno, ovviamente, quelle dei soli dati cui decide di accedere e, logica conseguenza, inizierà a rifiutare affermazioni contrarie o discordanti; vuoi per difficoltà di comprenderle, vuoi per una sempre più marcata mancanza di confronto, ciascuno rafforzerà le proprie convinzioni. Quando il flusso di informazioni sarà difficile da seguire per l’enorme quantità di dati, specialmente se saranno diversi da quelli immagazzinati fino a quel momento e, magari, completamente diversi da quelli ricevuti fino a quel momento, i prigionieri saranno in un primo momento sconcertati; poi alcuni pian piano iniziano a valutare i nuovi dati e a confrontarsi con coloro che continuano a seguire lo stesso argomento. Qualcuno può cambiare opinione, ma altri resistono tenacemente al nuovo fino a formarsi una vera e propria corazza repellente ad ogni e qualsiasi novità. Ecco quindi che, per resistere, interiorizzano sempre più i vecchi concetti fino a farli diventare veri e propri dogma.

Ma adesso qualcosa accade e, quasi come nella versione originale, i prigionieri vengono a sapere che è possibile liberarsi dai loro lacci e catene che erano solo poggiati. Nello stesso momento giunge a tutti loro non solo il messaggio che possono muoversi anche fisicamente e interagire di persona, ma su tutti i loro schermi facciamo giungere il messaggio che da quel momento i loro computer sono ancora più potenti e possono accedere ad ancora più dati e informazioni.

Si alzeranno dalle loro postazioni? Apriranno la loro mente, oltre che i propri computer al nuovo? Saranno in grado di recepire i nuovi messaggi? Di confrontarli con quanto in loro possesso? Di valutare se le informazioni siano corrette o sbagliate, quali le migliori per loro, quali i dati inutili. C’è chi lo farà, e magari si alzerà dalla postazione, ma altri no e resisteranno. Resisteranno fino all’ultimo, magari anche a quelli che tra loro cercherebbero di liberarli, di dar loro una nuova luce e una prospettiva diversa, nella paura di perdere le loro certezze, uscire dalla comfort zone che si sono creati. Temono di essere derisi da coloro con cui avevano fino a quel momento condiviso tutto; di essere allontanati da quel gruppo; forse addirittura essere uccisi. Aloro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell’accecamento e la fatica del cambiamento per andare ad ammirare le cose descritte da chi vuole liberarli. Meglio tornare in un piccolo mondo, fatto di certezze, di relazioni sicure, di autocompiacimento dove potersi mettere in mostra e confrontare con chi condivide le stesse idee, lo stesso modo di pensare, lo stesso modo di affrontare ogni aspetto della vita.

Siamo sicuri sia tutto frutto di fantasia?

In uno strano Grande Fratello alla rovescia quelli che per Platone erano veri e propri prigionieri, oggi sembrano essere volontari che soggiacciono ad un esperimento di controllo della mente. Già in passato si registravano casi in cui qualcuno restava completamente preso e affascinato dalla televisione, rimanendo ore in stato catatonico fino al termine delle trasmissioni. Fino verso la fine degli anni settanta.Poi la TV si è evoluta, è aumentato il numero dei canali e oggi abbiamo centinaia di programmi dove poter scegliere nell’arco delle ventiquattr’ore, ma internet ha permesso di andare oltre, consentendo di poter interagire con lo schermo che non è più un semplice elemento destinato soltanto a dare immagini, informazioni e suoni, ma un alter ego con cui interagire fino a farlo diventare un doppione dell’individuo che, tramite la tastiera, lo usa solo per creare un altro se stesso che diventa un clone proiettato nella rete.

Può essere fatto in maniera positiva, quando si può prenotare un viaggio, noleggiare una macchina o ordinare un prodotto che viene dall’altra parte del mondo e di cui in passato forse neppure sospettavamo l’esistenza o avremmo pensato poterlo avere. La rete ha creato posti di lavoro non solo per gli operatori e i tecnici, ma pensiamo alla categoria degli Youtuber. Ma lo strumento informatico consente anche un utilizzo non sempre positivo. E non occorre spingersi a ricordare il cyberbullismo, i reati commessi on line, l’uso che viene fatto della rete per attività criminali o terrorismo. Basti pensare a quanti usanola rete creando false personalità per interagire, dando un’immagine di sé che non potrà andare oltre lo schermo, perché falsa e adatta solo alla realtà virtuale nella quale si muove.

Insomma il nostro non prigioniero davanti allo schermo si proietta in quella che è la seconda dimensione cui tutti noi siamo comunque destinati da quando, andando oltre i desiderata di Bill Gates, abbiamo non più un solo computer in ogni casa e viviamo ogni giorno in rete.

Non è tutto ciò voler rimpiangere tempi andati, in cui se telefonavi a qualcuno per dargli il buongiorno era una scelta voluta, mirata, apprezzata che nulla ha a che vedere con i buongiornissimi collettivi lanciati in maniera impersonale sui social e sugli strumenti di messaggistica. Si tratta di prendere atto di un cambiamento forse neppure troppo annunciato ma troppo rapido per molti aspetti, ormai inevitabile e irreversibile con cui convivere, da affrontare per non farsi travolgere.

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Gianni Dell'Aiuto
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