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Elena Bittante

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Stoccolma, dai premi Nobel al vascello affondato. I simboli e le identità della capitale svedese

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A Stoccolma la consueta linearità svedese incontra l’eredità storica che ricama il suo centro e lascia preziosi cimeli di guerre mai viste. La capitale scandinava rivela molto più di un consumistico d’arredo minimal, da Gamla Stan, la pittoresca città vecchia, al vascello Vasa, orgoglio storico nonostante sia una nave affondata poco dopo la partenza. E poi l’animo verde della Svezia che travalica le frontiere urbane ritagliando i suoi spazi anche nella capitale. Il parco reale di Djurgården, è l’unica riserva naturale al mondo all’interno di una città: un’isola nel cuore di Stoccolma parte del suo parco nazionale.

Una passeggiata nel cuore di Stoccolma è un tuffo nella suggestione per chi ha viaggiato con la fantasia di Andersen, Gamla Stan sembra l’ambientazione delle sue favole. Perdersi tra i suoi vicoli sbirciando all’interno delle case colorate è un piacere consentito, le finestre senza tende rivelano i loro mondi. Matasse di stradine acciottolate si snodano nella pittoresca piazza principale di Stortorget, la più antica di tutta la città. Si prosegue lungo le vie principali di Västerlånggatan e Österlånggatan a caccia di prodotti tipici e artigianato che profuma di conifere. La città vecchia di Stoccolma è uno dei centri medievali meglio preservati d’Europa e proprio in quest’area venne fondata Stoccolma nel 1252. Nella trama di casette fiabesche, spicca maestoso il Palazzo Reale. Tra i più grandi del mondo conta più di 600 stanze e ospita importanti musei come quello della Livrustkammaren e l’Armeria Reale, un atelier di armature e costumi d’epoca da non perdere.


L’attrattiva che orienta i passi in città è l’elegante Municipio di Stoccolma. Con la sua guglia alta 106 metri, è un punto di riferimento anche per la storia e l’identità svedese. Opera dell’architetto Ragnar Östberg è il simbolo del potere della Svezia, basta affinare lo sguardo per notare le Tre Corone dorate che campeggiano sulla sua cima. Riferimento per cittadini e turisti ma anche per la scienza e la cultura: nelle sue sale si svolge il prestigioso ricevimento dei Premi Nobel.

Municipio di Stoccolma
Il maestoso vascello Vasa 

Dopo aver svelato l’animo più romantico e pittoresco della città, facciamo tappa al Museo d’Arte Moderna situato nell’ isoletta di Skeppsholmen. L’edificio con le sue linee moderne, progettato dall’architetto spagnolo Rafael Moneo, è l’incipit del meraviglioso percorso d’arte che custodisce capolavori dei maestri del Novecento come Dalì, Picasso, Matisse e Derkert e avanguardie contemporanee da scoprire e appuntare.

Si continua a passeggiare seguendo l’intreccio di ponti che collegano le isole e attraversano i canali arrivando nel verde di Djurgården, dove la tradizione svedese si racconta nella natura. Un tempo riserva di caccia reale oggi è un atollo di possibilità: l’area ospita musei, monumenti e parchi divertimento. Che sia la natura ad ospitare l’uomo, o la città ad accogliere il suo verde sono interpretazioni della stessa storia, una simbiosi ancestrale che gli svedesi hanno con la loro terra. Stoccolma è una capitale verde, non solo per mentalità e qualità della vita. Conifere, querce e numerose varietà di alberi abbracciano la città e fanno da quinta a grandi musei e spazi ricreativi. Il Djurgården è la più grande oasi urbana, nata nel 1580 come riserva faunistica, si trasformò poi in riserva di caccia con il regno di Carlo XI. Nel corso del XVIII secolo venne trasformata in un parco pubblico e con il tempo spuntarono sempre più numerose delle piccole locande in legno, luoghi di incontro e convivialità tanto da ispirare anche il genio musicale di Carl Bellman, il trovatore simbolo della Svezia. Oggi i prati e i boschi del parco continuano ad essere fonte di ispirazione o di relax alternandosi ai luoghi della cultura, questo grande giardino dalle sembianze fiabesche racconta la storia del suo paese nei musei più importanti della città. A Djurgården si trova il Vasamuseet dove è esposto un magnifico vascello del seicento, un’imbarcazione che quasi per beffa conobbe la sua fortuna solo dopo l’esposizione museale del 1990: affondò dopo il primo chilometro del suo viaggio d’inaugurazione nelle gelide acque del porto di Stoccolma il 10 agosto del 1628. Il maestoso relitto dopo una complessa operazione di recupero e restauro sfoggia le sue sembianze praticamente intatto ed è considerato una delle attrazioni principali della capitale svedese. La storia campeggia nella natura a Djurgården, l’area ospita anche il Nordiska Museet, fondato nei primi anni del 1900. Quattro piani di uno stravagante castello in stile rinascimentale si propone come almanacco della vita quotidiana svedese dal 1520 sino ai giorni nostri. In esposizione collezioni di cimeli dell’ artigianato contadino, moda, tessuti e arredi che raccontano lo spirito della cultura scandinava.

Vista su Djurgården

Raccontare le origini e la tradizione è un tassello fondamentale per gli svedesi, descrivere e riprodurre anche le usanze più semplici che rimandano ad una vita rurale sembra quasi una controtendenza all’ostentazione del bello che prevale nei poli museali. In Svezia l’arte e le innovazioni si evolvono in connessione con la natura e le radici affondano nell’inventiva di una popolazione contadina che reinventava con astuzia le possibilità offerte dalla terra. Con questa chiave di lettura risulta facilmente comprensibile l’ostentazione antropologica delle “piccole cose semplici” che si descrivono nell’artigianato e nelle usanze di questo paese. A coronare questa interpretazione della tradizione scandinava nel parco è lo Skansen. Si tratta del primo museo all’aperto della Scandinavia, ideato nel 1891 con l’intento di omaggiare e ricordare il passato in una società sempre più industrializzata. In quest’area tematica si trovano 150 case e fattorie provenienti da tutta la Svezia per riprodurre la vita contadina e la cultura lappone Same. Passeggiare per i suoi viali è un’esperienza unica, un suggestivo viaggio nel tempo che proietta nei primi del ‘900 e aiuta a comprenderne l’inventiva e la dignità di una vita di sussistenza. Un’occasione per vivere in prima persona la storia del paese attraverso gli usi e i costumi e le attività lavorative riprodotte da teatranti appassionati in costumi d’epoca. Scorci di vita e impegni quotidiani ma anche balli popolari e celebrazioni di feste tipiche. Skansen permette di viaggiare nella storia tutto l’anno e propone un fitto programma di attività, anche interattive. L’evento più atteso, come vuole la tradizione svedese è il mercatino di Natale, con danze attorno all’albero e concerti nella chiesa di Seglora. Il museo di Skansen è un excursus architettonico e antropologico ma anche zoologico e botanico: ovunque sono visibili flora e fauna dei paesi nordici con orsi, lupi e alci perfettamente ambientati e tutelati nel loro habitat naturale. Musei e tradizioni immersi nel verde, Djurgården è un parco che racchiude l’identità svedese che difficilmente si dissocia dalla natura.

Immagine copertina: la piazza principale Stortorget, Gamla Stan.

Photo credits: Elena Bittante

Moda Movie 2019, presentato alla Camera dei Deputati l’evento d’arte che sboccia in Calabria

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Calabria, non chiamatela periferia. Esiste una terra dei progetti realizzati, dove nascono le idee e cresce la passione per la bellezza e la cultura, in tutte le sue forme. La 23ªedizione del Moda Movie ne è la conferma. Una fucina creativa che modella l’arte, dai tessuti preziosi dell’haute couture alle pellicole cinematografiche: dal 3 all’11 giugno torna a Cosenza un evento che racconta l’estro dei giovani talenti. Tanta creatività condita con il gusto deciso dei sapori calabri, a tavola con “Moda©Cibo” solo l’eccellenza mediterranea.

Creazione della vincitrice di Moda Movie 2018, la stilista cinese Xinxy Xu

Lo scorso lunedì è stata presentata a Roma, nella Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, la 23ª edizione di Moda Movie che si terrà nel capoluogo calabro i primi di giugno. Molto più di un appuntamento d’inizio estate, un vero e proprio progetto che parla ai giovani, alle università, al territorio e del territorio. La meravigliosa “punta” fa parlare di sé in tutto lo stivale con iniziative collaterali che durano 365 giorni l’anno. Ha aperto il sipario della presentazione capitolina Nino Graziano Luca, storico presentatore nonché primo sostenitore del festival, sono intervenuti l’appassionato direttore artistico Sante Orrico, la responsabile del settore cinema Loredana Ciliberto e la giornalista de Il Sole 24Ore Chiara Beghelli. Presente alla conferenza stampa anche la splendida attrice Jennifer Mischiati. Dopo aver indossato i panni di eroina fantasy in una produzione internazionale al fianco di Gerard Depardieu, e quelli di un’elegantissima dama di inizio ‘800 in occasione dello Spring Regency Ball organizzato magistralmente dalla Compagnia Nazionale di Danza Storica lo scorso sabato, parteciperà come ospite d’eccezione al Moda Movie 2019.

Quest’anno il tema dell’edizione è “Folk Bohémien”, una rosa di tradizioni che verranno raccontate in chiave moderna. L’epoca contemporanea omaggia il passato con creatività, una strategia vincente per valorizzare le mille sfaccettature di un’Italia variopinta ma anche per soffermarsi alla scoperta delle radici profonde che uniscono il paese in questo mondo che viaggia veloce. Come spiegato da Loredana Ciliberto durante la conferenza stampa: “In occasione della 23ªedizione del Moda Movie, si è chiesto ai fashion designer di creare degli outfit capaci di descrivere la tradizione delle minoranze etniche, le peculiarità delle regioni italiane e non solo; allo stesso modo ai giovani registi è stato proposto di raccontare la tradizione in video, che sia del proprio luogo di origine o di una cultura che affascina i loro giovani occhi creativi”. Aggiunge: “Particolare attenzione all’interno del festival sarà data alla cultura Arbëreshë, originaria dell’attuale Albania e radicata nella nostra regione dal 1400”. Un approccio al passato per sottolineare l’importanza della diversità e la ricchezza che ne derivano, una consapevolezza imprescindibile per gli organizzatori sin dall’esordio del festival, capace di modellare una comunicazione alternativa che si descrive nella sperimentazione della moda e del cinema.

Il filo rosso con la scorsa edizione è stata la performance di moda della vincitrice di Moda Movie 2018, la stilista cinese Xinxy Xu. Creazioni che esprimono il suo estro legato indissolubilmente alla cultura cinese, fatta di impeccabile cura per i dettagli. Tre incantevoli modelli pensati per la donna moderna che omaggiano e ripropongono le radici orientali. Moda Movie nasce come spunto creativo da un territorio autentico per poi germogliare con ispirazioni da tutto il mondo, un abbraccio alla diversità senza dimenticare le origini.

Atene, le origini della storia occidentale tra pace e caos

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Frammenti di mito e pezzi di intonaco, una capitale votata al passato, dagli albori della civiltà al racconto dell’ultimo decennio trascorso. Tutto sembra vissuto, a tratti usurato, Atene non è la classica “bella città” ma gioca bene le sue carte con la complicità delle atmosfere suggestive e la luce avvolgente del Mediterraneo. Sorprende inaspettatamente chi si addentra nel dedalo del centro tra palazzi scrostati, gallerie d’arte e scorci sulla storia: da qualsiasi angolo si scorge l’Acropoli, fondamenta della cultura occidentale. Il Partenone, unico e immortale, veglia la città arroccato su un promontorio roccioso sovrastando la valle dell’Ilissos dalla fine del VII secolo a.C.

Il Partenone
Atelier nel quartiere di Monastiraki

Un viaggio alla scoperta delle nostre origini, un tuffo nella creatività e nella serenità che contraddistinguono la tradizione greca. Atene è storia e smussa il peso della sua eredità nella leggerezza della quotidianità rivelandosi una metropoli viva e originale che bypassa le ombre della crisi a ritmo di sirtaki e spunti creativi. L’incontro nelle grandi piazze, la vivacità rilassata della gente, il profumo di basilico fresco dei piatti tradizionali e l’estro degli artisti moderni che omaggiano il glorioso passato sono solo alcuni spunti per viverla a pieno. E’ dalle radici che inizia un viaggio nella culla della civiltà occidentale, per poi divagare in una realtà pittoresca al passo con i tempi.

Propileo all’entrata dell’Acropoli
Dettaglio del frontone orientale del Partenone 
Eretteo e loggetta della Cariatidi 

La prima tappa è l’Acropoli. Lì dove tutto ebbe inizio spiccano gli archetipi dell’architettura classica come eredità inestimabile. Il sito archeologico patrimonio UNESCO dal 1987, racconta la nascita della democrazia evocando suggestioni e riflessioni. Sulla collina dell’Areopago sorgono il Partenone, i Propilei, l’Eretteo e il Tempio di Atena Nike, circondati dalla possente cinta muraria di Temistocle. Il Partenone incorona il sito con candida magnificenza; progettato da Ictino e Callicrate, venne edificato tra il 447 e il 438 a.C. e consacrato alla dea Atena. La costruzione in marmo pentelico bianco scintilla sotto il sole, otto colonne dei lati corti e diciassette su quelli lunghi in stile dorico ingegnosamente inclinate per creare un effetto illusorio. Un tempo l’edificio era ricoperto di fregi e sculture, oggi si aggrappano ai frontoni occidentali e orientali i superstiti delle ere: Helios e il suo destriero raccontano la nascita di Atena dalla testa del padre e la lotta di Atena con Poseidone per il possesso dell’Attica. Lungo il perimetro del tempio spiccano le metope modellate da Fidia, le formelle quadrate con funzione narrativa scolpite ad altorilievo. Oggi come allora i Propilei si trovano all’entrata dell’Acropoli accogliendo da millenni i visitatori. Realizzati per volere di Pericle spiccano allineati con il Partenone in un gioco di geometrie perfette, con le facciate anteriori più basse di quelle posteriori per seguire il dislivello del terreno. Catturano l’attenzione la solennità del Tempio di Atena Nike dedicato alla dea della vittoria nel 425 a.C., e l’Eretteo che deve il suo nome al mitico re di Atene. Questo capolavoro dell’architettura ionica, costruito tra il 421 e il 406 a.C., ostenta le protagoniste dell’architettura classica nel suo portico: le Cariatidi, intente a sorreggere il peso della storia e della cultura (le statue esposte sono una riproduzione delle donne di Karyai, le originali si trovano al museo dell’Acropoli).

Museo dell’Acropoli, statue delle Cariatidi in lontananza

All’ombra del Partenone possiamo ritagliare qualche attimo per rilassarci, riflettere e scrutare il panorama della metropoli odierna, una terrazza esclusiva che si affaccia sul divenire di una capitale dai tratti caotici. Il viaggio nella cultura classica prosegue “a valle”, al Museo dell’Acropoli, situato alle pendici meridionali dell’Areopago. L’interessante polo museale si distingue per la struttura moderna in vetro e acciaio e crea un ossimoro architettonico a confronto con le pietre compatte della cittadella del mito. Il museo custodisce tutti i reperti rinvenuti nel sito e spazia dal mondo arcaico a quello romano con cimeli inestimabili come le leggiadre korai, dalle elaborate acconciature a trecce del VI secolo, e il noto giovane con vitellino del 570 a.C. Un’ altra tappa da non perdere per un continuum nella storia ellenica è l’Antica Agorà, dove Socrate elaborò le sue brachilogie, conversazioni fondate su una logica ferrea al fine di educare l’individuo e la sua anima sul fondamento della verità. Qui si erge superstite il Tempio dorico di Efesto del 449 a.C., e il grande complesso a due piani della Stoà di Attalo originario del 138 a.C., ricostruito filologicamente dalla Scuola Americana di Archeologia. Le dimensioni colossali della storia antica sono tutt’ora testimoniate anche nel sito archeologico del Tempio di Zeus Olimpio, maestose rovine di un nucleo architettonico che richiese oltre sette secoli per la costruzione. Un esempio ante litteram di “edilizia posticipata” per mancanza di fondi, l’Olympieion venne ultimato dall’imperatore Adriano nel 131 d.C.

Vista dal Museo dell’Acropoli sul Partenone
Tempio di Zeus Olimpio

Dopo un tuffo nella storia, Atene offre un’immersione nel mare plumbeo del suo caotico centro non privo di atolli meravigliosi: tra gli edifici in calcestruzzo infatti sorgono le isole verdi della città. L’eden urbano dei Giardini Reali, una visione salvifica nella congestione della metropoli vicino a Piazza Syntagma dove si trova il Parlamento. Oggi questo eden aristocratico del 1840 è diventato uno spazio pubblico condiviso da milioni di cittadini e turisti diventando il Giardino Nazionale della città di Atene. 38 acri di verde e oltre 500 specie di piante rendono questo spicchio di città un tesoro di biodiversità, avvalorato da cimeli inestimabili che ricordano l’identità di Atene, indissolubilmente legata alla storia. In città i grandi polmoni verdi sono facilmente individuabili alzando semplicemente lo sguardo verso il cielo. Spiccano le pendici boscose del Licabetto sopra il quartiere di Kolonaki, dove si rincorrono miti e leggende, e la collina di Filopappo, descritta da Plutarco per le gesta di Teseo contro le Amazzoni. Quel che fu dello scontro anima solo la leggenda lasciando spazio alla pace in quest’oasi naturale da dove ammirare un panorama privilegiato sull’Acropoli, sull’Attica e sul Golfo di Salonicco per poi spaziare sino a dove arriva l’orizzonte. Passeggiare tra i vialetti ombrosi dei parchi di Atene è l’ideale per chi desidera rilassarsi dal traffico cittadino e ritrovare le idee, fermarsi e osservare il divenire dall’alto può rivelarsi una panacea temporanea, un’occasione per riflettere sui dogmi della vita quotidiana, oggi come allora.

Il Licabetto 
Vista dalla collina di Filopappo

Immagine copertina: vista sull’Acropoli dalla collina di Filopappo.

Photo credits: Elena Bittante

Berlino, città moderna che racconta la storia

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Libertà in continua metamorfosi. Le persone possono creare mondi incredibili, dimensioni in costante divenire che nascono dagli errori del passato, incentivate da un presente di rinascita. Berlino è una fucina creativa, dove la più grande frontiera moderna è caduta ora si vive in comunione di intenti, tra fermento artistico e brio culturale di chi ha voglia di riscatto.

Berlino non si visita, si vive. Ci si orienta con i suoi luoghi del simbolo e si passeggia captando la sua energia. Una capitale più interessante che bella, distante dagli stereotipi urbani a “bomboniera” delle realtà tedesche; la sua edilizia post moderna a tratti brutalista prevale senza far soccombere la memoria dei monumenti e dei palazzi neoclassici ricostruiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. La sua identità contemporanea valorizza le testimonianze della grande storia rendendo la capitale una meta indissolubilmente legata agli eventi che segnarono il ‘900.

Per scoprire Berlino si comincia dal centro, il Mitte, dove spunta un susseguirsi di immagini legate al mito che precedono il viaggio. E’ proprio il “centro” che racchiude un vademecum perfetto per andare alla scoperta della città in un weekend: la Porta di Brandeburgo che dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) diventò il simbolo della Nuova Berlino unita, la Torre della Televisione in Alexander Platz, edificata dalla DDR per la diffusione dei programmi di stato è oggi tra i simboli più stilizzati della città, la sua forma “aliena” è un must have per una sequela di souvenir declinabili per ogni esigenza. Il Palazzo del Reichstag, oggi sede del Bundestag (il parlamento federale tedesco), testimonia capitoli indelebili della storia del ’900 rivelandosi ai numerosi visitatori anche uno spettacolo moderno: campeggia sul tetto un’avveniristica cupola in vetro, tra le attrazioni principali della città da dove spaziare sul verde del parco di Tiergarten e osservare l’impeccabile pianificazione del quartiere governativo. I colori della natura smussano la loro intensità con il ciclo delle stagioni nei giardini del Mitte ma anche nel viale più famoso della Germania, l’ “Unter den Linden”, l’immancabile passeggiata sotto i tigli. Percorrerla non è solo rigenerante ma anche un’occasione per entrare in connessione con la città e chi la anima. Lungo la via è impossibile non socializzare e dopo chiacchiere e brindisi si torna a visitare altre mete lungo la via: il Kroprinzepalais, ovvero il Palazzo del Principe Ereditario, il “Zeughaus” l’Armeria dove visitare il Deutsches Historiches Museum (il museo di Storia Tedesca), e l’Università di Humboldt nota per essere stata frequentata da uno dei pensatori più influenti dello scorso secolo, Karl Marx.

Berlino è una capitale ricchissima di musei, per una fuga del weekend laMuseuminsel”, ovvero “Isola dei Musei”, è l’approdo perfetto per non naufragare nell’ampia scelta. Comprende il Museo Antico, un viaggio nel mondo etrusco, greco e romano; il Museo Nuovo dove sono custodite preziose collezioni di reperti di età egizia, tra cui l’incantevole Busto di Nefertiti; il Museo Bode un intreccio d’arte dal Medioevo al XVIII secolo; il Museo di Pergamo che ospita l’intero altare di Pergamo rinvenuto in Turchia nel 1878 dall’ingegnere Carl Wilhelm Humann; e infine la Galleria Nazionale, tra i poli museali più importanti della Germania. Dall’arte antica e classica a quella moderna e contemporanea dalle apparenze futuriste dello strabiliante Sony center a Potsdamer Platz, caratterizzato da un enorme tetto d’acciaio a forma d’ombrello tra le cui particolarità c’è quella di cambiare colore nel corso della giornata.

Berlino è un intreccio di spunti avanguardistici, un susseguirsi di idee innovative e allegorie architettoniche come l’ Holocaust-Mahnmal, il Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa. Con una fioritura di 2711 steli in calcestruzzo di diversa altezza evoca il ricordo, un’opera ideata dall’architetto statunitense Peter Eisenmann su un’area di oltre 19.000 mq. Ed è proprio in questo luogo che si comprende in che modo scoprire la città, camminando smarrendosi tra il labirinto delle sue geometrie. Berlino si visita ma soprattutto si vive entrando in empatia con il dinamismo moderno nel ricordo del passato. Si passeggia lungo i brandelli del suo muro oltre il quale si legge un capitolo di storia monito per il futuro, si percorrono i suoi viali e si costeggiano i suoi cantieri, si rincorre la Sprea che scorre serena e i fiumi di birra che appartengono alla tradizione e ad un futuro condiviso.

Guérande: la città bretone della Loira. La valle dei castelli svela una preziosa realtà “salata”

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La cittadina francese di Guérande si trova vicino alla foce della Loira e con i suoi castelli condivide tutto il fascino della storia. L’aspetto favoloso non le manca, lo descrive nella sua struttura medievale: un rosario di torri e bastioni imponenti che si susseguono lungo la circonferenza della cinta muraria, a protezione di snelli campanili gotici e casette minimali sparpagliate per i dedali delle sue vie. Il centro profuma di mare e caramello, una simbiosi dell’assurdo per questa bomboniera urbana racchiusa in una corona di mura perfettamente intatta, in barba ai secoli.

Situata fra le saline e Brière, ad una quindicina di chilometri da Saint Nazaire, la città fiuta il profumo dell’oceano e della sua fortuna. Sin dall’antichità prospera grazie al commercio della via del sale, quello miracoloso di Guérande, il più prezioso di tutta la Francia.

Il piccolo centro rientra amministrativamente nel Pays de la Loire ma ogni suo angolo racconta di Bretagna. Le pietre dei muri e l’ardesia dei tetti ma anche gli usi e i costumi le appartengono, come il caramello al burro salato, una variante bretone in terra di Loira da sperimentare assolutamente. La città attrae i visitatori come degli orsi golosi al miele, incantevole in lontananza appare come un dipinto: la cinta di mura perfette, gli alti bastioni e portoni fortificati custodiscono una favola da vivere anche per poche ore tra i vicoli in pavé e le antiche abitazioni. Guérande merita una tappa se siete diretti verso la costa atlantica della Francia, anche per una breve deviazione di passaggio, giusto per sorseggiare un sidro fresco innanzi alla maestosa collegiata di Saint-Aubin.

L’aspetto medievale non tradisce le sue origini architettoniche: la cinta muraria del XIV secolo con undici torri e quattro porte, due delle quali antecedenti alla sua edificazione. La porta Saillé risale al XII secolo, mentre la porta Vannetaise rivela una struttura tipica della seconda metà del XIII secolo. Passeggiando lungo queste antiche difese, spicca la torre di Saint-Jean, del XV secolo, e lo splendore del Saint-Michel costruito agli inizi del XVII secolo. Nel cuore della cittadina, a vegliare la piazza Saint-Aubin dove si svolge il mercato, l’omonima collegiata che ad ogni ora del giorno polarizza la vita sociale di Guérande, oggi come allora. Costruita nel XII secolo ostenta ai visitatori decisi elementi architettonici del XV e XVI secolo al suo esterno, mentre al suo interno svela un delicato gioco d’intarsi di vetro raffiguranti la storia di Margherita di Antiochia o di San Domenico che riceve il Rosario in un tripudio di colori.

Guérande, un affascinate viaggio nel tempo e un’accattivante proposta di sapori, ossimori di gusto che conquisteranno il vostro palato, purché in dosi contenute. Onnipresente nei negozi tipici il “Caramel au beurre salé de Guerande”. Si tratta del caramello al burro salato, una singolare proposta gastronomica nonché il must della città, guai a considerarlo uno “sbaglio”. Alla base di questo “dolce” atipico c’è un azzardo culinario che racconta un capitolo di storia del luogo, quello legato alla gabella. Sin dal Medioevo, la Bretagna era esentata dalla tassa sul sale e i suoi abitanti si potevano permettere il lusso di aggiungerlo al burro, a differenza delle altre regioni del regno di Francia che per secoli si sono dovute accontentare e assoggettare all’abitudine di insipidi panetti. Il sale di Guérande si rivela un ingrediente più prezioso oggi di allora, non solo nella tipica delizia della città. A confermarlo la scienza che classifica “l’oro bianco”, distinguibile per le sue sfumature grigio perla, il più ricco di magnesio, potassio, calcio e oligoelementi, e con meno cloro rispetto ad altre varietà. Il commercio di questa materia prima resta la fortuna di questo piccolo centro, per i suoi negozi tipici entro le mura che lo vendono come un cimelio più di un souvenir, e negli stabilimenti di salaggio del pesce poco fuori città. E’ facile indovinare il tesoro del blu dell’Atlantico leggendo i menù dei ristorantini del centro, ripetono all’unisono il mantra della cucina locale: sardine rigorosamente in crosta di sale, il migliore di tutta la Francia.

Gran Ballo di Primavera: si apre il sipario a Palazzo Rospigliosi annunciando “Seduzioni & Gusto Festival 2019”

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Danza, moda e gusto, una triade del piacere. Tre note del made in Italy che suonano all’unisono in una sinfonia armonica nei saloni del Palazzo Rospigliosi. “Seduzioni & Gusto Festival 2019”, la partenza di un grand tour della bellezza che parte dal cuore di Roma per addentrarsi nel Bel Paese: prossima tappa nel borgo di Buonvicino, un gioiello incastonato nelle verdi montagne di Calabria che guarda il blu del suo mare.

Durante la conferenza stampa di ieri 6 aprile, nella sala dei Paesaggi del prestigioso Palazzo Rospigliosi, è stata annunciata la 13.edizione del Festival che si terrà dal 12 al 14 luglio nell’incantevole paese di Buonvicino in provincia di Cosenza, uno tra i borghi più belli d’Italia. Moderatore Nino Graziano Luca, presidente della Compagnia di Danza Storica, presenti il Presidente della Pro Loco Antonella Biondi, il Sindaco di Buonvicino Ciriaco Biondi, il Direttore Artistico di Moda Movie Sante Orrico, l’On. Mauro D’Acri Consigliere Regione Calabria con delega all’Agricoltura e il Presidente dell’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia per la regione Calabria Bruno Cortese.

Una proposta vincente che rilancia la grande bellezza di una piccola realtà ricordandoci le potenzialità innate dell’Italia, un intreccio di natura e cultura unico al mondo. L’evento curato dalla Pro Loco Buonvicino è stato ideato per valorizzare il territorio e coniugherà il piacere della buona tavola, la seduzione dell’alta moda e il fascino della danza storica nella piazza principale di Buonvicino, salotto urbano dell’incantevole borgo. La stessa formula magica che ha animato i saloni del Palazzo Rospigliosi: il défilé delle creazioni sposa e haute couture di Massimiliano Giangrossi, incantatore di stile, l’omaggio alla cucina calabra con le delizie dello Chef Giuseppe Garozzo Zannini Quirini, “Il Conte” di Master Chef Italia 4, condite con la sua immancabile spontanea simpatia, e la magia senza tempo della Compagnia Nazionale di Danza Storica che ha aperto il sipario del Gran Ballo di Primavera.

Il Presidente della Compagnia di Danza Storica Nino Graziano Luca e l’attrice Giorgia Ferrero 

Sale da ballo e tavole imbandite con i prodotti dell’eccellenza enogastronomica forniti dai partner di “Seduzione & Gusto Festival 2019”. Quadriglie, valzer, polche e mazurche, passi di danza per celebrare il trattato Cucina Teorico Pratica di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino. Il luculliano banchetto organizzato e cucinato da “Il Conte” Giuseppe Garozzo Zannini Quirini, è stato ispirato proprio dal celebre trattato, pietra miliare della culinaria italiana datato 1837. Pagine che racchiudono tutto il gusto e la tradizione della buona tavola e del sapere condiviso: le ricette descrivono le diverse classi sociali attraverso gli ingredienti e le preparazioni. Dalle più semplici alle più articolate, tutte con lo stesso comune denominatore, la genuinità dei prodotti di una terra generosa, quella italiana.

Sala dei Paesaggi di Palazzo Rospigliosi

Una splendida festa nella prestigiosa cornice del palazzo capitolino, tra il Salone delle Statue vegliato dalle sculture del Bernini, la Sala del Pergolato ammantata dagli affreschi di Guido Reni e Paul Bril e la Sala dei Paesaggi, un racconto per immagini della campagna romana del ‘600. Una serata animata dai suoi organizzatori, da ospiti illustri dello spettacolo, l’elegante attrice Giorgia Ferrero diretta da Paolo Sorrentino ne “La Grande Bellezza”, e il frizzante attore Luca Avallone protagonista dei film “Le grida del silenzio” di Sasha Alessandra Carlesi nonché parte del cast di “All The Money In The World” di Ridley Scott. Presenti anche il Marchese Ferrajoli e il Principe Guglielmo Marconi Giovanelli, il Direttore Generale dell’Universita’ di Cassino Antonello Capparelli, il Conte Antonio Palazzi e le indossatrici Daria De Vincenzi e Giulia Mascellino. Immancabili e instancabili quasi 100 danzatori che hanno reso possibile questa magica serata tra volteggi e pliè con i loro sontuosi abiti in stile ‘800.

Creazione sposa di Massimiliano Giangrossi, salone delle Statue con le sculture del Bernini

Moda, danza e gusto, mondi che si incontrano e combaciano alla perfezione nell’affinità di una tradizione tutta italiana. La tappa romana è stato il primo appuntamento e lascia nel sogno l’aspettativa di una nuova grande festa in uno scrigno di Calabria tutto da scoprire, oltre gli stereotipi e i preconcetti che attanagliano il suo territorio. La cultura si rilancia con stile, a ritmo di valzer e con gusto, in tutti i sensi.

Bratislava, la capitale per una passeggiata nel cuore d’Europa

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Bratislava, affacciata sul fiume della musica e dei romanzi, legata ad un passato di contese. Oggi è una capitale orgogliosa che guarda dinamica al futuro e accoglie i viaggiatori in un’atmosfera gioiosa a dispetto dello stereotipo post sovietico: gli slovacchi alzano i boccali grondanti di birra dorata e brindano ad una nuova primavera europea.

Una capitale a misura d’uomo, tutta da scoprire, dal maestoso castello che la sorveglia dall’alto, al curioso Cumil, la statua più famosa della città che vigila il passaggio dei turisti dal basso (meglio conosciuta come “il guardone” per lo sguardo malandrino che punta spudorato alle sottane delle signore). Città che pulsa nel cuore d’Europa, meno inflazionata della magica Praga, dell’elegante Budapest e della regale Vienna (quest’ultima dista solo 60 km, vale una trasferta in giornata in macchina, treno, bus oppure in battello durante la bella stagione). Bratislava è ben collegata a diverse città italiane da voli low cost in partenza da numerosi aeroporti, una meta perfetta da visitare durante il weekend. Il suo fascino si concentra nella Stare Mesto, la città vecchia, e nel Bratislavský hrad, il grande castello ma non mancano satelliti d’interesse poco distante, come la surreale chiesa azzurra o il moderno Ufo del Nový Most, il ponte nuovo sul Danubio.

Panorama dal castello: la Stare Mesto e la città nuova in lontananza
Cumil, la statua più famosa di Bratislava
Stare Mesto

Il Bratislavský hrad, il castello di Bratislava, è il simbolo della capitale slovacca, dal 1961 monumento storico nazionale. Sin dall’antichità domina la città dall’alto di una collina; durante il IV secolo a.C. venne abitato dai Celti per poi essere conquistato dai Romani ma l’aspetto attuale risale alle ricostruzioni del XV e il XVII secolo, un mix tra stile rinascimentale e barocco, dalla caratteristica forma quadrangolare che lo rende simile a un “tavolo rovesciato”. Deve infatti a questa similitudine l’originale appellativo. La vera rinascita del castello si deve a Maria Teresa d’Asburgo che lo scelse come residenza estiva: è proprio durante il suo regno che ebbe inizio l’epoca d’oro per il maniero e per tutta la città di Bratislava, al tempo nota come Presburgo. Un’eredità asburgica che tutt’oggi testimonia nelle sue forme la trasformazione da cupa fortezza ad elegante dimora. Alla fine dell’700 diventò un seminario per poi cadere in rovina dopo il rovinoso incendio del 1811. Solo nel 1953 ebbero inizio i lavori di ristrutturazione e dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco, anno che sanciva la separazione dalla Cecoslovacchia. All’ingresso la statua equestre di Svatopluk I, sovrano di Moravia del IX secolo, attende orgogliosa i numerosi turisti che sostano qualche minuto sul belvedere: un’incantevole puzzle di tetti color ocra della città vecchia in antitesi con il ponte nuovo che attraversa le acque rilassate del Danubio. Le sale del castello ospitano il Museo Nazionale Slovacco con interessanti raccolte di manufatti e antiquariato locale, e il Museo della Musica, uno scorcio sulla storia e sulle tradizioni del paese.

Statua equestre di Svatopluk I

Dopo la visita al castello si scende verso il centro storico seguendo i passaggi pedonali che attraversano la superstrada, un’audace infrastruttura che taglia la vecchia trama urbana recidendo il continuum storico tra le due attrattive principali della città. Una pianificazione del territorio opinabile ma che collega strategicamente le due rive della città affacciate sul Danubio: la viabilità è la stessa che attraversa il ponte nuovo, il Nový Most. Affacciata al nastro di asfalto è impossibile non ammirare la “Bella sul Danubio”, l’imponente chiesa di San Martino recentemente rimaneggiata. La cattedrale svetta quasi in bilico sulla superstrada nonostante la struttura maestosa dell’originario impianto gotico. Una tappa cittadina da ammirare all’esterno e all’interno dove è custodita una copia della corona imperiale ungherese ricoperta d’oro dal peso di 300 kg. Dopo il trafficato dardo di catrame è tutta un’altra storia, ci si addentra nella città vecchia percorrendo le viette lastricate che si snodano dalla chiesa e conducono al cuore della Stare Mesto. Le mete principali sono Michalská brána, la Porta di San Michele dove sulla cima vegliano le statue di San Michele e il Drago, e Hlavnè namestie, la piazza principale dal XIII secolo cuore pulsante della città dove spicca l’imponente municipio, Stara Radnica, collage architettonico che riassume cinque secoli. Un piccolo centro ricco di fascino, un susseguirsi di scorci suggestivi nell’area pedonale di Korzo. Un dedalo di stradine e di edifici medievali alternati ai postumi asburgici come il Palazzo del Primate distinguibile dalla raffinata facciata simile ad un ricamo delicato.

La bellezza di Bratislava si concentra nel centro storico ma poco fuori la Stare Mesto si trova il gioiello architettonico di Modry Kostolik nella città nuova, la famosa chiesa azzurra (chiesa di Sant’Elisabetta) che nelle belle giornate di sole si confonde con il cielo. Questo edificio art nouveau del 1907, progettato dall’architetto Ödön Lechner, spicca per la sua tonalità brillante in un quartiere dove ancora prevale un’edilizia post sovietica.

Modry Kostolik, la chiesa azzurra

Prima di lasciare questa piccola e graziosa capitale ricordiamola con una vista panoramica dall’alto: uno scorcio indimenticabile dall’Ufo, la moderna torre del ponte nuovo sul Danubio. Una cartolina dove spuntano il maestoso castello e i pinnacoli ossidati delle chiese dal mare di tetti rossi della Stare Mesto. Questa struttura a navicella, così chiamata dagli abitanti per le sembianze aliene, si rivela una tappa interessante nonché un’occasione per sorseggiare una rinfrescante birra chiara ammirando il belvedere dalla piattaforma panoramica.

Ufo del Nový Most

Immagine copertina:  Bratislavský hrad, il castello di Bratislava

Photo credits: Elena Bittante

“The Grand Balls of the 19th Century”: la magia della danza si racconta nella storia, anche in inglese

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Il fascino incantato dei balli d’altre epoche si vive o si racconta. Dopo cinque ristampe di “Gran Balli dell’800”, arriva la versione tradotta “The Grand Balls of the 19th Century”, un libro da leggere tutto d’un fiato, anche in inglese. Un valzer di parole che ci accompagna nella cultura d’altri tempi: la danza come archetipo di socializzazione, un linguaggio universale che univa la borghesia e l’aristocrazia in una rosa di coreografie e di intese. Capitolo dopo capitolo scopriremo che la storia è stata scritta anche nei saloni da ballo.

Non solo un racconto per entusiasti estimatori o appassionati ballerini, “Gran Balli dell’800” (ediz. Armando Curcio Editore, 2009) racconta uno spaccato della società del XVIII – XIX secolo che può interessare un vasto pubblico. Un meticoloso lavoro di ricerca svolto dal Presidente della Compagnia di Danza StoricaNino Graziano Luca,un’analisi di importanti documenti e manuali storici che ha portato al recupero e alla valorizzazione di cimeli della letteratura europea. Testimonianze che dalla danza riconducono a preziosi dettagli della società, un menabò del ballo che abbraccia un periodo storico dal tardo ‘700 sino al ‘900. Il libro riassume 30 anni di appassionata e approfondita ricerca. Presentato alla Camera dei Deputati e all’Ambasciata d’Austria, è ora disponibile anche la versione in lingua inglese per condividerlo senza confini, una scelta coerente al suo contenuto: la danza è un linguaggio universale.

Nino Graziano Luca, dopo cinque ristampe in italiano il libro “Gran Balli dell’800” arriva anche la versione in inglese “The Grand Balls of the 19th Century”. Da dove nasce questa idea e cosa racconta?

“L’idea di una versione in lingua inglese è nata da un incontro con il professore Alkis Raftis, presidente del consiglio internazionale della danza Unesco. Da grande estimatore del lavoro che ho svolto in questi anni, mi ha spronato a scrivere una versione in inglese perché condivisibile e sempre attuale. “The Grand Balls of the 19th Century” descrive un arco temporale dal tardo ‘700 all’inizio del ‘900 e dei relativi cambiamenti sociali, i quali hanno consentito che il ballo diventasse il “luogo” centrale della vita sociale ottocentesca. Nel libro racconto quali erano le danze richieste per poter partecipare ad un ballo, quali erano le danze che non potevano mancare in un carnet de bal ma anche dell’etichetta, della toiletta e quali erano le nozioni comportamentali e relazionali che dovevano essere osservate e stabilite tra i partecipanti. Il libro è pieno di aneddoti storici ma anche di curiosità sfiziose. Non mancano alcuni spunti tratti dai più celebri romanzi ottocenteschi che animano il racconto oltre alla “didattica” del suo contenuto. Mi piace dire che questo lavoro nasce come un saggio ma è scritto con i toni del romanzo. Il mio desiderio è quello di coinvolgere tutti i lettori attraverso un parlato semplice e proiettarli in un contesto attraente e affascinante, quello della danza sociale e della danza storica. Questa scelta ripropone la stessa “chiave di lettura” di tutte le iniziative che ho organizzato e descritto in questi anni, finalizzate alla promozione della danza storica e della danza sociale.

Aneddoti e curiosità sembrano il modo più interessante per descrivere la storia della danza, anche quella del costume e della società?

“Il libro è ricco di aneddoti molto divertenti che introducono un’attenta analisi legata a come nel sociale ci sia stata l’affermazione della borghesia e la condivisione degli spazi di divertimento tra borghesia e aristocrazia. Questo aspetto emerge chiaramente in un passaggio descritto nel libro che cita “Il modo più acconcio di stare in iscelta società”, scritto nel 1839 da Luigi Bortolotti. Da questo estratto evidenzio come per la prima volta in un manuale, oltre a trovare delle indicazioni su come si danzava, c’erano anche dei suggerimenti su come comportarsi in un ballo.

Ovviamente questo libro era destinato ai borghesi, un vademecum delle “buone maniere” che l’aristocrazia acquisiva nelle proprie dimore grazie agli impeccabili insegnamenti dei precettori. La scelta di citare questo manuale e una serie di altri libri è indispensabile per testimoniare la coesione sociale nei balli. Nel lavoro svolto cerco di descrivere tutti gli avvenimenti che hanno contraddistinto questo mondo di intrattenimento evidenziando come il ballo sia stato anche il luogo d’espressione delle mode dal tardo ‘700 all’inizio del ‘900. La danza era un vero e proprio linguaggio condiviso. Oggi sono i magazine e i social che influenzano il costume, all’epoca era il ballo a consentire la coesione sociale e la condivisione delle mode, a differenza del teatro e della sala dei concerti che mantenevano le differenze sociali. Il documento più antico di vera coesione sociale che ho trovato nella mia lunga ricerca risale al 1805: un ballo a Bologna in cui la coesione nasceva dall’obolo che veniva pagato, il medesimo per gli aristocratici, per i borghesi e per gli ecclesiastici in quanto il ricavato sarebbe stato devoluto in beneficenza. Sono questi gli aneddoti speciali che ricreano il contesto attraverso la realtà dei fatti, un’informazione che non rinuncia alle emozioni e alle sensazioni. Ne è la prova tangibile la citazione che apre il libro: “Un ballo, quale magica parola per i giovani di venti anni, un paradiso in terra ove tutto pare etereo…”. Parole sognanti per introdurre il ballo come poesia ma soprattutto come centro della vita sociale per eccellenza.”

Le fotografie di “ The Grand Balls of the 19th Century” sono tutte attinenti ad eventi e gran balli storici organizzati dalla Compagnia Nazionale di Danza Storica. La scelta delle immagini è a cura di Nino Graziano Luca e di Armando Curci Editore. Le illustrazioni appartengono alla pinacoteca personale di Armando Curci Editore.

The Grand Balls of the 19th Century”, è disponibile nella piattaforma libri dell’Unesco.

Hundertwasser House, l’edilizia popolare come opera d’arte

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La città dell’eleganza innata, dei walzer sognanti e della storia imperiale si racconta anche nella trasgressione architettonica del ‘900: la Hundertwasser House spicca tra i delicati toni pastello di Vienna inebriandola con i suoi colori vibranti. Il rigore asburgico cambia linguaggio e si racconta con ironia.

Un sognatore razionale Friedensreich Hundertwasser, pioniere dell’architettura sostenibile che sin da tempi non sospetti realizzò numerosi edifici ispirati alla natura e alle sue forme con progetti virtuosi per l’ambiente. La sua tecnica spaziò nelle più sfrenate fantasie creative, in costante bilico tra fisica e metafisica teorizzando concetti a tratti surreali come “I diritti delle finestre”, convinto sostenitore che gli edifici non fossero costruiti da pareti murarie ma proprio dalle finestre, per l’artista, occhi attraverso i quali guardare il mondo nell’intimità della propria casa. Architetto visionario ed esponente dell’architettura organica, descrisse la sua ricerca con linee irregolari e forme ispirate alla natura più che alla ragione. La Hundertwasser House ne è l’esempio perfetto nonché la sua opera architettonica più famosa che stacca dalla trama urbana viennese catalizzando migliaia di visitatori curiosi.

Un edificio d’avanguardia stilistica ma anche un progetto virtuoso e morale. La Hundertwasser House nasce infatti come social housing, un complesso residenziale creato nel 1985 per i meno abbienti. Ospita 50 appartamenti, 16 terrazze private e 3 comuni, alcuni negozi, un ristorante, un parco giochi per bambini e una palestra. Vere e proprie case popolari con vezzo creativo e struttura innovativa. L’architetto desiderava rompere con lo stile dell’edilizia moderna, da lui ritenuta istituzionale, fredda e spesso banale, ideò così un’alternativa unica e originale che potesse rispondere anche ai canoni della sostenibilità ambientale, sensibilità molto meno diffusa a quel tempo. L’edificio venne infatti costruito con materiali ecologici di origine naturale: spesse murature in argilla per la coibentazione, legno per gli infissi, ceramica per i pavimenti, vernici e colle di origine naturale e piante ed alberi come elementi architettonici. La vegetazione è un elemento imprescindibile per Hundertwasser e nella House viennese ammanta il tetto, le terrazze e i loggiati. Le strutture sono state progettate con fogli anti–radice per la protezione dei solai e pannelli isolanti, presentano inoltre strati di pomice e ghiaia per drenare l’acqua e apposite griglie di acciaio inossidabile per contenere le radici. La Hundertwasser House ospita dei veri e propri giardini pensili, microcosmi naturali nella dimensione urbana che si sostentano grazie ad un sistema di irrigazione che veicola l’acqua piovana raccolta da una cisterna.

Questo atipico complesso residenziale unico nel suo genere si presenta come un elemento di rottura nell’edilizia di Weissgerber, composto quartiere nel centro della capitale austriaca. Spicca tra gli edifici dalle linee brutaliste e nostalgici condomini in stile ottocentesco, un paese dei balocchi nel rigore viennese. Le sue forme singolari e i suoi colori vividi appaiono come un miraggio urbano, simile ad un set cinematografico più che ad un complesso di case popolari, capace di catturare anche l’attenzione dei passanti più distratti ed attrarre orde di turisti che aspettano il loro turno per scattare una foto ricordo con sfondo multicolor, spesso ignorando l’entità del progetto. Gli appartamenti si distinguono per le diverse tonalità, una caratteristica che i veneziani possono riconoscere facilmente associando la Hundertwasser House alle case variopinte dell’isola di Burano, il concetto è il medesimo ma sviluppato in altezza. Un rincorrersi di finestre irregolari e un menabò di ceramiche di recupero volutamente diverse nelle forme, un puzzle scomposto che si rivela nell’armonia totalizzante di un incastro perfetto. Hundertwasser concepì questo progetto secondo una tecnica conosciuta come “transautomatismo”, la capacità dell’artista di attingere al suo subconscio e trasferire le sue emozioni su tela facendo dei movimenti automatici. Una sfida vinta quella dell’eclettico architetto che ha saputo tradurre in tecnica strutturale lo slancio emozionale, una progettazione che coniuga l’istinto alla razionalità ispirandosi alla natura. La Vienna sognante non vive solo nelle storie dei reali ma anche ai piani bassi della società dove ribolle una creatività capace di trasformare delle case popolari in un’opera d’arte.

Nota di viaggio

Dopo il complesso residenziale non perdete una visita al Museo Hundertwasser dove ammirare i dipinti, i disegni e i progetti architettonici di Freidrich Hundertwasser.

Immagine copertina: Hundertwasser House, Weissgerber, Vienna.

Photo credits: Elena Bittante

Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche, alla Pinacoteca del Tesoriere un viaggio nel tempo e nelle emozioni

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La Compagnia Nazionale di Danza Storica racconta il passato narrando una favola, un susseguirsi ipnotico di volteggi tra nuvole di cipria e abiti principeschi delle sue dame. Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche organizzato magistralmente da Nino Graziano Luca, ha aperto il sipario sabato 16 febbraio tra i saloni della Pinacoteca del Tesoriere nel cuore di Roma. Un atelier danzante tra i capolavori del Guercino, una grande festa con abiti del ‘700 ma non solo. Il ballo come una girandola nella storia del costume, dall’eleganza composta delle principesse rinascimentali accompagnate da prodi paladini, sino al fascino ardito delle protagoniste del charleston vegliate da lord con bombetta di un nostalgico ‘900. Un viaggio tra le epoche in punta di piedi, a ritmo di musica e all’insegna dell’eleganza innata della danza.

Un carillon appassionato che ha alternato le armonie dei valzer classici come il “Carnival Waltz” di apertura, al motivetto ironico di “The Waltzing Cat” dalle note simili a miagolii: la danza storica è un omaggio all’allegria e il segreto è quello di lasciarsi andare. Lo conferma l’Organizzatore dell’evento, Presidente Direttore artistico della Compagnia Nazionale di Danza Storica Nino Graziano Luca che sottolinea le potenzialità della danza come espressione personale e collante sociale: “Roger Garaudy diceva: “Danzare la vita”. Se superi la fase iniziale dell’imbarazzo, la danza ti consente di essere veramente te stesso. Diventa una parte fondamentale della vita se credi che questa sia fatta di naturalezza. Una sorta di magia che coinvolge tutti, anche chi non è un ballerino provetto può trasmettere gioia. L’idea di ballo deve essere condivisa a vari livelli, danzare ti consente di metterti a contatto con il bello e con l’armonia che ci circonda.” La danza storica dunque non solo fa sognare con abiti da fiaba e viaggiare tra le epoche ma è un’opportunità per far emergere le proprie consapevolezze ed entrare in empatia con gli altri partecipanti, un equilibrio che si riassume nell’armonia dei suoi passi.

Il Gran Ballo di Carnevale nasce come un excursus storico tra le epoche, quale migliore occasione per stimolare l’estro dei suoi partecipanti nell’accurata scelta dell’abito ma soprattutto raccontare in un’unica grande festa gli intenti della Compagnia che da tanti anni si ripropone di seguire un attento lavoro filologico. Come spiega il maestro Nino Graziano Luca: “Per me la danza storica riconduce a tutto ciò che è rintracciabile nei manuali dalla metà del ‘400 in poi. Un lavoro di ricerca che seguo da ormai 30 anni, un percorso documentato nei manuali scritti dai grandi maestri di ballo a partire dal primo Rinascimento. Il primo manuale che è stato rintracciato è il “De arte saltandi et choreas ducendi” di Domenico da Piacenza databile tra il 1445 – 1447. Questo manoscritto è considerato il primo manuale di “danza sociale”. Il mio desiderio è quello di riproporre le danze che sono rintracciabili nei testi, quindi dal ‘400 sino all’inizio del ‘900. La scelta segue un percorso che si attiene agli scritti ma non intende declassare le tantissime danze occitane del periodo antecedente che non sono rintracciabili nei manuali.”

Un ballo come una macchina del tempo, azionata da un repertorio che spazia nei secoli. La Compagnia, dopo un’assidua preparazione dei suoi partecipanti nelle sue scuole presenti in tutta Italia (con sede principale a Roma), ogni mese è solita organizzare degli appuntamenti danzanti ambientati nelle varie epoche senza mai tralasciare una giusta causa, coerente in tutto e per tutto alla definizione di “danza sociale”. Alcune serate rendono protagonisti anche quei ballerini che nella loro vita devono affrontare un quotidiano difficile. Che siano balli ispirati alle favole principesche di Sissi oppure ai saloni con vista sulla Neva della regale San Pietroburgo, la condivisione resta il comune denominatore negli intenti della Compagnia. Come sottolinea Nino Graziano Luca: “Alcuni balli prevedono di coinvolgere anche chi non ha mai ballato, farlo è estremamente semplice, la cosa importante è avere voglia di mettersi in gioco.” Continua il maestro: “Esiste un repertorio storico e filologico ballabile da chiunque, d’altronde la danza sociale aveva questo come obiettivo principale, mirare a creare socializzazione. Oggi io parlo di “socializzazione culturale”, all’epoca era una normale pratica: attraverso la danza riuscivi ad avere contatti”. Alle sue parole appare esaustivo il detto che si bisbigliava nei saloni dell’800: “Tre balli fanno una sposa”. Nell’epoca del 2.0 potrebbe sembrare una forma di conoscenza esuberante, eppure il ballo ripropone una socializzazione più reale della dimensione virtuale alla quale siamo spesso soggiogati.

Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche, una serata magica all’insegna della cultura che ha coinvolto davvero tutti, anche due splendide stelle nascenti del panorama cinematografico italiano, Miriam Galanti e Katia Greco. Miriam, incantevole in un abito settecentesco blu e oro, ha dichiarato: “Partecipare al Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche è una splendida opportunità, una favola ad occhi aperti. Mi sembra di tornare bambina, voglio lasciarmi trasportare dalla magia di questa location e dai suoi partecipanti, tutti con abiti bellissimi e curati sino ai minimi dettagli. Sono davvero felice di condividere la passione di tante persone che vivono questo mondo con orgoglio e desiderano condividerlo.” Anche Katia è stata attratta dal fascino settecentesco e per la serata ha scelto un bellissimo abito rosa e verde menta: “Voglio farmi travolgere dall’energia della serata e dai suoi protagonisti. Facendo l’attrice mi è capitato di studiare qualche coreografia ma è la mia prima volta in un ballo di danza storica. Un’esperienza davvero unica”.

Il Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche è stato un appuntamento con la cultura e la bellezza, un viaggio nel tempo e un gioco entusiasmante che indovina le rievocazioni di un passato che ci appartiene. La danza storica racconta con leggerezza un’intensa ricerca filologica che avvalora quella personale. Chiunque può ballare e lasciarsi andare.

Prossimi appuntamenti

23 febbraio 2019: DANZAINFIERA celebra i trent’anni di attività di Nino Graziano Luca e le Danze Storiche. Presentazione in anteprima della traduzione in inglese del libro di Nino Graziano Luca sui Gran Balli dell’800  “The Grand Balls of the 19th Century”, il quale sarà venduto nella piattaforma libri dell’Unesco. 

Fortezza da Basso, Firenze.

2 marzo 2019: Gran Ballo in Maschera, Distretto militare di Catania.

4 maggio 2019: Gran Ballo dll’800 sul Lago di Como,Teatro Sociale, Como. 

Immagini

“Gran Ballo di Carnevale tra le Epoche”, Compagnia Nazionale di Danza Storica, diretta da Nino Graziano Luca.

Sabato 16 febbraio, Pinacoteca del Tesoriere, Roma.

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