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Domenico Martinelli

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Una lettera al Direttore su un’idea di destra, liberale ma (oggi) impossibile (forse).

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Caro Direttore, 

Gentile Alessandro,

 

ormai diversi  giorni fa ho avuto la malsana idea di scrivere un post su Facebook, che aveva un solo soggetto, tante copule, ma nessun verbo. Era la mia idea, o il mio desiderio, di destra. 

Devo fare una precisazione: come sai non ho mai avuto tessere di partito. Quando le avrei volute, non ho mai fatto in tempo, perché poi il partito prescelto cambiava subito idea su qualche dossier per me importante, e quindi mi sono rassegnato. E questo è uno di quei periodi.  

Altra premessa è che ho molti amici politici. Ma quelli più intimi, quelli con cui sono più in confidenza, sono di sinistra. Anche estrema. Parlo, ovviamente, di uomini che appartengono ad una sinistra colta, disposta all’ascolto, realmente democratica e non necessariamente radical chic. Anzi, queste poche righe le dedico a loro, in questi giorni così difficili per la nostra povera, amata e disperata Repubblica (Vi prego: non lasciate che la vostra filigrana rossa si faccia corrompere dalla nerissima ignoranza di politici che si sono formati su Wikipedia, o si sono laureati solo all’università della vita: il MIUR non riconosce questi percorsi formativi) . 

In questo post, insomma, scrivevo che avrei voluto “Una destra liberale, filoatlantica, filoisraeliana, europeista. 
Una destra compìta, elegante, non volgare, non cinica. 
Una destra che sia generosa con gli italiani, corretta con gli stranieri, che possa garantire “un sogno italiano” per tutti coloro che seguano un percorso virtuoso e civile. 
Una destra laica, che non dimentichi però la nostra profonda e radicata tradizione cristiana, senza bisogno di rinnegarla, né di esaltarla misticamente. 
Una destra inflessibile con qualsiasi criminale, straniero o connazionale. Non crudele, non parziale. 
Una destra che esporti i nostri colori e non il nostro odio.”

Non lo avessi mai fatto! Sia pubblicamente, che in privato, ho ricevuto complimenti, velate minacce, qualche tentativo di confutazione. Qualcuno mi ha dato del sionista, qualcuno dell’imperialista. Qualcuno mi ha detto che non sono di destra. Qualcuno mi ha fatto scoprire che esiste addirittura un mondo di pubblicazioni, di intellettuali e di think tank di destra che non si riconosce nei partiti attualmente in auge, e nemmeno in quelli in auge un po’ di tempo fa. 

Esiste insomma chi pensa che sostenere la NATO, ospitare basi militari straniere o alleate, sia una buona cosa. Non solo per questioni di filoatlantismo ma, molto più semplicemente, perché si ritiene intellettualmente vicino ad una sorta di militarismo, buono e non becero, che ama accostare alcuni principi quali la disciplina, l’ordine, i buoni costumi e l’efficienza – tipiche del mondo militare e dell’idea americana di “military” – alle idee di coerenza, di rettitudine, di pragmatismo. E, inoltre, non nascondiamoci dietro ad un dito: la presenza di militari stranieri in Italia, per il PIL di alcuni territori, costituisce una bella iniezione di moneta (pecunia non olet). Pensate alla miriade di stranieri che vivono a Bruxelles tra NATO, UE, agenzie ed altre organizzazioni intergovernative: riuscite ad immaginare quale sia l’indotto? Affitti, infrastrutture, ristoranti, cibo, consumi di ogni genere, etc.  E, inoltre, far parte della NATO o di altre organizzazioni militari simili non può che giovare all’Italia, che si è guadagnata nel tempo una straordinaria credibilità in campo politico-militare, purtroppo quasi nulla in altri settori.

Lasciamo perdere Gladio, Stay Behind ed altre cose, molto importanti per la nostra storia, su cui in passato ci siamo soffermati. Parliamo di oggi: se non fosse stato per la NATO, le nostre Forze Armate non avrebbero probabilmente accumulato un bagaglio esperienziale di prim’ordine  che molti Stati (non solo) neogiunti nell’Allenza ci invidiano. Oggi l’Italia riesce anche a modificare la dottrina delle operazioni NATO: si pensi, per esempio, al solo stability policing con cui il nostro Paese è riuscito ad introdurre nelle missioni di pace l’impiego di forze di polizia a statuto militare che – sul modello dei nostri Carabinieri – nelle aree di crisi durante o dopo un conflitto riescano ad interporsi tra le autorità militari e quelle civili, sostituiscano o affianchino le polizie dei paesi durante o dopo la crisi, addestrino le polizie civili e militari degli Stati che dopo un conflitto  ne facciano richiesta.

Io all’imperialismo americano non credo: anzi, meglio. Ci credo fermamente, ma non credo sia possibile pensare ad un’alternativa, per il nostro Paese, se parliamo di potere militare, politica militare, missioni internazionali ed altro. L’imperialismo c’è e basta. Dagli anni ’40 siamo stati sempre “accompagnati” dalla presenza americana. Di Sigonella ce n’è stata una sola, ed era per un motivo giustissimo. Ma lì il filo- o l’anti- atlantismo non c’entravano nulla: era una questione di sovranità, dal punto di vista prettamente politico, protocollare, giudiziario. 

Israele: confesso di essere molto ignorante sull’eterna lotta tra il presunto bene ed il presunto male. La ragione sarà nel mezzo? Non so, non ho studiato abbastanza. Credo però che l’essere filoisraeliani, in qualche modo, sia una diretta derivazione del precedente corollario filoatlantico. In qualche modo le nostre radici sono giudaico-cristiane, anche per chi si professa ateo: la nostra società è impregnata di questo tipo di cultura e rifiutarla è da stupidi. In secondo luogo, Israele è un paese in continua lotta: sia essa una lotta contro un nemico militare o contro un nemico terrorista, comunque la si intenda le Forze Armate, le Forze di Polizia, i servizi segreti israeliani e la popolazione tutta vivono in perenne allerta, ed hanno sviluppato un sistema di azione e di reazione rapido ed efficace ed un sistema di intelligence tale per cui anche i bambini che passano per strada acquisiscono informazioni utili alle Autorità. Dal basso della mia ignoranza,  io mi sento filoisraeliano molto semplicemente perché il sistema “Israele” mi dà l’idea di qualcosa che funzioni. E, inoltre, credo che la destra radicale – filopalestinese – non dovrebbe lambire nemmeno lontanamente questi argomenti: sono questioni che in mano alle persone sbagliate possono diventare pericolose. 

L’Europa: altro tasto dolente. Come può dirsi pragmatico qualunque movimento politico, di destra o di sinistra, che pensi ad un’uscita dall’Europa o che voglia semplicemente fare ostruzionismo al processo di continua integrazione europea? L’Europa è tutto, è dovunque. Dovremmo amare le istituzioni europee come quelle nazionali. Dovremmo conoscerle meglio, dovremmo cercare di entrarci da veri protagonisti. Hai voglia a dire che siamo i fondatori. Noi in Europa non ci sappiamo più stare: le idee di tolleranza, di integrazione, di unità nella diversità, di cooperazione, di raggiungimento di obiettivi comuni ci hanno del tutto abbandonato. Succede a casa nostra, figurati in Europa. Gli Italiani che hanno fatto carriera nelle Istituzioni comunitarie ci sono arrivati molto spesso con le proprie gambe, senza endorsement della Farnesina, pagandosi gli studi ed i viaggi. Ho già scritto troppo sul perché in Europa, ormai, molti ridono di noi.  Un movimento di destra, che voglia bene al Paese, non può non cercare di migliorare la situazione italiana in Europa, non può non volere una maggiore affermazione della presenza e delle politiche italiane. Non si dovrebbe fare altro che cercare – aldilà di sistemare i conti e chiedere scusa ogni anno a Bruxelles – di entrare a gamba tesa nei dossier più caldi, che non sono solo economia ed immigrazione, ma anche difesa, politiche di vicinato, sicurezza interna. Un movimento di destra non dovrebbe mai girarsi dall’altra parte quando si parla d Europa, ma dovrebbe anzi andarsela proprio a cercare: più Europa vuol dire ricerca, progetti, partnership, soldi, fondi, appalti, stanziamenti. Proporre idee anti-europee è antidemocratico, antigiuridico, anacronistico. Chi afferma il contrario non capisce nulla e farebbe bene a tacere. La penso così, punto e basta. 

L’atteggiamento dei politici: ma si può vivere di slogan, di magliette colorate, di cubiste, di movimenti sguaiati? Oppure, parlando di quegli altri (non oso nemmeno nominarli), si può essere così invidiosi, antimeritocratici o, più semplicemente, cattivi? Si può essere così terribilmente, ignominiosamente, profondamente ignoranti? Può un politico sbagliare più volte i congiuntivi? Può un politico dire che le leggi devono essere vaghe? Può un politico credere alle sirene o alla terra piatta? O alle scie chimiche? Può un politico astenersi dal limare le sue espressioni dialettali più campaniliste? Può un politico non conoscere il significato di parole di uso comune? Può un politico non conoscere l’inglese nel 2020 (se non addirittura almeno un’altra lingua)?

Io la politica me la immagino “in giacca e cravatta”, e non solo (ma anche) in senso figurato, schifosamente borghese: è doveroso verso i luoghi istituzionali dove la politica si fa e verso i comuni cittadini che non godono degli stessi emolumenti e delle stesse prerogative. Un avversario politico si può contrastare anche con eleganza, con raffinatezza, con l’arte oratoria, con i periodi ipotetici e con un abbondante uso di figure retoriche, di pensiero e di parola. Oggi, un politico, specie se asseritamente di destra, dovrebbe commentare con ironia le accuse mossegli, ed argomentare con proprietà di linguaggio le sue ragioni, senza cedere a espressioni dialettali e gergali. In questo, i politici della sinistra moderata di oggi sono molto molto meglio. Inutile oggi guardare al passato. Basta solo dire che i movimenti liberali e liberal-conservatori, pur senza particolare seguito elettorale, hanno sempre goduto del riconoscimento generale quali persone di grande cultura, di chiaro spessore individuale, prima che politico. In parte, ancora oggi è così. 

Per motivi di brevità salterò un’obbligatoria riflessione sulla questione “immigrazione”, su cui mi concentrerò un’altra volta. Ma non posso non soffermarmi sulla laicità.  La laicità dello Stato è sacra. Lo dice la Costituzione, lo hanno affermato anche il Legislatore e la giurisprudenza, più volte. La religione di Stato non esiste e tutti i culti sono ammessi liberamente, fatti salvi quelli contrari al buon costume, all’ordine pubblico. Ma c’è un ma: oggi non possiamo prescindere da una profonda cultura cristiana che ha pervaso il nostro Paese da sempre. Non si può far finta che il Vaticano non ci sia stato e non ci sia e non si può negare che la nostra società sia cresciuta e progredita di pari passo con il cristianesimo cattolico. Il fatto che alcuni temi bioetici, per esempio, in Italia vengano trattati con particolare ritardo rispetto agli altri Paesi non è solo “colpa” del Vaticano: siamo un Paese a maggioranza cattolica e, pertanto è inevitabile, ovvio, e giustissimo che al dibattito culturale e politico partecipino i cattolici. Ognuno con le proprie idee, che possiamo ritenere più o meno evolute e progressiste, può e deve dire la sua e, in termini molto semplificati, la maggioranza vince. Non credo sia necessario dibattere a lungo sulla questione: in altri Paesi il problema della laicità non è nemmeno sfiorato. Ognuno fa quello che vuole, perché, semplicemente, ognuno vive liberamente la sua idea di famiglia, di fine vita, di fedeltà, di sessualità. Chi viola il rispetto dell’altrui libertà non la fa franca. Parlo di violazioni, non di semplici opinioni dissenzienti.  E parlo di votazioni, che esprimono gli esiti di un dibattito culturale. In Italia ci sono i cattolici, ed è giusto che il dibattito culturale e politico sia tutto italiano, e in considerevole parte, anche ispirato da principi cattolici: sul divorzio, l’aborto, le unioni civili, il fine vita…. il (deprecabilissimo e abominevole) fenomeno della maternità surrogata. 

Dico tutto questo nella ferma convinzione che, comunque, ciascuno deve e può essere libero di professare la fede e l’orientamento sessuale che vuole. Credo, al riguardo, che le cose importanti siano due: la coerenza ed il rispetto. Se si è coerenti con sé stessi e con gli altri, si reca prestigio anche alla propria idea di fede o alla propria (presunta) “diversità”. Se si predica bene e si razzola male, si finisce col generare incomprensioni, attacchi, defaillance o, peggio, nefandezze di ogni tipo. Se si manca di rispetto a chi è diverso da noi, si va contro ogni più sano principio di democrazia, di diritto naturale, di tolleranza e probabilmente, si contravviene alla stessa fede, che dovrebbe insegnare ad amare gli altri così come sono, mentre noi dovremmo fare di tutto per migliorarci secondo i dettami che volontariamente ci siamo autoimposti. Personalmente, io credo e sono cattolico.

Non entro nel merito di altre considerazioni spirituali, che sono solo mie: certo, come altri, spesso anche io faccio fatica a percepire un messaggio evangelico così come alcuni prelati di oggi lo trasmettono; ma la Chiesa di oggi è in continua evoluzione, e con essa la sua dottrina. E questo per me è un bene.  Quando penso alla Chiesa – tralasciando, come detto, concetti del tutto personali, religiosi, intimi – mi sento parte di una comunità, anche di quella veramente italiana e cattolica, e sento che sto contribuendo al perpetuarsi di una tradizione, propria degli italiani, che è davvero meritevole di tutela. Questo, è il mio modo di vedere le cose in questo ambito. Rispetto chi la pensa in maniera diversa, ma questo è il mio sentire. Questo intendo per laicità e la destra italiana e laica di cui parlo, secondo me dovrebbe essere così. Cattolica  – #guaiachicitocca – ma rispettosa delle altre fedi.  

Mi fermo qui, per oggi, ma credo di aver messo un bel po’ di carne al fuoco per un importante dibattito culturale.

Nelle more di un mio prossimo intervento, che chissà quando riuscirò a scrivere, lancio un sfida su  questo giornale, che viene letto da chi non la pensa come me, ma anche da chi la pensa come me, anche se non su tutto. 

Posto che una destra così come l’ho disegnata è verosimilmente impossibile, e posto che – comunque – bisogna tendere sempre a migliorare sé stessi e le proprie idee – non sarebbe realmente l’ora di scrivere un manifesto (non dico politico, ma almeno culturale) per una vera destra moderna e liberal-conservatrice? Una destra che non urli? Una destra in giacca e cravatta? Borghese, europeista, filoatlantica, laica e filoistraeliana? 

Una destra che esporti i nostri colori e non il nostro odio? Pensiamoci. 

 

Domenico Martinelli

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Il Centro Studi Roma 3000 si rinnova e cambia sede.

in CULTURA/PROMO/Senza categoria by

Il Centro Studi Socio Economici Roma 3000, delle cui attività abbiamo parlato varie volte, ha cambiato sede, trasferendosi a Roma, in via Isidoro del Lungo n. 71b.

La nuova sede – dotata di impianti wi-fi e di amplificazione – risponde alle sempre crescenti esigenze che negli ultimi anni hanno coinvolto il Centro, impegnato nella realizzazione di corsi per operatori civili in aree di crisi, eventi culturali, tirocini universitari e stage formativi.

Inoltre la sede sarà il luogo attorno al quale ruoteranno tutte le attività connesse alla European Safety Academy ed a questa rivista, European Affairs Magazine, che è edita dallo stesso Centro e è diretta dal suo presidente, il giornalista Alessandro Conte.

La nuova collocazione, che è strutturata secondo moduli varabili in base alle attività da realizzare, consentirà di aprire le porte di Roma3000 alle sue attività formative istituzionali, ma anche ad ulteriori eventi culturali quali workshop, presentazioni di libri e seminari di vario tipo.

La sede, infatti, è stata pensata per realizzare corsi e seminari che ospitino fino a 30 persone, mentre la configurazione “da workshop” prevede la possibilità di ospitare dalle 12 alle 24 persone.

Nella configurazione “studio/coworking“, ci sarà invece la possibilità di suddividere i frequentatori in gruppi, attorno ad un tavolo da 8 ed altri tavoli da 2.

Ma la nuova location consentirà anche di realizzare riunioni ristrette per l’associazione e per i soci, allestendo la sala con postazioni fino a 14 persone.  

Anche l’aspetto tecnologico non è stato trascurato: il Centro, infatti, ha investito nell’acquisto di nuovi apparati audio/video, che consentiranno la proiezione e la ripresa di filmati, permettendo anche il lavoro in teleconferenza attraverso applicazioni VoIp o tramite i social network.

Il calendario di attività che impegneranno la nuova sede è già fitto ed è progressivamente in via di definizione. Verosimilmente il Centro ospiterà la presentazione di un libro già nel mese di giugno, e già diversi esperti del settore, ed anche qualche autorità, hanno assicurato la propria presenza per l’evento formale di inaugurazione dei locali.

L’aria nuova conferita dalla nuova sede, consente di presagire che il Centro affronterà sempre nuove e più importanti sfide, nel mondo della cultura della sicurezza, della geopolitica e delle più attuali tematiche sociali.

 

Il minore vittima di reato. A Napoli importante convegno organizzato dall’associazione Demetra e dall’Ordine degli Avvocati.

in CRONACA/CULTURA/POLITICA/SICUREZZA by

NAPOLI: – Si terrà alle ore 13.00 di domani, 23 gennaio 2019, presso il Tribunale di Napoli, nell’aula “Girardi”, un interessante convegno organizzato dall’Associazione Demetra, con il consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli.

L’argomento trattato è particolarmente sensibile ed attuale: “il minore vittima di reato”.

Si tratta di un tema che produce da sempre ripercussioni su più livelli, non solo giuridici, ma anche sociali e, ovviamente, politici, in virtù della delicatezza dell’argomento e della preoccupazione che normalmente destano i reati perpetrati nei confronti dei minori.

A prescindere dal titolo, il convegno toccherà i temi della devianza giovanile e della figura del minore nel processo penale, sia come vittima che come autore del reato, ma anche come testimone, affiancando ad insegnamenti di natura psicologica, sociologica e criminologica, considerazioni e riflessioni di taglio giuridico.

I minori sono soggetti deboli e particolarmente esposti, specialmente quando i reati di cui sono vittime vengono perpetrati via internet: strumento sempre più utilizzato e al quale i cosiddetti “digital born”, ossia nati in un’epoca di notevole sviluppo del mondo digitale, sono connessi 24 ore su 24.

Iniziando dallo studio del comportamento deviante nell’età evolutiva, di cui parlerà la psicologa Maria Esposito, e del disagio del bambino, che sarà tratteggiato dalla dottoressa Roberta Saraco, il convegno si occuperà anche delle figure che circondano e affiancano il minore nelle delicate vicende penali che lo possono coinvolgere, anche in qualità di testimone.

Del ruolo del minore in qualità di testimone parlerà l’avvocato e criminologo Mariarosaria Baldascino, presidente di Demetra, l’associazione che ha fortemente voluto questo evento. L’avvocato Gianni Dell’Aiuto, esperto di privacy e cybercrime, si occuperà delle problematiche connesse alla rete e ai reati informatici, che vedono i minori vittime inconsapevoli e autori incoscienti, con un intervento focalizzato sulla prevenzione e gli interventi applicabili al tema “il minore ed il reato informatico”.

La domanda se sia opportuno abbassare l’età per la punibilità dei minori a dodici anni (oggi è a quattordici), sarà una costante dell’evento e un pungolo anche per il legislatore.

Sono previsti interventi anche del dottor Fabio Delicato, che tratterà delle modalità di espressione del disagio da parte del bambino, e dell’avvocato Davide Dura, che disquisirà sulla facies giuridica dei reati violenti nei confronti delle vittime minori.

Un tema importante e, purtroppo, di costante attualità. Un’iniziativa encomiabile che poterà alla luce la necessità di fare rete, di condividere professionalità e saperi, di coinvolgere, in sintesi, tutti gli attori ed i protagonisti del sociale e del mondo giudiziario, per tutelare i minori e le   fasce deboli.

La locandina con l’agenda dell’evento
Domenico Martinelli
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