Morris Gola, Plexiglas. Un bell’assaggio Di rap intelligente e orecchiabile

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Molti rapper si proclamano sensibili ed impegnati, ma per esserlo veramente è necessario un impegno per pochi. Morris Gola, anche detto CineCity Morris, è uno di quelli che ci riescono per davvero. Un rapper di periferia, romano de Roma, che sa cosa dire e come dirlo. Non ci sono presunzione né fasto nella sua persona artistica: anzi, il simbolo stesso dell’artista è il suo furgone,  con il quale viaggia dentro e fuori Roma, su e giù per la natia Cinecittà. 

Morris Gola è una persona che conosce il mondo, da vicino, in tutte le sue sfumature più terrificanti  e meno graziose. E quelle immagini tracimano a loro volta nel suo rap, con un flow frenetico e senza alcun pelo sulla lingua a frenarlo. Trasparente come il titolo della sua nuova canzone, Plexiglas, rilasciata il 18 settembre. Una canzone socialmente rilevante, una fotografia nuda e cruda del mondo di Roma, dell’Italia e delle problematiche che in essa risiedono. Ma non solo, anche al di fuori: si parla di razzismo, di pregiudizio, e di vittime sociali. 

La particolarità più interessante di Plexiglas, tuttavia, rimane il sound che vi è dietro. “. Se ti aspetti la solita cantilena, skippa,” dichiara Morris Gola sul tema. “Siamo riusciti ad unire un sound fresco e originale a contenuti conscious, di spessore”. Una combinazione paradossale: più vivace è il sound della base strumentale, che veste le sue influenze sulla manica, più forte emerge il messaggio che l’autore desidera mandare. Un utilizzo del sound funk anni settanta e ottanta – influenza dichiarata a Rapburger in un’intervista – che compiacerebbe le icone dalle quali ha preso ispirazione, come i Kool & The Gang, da poco reduci della perdita del loro membro fondatore Ronald Bell. 

Ma anche influenze moderne. Primo fra tutti Kendrick Lamar, il cui To Pimp A Butterfly è ormai eternamente inciso nel corso della storia. L’album, acclamato dalla critica e considerato quasi unanimemente il migliore del 2015, si era fatto notare in una scena mainstream sempre più superficiale e materialista con un album duro, realistico, pieno di punti di vista forti sulle questioni sociali. La questione razziale, l’incontro culturale, l’ascesa del movimento Black Lives Matter e la grande battaglia che porta avanti – ma anche fede, malattia mentale, il prezzo della fama e del materialismo. Un intero carattere che emerge dalla musica, ed è proprio quell’illustre percorso che 

emerge in Plexiglas. Un’influenza nuova, di fianco a quelle classiche fieramente ostentate da Morris Gola. Che si tratti dell’America di cinque anni fa o della Roma di oggi, la voce dell’MC rimane onesta e sicura di sé, e il plexiglas del titolo si fa metafora di una separazione psicologica quanto fisica – legata inestricabilmente all’emergenza di COVID-19 e al distanziamento sociale. E con esso alle contraddizioni e alle ipocrisie moderne emerse durante la situazione. Siamo davvero diventati “migliori”? Morris Gola non è convinto, e gli basta guardare una televisione per capire come mai: poiché i media, anziché essere i Sansone contro i Golia sociali, “gli fanno i grattini”. 

Ma una pungente citazione biblica non è l’unica chicca presente in Plexiglas, una traccia che mette in mostra un talento completo. Un rap che torna alle radici, che impara ancora una volta a usare la sua voce per delle cause degne di nota. E anche la storia della Roma di oggi, con i suoi impacci e le sue paure, diventa affascinante se raccontata da Morris Gola.

Di flaminia Zacchilli

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