L’incredibile storia di uno sfratto italiano

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Da 32 anni è in attesa di rientrare in possesso di casa sua.Una causa infinita che dura ormai da più di trent’ anni. Una casa di proprietà al centro di Roma, ostaggio della burocrazia ministeriale che ne blocca il rientro in possesso da parte del legittimo proprietario

Il prossimo 13 novembre il Tar del Lazio discuterà nel merito la vicenda che ha dell’incredibile da dove emerge che non sempre la  è uguale per tutti.

Si tratta di uno degli sfratti più lunghi della storia italiana ed ha come protagonista un appartamento al piano terra di un immobile in via Margutta 54. Nel 1970 la  proprietà venne affittata ad uno scultore di nome Assen Peikov, per la cifra di centomila lire al mese.  Nel 1984 Giuseppe Di Pietro l’ attuale proprietario,  che ha depositato attraverso i suoi legali un ricorso al tribunale amministrativo regionale,acquista questo stabile che era stato adibito dall’artista bulgaro ad  uno studio d’arte, dove l’ uomo vi  trascorreva le sue giornate disegnando e scolpendo le sue opere.

A firma dell’ ex ministro dei beni culturali ed ambientali  Ferdinando  Facchiano, nel  1989 vnne firmato un documento che vincolava l’ immobile a   “bene tutelato e sottoposto ai vincoli previsti dalla legge 1 giugno 1939 numero 1089”, dopo che alcuni ispettori ministerialli  mandati a Via Margutta redassero una relazione che specificava che quello che era rimasto dei lavori di Assen Peikov era “degno di essere tutelato”.

Nel frattempo lo scultore muore e il locale resta al figlio Rodolfo. Dopo qualche mese scade il contratto di locazione e  Giuseppe Di Pietro sperava di poter riacquistare l’uso e quindi la proprietà reale della sua casa. Anche il figlio non dell’ artista defunto non molla. Il proprietario decide di ricorrere alla magistratura e la prima udienza viene fissata per il 23 dicembre 1986.

Il  20 gennaio 1987 il pretore di Roma dichiara “finito” il contratto di locazione e intima al figlio di Assen Peikov , di lasciare libera la casa di Via Margutta entro e non oltre il 30 novembre di quello stesso anno.

Oggi, a distanza di 32 anni trascorsi da un’ aula di giustizia alla altra, di decine e decine di cause e centinaia di migliaia d’ euro spesi tra avvocati e marche da bollo e periti ancora spera di poter rientrare a casa sua. L’ ultima speranza è affidata alla decisione dei giudici del Tar.

Sono sfiduciato e stanco – ha commentato il Giuseppe Di Pietro, proprietario dei locali – se  da una parte in tutti questi anni la magistratura  riconosciuto mia piena  titolarità, dall’altra parte, i burocrati del ministero dei Beni Culturali hanno di fatto bloccato questo mio diritto con una motivazione che riconosce al vecchio studio d’ arte il titolo di  “officina artigianale” quindi uno status giuridico di bene artistico da salvaguardare, e come tale “inviolabile”.

“Senza voler nulla togliere al povero  Peikov ma non si tratta di opere Michelangelo o Raffaello. Quei bassorilievi non è mai stati considerati opere d’ arte  da nessuno al mondo. Mi sono rivolto a tutti i ministri dei Beni Culturali che si sono succeduti in questo trentennio da Sandro Bondi a Giancarlo Galan, da Lorenzo Ornaghi a Massimo Bray fino a Dario Franceschini e all’ultimo ministro Grillino Alberto Bonisoli. Non mi arrendo,  ho scritto anche al presidente della Repubblica  Sergio Mattarella per far valere il mio sacrosanto diritto a riavere casa mia” – ha concluso Di Pietro.

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