C’era una volta il giocattolo

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A Roma chiude Il Birillo. Un negozio come di quelli di una volta, il negozio di giocattoli, come quelli con cui si giocava una volta, dove i ragazzi delle generazioni a cavallo di due millenni si sono alternati per comprare quei fantastici compagni di viaggio con cui hanno sognato, costruito castelli, inventato storie. I giocattoli. Chiude non perché oggi si giochi online, tutti connessi, ognuno a casa propria. Chiude perché il titolare ci ha lasciati, portando avanti fino all’ultimo soffio di vita la sua impresa di mantenere vivi i giocattoli.

Un tempo il negozio era anche il riferimento per i regali di Natale e puntualmente ogni anno Il Birillo metteva a disposizione di bambini e adulti la cassetta per imbucare le letterine a cui affidavano i propri desideri più forti. Da Birillo si poteva trovare di tutto, dalle ultime novità ai giocattoli intramontabili, dai peluche ai bambolotti, zaini, costumi di carnevale, cancelleria, puzzle, giochi da tavolo, trenini, palline, biglie, oggettistica.

Con Il Birillo si chiudono le saracinesche di un’epoca dove l’avvento di internet ha cambiato anche il modo di giocare e di essere bambini e ragazzi, oggi dal touch facile e dal joystick sempre in mano, diventati essi stessi prodotti inconsapevoli di un’industria 4.0. Incollati ai monitor di una consolle, di un pc, di un tablet o di un cellulare, i bambini e i ragazzi del XXI secolo si ritrovano catapultati in una relazione virtuale con altri distanti e spesso sconosciuti giocatori connessi online.

Come osserva Piero Angela in “Viaggi nella scienza” (1982):

È facile capire quanto sia importante la scelta dei giocattoli: spesso i genitori scelgono giocattoli belli, ma solo contemplativi, o passivi. Dopo un po’ il bambino si annoia. Oggi esistono molti giocattoli educativi che tengono conto di queste esigenze creative del bambino, ma c’è ancora parecchio spazio per migliorarli e inventarne di nuovi. Sarebbe anzi augurabile che pedagogisti, inventori, artisti, scienziati, si dedicassero a questo importantissimo compito: quello cioè di trovare gli attrezzi più adatti per favorire lo sviluppo del cervello proprio nel periodo più sensibile“.

La quarta rivoluzione industriale ha portato nel giro di un brevissimo tempo un cambiamento radicale al quale non eravamo preparati e che tuttora non sappiamo gestire. Piuttosto sembra che sia il cambiamento a gestire noi, le nostre abitudini, il modo di crescere in questa nuova era. La storia ci ricorda come sin dall’antichità esistono giochi immortali, raffigurati nei reperti archeologici, dalla corda all’aquilone, dall’altalena a giochi frutto essi stessi della fantasia. Se il primo legame con il mondo è il gioco, la fantasia e l’apprendimento sono due binomi imprescindibili del giocattolo, la cui evoluzione delinea l’evoluzione stessa della società.

È con l’avvento dell’Illuminismo, nel XVIII secolo che il giocattolo assume una funzione anche pedagogica, di conoscenza. Il progresso scientifico e successivamente quello tecnologico hanno influito sulla sua evoluzione, fino ad arrivare ai giorni d’oggi all’offerta digitale e a un nuovo modo di giocare e di relazioni nel gioco.

A far riflettere su come siano cambiate le relazioni e su come è possibile tornare a mettere al centro i rapporti umani prima di quelli virtuali è l’educatore scrittore Giovanni Tommasini che commenta così il mondo di oggi:

“Il soffio di vita che ha cancellato il negozio Birillo appare anch’esso in via di estinzione, se lo consideriamo alla stregua della “scintilla Divina” a cui gli Egiziani si riferivano per descrivere ciò che più anima la vita degli esseri umani.

Il significato proprio del termine negozio, ovvero non ozio, può essere un riferimento importante per sottolineare ciò che è stato il ribaltamento della nostra realtà quotidiana nel passaggio dalla vita off line a quella 4.0 perennemente online. Solo fino a pochi decenni fa, ogni attività era possibile solamente mettendosi in moto, tradendo la passività, passando dal sogno alla realtà. Si viveva una sana alternanza nel dispiegamento tra il pensiero di fare un acquisto e il momento della sua realizzazione.

Le coordinate spazio temporali erano un ancoraggio al quale la nostra memoria arcaica si affidava per vivere uno iato esistenziale che si articolava nel tempo. Era naturale, dato per scontato, vivere una attesa, scegliere il giocattolo in relazione all’amico con cui condividerlo. Niente si poteva immaginare se non in rapporto con un Altro in carne e ossa e con un nome e cognome. Lo stesso negoziante, ultimo essere relazionale da incontrare nel passaggio tra il desiderabile e il possibile, si sentiva inserito in questo percorso fatto di tutta una serie di relazioni che avrebbero portato il cliente affezionato a fargli visita, per realizzare assieme a lui la trasformazione del sogno in realtà.

La chiusura di Birillo indica un fatto inequivocabile. Nulla è più come prima. Sotto Natale la palla per raggiungerlo veniva tirata scrivendo la lettera dei giocattoli desiderati per fare il lancio e lo strike, imbucandola nella cassetta messa a disposizione per l’occasione. Accoglienza, Attenzione e Ascolto. Queste tre posizioni esistenziali sono tutte raccolte in questa storia fatta di racconti, relazioni, valutazioni, riflessioni, pensieri, su cosa andare a comprare da Birillo per uscire dal negozio con il sorriso di chi sa che la vita non sarà mai così bella come in quell’istante, nel momento in cui l’attesa si è trasformata in realtà. Gesti antichi, vita vissuta in relazione con l’Altro, la cui assenza creava il desiderio di realizzarne la presenza.

Il giocattolo una buona occasione per stare insieme, per far finta di essere già grandi. Oggi pare che tutto ciò sia scomparso nel contatto di un dito con lo schermo di un device. Un dispositivo. Basta un touch e il gioco è fatto. Basta uno smile e tutto è già risolto. Alla ricchezza portata dall’esperienza iniziata dalla prima timida richiesta ai genitori di un futuro regalo, a tutto ciò che da quel momento in poi si viveva fino all’agognato acquisto, ora si è sostituito l’invio tramite WhatsApp di un link per l’acquisto sullo smartphone del genitore. Al posto dell’intensità di un sorriso, di uno sguardo, di un grazie, di un abbraccio, oggi c’è un pollice verso, una faccina con gli occhi a forma di cuore. Tutto ciò che dà i colori a una relazione, il cosiddetto non verbale, è ridotto a un misero smile.

Dove troveremo più una palla e un birillo da colpire? Come faremo a tenere in vita quella scintilla divina che ci portava a credere che da Birillo avremmo realizzato i nostri sogni più belli? Attaccati alla consolle, a giocare con un Altro in rete come Noi, il gioco cambia, non è più gioco. Esseri relazionali senza più un Altro con cui uscire per andare da Birillo a imbucare i nostri desideri.

Per la prima volta nella storia in pochissimi anni una rivoluzione tecnologica ha ribaltato ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Noi figli degli anni ‘80, ultima generazione nata e cresciuta off-line, cosa possiamo fare per riconnettere i nostri figli alla vita, a se stessi e all’Altro? Solo vivendo con loro questo periodo storico, sentendo, riflettendo e restituendo la pericolosità di questa deriva potremmo riportare i nostri figli a scrivere una lettera per cercare una palla e un birillo da colpire. Sentire e Capire. E abbracciare i nostri figli. Per farli tornare a casa con il più bel regalo possibile. Lo sguardo, la voce, il sorriso dell’Altro che non troveranno mai a portata di touch”.

La chiusura di Birillo e lo sviluppo dei giochi online ci riporta alla riflessione di Charles Baudelaire (Morale del giocattolo, su le Monde littéraire, 1853): “I giocattoli diventano gli attori della vita immaginaria cui i bambini danno vita nel giocare grazie alla propria fervida immaginazione”. Osserva Alberto Manguel in “Una stanza piena di giocattoli, 2012): “I giocattoli sono il nostro tentativo di comprendere il mondo” e non possiamo che concordare con quanto afferma Alessandro Morandotti (Minime, 1979/80): “Da piccoli abbiamo i giocattoli. Da grandi, i sentimenti”. Nulla è come prima, ma ciò che sarà dipende sempre da noi.

Cinzia Tocci

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