La cultura che (non) ti aspetti

Radicalismo ambientalista

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Da alcuni anni spopola ormai una corrente di pensiero che, entrando nel pensiero mainstream, ha perso la vivacità e l’interesse che forse in origine possedeva: parliamo dell’ambientalismo.

I seguaci di questa “religione” secolarizzata, infatti, sono ormai chiusi a qualsivoglia discussione nel merito, e non c’è modo di questionare i loro dogmi, a meno di non volersi sentire insultare e gridare contro.

Ma una domanda va fatta: chi è contro l’ambiente? Sì, perché come spesso accade ultimamente, le battaglie ideologiche vengono portate su piani sempre più astratti, come se da una parte esistessero i buoni che annaffiano i prati e dall’altra i cattivi che uccidono le balene.

È evidente, invece, che di “contrario” all’ambiente non può esserci nessuno, e semmai può essere dannoso per l’ecosistema un determinato sistema produttivo: ecco che Papa Francesco, nell’enciclica “Laudato si’” del 2015, sembra avvicinarsi all’epicentro del problema più di tanti sostenitori di greenpeace.

Tuttavia, pare evidente ad una prima lettura come il Pontefice, individuato il fulcro, non tiri tuttavia le adeguate conclusioni: il documento, infatti, si conclude con una banale invettiva contro il capitalismo occidentale, tralasciando qualsiasi riferimento al blocco orientale, in particolare alla Cina, la cui esponenziale crescita economica dice un inquinamento evidentemente sempre maggiore.

E così, sebbene seguendo un’altra strada, anche il capo della Santa Romana Chiesa ricade nell’ortodossia ambientalista: egli infatti conclude non discutendo nel merito di possibili soluzioni adottabili nel qui ed ora (se non il mettere una felpa al posto di accendere i riscaldamenti, citazione quasi testuale), ma minacciando conseguenze incalcolabili se non verrà fatto qualcosa che, siamo sinceri, non si capisce bene in che cosa consista.

Tuttavia, a fine giugno è accaduto un qualcosa di molto curioso, che, non a caso, non ha passato il vaglio dei “professionisti dell’informazione”: Michael Shellenberger, un ambientalista convinto, ha scritto una lettera-articolo intitolata “Sorry, but I cried wolf on climate change”, che tradotto (da noi, perché non a caso l’articolo non è tradotto in italiano) suonerebbe “Scusate, ma ho gridato al lupo riguardo al cambiamento climatico”.

L’articolo è lungo, e in alcuni punti anche difficile da comprendere per chi, come noi, è un profano dell’argomento: in sostanza l’autore, che nello stesso giugno 2020 ha pubblicato un libro, “Apocalypse Never”, sulla falsariga degli argomenti toccati nella lettera, spiega che negli ultimi trenta anni gli ambientalisti hanno minacciato una fine del mondo che sarebbe stata provocata dall’uomo nel caso in cui non avesse cambiato il suo stile di vita. Ebbene, egli offre alcuni dati per spiegare che ciò non accadrà, o, comunque, non accadrà a causa dell’uomo.

Shellenberger spiega che, ad esempio, dal 2003 gli incendi nel mondo sono diminuiti del 25%, e che le emissioni di carbone stanno decrescendo in tutti i paesi più ricchi dal 1970. Come fonti delle sue affermazioni, tra l’altro, cita soggetti autorevolissimi, come la FAO (Food and Agriculture Organisation of the United Nations), e l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Quindi, egli spiega i motivi per i quali non avrebbe parlato di nulla finora: la paura di perdere amici e finanziamenti per la ricerca.

La critica dell’ambientalismo più becero, ovviamente, non deve passare come l’invito ad inquinare o a disinteressarsi di tutto ciò che concerne la natura, viceversa: è proprio l’ambientalismo più stupido a fregarsene del cosmo, nel momento in cui minaccia l’estinzione della razza umana.

Possiamo dire che, kantianamente, quello ambientalista è un imperativo ipotetico: se rispetti la natura, non ti estinguerai (e viceversa), mentre secondo noi l’imperativo deve essere categorico: tu devi rispettare la natura, senza condizioni e senza motivi di tornaconto personale, ma per semplice rispetto nei confronti della stessa.

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