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Mia Martini: una vita di violenze

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Irina, Larisa, Barbara, Bruna, Pamela, Rossella, Irma, Lorena, Gina, Viviana e Alessandra.

Tutte donne uccise durante questi due mesi di quarantena. Il vero nemico dal quale sarebbero dovute fuggire era proprio in casa. Ebbene si, parliamo di femminicidio… così chiamato, non per sminuire i cosiddetti “maschicidi”, ma perché purtroppo in Italia negli ultimi 4 anni si contano (secondo l’istat) ben 600 donne uccise dal proprio marito, fidanzato, figlio, amante.

Il termine femminicidio, infatti, deriva dagli anni ‘90 e veniva utilizzato per qualificare gli omicidi basati sul genere, che, per l’appunto, vedevano come vittima la donna “in quanto donna”.
I dati statistici rivelano che sono più gli uomini ad essere uccisi rispetto alle donne, ma per motivazioni ben diverse dalla gelosia e dalla possessività…non a caso, a prescindere dalla vittima, gli uomini si ritrovano tra gli autori nel 98% dei casi.

Ovviamente non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio, non esistono solo brave donne e uomini meschini.
Basti pensare al tragico evento accaduto a Milano lo scorso 4 Gennaio: una donna di 43 anni ha gettato dell’acido sul volto di un ragazzo 28enne. Gesto scaturito dall’ossessione per il giovane.

Infatti, tutto questo discorso, non è un discorso sessista, ma è stato fatto per renderci conto di quanti uomini si approfittino della loro autorità e della debolezza di molte donne per sottrarre loro la dignità e soprattutto per sottolineare come queste notizie, che fino a qualche mese fa facevano scalpore, comparendo sui giornali, ai tg e nei vari programmi televisivi, adesso siano messe in secondo piano a causa delle diverse priorità dell’informazione di massa.

Le violenze possono essere fisiche, ma anche psicologiche. Le funzioni psichiche variano da persona a persona, determinandone la personalità e di conseguenza il comportamento di adattamento, ovvero il modo di reagire/ interagire con l’ambiente circostante.

La violenza psicologica è veramente una forma subdola di maltrattamento, in quanto silenziosa ed invisibile, che porta a conseguenze devastanti.
Ci sono stati molti casi di suicidio riconducibili ad una forte depressione causata da violenza psicologica.
In particolar modo, oggi, ci piacerebbe parlare di un’artista calabrese scomparsa nel 1995, considerata una delle più belle voci della musica leggera italiana… Domenica Rita Adriana Bertè, meglio conosciuta come Mia Martini.

La cantante è stata per molto tempo vittima di violenza psicologica da parte del padre, degli amanti, dei colleghi di lavoro e dei cosiddetti amici, in particolar modo Gianni Boncompagni, che arrivarono perfino a definirla “porta jella”.
Non veniva più invitata a trasmissioni televisive e radiofoniche e addirittura la gente, ci tengo a precisare ignorante, si rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrebbe dovuto esserci anche lei.

La sua vita era diventata impossibile.
Proprio per questo Mimì decise di ritirarsi dalle scene. Purtroppo, queste violenze psicologiche erano ancor più marcate nella vita privata. La cantante aveva intrapreso una relazione con Ivano Fossati, il quale, secondo voci, aveva tentato più volte di distruggerle la carriera, a causa della gelosia nei confronti dei dirigenti, dei musicisti, di tutti.

La cantante era molto combattuta, perché lo amava, ma allo stesso tempo non riusciva a lasciare il suo mondo, il mondo della musica…e così utilizzava come alibi i debiti che avevano accumulato per non abbandonare il suo sogno.La scelta divenne necessaria quando l’amante si oppose violentemente ad una collaborazione con Pino Daniele…una collaborazione alla quale Mimì teneva molto.

Oltre ad essere provata dalla fine della sua storia d’amore, ad accrescere il suo malumore vi era il brutto rapporto con il padre che era, secondo quanto riportato dalle sorelle Bertè, un uomo violento.
Nel 1989 si rimise in gioco, partecipando al festival di Sanremo, con “almeno tu nell’universo”, canzone con la quale vinse il premio della critica.

Mia Martini decise di incidere un nuovo LP, contenente uno dei primi brani esplicitamente incentrati sulla tematica della violenza fisica e psicologica sulle donne. A scrivere questo pezzo, intitolato “Donna”, fu Enzo Gragnaniello, che, due anni prima, si lasciò commuovere da un’esibizione di Mia, durante il suo periodo più buio.

Purtroppo, nonostante il periodo splendente, il 14 Maggio 1995, Mimì fu ritrovata morta nel suo nuovo appartamento, nel quale si era trasferita un mese prima per stare più vicina al padre, con il quale si era riconciliata.

Il referto dell’autopsia indicò come causa della morte un arresto cardiaco da overdose di stupefacenti e l’inchiesta sul decesso fu archiviata in tempi brevi.
Le seguenti ipotesi sul suicidio della cantante furono smentite più volte dalle sorelle.

Addirittura Loredana Bertè, anni dopo, gettò pesanti ombre sul ruolo del padre nella vicenda, affermando di aver visto la salma della sorella ricoperta di lividi e sostenendo che il corpo fosse stato cremato troppo in fretta.

La sorella Olivia, però, ridimensionò le affermazioni di Loredana: di conseguenza, non sapremo mai tutta la verità sull’accaduto.

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