La cultura che (non) ti aspetti

La violenza dei nonviolenti

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Più di un mese è ormai passato dal 25 maggio 2020, data nella quale un poliziotto criminale, Derek Chauvin, ha tolto la vita a George Floyd. Tempo che ha consentito, come è giusto che sia, di riflettere sulle circostanze della sua morte, e condannare l’assassino che ha commesso l’atrocità.

Ma noi crediamo che sia giusto anche andare oltre, superando, come al solito, la narrazione mainstream, che ci sta presentando le manifestazioni di questi giorni come pacifiche espressioni (quando evidentemente pacifiche non sono affatto) di dissenso nei confronti dei “cattivi”.

Posto che non siamo noi a condannare la violenza delle manifestazioni (almeno in Europa, i sistemi vigenti, dal ‘600 con la I Rivoluzione Inglese in poi, non sono mai stati sovvertiti con preghiere o gessetti colorati, ma spesso con la violenza), e tralasciando la ovvia ed evidente ipocrisia di chi condanna alcuni assembramenti, chiudendo un occhio sugli altri – vedi in Italia con le manifestazioni del 25 aprile e quelle che di continuo si svolgono sotto Chigi o Montecitorio – vorremmo sottolineare un aspetto altrettanto contraddittorio, ma che sfugge ovviamente alla narrazione tradizionale. L’identificazione progressiva col nemico, da parte di chi combatte.

Sì, perché se da una parte i manifestanti dichiarano di lottare contro la violenza verso i neri, e dunque di protestare contro un sistema razzista e violento, gli stessi non stanno facendo altro che perpetrare ulteriore violenza contro chi colpe non ne ha (vedi la violenza culturale, che ha portato alla distruzione di numerose statue e all’imbrattamento di alcuni monumenti). Ma come è possibile protestare contro la violenza del sistema, venendo al contempo inglobato dallo stesso paradigma di violenza?

Adorno ed Horkheimer, nella Dialettica dell’Illuminismo, ci spiegano come visioni opposte possano arrivare ad identificarsi: essi riflettono in particolare sul rapporto tra mito (basato sulla subordinazione dell’uomo alle divinità e alla natura) e illuminismo (per il quale invece l’individuo è libero ed indipendente). L’argomentazione è molto lunga, ma una delle cause per le quali gli antipodi arrivano ad identificarsi sarebbe da ricercare in un uso limitato della ragione, che essi chiamano uso strumentale, opponendolo all’uso critico.

Quest’ultimo, infatti, consente all’individuo non solo di ritrovare i mezzi adeguati al raggiungimento dei propri scopi, ma anche di sentire veramente propri quegli scopi, valutandoli ed analizzandoli senza assumerli meccanicamente; la ragione strumentale, viceversa, si limita a “ricevere” passivamente lo scopo, per il quale però essa si spinge a lottare con ogni mezzo: in questo modo l’illuminismo ridiventa mito, poiché questa mentalità ci porta ad essere servitori del progresso, e non più persone che si servono di esso per raggiungere la felicità.

Il parallelismo è lampante: in queste manifestazioni si assolutizza lo scopo (manifestare contro il razzismo), cercando di raggiungerlo con tutti i mezzi, anche simili a quelli usati da chi si combatte. Ed ecco che allora, paradossalmente, chi protesta contro l’odio per il diverso ri-propone lo stesso atteggiamento di odio e censura: Via col vento viene rimosso dal catalogo streaming di hbo perché razzista, e lo stesso Cristoforo Colombo diventa uno sporco xenofobo, la cui statua va imbrattata di rosso per dannarne la memoria, scordando che giudicare la storia con gli occhi della contemporaneità è quanto di più chiuso ed ottuso mentalmente possa esistere.

Vogliamo veramente dare vita ad una controcultura, che funga da alternativa vera al sistema bifronte della politica? Bene, ma facciamolo in maniera autonoma, tenendo saldo il fine della nostra battaglia: vogliamo combattere il razzismo? Perfetto. Combattiamo chi odia il diverso, senza scordarci mai, però, quale sia il nostro obiettivo. Solo così potremo rimanere saldi nella lotta, e si potrà evitare di essere strumentalizzati da chi sfrutta il malcontento solo per attrarre consensi.

Altrimenti, portare avanti battaglie anche giuste, ma senza attività critica, ci porta a rinchiuderci nel paradossale mito dell’illuminismo: ci pensiamo padroni, ma siamo solo pedine.

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