La cultura che (non) ti aspetti

Lo strano caso USA

in ATTUALITA' by

Tutti in questi giorni abbiamo letto, visto e sentito cosa è successo e cosa sta accadendo negli Stati Uniti, dove le rivolte sociali sono all’ordine del giorno e dove è ormai in corso una vera e propria guerra civile, conseguente all’uccisione di George Floyd ad opera della polizia.

Adesso, però, vorremmo aprire bene gli occhi e puntarli verso una prospettiva diversa, che si distacca dalle immagini in vetrina propinanate quotidianamente dagli autoeletti “professionisti dell’informazione”.
Ebbene, crediamo che un punto focale passato inosservato durante questo tragico e infame episodio di cui sopra, sia proprio il ruolo umano e solidale della società: ruolo che, in quegli attimi di tensione in cui quel povero ragazzo veniva ammanettato e sovrastato dalla gamba del poliziotto, è venuto inspiegabilmente meno, a causa, sicuramente, in parte, dalla paura (legittima) di incombere nella stessa situazione del malcapitato, ma forse anche di un rapporto di forza che nel subconscio di molti alberga da diverso tempo: la predominanza dell’astratto sensazionalismo social all’emotiva e genuina azione, concreta, reale.

E dunque, crediamo che oggi, 16 giugno 2020, la linea di demarcazione tra le due motivazioni sia, ahinoi, sottilissima.
Aver visto quel video incentrato su quella terribile scena ha sconvolto ognuno di noi, ma provate ad immaginare se quelle riprese fossero state fatte da un’angolazione più generale, a 360 gradi: avremmo avuto davanti ai nostri occhi diverse persone che con il telefono in mano riprendevano una delle peggiori ingiustizie sociali palesatesi di recente, senza che nessuno di loro si fosse azzardato, anche minimamente, ad intervenire.

L’immagine che abbiamo scelto è presa da un episodio di Black Mirror, White Bear, in cui la protagonista, risvegliatasi senza ricordare nulla, è costantemente inseguita da persone che la riprendono, senza rivolgerle parola, né rispondere alle sue disperate richieste di aiuto: il disinteresse, il distacco rispetto alla tortura che questa subisce deve essere quanto di più simile sia capitato a Floyd in quegli ultimi incredibili attimi della sua esistenza.

Fortunatamente, nei giorni successivi e tuttora, stanno scendendo in piazza migliaia e migliaia di persone pronte a far sentire la loro voce (anche se ad oggi la protesta sta assumendo caratteri  per certi versi grotteschi), questa volta senza il filtro degli smartphone, ma armati di coraggio,a difesa di un bene più grande di loro, e questo ci fa decisamente ben sperare che forse non tutto si è andato perdendo in fatto di coscienza collettiva, ma la paura che in un futuro prossimo scene di questo genere diventino dei piccoli “Truman show” senza che nessuno muova una foglia, è dietro l’angolo.

In aggiunta a ciò, fa ancora più riflettere che nessuno o quasi, tra social e mass media, si sia minimamente posto il quesito di cui stiamo parlando, spostando univocamente l’obiettivo su quella scena che non ha bisogno di parole per essere commentata.

Forse, analizzare nella totalità il contesto generale dell’accaduto ci aiuterebbe, un domani, a non ricadere facilmente nello stesso errore e a far sì che episodi di questo tipo vengano sempre meno, ma prima di ciò bisognerebbe ripristinare la nostra anima sociale e sostituirla a quella che lascia il tempo che trova, l’anima social.

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