La cultura che (non) ti aspetti

Totalitarismo mediatico

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Con i venti che si cominciano a placare (se ne facciano una ragione Burioni e compagnia, i quali hanno detenuto il potere in questo periodo, ed ora vivono il momento peggiore, quello del distacco da esso) si può provare a fare un resoconto del modo in cui i media ci hanno comunicato le tante, e spesso tragiche, notizie del periodo alle spalle.

Partiamo da un assunto: la tv ha bisogno di attirare il maggior numero di persone. Come può farlo, se, ovviamente, un individuo psicologicamente sano davanti alla narrazione di un dramma si ritira, e smette di ascoltare? Probabilmente, il resoconto veritiero di una qualsiasi giornata di Bergamo dei mesi di marzo-aprile avrebbe fatto accapponare la pelle a chiunque (eccetto al becero complottista, che a furia di colpi contro le lobbies vacciniste -chi? Quali? Cosa? Oh toh, un asino che vola- avrebbe negato l’evidenza), e lo spettatore-tipo avrebbe istantaneamente abbandonato la visione del programma.

Ecco allora lo strumento fondamentale: la distanza. Sì, perché la distanza dai fatti, la superficialità della narrazione costituiscono un buon cibo per il consumatore seriale di Barbara d’Urso, il quale, dopo aver ascoltato il sommario resoconto delle morti non può che esultare tronfio, illudendosi di essere a conoscenza del Tutto. Ma non solo, perché ai servizi tragici, organizzati in modo superficiale, facevano da contraltare le notizie petalose sugli eroici medici ed infermieri (di cui presto ci dimenticheremo tutti) e sull’ultimo bambino nato vivo da una madre malata e sopravvissuta (in sottofondo, rigorosamente, How to save a life dei The Fray).

Per salvare l’audience si è fatto di tutto, banalizzando il tragico ed elevando il melenso. Tralasciando la deontologia, in che modo allora i media italiani avrebbero potuto rendere conto di tutto ciò, senza banalizzare?

L’esempio a nostro avviso virtuoso è il cortometraggio “Messico” del regista messicano Alejandro Iñárritu, parte del film collettivo “11 Settembre 2001”, nel quale undici registi trattano la tragedia del WTC dal loro punto di vista. Iñárritu ci presenta uno schermo nero per gran parte degli undici minuti di video, facendoci ascoltare solo i suoni dell’attentato ed i momenti immediatamente precedenti e successivi; poi ci mostra la caduta delle due Torri, ma senza audio, per poi farci ascoltare, ancora su sfondo nero, la musica di alcuni violini. Chiude il capolavoro la scritta inglese “Does God’s light guide us or blind us?”, che tradotto sarebbe “La luce di Dio ci guida o ci acceca?”, accompagnata dalla sua traduzione in lingua araba.

Che conclusioni, seppur brevi, possiamo trarre da ciò? Il regista messicano, qui, ci sta comunicando l’impossibilità della comunicazione della tragedia. Come fare a descrivere la morte di quasi 3000 persone attraverso immagini? Non è possibile, e Iñárritu ci dice esattamente questo, giocando con i nostri sensi, che non sono mai in grado di comprendere la totalità di quanto viene mostrato, poiché alternativamente manca l’oggetto della vista e quello dell’udito.

Goethe, ne “I dolori del giovane Werther” scrive che “La natura umana, […] ha i suoi limiti, può sopportare la gioia, il dolore, le sofferenze fino ad un certo punto e crolla non appena questo punto sia superato”. Questo crediamo sia l’assunto di partenza dei media di oggi, che è lo stesso del regista messicano. Senonché il secondo possiede onestà intellettuale, ed è in grado di dirci che egli non può comunicare il dramma nella sua completezza, mentre i media ci illudono di comunicarci tutto interamente.

E questo aspetto, secondo noi, costituisce un abisso incolmabile.

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