La cultura che (non) ti aspetti

Giù le mascher(in)e

in STORIA by

Esisteva un mondo, molto tempo fa, in cui in tempi di guerra per la sopravvivenza venivano scelti come capipopolo (o anche capi-tribù, in virtù dell’argomento che tratteremo qui) i più coraggiosi e audaci fra i guerrieri, coloro che si facevano carico del destino del proprio popolo, e in cui quest’ultimo si riconosceva, vedendo in lui una speranza anche in periodi tragici.

Questo, ad esempio, fu il caso del pellerossa Tashunke Uitko, meglio conosciuto col soprannome di Cavallo Pazzo, appartenente alla tribù dei Lakota. La sua fama leggendaria è riconducibile alla metà del 1800, periodo contrassegnato dalle battaglie sanguinose fra le armate del Governo federale e i nativi americani in questione, che imperversavano in tutto il territorio del Nord America.

Di Cavallo Pazzo si raccontano mille storie: fra queste, alcune provano a tratteggiare l’uomo in quanto tale, come quella che narra della risposta alla richiesta da parte del Governo di comprare la loro zona di appartenenza. Egli disse solo, laconicamente: “Non si vende la terra su cui la gente cammina”. Altre, invece, ne tratteggiano la figura del guerriero che fu: si dice che, con audacia e carisma, prima di ogni battaglia esclamasse: “Hoka Hey!”, grido di guerra che tradotto significa “Oggi è un buon giorno per morire”.

Tornando all’attualità, in un’epoca diversa ma non troppo, vorremmo proporre questo parallelismo storico per cercare, tra i molti discutibili personaggi, qualcuno che si avvicini anche solo metaforicamente a Cavallo Pazzo, qualcuno nel quale abbiamo riposto la nostra più totale fiducia, poiché disposto a morire per il bene della comunità.

A sorpresa, abbiamo trovato qualcuno: medici, infermieri, e tutti i membri del personale sanitario, infatti, hanno affrontato (e lo stanno facendo tuttora) un’emergenza, caricandosi sulle spalle un popolo che, però, non aveva scelto loro. Sì, perché i capi eletti (ma neanche troppo eletti) sarebbero dovuti essere altri, coloro i quali tappezzano ogni angolo delle città in campagna elettorale, facendosi promotori di ogni slogan in difesa di qualsiasi categoria di lavoratori, solo per arrivare a sedersi in Parlamento (o meglio, a sedervisi solo quando la paura per il virus non prenda il sopravvento).

E chissenefrega se le loro funzioni rientrano tra i servizi fondamentali che non possono fermarsi, al pari di quelle di tanti altri lavoratori: loro, dall’alto della posizione sociale che gli compete, possono liberamente scegliere di rimanere a casa, lasciando le sedute parlamentari a una decina di presenti, e tessendo al contempo le lodi di quei disgraziati in camice, costretti (loro sì) a svolgere il loro lavoro. Li incensano come eroi, ora: per decenni, però, sono stati abbandonati dalla stessa classe politica, che, attraverso tagli alla sanità e al relativo personale, ha lasciato tale contesto al suo triste destino.

Malgrado tutto, ogni tempo di tempesta ha l’abilità di smascherare i figuranti sulla scena, e di rivelarci ciò che essi sono: anche noi, allora, abbiamo avuto la possibilità di scoprire chi siano i veri “capi popolo”, che si sono guadagnati i gradi sul campo di battaglia pur non essendo stati designati da nessuno e non percependo un adeguato compenso. Questi, infatti, hanno dimostrato di essere “pronti a morire” per un bene più grande, proprio come “Cavallo Pazzo” per la tribù dei Lakota.

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