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Freschi di stampa: “Lisbona, il mio Altrove”

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Pubblichiamo un brano del racconto di Maria Cristina Mannocchi su Lisbona tratto da AA.VV., Madame Europa. Intrecci di donna. Racconti. FusibiliaLibri 2019, antologia di storie al femminile in Europa a cura di Anna Bertini e Dona Amati. Si ringrazia la casa editrice per la gentile concessione.  

Quando arrivo per la prima volta alla segreteria dell’università di Lisbona sono affannatissima, sono finita in una grigia terra di mezzo di carte burocratiche tra l’Italia e il Portogallo e non so come uscirne. Chiedo di poter parlare in inglese, me la cavo un po’ meglio. Mi risponde un’addetta allo sportello della segreteria sorridente: “Non c’è problema” mi dice, “tutto si risolve”. Respiro. Il Portogallo è un mondo più calmo, le questioni si dipanano con più scioltezza, tempi lunghi che non hanno smesso di darmi un po’ di ansia, ma alla fine è solo un modo diverso di essere efficienti e con maggior competenza. Leggerezza, qui tutto pesa meno, non era solo un sogno, questo è davvero un Altrove rispetto all’Italia. Tutto più fluido ma con maggior serietà. Quando definisco il mio progetto di ricerca i miei professori mi dicono cosa inaudita: “Cristina ti togliamo ogni fatica inutile, puoi scrivere in italiano, non ti disperdere in mille idee, concentrati su un argomento e affrontalo con il massimo del rigore”. Sottrarre peso per andare più in profondità. Nessuno me lo aveva mai detto prima, né nel lavoro né nella vita privata.

E così io che ho già pubblicato due libri e fatto per anni la Prof, ritorno alunna, ritrovo intatte le mie paure di studente, lotto per il voto più alto ai seminari. Sono dovuta arrivare qui per capire che avevo proprio bisogno di qualcuno che mettesse ordine al mio caos creativo. Così accetto con umiltà che di essere corretta parola per parola, io che ho sempre scritto per intuizioni ora devo fondamentare ogni mia teoria critica. Una gran bella fatica, i miei professori mi chiedono un livello di ricerca molto alto, ma ho la loro piena attenzione. La fatica e la gioia. Non ho mai trovato un ambiente accademico così umano e competente. E’ stato un bene che dei tanti dottorati tentati in Italia sia andato in porto solo quello a Lisbona, perché lì c’era un’altra scoperta importante da fare: la Medicina Narrativa.

La Medicina Narrativa nasce negli anni Novanta alla Columbia University di New York dalla dottoressa Rita Charon che si accorse che i suoi studenti sapevano perfettamente esaminare un’analisi eseguita con gli strumenti diagnostici più sofisticati, ma non erano in grado di guardare negli occhi i loro pazienti. Così incominciò a far incontrare gli studenti di medicina con quelli di lettere e diede da leggere ai medici Dostoevskij, Hemingway, Tolstoj, Hanry James.

La Charon scoprì allora che un’educazione alle competenze testuali, l’immergersi in un romanzo o in una poesia con un’accurata attenzione ermeneutica al significato delle storie di un altro, migliorava le prestazioni cliniche: i medici diventavano più capaci di ascoltare i pazienti e di arrivare ad una cura più efficace, centrata sulla persona e meno standardizzata sui protocolli uniformanti. Il corpo umano come un testo letterario doveva essere compreso nella sua unicità. Dalla lettura alla scrittura di sé: malati e personale ospedaliero avevano così la possibilità di raccontare le proprie emozioni, di liberare la propria emotività dalla gabbia del modello clinico asettico: questo creava una connessione empatica tra chi cura e chi è curato che faceva star tutti meglio.

La Facoltà di Lettere di Lisbona è forse l’unica al mondo ad avere un Dipartimento di Medicina Narrativa perché in Portogallo c’è una lunga tradizione di medici scrittori come Fernando Namora, Miguel Torga, António Lobo Antunes, e ancor più il fratello neurochirurgo João Lobo Antunes che nei suoi saggi di medicina cita l’“Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti” con cui Boccaccio inizia il Decameron. Intellettuali e scrittori portoghesi che hanno coltivato da sempre questo cruzamento, questo integrarsi tra la medicina e la letteratura per raccontare tutte le complessità fisiche e di anima che si incontrano nel prendersi cura di un malato.

L’anima è una categoria analitica fondamentale nella ricerca letteraria portoghese. Al corso di Medicina Narrativa che ho fatto questo inverno era normale che un endocrinologo venisse a spiegare i versi della Szymborska e i valori che ne aveva tratto per la sua professione. A Lisbona si fa ricerca in modo interdisciplinare: lavorano insieme filosofi, medici, poeti e neurolinguisti. Quando ho scoperto la Medicina Narrativa ho capito che era quello che volevo fare da grande, ci sono arrivata un po’ tardi ma meglio che mai. E ora è il cuore del mio progetto di ricerca di dottorato.

Ora sono un’anima divisa in due tra Lisbona e Roma, tra il passato e il mio nuovo presente. Sogno spesso i miei alunni, appena possibile organizziamo grandi rimpatriate e scopriamo di essere cresciuti tutti con la voglia di andare in giro per il mondo. I miei ex alunni sono molto più viaggiatori di me. A Lisbona mi capita di sentire un acuto bisogno di spiegare un canto della Commedia di Dante, allora tormento i miei amici italiani e ci lanciamo in lunghe discussioni sull’interpretazione delle terzine.

Lisbona è una città da sempre multietnica. Nei bei negozi capita di scegliere un vestito a fiori a seconda di come si abbina al tuo colore della pelle, perché essere nero o bianco è semplicemente un accessorio da valorizzare. Una periferia dell’Europa a cui si dovrebbe guardare con più attenzione per le sue buone pratiche politiche, pur con tutte le sue contraddizioni. Bella tranquilla, solare e accogliente, la capitale portoghese è stata presa d’assalto dai molti che da tutto il mondo si sono trasferiti qui. I prezzi delle case e degli affitti sono aumentati in modo esponenziale, ho dovuto già fare tre traslochi, ma ogni volta è la scoperta di un quartiere nuovo, sempre più ricco di vita.

Ora per me Lisbona non è più l’immagine oleografica che vivevo un tempo, chiusa nel perimetro salottiero che va dal Bairro Alto al Chado, da a Praça do Comércio al Castelo São Jorge, ma è diventata anche Avenidas Novas, Intendente, Arroios in cui si fondono le culture. Per trovare una facile lingua comune sono spesso organizzate delle conversa in inglese, riunioni su un argomento che ognuno affronta con un brano letterario del suo paese di appartenenza. Mi è capitato allora di parlare di felicità spiegando L’infinito di Leopardi nella lingua di Shakespeare, ed è stato così bello che ho detto loro che li avrei pagati se mi avessero fatto ripetere l’esperienza. Fare ricerca a Lisbona è molto arricchente, ma mi manca insegnare, credo che presto tornerò a farlo anche se in maniere completamente diversa da prima.

Ho imparato il portoghese dalle voci della strada, dal fado ascoltato per caso la mattina appena apri la finestra, da un problema da risolvere della lavatrice. Dai tassisti che vagheggiano Roma come una bellezza ineguagliabile raggiunta appena in un viaggio da giovani e stentano a credermi quando dico loro che ora è piena di problemi, non la riconoscerebbero. Una volta presi un tassì bagnata come un pulcino, era aprile, pioveva a dirotto, dovevo arrivare a un convegno e non volevo far brutta figura così conciata. Entrai nella macchina maledicendo la pioggia, sproloquiando nel mio portoghese col tassista. Lui mi ascoltò con calma, mi fece sfogare e mi disse che la pioggia era benedetta, era il modo con cui l’oceano restituiva benessere alla terra e così poi ci sarebbero stati meno incendi, meno siccità.

Ho imparato le espressioni popolari dai miei amici portoghesi, che parlano poco un italiano perfetto e mi prendono dolcemente in giro se uso parole improprie che fanno tanto ridere, che sono muito giro. Come quando al bar dissi che pagavo io perché ero prima nella fila: in portoghese prima vuol dire cugina, mentre per indicare il numero ordinale avrei dovuto dire primeira. “Certo che paghi tu”, rise un amico, “sei appena diventata la cugina di tutti!”. Ho imparato a chiedere aiuto, ad essere fragile senza vergogna, ad accettare una mano che ti porta una valigia sempre troppo pesante, sempre con i chili da pagare in più alla compagnia di volo low cost perchè piena di libri. Chili anche per i tanti vestiti che mi porto dietro, un po’ per vanità, un po’ perché a Lisbona non sai mai che tempo possa fare. Ci sono maggi agostani, lugli novembrini e ottobri che si va al mare a Cascais, poi quando torni in città ci sono già i carretti delle caldarroste natalizie, tradizione irrinunciabile.

Maria Cristina Mannocchi

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Maria Cristina Mannocchi ha insegnato Italiano e Latino nei licei romani per circa vent’anni. Ha pubblicato per la casa editrice Ensemble i saggi Tempeste e approdi, la letteratura del naufragio come ricerca di salvezza, 2012 e La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi, 2016. Attualmente sta facendo un dottorato alla Facoltà di Lettere di Lisbona con un progetto di ricerca sulla Medicina Narrativa.

 

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