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Incontri: Carlo Giacobbe e “Il sionista gentile”, con guida musicale emotiva

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Questo libro potrà suscitare antipatia, riprovazione, forse anche sdegno dalle ali estreme e contrapposte dei miei possibili lettori. Lo so benissimo. Ma ho sentito, comunque, il bisogno di scriverlo. E di scriverlo così, senza la preoccupazione di dover apparire politicamente corretto”. Il libro è “Il Sionista gentile. Storie (vere) e canti della terra di Israele e dintorni”, da poco uscito nelle edizioni Eurilink University Press. Chi parla è Carlo Giacobbe, giornalista, che è stato anni fa corrispondente e inviato speciale per l’Ansa in Israele e in diversi altri paesi, tra i quali il Portogallo. E io lo incontro proprio a Lisbona (è tornato a viverci da un paio d’anni), alla Taberna Coimbra, dove – nelle pause della scrittura – (ha in cantiere un altro libro, su cui mantiene il riserbo) ama ogni tanto cantare il Fado tipico di questa regione, insieme a un gruppo di amici musicisti.  Con lui, al nostro tavolo, c’è la moglie Claudia, medico, che da quasi quarant’anni – ha scritto nelle pagine finali dei ringraziamenti – fa, senza sconti, da coscienza critica alla sua attività pubblicistica e musicale.

Qui a Lisbona Carlo Giacobbe, che non è ebreo, ha scritto un libro importante  sul sionismo perché parlare di Israele vuol dire toccare temi come l’ebraismo, l’antisemitismo, la questione palestinese, Gerusalemme, la Shoah e anche, inevitabilmente, il negazionismo. Lui si schermisce: “Ho solo voluto fare un lavoro idealmente destinato ai giovani in formazione, che frequentino o  no la scuola o l’Università; e che abbiano voglia veramente di conoscere e di capire” .

Il volume – accompagnato, anzi integrato, da un CD di cui diremo tra poco – ha avuto significativamente  la sua prima presentazione a Roma, il 18 aprile, al Palazzo della Cultura in via del Portico d’Ottavia: era  lo Yom Ha’atzmaut, il giorno dell’indipendenza, che nel 1948 (con il famoso discorso di Ben Gurion) cadde il 14 maggio. Con l’autore c’erano Antonio di Bella, direttore di RaiNews24, la scrittrice e giornalista Elena Loewenthal, David Meghnagi, direttore del master di didattica della Shoah e Stefano Polli, vice direttore dell’Ansa. Qui, al Portico d’Ottavia, l’accoglienza del libro è stata molto positiva. E non era scontato. “Il libro, infatti, visto da destra – dice Giacobbe spiegando la sua frase iniziale –  può sembrare l’opera di un criptocomunista mascherato da liberal; visto da sinistra (dalla sinistra massimalista e terzomondista) potrebbe essere visto come un servizio alla lobby israeliana. Nulla di tutto questo, invece. Il libro è semplicemente il prodotto di una scommessa con me stesso: riuscire a dare un’idea articolata di che cosa rappresenta (o dovrebbe rappresentare) Israele”. Un Paese minuscolo, se rapportato al contesto geografico in cui si trova, ma di enorme e cruciale importanza sul piano geopolitico.  “Il Sionista gentile – aggiunge Giacobbe –  nasce dalla mia indignazione per le troppe lacune che non dovrebbero riscontrarsi in persone che credono di avere i titoli per parlare, ma in realtà sono ispirate da qualche impressione e da letture frammentarie”.

L’autore è sinceramente preoccupato (e deluso) perché “il diritto dei palestinesi ad avere una patria  legale, riconosciuta e rispettata da tutti, Israele per primo, si va sfocando sempre di più come in una dissolvenza filmica”.  Ma una grossa responsabilità – sostiene Giacobbe – è degli stessi palestinesi e di una parte considerevole della cultura araba a cui appartengono, perché per volere tutto, si ritrovano con niente”.

Giacobbe nel libro analizza le scelte sbagliate dei palestinesi e cita uno per uno (e di molti è stato testimone diretto, essendo il corrispondente dell’Ansa) i momenti nei quali erano arrivati a un passo da cogliere gli obiettivi e se li sono lasciati sfuggire.

Nella prima parte il lavoro di Giacobbe è una narrazione storica molto ben documentata e altrettanto ben raccontata, arricchita da n’analisi geopolitica il più possibile distaccata: compaiono uno dopo l’altro i leader del sionismo ‘maggioritario’: Theodor Herzl, Chaim Weizmann, David Ben-Gurion, Golda Meir, Yitzhak Rabin. E l’autore la conclude con Arringa per la mia terra, un bellissimo testo, scritto oltre 40 anni fa da Herbert Pagani, che è un’appassionata difesa del diritto di Israele ad esistere. “E’ un testo fondamentale per capire l’anima di Israele – mi dice Carlo Giacobbe – e non a caso è stato richiamato anche nella prefazione al libro firmata dalla presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello”.

Nella seconda parte del libro entra in scena prepotentemente la musica: si succedono biografie contestualizzate degli artisti e alcuni bellissimi testi dei “canti di Israele e dintorni” ai quali accenna il sottotitolo del libro. Giacobbe ne ha scelti 18, che riarmonizzati,  riarrangiati  e reinterpretati da musicisti professionisti (l’unico interprete non professionista è proprio l’autore del libro) fanno parte del CD allegato al volume. “Sono artisti –  – mi dice Carlo Giacobbe – che hanno offerto con entusiasmo il loro talento, comprendendo il senso e l’importanza del messaggio che  volevo dare, offrendo –  grazie al potere evocativo della musica – una guida emotiva ai miei lettori-ascoltatori”. I 18 brani scelti sono un florilegio musicale multilingua: dall’yiddish al giudeo-spagnolo.  Sono particolarmente toccanti due canzoni il cui testo è stato scritto da Hirsh Glik: “Zog nit keynmol – Non dire mai” e “Shtil, di nacht – Calma è la notte”. In lingua ebraica spicca  ‘Shir laShalom’ (Canto alla Pace): era la canzone intonata, insieme alla folla, da Yitzhak Rabin prima di essere ucciso il 4 novembre 1995 da un ebreo radicale di destra, al termine di una grande manifestazione per la pace a Tel Aviv. Un evento al quale Giacobbe dedica una buona parte delle 29 pagine del libro incentrate sulla figura del grande statista: “io credo che poche persone – mi dice ribadendo quello che ha scritto nel libro – – possano aver avuto una coscienza limpida come quella di Yitzhak Rabin”.

Si è fatto tardi e i suoi amici musicisti Nuno Cadete alla chitarra portoghese e Luìs Martins alla viola, come i portoghesi chiamano la chitarra classica, lo chiamano sulla pedana. E’ ora di intonare “Coimbra” e Carlo è pronto a tirar fuori la sua inconfondibile voce baritonale.

 

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