GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Mercati, ospedali e mortai: Guerra in Yemen e rischi per i civili

MEDIO ORIENTE di

Negli ultimi giorni sale la paura per l’escalation nella città portuale yemenita di Hodeidah, città importantissima per la posizione strategica sul mar rosso e vitale per l’arrivo degli aiuti internazionali di farmaci e alimenti. Il rischio è quello di un imminente massacro di civili se le parti coinvolte nel conflitto non prenderanno misure volte a proteggere i civili. Gli ultimi giorni hanno visto i combattenti Huthi assaltare un ospedale e prendere posizione sul tetto mettendo in pericolo personale medico, degente e molti bambini all’interno della struttura. La struttura sanitaria era supportata da Save the Children e ha riportato gravi danni a una delle farmacie che fornisce medicinali salvavita. Il problema è rappresentato dal fatto che ci sono molti civili e che questi non hanno un altro posto dove recarsi per ricevere cure mediche che potrebbero risultare di vitale importanza. Chiunque attacchi una struttura medica, civile e in cui le persone lottano tra la vita e la morte, rischia di rendersi responsabile di crimini di guerra.

La presenza di combattenti Huthi sul tetto dell’ospedale viola il diritto internazionale umanitario, secondo il quale queste strutture non possono essere impiegati per scopi militari. Ma questo dato di fatto non deve rendere l’ospedale, i pazienti e il personale medico un obiettivo legittimo per gli attacchi aerei della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti come è accaduto molte volte nel corso della guerra. La militarizzazione degli ospedali è un ulteriore capitolo di una guerra in cui la coalizione a guida saudita ed emiratina compie regolarmente attacchi aerei devastanti contro aree civili. Da quando sono iniziati gli scontri nel dicembre 2017, la situazione nel governatorato di Hodeidah e nella città stessa si è fatta sempre più drammatica.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, circa la metà dei 600.000 abitanti di Hodeidah sono riusciti a lasciare la città prima che gli scontri in corso chiudessero in trappola l’altra metà. L’unica via d’uscita aperta resta quella verso nord, ma l’aumento del costo del carburante e il crollo della moneta locale, ulteriori conseguenze del conflitto, rendono impraticabile per molti anche questa soluzione. Resa, tra l’altro, ulteriormente più difficile dal fatto che la coalizione non ha istituito quei corridoi umanitari che si era impegnata a istituire il 24 settembre. Mentre proseguono al Consiglio di sicurezza le discussioni su un possibile cessate-il-fuoco, gli scontri si sono estesi alla periferia meridionale e orientale della città. Il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari e coordinatore per gli aiuti di emergenza ha ammonito, a causa dell’offensiva contro il principale porto dello Yemen, il paese è alle soglie di una massiccia carestia: agli otto milioni di yemeniti che già si trovano in una situazione d’insicurezza alimentare, potrebbero presto aggiungersi altri tre milioni e mezzo di persone.

Amnesty International denuncia, inoltre, che dall’Italia continuano a partire carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force. L’ultimo carico, con migliaia di bombe, è partito in gran segreto da Cagliari. L’associazione ritiene che si tratti anche questa volta di bombe aeree del tipo MK80 prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. La conferma dell’utilizzo delle bombe italiane nel conflitto in Yemen arriva anche dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio 2017 al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni specializzate, riportano la possibilità concreta di almeno sei invii di carichi di bombe dall’Italia verso l’Arabia Saudita. Nell’ottobre 2016 l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la prima volta ammetteva, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. La responsabilità del rilascio delle licenze di esportazione ricade sull’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri e della Cooperazione e che fa riferimento direttamente al Ministro. Ma nel percorso di valutazione per tale rilascio incidono con ruoli stabiliti dalla legge i pareri di vari Ministeri, tra cui soprattutto il Ministero della Difesa. Va inoltre ricordata la presenza di un accordo di cooperazione militare sottoscritto dall’Italia con l’Arabia Saudita (firmato nel 2007 e ratificato con la Legge 97/09 del 10 luglio 2009) che prevede un rinnovo tacito ogni 5 anni, e grazie al quale si garantisce una via preferenziale di collaborazione tra i due Paesi in questo settore, comprese le forniture di armi. La legge italiana 185 del 1990 che regolamenta questa materia afferma infatti che le esportazioni di armamenti sono vietate non solo come è già automatico verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche ai Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. Il 22 giugno 2017, l’associazione ha presentato una proposta di Mozione parlamentare alla Camera insieme ad alcune organizzazioni e reti della società civile italiana. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto la mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International chiede al governo di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

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Crimini di guerra nello Yemen Meridionale, sparizioni e torture nei centri di detenzione

MEDIO ORIENTE di

Nello Yemen meridionale vige ancora un sistema impunito di sparizioni forzate e torture, questa è la denuncia del nuovo rapporto di Amnesty International intitolato “Se è ancora vivo lo sa solo Dio”. Ad essere coinvolti sono decine di uomini arrestati dalle forze degli Emirati Arabi Uniti e forze locali che agiscono fuori dal controllo del governo yemenita. Molti sono stati torturati e si teme che alcuni siano morti durante la detenzione. Amnesty International ha svolto ricerche su 51 uomini arrestati da tali forze tra marzo 2016 e maggio 2018 nelle provincie di Aden, Lahj, Abyan, Hadramawt e Shabwa. Molti di essi hanno trascorso periodi di sparizione forzata e 19 di essi risultano tuttora scomparsi. Per la stesura del suo rapporto, l’organizzazione per i diritti umani ha intervistato 75 persone, tra le quali ex detenuti, parenti di persone scomparse, attivisti e rappresentanti del governo.

     Le famiglie dei detenuti stanno vivendo un incubo senza fine in cui ad ogni richiesta di informazione la risposta consiste nel silenzio o nelle intimidazioni. Madri, mogli e sorelle degli scomparsi svolgono regolari proteste da quasi due anni lungo un percorso che vede gli uffici governativi e della procura, le sedi dei servizi di sicurezza, le prigioni, le basi della coalizione a guida saudita e vari altri luoghi per presentare denunce relative ai loro cari. Le stesse famiglie hanno riferito di essere state avvicinate da persone che le hanno avvisate della morte in carcere di un loro parente, però quando sono andate a chiedere conferma alle forze yemenite sostenute dagli emirati queste hanno negato tutto. I familiari vivono nell’incertezza e nel dubbio che i loro cari siano ancora vivi, le parole della sorella di un uomo arrestato ad Aden alla fine del 2016 sono: “Non abbiamo la minima idea di dove sia, se è ancora vivo lo sa solo Dio. Nostro padre è morto d’infarto un mese fa, senza sapere dove fosse suo figlio. Vogliamo solo sapere che fine ha fatto nostro fratello, sentire la sua voce, sapere dove di trova. Se ha fatto qualcosa, non c’è un tribunale per processarlo? Almeno lo portassero a processo, almeno ce lo facessero visitare. Che senso hanno i tribunali allora? Perché li fanno sparire in questo modo?”. Nelle prigioni gestite dalle forze emiratine e yemenite vi è un uso massiccio dei maltrattamenti e della tortura. Detenuti ed ex detenuti hanno riferito di scariche elettriche, pestaggi e violenze sessuali, uno di questi inoltre ha visto un compagno di prigionia venir portato via in un sacco da cadavere dopo essere stato ripetutamente torturato. Un altro ex detenuto ha raccontato che i soldati degli Emirati di stanza nella base di Aden gli hanno inserito più volte un oggetto nell’ano, fino a farlo sanguinare e lo hanno tenuto in una buca nel terreno con la sola testa fuori dalla superficie, lasciandolo defecare e urinare in quel modo. Un altro caso ancora vede un uomo arrestato nella sua abitazione e rilasciato ore dopo con visibili segni di tortura per poi morire dopo il ricovero in ospedale. Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per la risposta alle crisi, ha commentato la situazione dicendo che “Gli Emirati, col loro modo di operate nell’ombra, hanno creato nello Yemen meridionale una sorta di struttura di sicurezza al di fuori della legge che compie gravi violazioni dei diritti umani senza pagarne le conseguenze”. La mancanza di un sistema cui rendere conto rende ancora più difficile alle famiglie contestare la legalità della detenzione dei loro congiunti. Anche quando alcuni magistrati yemeniti hanno cercato di prendere il controllo su alcune prigioni, i loro tentativi sono stati del tutto ignorati dalle forze degli Emirati e in diverse occasioni i loro provvedimenti di rilascio di detenuti sono stati ritardati”.

     Da quando, nel marzo 2015, hanno aderito alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, gli Emirati hanno creato, addestrato, equipaggiato e finanziato varie forze di sicurezza locali, tra cui la Cintura di sicurezza e la Forza di élite, e costruito alleanze con singoli responsabili della sicurezza yemeniti, aggirando il governo locale. Da allora sono un alleato chiave della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che dal marzo 2015 prende parte al conflitto armato dello Yemen. Il loro ruolo nella creazione della Cintura di sicurezza e delle Forze di élite ha ufficialmente l’obiettivo di combattere il terrorismo, dando la caccia ai membri di al-Qaeda nella Penisola araba e del gruppo denominatosi Stato islamico.  Però molti degli arresti sembrano basati su sospetti infondati poiché tra le persone prese di mira figurano coloro che hanno espresso critiche nei confronti della coalizione a guida saudita e dell’operato delle forze di sicurezza appoggiate dagli Emirati, nonché leader locali, attivisti, giornalisti e simpatizzanti e militanti del partito al-Islah, sezione yemenita della Fratellanza musulmana. Queste denunce non sono nuove e Tawakkol Karman, premio nobel e attivista yemenita esule in Turchia, ha dichiarato che una sfida importante per gli attivisti è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamarli a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo, con questa scusa sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. Risultano colpiti anche i parenti di presunti membri di al-Qaeda e dello Stato islamico così come persone che inizialmente avevano aiutato la coalizione a guida saudita contro gli huthi e che adesso sono viste con sospetto. Secondo testimonianze oculari, gli arresti avvengono in mezzo alla strada, sul posto di lavoro, durante terrificanti raid notturni nelle abitazioni e sono condotti da persone dal volto travisato e pesantemente armati noti come “quelli mascherati”. Gli arrestati vengono talvolta picchiati sul posto fino a perdere conoscenza. Gli Emirati negano costantemente di essere coinvolti in pratiche detentive illegali, nonostante ogni prova dimostri il contrario. Il governo yemenita ha dichiarato a un panel di esperti delle Nazioni Unite di non avere il controllo sulle forze di sicurezza addestrate e sostenute dagli Emirati. “Queste violazioni, che si verificano nel contesto del conflitto armato dello Yemen, dovrebbero essere indagate come crimini di guerra. Sia il governo dello Yemen che quello degli Emirati dovrebbero prendere misure immediate per porvi fine e per dare risposte alle famiglie degli scomparsi. I partner degli Emirati nella lotta al terrorismo, tra cui gli Usa, dovrebbero prendere una chiara posizione sulle denunce di tortura, indagando anche sul ruolo del personale statunitense nelle violazioni che hanno luogo nei centri di detenzione yemeniti e rifiutando di utilizzare informazioni estorte con ogni probabilità mediante maltrattamenti e torture”, ha concluso Hassan.

Mappa dei centri di detenzione

La guerra in Yemen e l’Italia

     Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze. Tutte le parti impegnate nel conflitto armato in corso hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale, in un contesto in cui mancavano strumenti adeguati di accertamento delle responsabilità in grado di assicurare giustizia e riparazione per le vittime. La coalizione a guida saudita, intervenuta a sostegno del governo dello Yemen internazionalmente riconosciuto, ha continuato a bombardare infrastrutture civili e a compiere attacchi indiscriminati, uccidendo e ferendo i civili. Le forze dell’alleanza militare formata dagli Huthi e dalle truppe vicine all’ex presidente Saleh (huthi-Saleh) hanno bombardato indiscriminatamente aree abitate da civili nella città di Ta’iz e lanciato attacchi indiscriminati di artiglieria pesante ol­tre il confine con l’Arabia Saudita, provocando morti e feriti tra i civili. In questo contesto di violenza generalizzata le donne e le ragazze hanno continuato ad affrontare una radicata discriminazione e altri abusi, come matrimoni forzati e precoci e violenza domestica. Le divisioni interne allo Yemen e la frammentazione del controllo sul territorio sono diventate ancor più radicate con il protrarsi del conflitto armato. Le autorità dell’alleanza huthi-Saleh hanno mantenuto il controllo su vaste aree del paese, compresa la capitale Sana’a, mentre il governo del presidente Hadi controllava ufficialmente il sud del paese, compresi i gover­natorati di Lahj e Aden. Da sottolineare è il decesso di Ali Abdullah Saleh che il 4 dicembre è stato ucciso dalle stesse forze huthi, che hanno così consolidato il loro controllo su Sana’a. Saleh è salito al potere nel 1978 inizialmente come presidente dello Yemen del Nord, stato indipendente fino alla riunificazione con lo Yemen del Sud dopo una lunga guerra civile. Governò lo Yemen unito fino a che non è stato costretto a lasciare l’incarico nel 2012 durante le proteste e lo scoppio di una nuova lotta civile nel 2011. Lo scontro è stato interpretato da alcuni commentatori con un fronte a guida della tribù Huthi (a maggioranza Zaidita, vicino allo Sciismo) contro il fronte delle tribù sunnite. Nel 2015 è intervenuta l’Arabia Saudita che ha mosso guerra contro gli Huthi. C’è chi ha fatto notare che l’Arabia saudita è governata da una famiglia facente parte del terzo gruppo religioso del paese, ovvero i Wahabiti (sunniti) che rappresentano il 29% del paese, con al primo posto i sunniti non wahabiti che rappresentano anche loro il 29%. Il problema consisterebbe nel fatto che il secondo gruppo è rappresentato da gruppi vicini allo Sciismo e che si dividono in due gruppi stanziati uno sui giacimenti di petrolio del golfo persico e l’altro al confine con lo Yemen, quindi al confine con gli Houthi (che sono stanziati nello Yemen del Nord). La paura quindi consisterebbe nelle pressioni geopolitiche dell’Iran e nella paura di perdere potere nella regione. Durante il conflitto, l’Arabia Saudita ha più volte accusato l’Iran di finanziare con armi e denaro gli Huthi.  Tramite il proprio consiglio politico supremo, l’alleanza huthi-Saleh ha assunto, nelle aree sotto il suo controllo, le funzioni e le responsabilità dello stato. Queste comprendevano la formazione di un esecutivo, la nomina dei governatori e l’emanazione di decreti ministeriali. La situazione si è ulteriormente frammentata quando, a maggio 2017, il governatore di Aden, Aidarous al-Zubaydi, e Hani bin Brik, un ex ministro di stato, hanno formato un consiglio di transizione del sud, composto da 26 membri. Il nuovo consiglio, che ha espresso l’intenzione di creare uno Yemen del Sud indipendente e che godeva del favore della popolazione, si è riunito in varie sessioni, stabilendo la propria sede nella città di Aden. Il protrarsi del conflitto ha portato a un vuoto politico e alla mancanza di sicurezza e ha creato terreno fertile per il proliferare di gruppi armati e milizie, che avevano il sostegno di altri stati. Alcune di queste forze erano addestrate, finanziate e supportate dagli Emirati Arabi Uniri e dall’Arabia Saudita. La frammentazione tribale e territoriale dello Yemen ha avuto la conseguenza che molti capi tribù hanno sposato la causa di Al Qaeda, infatti si rilevano numerosi casi di terrorismo e ciò rende ancora più complessa la realtà del conflitto. Il gruppo armato al-Qaeda nella penisola araba (Aqap) ha mantenuto il controllo di parte del sud dello Yemen e ha continuato a com­piere attentati dinamitardi nei governatorati di Aden, Abyan, Lahj e al-Bayda.

Aree di controllo a dicembre 2017

     Durante l’anno non sono stati compiuti passi avanti nei negoziati politici o verso una cessazione delle ostilità. Mentre nelle aree circostanti le città portuali di Mokha e Hodeidah proseguivano le operazioni militari e i combattimenti, tutte le parti in conflitto si sono rifiutate di partecipare al processo guidato dalle Nazioni Unite, in tempi diversi a seconda delle conquiste militari ottenute sul terreno. Secondo l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto armato, a marzo 2015, fino ad agosto 2017, erano stati uccisi 5.144 civili, di cui almeno 1.184 bambini, mentre più di 8.749 erano rimasti feriti. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) ha stimato che più di due terzi della popolazione necessitava di aiuti umanitari e che almeno 2,9 milioni di persone erano state costrette a fuggire dalle loro abitazioni. Il Who ha dichiarato che i sospetti casi di colera causati dalla mancanza di acqua potabile e dall’impossibilità di accedere a strutture mediche erano più di 500.000. Dall’insorgenza dell’epidemia nel 2016, i decessi a causa dell’infezione sono stati quasi 2.000. Il protrarsi del conflitto è stato uno dei fattori che avevano maggiormente contribuito alla diffusione del colera nello Yemen. Di fatto il paese più ricco del mondo arabo, l’Arabia Saudita, è in guerra con il paese più povero. Dall’inizio del conflitto lo Yemen, con una popolazione di 25 milioni di abitanti, è stato sostanzialmente distrutto. Le Nazioni Unite hanno rilevato passo passo la portata della tragedia che vede la morte di più di 20mila persone, di cui almeno la metà civili. Il numero dei feriti non può essere precisato perché metà gli ospedali e centri medici dello Yemen non sono operativi. Questo significa che non è possibile stabilire quante persone si sono presentate per farsi curare. Per i sopravvissuti la vita non è facile. È come se per loro il tempo si trascinasse senza senso, in una guerra senza fine. Il dolore aumenta. Vecchie malattie riappaiono e anche la fame. La maggior parte della popolazione non ha quasi accesso ad acqua, cibo, prodotti per l’igiene, raccolta dei rifiuti. Sette milioni di yemeniti, tra cui 2,3 milioni di bambini con meno di cinque anni, sono costretti alla fame. Le Nazioni Unite sono riuscite a raccogliere appena il 43 per cento dei fondi necessari per la crisi umanitaria. Gli Stati Uniti hanno versato 1,9 miliardi di dollari, ma si tratta di una minima parte della cifra che l’industria degli armamenti americana guadagna vendendo armi all’Arabia Saudita, rifornendola mentre bombarda lo Yemen e affama i suoi abitanti. Ma il fenomeno della vendita di armi riguarda anche il nostro paese. Amnesty International denuncia che dall’Italia continuano a partire carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force. L’ultimo carico, con migliaia di bombe, è partito in gran segreto da Cagliari. L’associazione ritiene che si tratti anche questa volta di bombe aeree del tipo MK80 prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. La conferma dell’utilizzo delle bombe italiane nel conflitto in Yemen arriva anche dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio 2017 al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni specializzate, riportano la possibilità concreta di almeno sei invii di carichi di bombe dall’Italia verso l’Arabia Saudita. Nell’ottobre 2016 l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la prima volta ammetteva, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. La responsabilità del rilascio delle licenze di esportazione ricade sull’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri e della Cooperazione e che fa riferimento direttamente al Ministro. Ma nel percorso di valutazione per tale rilascio incidono con ruoli stabiliti dalla legge i pareri di vari Ministeri, tra cui soprattutto il Ministero della Difesa. Va inoltre ricordata la presenza di un accordo di cooperazione militare sottoscritto dall’Italia con l’Arabia Saudita (firmato nel 2007 e ratificato con la Legge 97/09 del 10 luglio 2009) che prevede un rinnovo tacito ogni 5 anni, e grazie al quale si garantisce una via preferenziale di collaborazione tra i due Paesi in questo settore, comprese le forniture di armi. La legge italiana 185 del 1990 che regolamenta questa materia afferma infatti che le esportazioni di armamenti sono vietate non solo come è già automatico verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche ai Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. Il 22 giugno 2017, l’associazione ha presentato una proposta di Mozione parlamentare alla Camera insieme ad alcune organizzazioni e reti della società civile italiana. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto la mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International chiede al governo di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

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Tawakkol Karman: Le sfide che la marcia per i diritti umani incontra in tutto il mondo

Il 19 aprile all’Auditorium parco della musica di Roma, in occasione del festival delle scienze “Le cause delle cose” organizzato in collaborazione con National Geographic, si è tenuto l’incontro con Tawakkol Karman. Tawakkol Karman è una giovane yemenita ed esule in Turchia da dove lavora su un canale con milioni di followers e con cui porta avanti la lotta per la causa della libertà e dei diritti umani a dispetto di chi ha fatto di tutto per denigrare le sue convinzioni. “È una giovane, è una donna, è madre di 3 figli e ha vinto il premio Nobel nel 2011; persone del genere sono importanti per il genere umano” sono state le parole di presentazione. Tawakkol ogni giorno supera le barriere grazie alla tecnologia, ai media e alle conferenze a cui partecipa in tutto il mondo, per raggiungere paesi come lo Yemen, il Qatar, la Siria e l’Egitto. Nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti delle donne alla piena partecipazione al peacebuilding. In quegli anni le manifestazioni e le azioni critiche nei confronti del governo yemenita hanno portato varie volte al suo arresto e alle minacce di omicidio. Nonostante tutto ha continuato la sua lotta per la democrazia e per i diritti umani nello Yemen anche attraverso il lavoro politico nel partito “Al-Islah”, riconosciuta come branca yemenita del partito “Fratelli mussulmani”.

Durante l’incontro, Tawakkol parla delle sfide degli attivisti per i diritti umani e richiama più volte la nostra attenzione dicendo “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani”. Per riflettere sulle sfide occorre partire dalla questione morale di base: “Chi sono? Chi sono gli attivisti per i diritti umani?”. Sono cittadini, sono tutti i cittadini con sogni e che compiono sacrifici per la democrazia e lo stato di diritto. La prima sfida è quella riguardo al come attenersi ai propri principi e al come non essere intimiditi, per fare ciò occorre distanziarsi dagli atteggiamenti dei governi che generano la disuguaglianza. Se non si fa ciò, quale sarebbe il rischio? Se non si fa ciò, si perde la fiducia. La seconda sfida è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamare gli attivisti a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo. Occorre contrastare questa cattiva immagine poiché gli attivisti, con questa scusa, sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. In poche parole: “sono soggetti a violazione dei diritti umani”. Questo è ciò che accade oggi nei paesi arabi.

Tawakkol ci dice, in veste di protagonista degli eventi, che la primavera araba non è stata un capriccio o una cospirazione. La primavera araba è stata l’espressione di attivisti per i diritti umani, è stato il desiderio di giustizia in risposta a repressione, fame e povertà. È stata una risposta nel segno della democrazia e dello stato di diritto. Lo scopo della primavera araba era quello di porre fine al dispotismo senza fine e porre un nuovo inizio nel nome dei diritti umani. Era la speranza per una patria e per una casa in cui ognuno potesse avere il suo posto e portare avanti i propri sogni. Era la lotta dei giovani contro la corruzione. Ma cosa è successo? I vecchi regimi hanno portato avanti una controrivoluzione con alleanze regionale e internazionali che, Tawakkol sottolinea, hanno trasformato i paesi della primavera araba in “laghi di sangue e carceri”. Il pensiero di Tawakkol va a quei paesi come l’Egitto che hanno portato avanti una repressione in nome della lotta al terrorismo. Possiamo ricordare che in Egitto i “fratelli mussulmani” sono stati perseguitati e messi fuorilegge con l’accusa di terrorismo. Possiamo ricordare che dal 2013 Al-Sisi ha lanciato una spietata campagna repressiva contro l’organizzazione tramite arresti arbitrari torture ed esecuzioni di massa (si stima che il regime di al-Sīsī abbia ucciso oltre 2.500 manifestanti e ne abbia imprigionato più di 20mila), al fine di stroncarne ogni forma di dissenso. Ma il pensiero di Tawakkol va verso il caso Regeni e a chi ancora è in cerca di verità.

Altro esempio è la Siria (altro paese in cui i “Fratelli mussulmani” sono dichiarati fuorilegge) in cui Assad ha incarcerato e ucciso milioni di Siriani e in cui la lotta al terrorismo è portata avanti utilizzando esplosivi. Tawakkol ci racconta che Assad ha reso la siria un mattatoio sotto il silenzio della comunità internazionale, la quale ha cospirato contro le primavere arabe e dimenticato il terrorismo. Questo ha creato le condizioni per quello che chiama “il cancro Daesh”. Ci invita, sottolineando che Assad è ancora sulla sua poltrona, a riflettere su chi trae beneficio dal terrorismo, perché esiste il Daesh e su quale sia il collegamento.

L’altra situazione tragica è quella dello Yemen in cui le milizie Houthi con l’aiuto di Saleh hanno portato a deporre il presidente, eletto democraticamente dopo una rivoluzione pacifica, con un colpo di stato. Dopo il 2014 lo Yemen è distrutto, è scenario di conflitti internazionali e regionali. Nel maggio 2015 entra in scena la coalizione saudita che apparentemente vuole combattere in favore del governo legittimo in nome della risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU e del trasferimento di potere. Allo stato dei fatti però la coalizione sta lavorando in nome della propria agenda e non in nome del popolo yemenita e dei suoi diritti umani. La coalizione ha creato propri gruppi contro il governo legittimo e si tengono il petrolio (vitale per l’economia Yemenita), i porti (fondamentali per l’arrivo di merci e farmaci) e le isole (importanti in quanto rappresentano punti di appoggio per difesa delle rotte commerciali navali di tutto il mondo). Inoltre, la coalizione impedisce ai leader yemeniti di tornare al proprio paese e al presidente Hadi di tornare nella capitale provvisoria. È una colazione che sta occupando lo Yemen e ne distrugge l’unità nazionale. Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze.

Tawakkol pone un’altra domanda per poi dare la sua risposta: “Tutto il caos è stato pubblicizzato come atto di terrorismo, ma chi lo ha chiamato così? Chi vende il marchio?”. Tawakkol ci dice che i regimi sfruttano l’estremismo, affermano che tutto questo è nato dalla primavera araba e minacciano che il terrorismo è l’unica alternativa. Tirannide e terrorismo si alimentano a vicenda e dice: “ogni dittatore è un terrorista e ogni terrorista è un dittatore, entrambi abusano della regione”. Vi è un collegamento tra il tradimento della primavera araba e il terrorismo, se si crea l’autoritarismo allora nasce il terrorismo. I regimi dicono che la scelta è tra la tirannide o la guerra, la tirannide o l’occupazione, tra la tirannide o le milizie. Sono scelte presentate dalla dittatura che cerca di far rinascere i regimi caduti e che crede di poter fermare il progresso della storia. Ma, queste dittature, non si rendono conto del potere della verità e del popolo che alla fine vincerà inevitabilmente. Tawakkol presenta la terza opzione: la libertà e la democrazia. In questo senso l’educazione ha la priorità in quanto porta alle parti opportunità per i cittadini, lo stesso Yemen ha portato avanti la primavera araba per l’istruzione (l’analfabetismo tocca il 70%), e la tecnologia può aiutare a sfondare le barriere per creare una vera comunità globale e solidale. Solo le persone istruite possono e hanno il dovere cambiare il mondo.

Tawakkol infine ci dice: “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani, la sfida è alle politiche effettive della comunità internazionale che creano di continuo ostacoli ai diritti umani. La primavera araba è un appello a tutto il mondo, un appello per combattere per la libertà e la democrazia, un appello alla trasparenza dei governi per chiedere “perché sostenete questa dittatura? Perché il silenzio contro questi crimini?”. E aggiunge che la sfida per gli attivisti è quella di creare una rete di solidarietà in ambito internazionale, ciò è necessario per la speranza di un mondo in cui si possa vivere con dignità. Occorre una rete globale di diritti umani per lavorare ad una società civile globale e far sentire a tutti che possiamo salvare questo mondo e che possiamo farlo insieme. Che siamo più forti di loro, che sopravvivremo e vinceremo.Il destino è vincere, ad ogni rivoluzione è seguita una grande controrivoluzione ed abbiamo sofferto in entrambe. La controrivoluzione è la vera base del processo che porta la gente a vincere. Occorre stare dalla parte di chi lotta per i diritti, che occorre stare con il futuro. Il futuro sono le persone, non i dittatori!

La coalizione saudita scaglia un attacco di 15 raids aerei in territorio yemenita

MEDIO ORIENTE di

La coalizione saudita, sostenuta dalle forze americane, venerdì ha sferrato quindici attacchi nella provincia yemenita di Dhamar, nel sud est del paese.

 

Tre di questi erano incursioni aree che hanno colpito lo stadio situato della città di Dhamar, causando vari danni alla struttura. Due raids aerei hanno invece colpito il Central Security Forces camp, gli attacchi hanno causato anche il danneggiamento di diverse case situate nel vicinato.

 

Altri due raids si sono abbattuti su un accampamento militare della polizia in Dhamar-alGarn, mentre tre incursioni aeree dirette all’Istituto Industriale e Tecnologico di Thi-sher, nell’area del distretto di Ans, hanno apportato diversi danni ai laboratori, le aule e le strutture dell’istituto.

 

Infine almeno altri cinque attacchi arei erano diretti a Samh, ad un campo nel distretto di Ans.

 

Missione Atalanta: passaggio di consegne al comando dell’operazione anti-pirateria

Difesa di

Passaggio di consegne al comando dell’operazione anti-pirateria Atalanta in Africa. Il 7 dicembre 2017 il Contrammiraglio Fabio Gregori della Marina Militare italiana ha lasciato il comando della Task Force 465 al Major General Charlie Stickland. Nei 5 mesi di mandato, iniziato il 27 luglio scorso, il comandante Gregori si è reso protagonista del fermo di sei sospetti pirati somali che il 17 e 18 novembre avevano attaccato una nave mercantile e un peschereccio oceanico. Successivamente i sei sospetti sono stati consegnati alle autorità giudiziarie delle Seychelles. Nel discorso di commiato, tenuto a bordo della Nave Virginio Fasan, il comandante si è dichiarato molto soddisfatto del lavoro svolto negli ultimi mesi ringraziando vivamente tutti i suoi collaboratori.

La missione Atalanta. È una missione diplomatico-militare promossa  dall’Unione Europea, e sostenuta dalle Nazioni Unite, iniziata nel dicembre del 2008. Il fine è quello di prevenire e reprimere la pirateria marittima lungo le coste del Corno d’Africa. Le navi messe a disposizione dai 17 paesi partecipanti dell’Unione Europea possono contare anche di supporto aereo. Dalla data di inizio della missione, in area, opera la Task Force 465 che si pone anche l’obbiettivo di fornire aiuti umanitari alle comunità locali in Somalia e Yemen. La missione Atalanta rientra inoltre nelle attività CiMiC (Cooperazione Civile Militare). Tali attività rappresentano un concreto aiuto allo sviluppo della società locale, e consentono al personale delle forze armate italiane di stringere solidi legami di integrazione e collaborazione con le istituzioni nazionali.

La costante minaccia della pirateria è in atto fin dall’inizio della guerra civile somala nei primi anni novanta del ‘900. Tra i numerosi episodi di pirateria avvenuti in acque del Corno d’Africa, si può sicuramente annoverare quello dell’aprile del 2009. In quell’occasione il comandante della MSC Melody, con una manovra evasiva è riuscito a scappare al tentativo di attacco dei pirati armati di Kalasnikov.

Yemen: un nuovo missile è stato lanciato da parte dei ribelli contro i nemici sauditi

MEDIO ORIENTE di

I ribelli Houti hanno lanciato, giovedì 30 novembre, un missile balistico di media gittata diretto in territorio saudita. Secondo quanto riporta Masirah TV, il missile è partito dal nord dello Yemen ed è riuscito a colpire l’obiettivo militare fissato in Arabia Saudita. D’altra parte un video rilasciato dalle forze militari saudite smentisce parte della notizia, mostrando l’abbattimento del missile prima del raggiungimento dell’obiettivo.

Questo sarebbe il secondo missile yemenita lanciato verso l’Arabia Saudita nel mese di Novembre.

L’attacco è stato sferrato poco dopo che il capo del movimento di resistenza Ansarullah, Sayyid Abdul-Malik Badreddine al-Houthi, da cui il nome con cui vengono appellati i ribelli, ha rilasciato un discorso in diretta televisiva. Tale discorso ha avuto una grande visibilità, dieci mila spettatori, in quanto si stavano celebrando i festeggiamenti per l’anniversario di compleanno del profeta Maometto, ricorrenza che quest’anno coincide con l’anniversario di trent’anni dalla liberazione dell’occupazione Britannica in territorio yemenita del 1967.

Al-Houti ha minacciato future rappresaglie contro l’Arabia Saudita, in risposta al blocco areo, navale e terrestre che sta mettendo in ginocchio la popolazione yemenita. “Se il blocco dovesse continuare, sappiamo cosa (quali obiettivi), potrebbero causare grande dolore e sappiamo come raggiungerli” queste sono le dure parole del leader dei ribelli, che arrivano solamente un giorno dopo gli scontri mortali avvenuti vicino la moschea di Saleh, nella capitale.

La tentata riconquista saudita della regione di Najran si rivela un buco nell’acqua

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L’esercito saudita ha tentato di riconquistare una città nella regione del Najran, al confine con lo Yemen. La città in questione è stata di controllo saudita fino a qualche mese fa, prima che i ribelli Houti se ne appropriassero.

Tuttavia il piano di riconquista è stato un fallimento: le forze saudite sono state costrette a ritirarsi perché incapaci di fronteggiare la controffensiva dei ribelli.

I media Houti hanno condiviso un filmato, giovedì 30 novembre, che mostra chiaramente la sconfitta saudita sulla collina di Al-Sharfah, nella parte sud della regione.

Sebbene lo scorso martedì 28 novembre la coalizione yemenita sia riuscita a liberare la catena montuosa di Jabal al-Asayad, punto nevralgico per i ribelli Houti dove venivano organizzati i piani d battaglia, la situazione non sembra andare verso la via della soluzione.

Le forze dei ribelli Houti al momento controllano buona parte del confine tra Yemen e Arabia Saudita; è questa la situazione che allarma il governo di Riyadh, in particolar modo considerando le chiare difficoltà riscontrate nel ricatturare questi territori.

Il blocco saudita si allenta: l’aeroporto di Sanaa torna operativo per aerei civili e dell’ONU

MEDIO ORIENTE di

Il blocco saudita imposto allo Yemen sembra distendersi con la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e la ripresa dei voli dell’ONU.

Lo scorso mercoledì 22 Novembre l’aeroporto internazionale della citta di Sanaa è tornato operativo dopo una sospensione del suo regolare funzionamento iniziata il 6 Novembre con un blocco navale, terrestre e areo imposto dall’Arabia saudita come risposta al missile lanciato dai ribelli.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa yemenita (SABA) il direttore generale dell’aeroporto, Khalid Al-Shayef, ha comunicato che due aerei sono atterrati nell’aeroporto. Il primo aereo del Comitato Internazionale della Croce Rossa con a bordo dei volontari e aiuti umanitari per la popolazione; il secondo invece è un aereo russo dal quale è sceso il nuovo gruppo diplomatico russo dell’ambasciata della Federazione Russa a Sanaa.

Il direttore generale ha specificato che l’aeroporto di Sanaa è nuovamente pronto ad accettare tutti i voli in accordo con le normative internazionali e con l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Ha aggiunto inoltre che l’arrivo di questi due aerei è un chiaro segnale per il mondo del fatto che l’aeroporto di Sanaa è attivo per un utilizzo civile in linea con gli standard e le condizioni accettate al livello internazionale.

Nel contempo le pressioni operate dall’ONU nei confronti dell’Arabia Saudita per la sospensione del blocco non sono rimaste inascoltate: sono stati riattivati i voli dei passeggeri dell’ONU dalla capitale della Giordania, Amman, alla città di Sanaa.

Il portavoce dell’agenzia di coordinazione degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), Jens Laerke ha annunciato venerdì 24 Novembre che i voli riprenderanno il giorno successivo e che questa decisione potrebbe essere seguita da quella di autorizzare anche voli dal Gibuti a Sanaa.

Laerke ha anche aggiunto che “un volo da Amman a Sanaa non andrà a cambiare la situazione generale” e che “ciè che davvero conta è che la riattivazione di questi voli diventi sostenibile e che, in secondo luogo, possiamo avere accesso ai porti di Hodeida e Saleef sia per gli aiuti umanitari che per le importazioni commerciali”.

Il vice presidente yemenita mette in guardia sui “traditori” Houti

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Il vice presidente dello Yemen, Ali Mohsen al-Ahmar, in visita nella città di Ma’rib con la coalizione arabo-saudita si è pronunciato su diversi aspetti rilevanti del conflitto yemenita.

Il vice presidente Ahman ha subito preso le distanze dai ribelli Houti ribadendo che il loro partito “rappresenta i clan Iraniani in Yemen, nella penisola arabica e nella regione” e che questi non possono colpire città come Riyadh e La Mecca in quanto sono “la culla della nazione”
Nella sua dichiarazione i ribelli Houti sono stati definiti come “traditori” e Ahmar ha espresso severe parole nei loro confronti, invitando gli ascoltatori a stare in guardia nei confronti di questi in quanto “non escludono nessuno e mirano a case, campi, scuole e luoghi di culto”.

Durante la visita il Vice Presidente ha avuto modo di congratularsi con l’esercito yemenita per le vittorie portate a termine assieme con il sostegno della coalizione.  Secondo Ahmar i risultati ottenuti sono “al fine di completare la liberazione e rinstaurare la capitale Sanaa, e di salvarla dalla corruzione degli Houti”. Il vice presidente ha anche fatto notare come tutte le aree confinanti con la capitale Saana non sono mai state e mai saranno una piattaforma per i ribelli e ha lanciato un appello a tutte i membri delle tribù di queste aree affinché partecipassero attivamente alla “battaglia di liberazione”.

Infine ha rivolto un messaggio ai bambini di Saana, i membri volontari delle forze armate, il Congresso Generale del Popolo, guidato dal Presidente deposto dello Yemen Ali Abdullah Saleh, e a tutti gli elementi politici e sociali.

 

 

 

Il blocco saudita nei confronti dello Yemen persiste causando sempre più morti

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Dopo undici giorni dal lancio del missile diretto a Riyadh da parte dei ribelli Houti, lo Yemen sta ancora subendo un blocco navale, terrestre e aereo che impedisce l’entrata nel paese di aiuti umanitari per far fronte ai sempre più gravi problemi che la popolazione, tra cui molti bambini, sta ingiustamente sopportando.

Sebbene lunedì L’Arabia Saudita avesse annunciato la riapertura delle vie aree e navali per accedere allo Yemen ad oggi ufficiali yemeniti riferiscono che il porto di Hudaida, punto più importante per la raccolta di aiuti, non è stato aperto. Il blocco sembra dunque persistere nonostante i reclami fatti da parte di diverse organizzazioni internazionali riguardo la disastrosa situazione umanitaria.

Secondo l’organizzazione non governativa Save The Children non meno di 130 bambini muoiono ogni giorno in Yemen a causa di malnutrizione e malattie evitabili. L’ONG ha messo in guardia l’Arabia Saudita sui rischi che questo blocco sta causando e sulla possibilità che essi si moltiplichino nel caso in cui il blocco persista e gli aiuti umanitari non raggiungano il paese.

Le prospettive future sono infatti sconcertanti: ci si aspetta che entro la fine dell’anno 10.000 bambini moriranno per fame e malattie nelle province di Hudaydah e Ta’izza. Il direttore di Save The Children in Yemen ha dichiarato. “these deaths are as senseless as they are preventable. They mean more than a hundred mothers grieving for the death of a child, day after day”.

L’ONG citata non è l’unica organizzazione internazionale a denunciare le atrocità in atto nella popolazione yemenita. Anche tre agenzie ONU, la FAO, l’UNICEF e la WHO, hanno pubblicamente chiesto all’Arabia Saudita di intervenire in favore della rimozione del blocco. Le tre agenzie segnalano che 3.2 milioni di persone rischiano seriamente la carestia mentre un milione di bambini sarebbe a rischio per una epidemia di difterite. Ciò su cui convengono le organizzazioni e su cui viene accusata l’Arabia Saudita, è l’insensatezza di queste morti di civili e il fatto che molte di queste sarebbero evitabili con facilità se solo il paese avesse accesso agli aiuti umanitari.

Sara Eleonori
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