GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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India e Cina per una nuova leadership sul clima?

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Il mondo cambia rapidamente. Fino a non molto tempo fa gli Stati Uniti di Barack Obama, nel ruolo dei virtuosi, premendo su India a Cina, i “grandi inquinatori”, perché rinnovassero le proprie politiche ambientali e si unissero alla schiera dei paesi impegnati a combattere il cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi COP 21, siglato nel 2015 e sottoscritto da tutti i principali attori in gioco, aveva rappresentato, fatti salvi i molti compromessi al ribasso, un esito favorevole per le istanze ambientaliste ed un successo della stessa amministrazione democratica americana.

A meno di due anni di distanza, gli USA di Trump si apprestano ad uscire dall’accordo e India e Cina si candidano a guidare la lotta contro l’inquinamento, senza risparmiare dure critiche alle scelte della nuova presidenza.

Nessuno dei due paesi, però, sembra realmente in grado di assumere la leadership sul fronte della lotta al riscaldamento globale e riempire il vuoto che verrà inevitabilmente lasciato dalla fuoriuscita degli Stati Uniti.

I due governi asiatici stanno gradualmente assumendo posizioni più nette, anche livello pubblico, contro l’inquinamento da combustibili fossili, poiché le rispettive popolazioni sono destinate a soffrire in modo sempre più diretto gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici e dell’avvelenamento delle risorse naturali. Al di là delle prese di posizione, di per se rassicuranti, Cina e India non sono però in grado, almeno per ora, di compensare il forte indebolimento del sistema di incentivi economici che gli USA offrivano ai paesi in via di sviluppo in cambio di un maggiore controllo sui propri livelli di inquinamento.

Il cambiamento di rotta in Asia è però evidente e non va sottovalutato. Per decenni i governi di India e Cina avevano guardato con sospetto e fastidio agli appelli dei paesi del primo mondo per una riduzione delle emissioni inquinanti. Chi aveva basato il proprio sviluppo sull’industrializzazione selvaggia, senza farsi troppe domande sulle conseguenze climatiche, chiedeva ai paesi più poveri di limitare le proprie capacità di crescita in ragione della salute del pianeta. Da che pulpito arrivava la predica?

Oggi, però, sia il presidente indiano Modi che il suo omologo cinese Xi Jinping, sembrano aver adottato una diversa visione del mondo. Modi ha definito “un atto moralmente criminale” quello di non tenere fede agli impegni presi sul fronte climatico. Jinping si è rivolto a tutti i firmatari dell’accordo COP 21 ricordando che esso rappresenta “una responsabilità che dobbiamo assumere per le future generazioni”.

La scelta di Trump potrebbe avere conseguenze drammatiche per quello stesso futuro. Oltre alla riduzione degli incentivi economici e delle forniture di dotazioni tecnologiche (gli USA da soli avrebbero dovuto contribuire per circa il 20% del totale), la ritirata americana potrebbe invogliare altri paesi a fare lo stesso. L’accordo di Parigi, inoltre, era stato da molti considerato un risultato al ribasso, incapace di contenere realmente l’innalzamento delle temperature globali nei prossimi anni. Sarebbero necessari tagli decisamente più sostanziali alle emissioni, per invertire la rotta, ma il voltafaccia americano rischia di indebolire anche l’accordo corrente, incoraggiando gli stati più esitanti ad allentare le maglie del proprio impegno.

Gli USA, inoltre, sono il secondo paese più inquinante al mondo e con gli accordi di Parigi si erano impegnati a ridurre del 26-28% l’emissione di gas serra entro il 2025. Senza il loro contributo, si chiedono gli esperti, come sarà possibile rispettare l’obiettivo di limitare l’innalzamento delle temperature, rispetto all’era pre-industriale, al di sotto dei due gradi, come previsto dagli accordi di Parigi?

Difficile dirlo, ma le cose comunque si muovono. Se l’india si impegna a rispettare i propri obiettivi, nonostante 240 milioni di persone nel sub-continente non abbiano ancora accesso all’elettricità, la Cina sembra viaggiare spedita verso la realizzazione dei suoi impegni e ha avviato un progetto di finanziamento sul fronte delle energie rinnovabili (360 milioni di dollari entro il 2020) che fa del gigante asiatico il nuovo leader del settore a livello globale.

Le nuove politiche ambientali, secondo gli studiosi, hanno già iniziato ad avere alcune conseguenze tangibili nei due paesi. La Cina ha rallentato i propri consumi e l’India si appresta a ridurre i progetti di costruzione di nuovi impianti industriali a carbone. Nuova Deli ha poi accelerato gli investimenti sul fronte dell’energia eolica e di quella solare, muovendosi spedita verso l’obiettivo fissato per il 2022: portare la propria capacità di energia da fonti rinnovabili a 175 gigawatt.

Le parole del ministro dell’energia indiano, Piyush Goya suonano chiare e decise : “Non ci stiamo impegnando sul cambiamento climatico perché ce lo ha detto qualcuno, è anzi un articolo di fede per il nostro governo”. Anche la stoccata rivolta ai paesi più industrializzati ben rappresenta il cambio di paradigma: “Sfortunatamente il mondo sviluppato non dimostra lo stesso impegno nel rispettare le proprie promesse, che potrebbero aiutare ad accelerare la rivoluzione dell’energia pulita.”

Saranno dunque capaci le potenze asiatiche di supplire alle mancanze americane e caricare sulle proprie spalle questa rivoluzione? L’impegno è evidente ma resta il problema economico. La leadership americana sul fronte ambientale, nell’era Obama, si era espressa attraverso un finanziamento di 3 mila miliardi di dollari in favore dei paesi più poveri, per sostenerli nello sviluppo di energie alternative. Questo fondo è stato ridotto di due terzi da Trump e né Pechino né Nuova Deli intendono mettere sul piatto tutti questi soldi. Piuttosto, i due giganti sembrano disposti a svolgere un ruolo di coordinazione e indirizzo, rafforzando la condivisione di conoscenze sul fronte tecnologico tra le nazioni coinvolte.

Usando le parole di Varad Pande, un ex-consulente del Ministero dell’Energia indiano, quella che si costruisce oggi sarà “una leadership dal sapore diverso”.

Decisa e speziata, si spera, come il curry.

SE PYONGYANG AVVICINA PECHINO A WASHINGTON

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L’escalation dei toni nel Nordest Asia sta mettendo in allarme le cancellerie della regione e non solo. Il fragile equilibrio su sui si regge la pace nella penisola coreana è messo a dura prova su entrambi i lati. Trump ha minacciato da inviare un”armada” navale, mettendo sotto pressione Pyongyang nei giorni delle celebrazioni per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, fondatore del paese. Kim Jong-Un, sul fronte opposto, ha rinnovato le sue minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati sudcoreani e giapponesi, dichiarandosi intenzionato ad utilizzare tutto il suo potenziale offensivo in caso di conflitto. Il dossier sul nucleare nordcoreano è dunque tornato di grave attualità, facendo alzare il livello di allarme della comunità internazionale.

Il progetto nucleare riveste per Pyongyang un valore assolutamente strategico in chiave di deterrenza contro le minacce esterne e per questo destina al proprio programma di ricerca circa 700 milioni di dollari ogni anno, per avanzare sul terreno tecnologico e dotarsi di vettori balistici a medio e lungo raggio su cui, un giorno, installare testate atomiche. I sei test nucleari fin ora condotti e i progressivi miglioramenti tecnici hanno permesso al regime di rafforzare la propria posizione nello scacchiere dei rapporti regionali e nel confronto con il grande nemico americano, con il quale, va ricordato, non è mai stato firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra di Corea, nel 1951.

Non è possibile verificare i proclami di Pyongyang e nessuno sa con certezza quando Kim potrà fare affidamento sulla bomba all’idrogeno o su un missile balistico capace di raggiungere le coste occidentali americane. Questa incertezza però gioca a favore del regime, che mostra i muscoli senza che il nemico riesca a capire con certezza se siano di carne o cartapesta.

La retorica nucleare è un importante strumento di controllo e affermazione anche sul fronte interno, perché permette a Kim di consolidare la propria autorità sia agli occhi della popolazione che dell’establishment burocratico-militare che nel paese detiene un ruolo ovviamente centrale. Quando è succeduto al padre, nel 2011, Kim era quasi sconosciuto in patria. Ha dovuto dunque fin da subito esasperare la sua retorica per costruirsi l’immagine di leader autorevole e determinato, facendo affidamento sulla potente macchina della propaganda e sull’epurazione sistematica degli avversari interni. Esempio paradigmatico fu l’eliminazione fisica di Jang Song-taek, zio del giovane leader che aveva scalato le gerarchie militari durante il regno di Kim Jong-il e che nei primi mesi dopo l’avvicendamento aveva svolto la funzione di reggente de-facto del regime.

Jang era inoltre diventato il referente privilegiato di Pechino,principale, se non unico, alleato della Corea del Nord. E, sul modello cinese, Jang voleva portare Pyongyang sulla strada delle riforme economiche e di una maggiore apertura verso l’esterno. Il peso specifico di Jang nel sistema di potere e il suo progetto di trasformare il paese, allontanandolo dal modello dinastico e personalistico in favore di una concezione più collegiale ispirata dall’esempio di Pechino, sono stati probabilmente alla origine della sua fine. Progressivamente marginalizzato dal nuovo leader, dopo il 2011, venne arrestato nel 2013 e ucciso insieme ad altri esponenti della sua cerchia.

Questa dimostrazione di forza, pur servendo come esempio nei confronti di altri possibili avversari interni, ha segnato l’inizio di una nuova fase di isolamento nel paese dal resto della comunità internazionale. I successivi test nucleari e la retorica aggressiva di Kim hanno provocato un sentimento di forte esasperazione nei confronti del regime di Pyongyang, anche in seno all’alleato cinese, tradizionalmente disponibile alla pazienza. Dopo l’esecuzione di Jang, Pechino ha perso il suo uomo di riferimento e non ha più trovato interlocutori affidabili a nord del 38° parallelo, perdendo in parte il suo ruolo di protettore e controllore del regime.

Se per lungo tempo La Corea del Nord è stata uno strumento di pressione sulla comunità internazionale ed uno stato cuscinetto frapposto tra Pechino e gli alleati asiatici degli Stati Uniti, oggi rischia di essere un fattore di rischio per gli interessi cinesi nella regione. Le intemperanze nordcoreane hanno avuto l’effetto di sprigionare la corsa agli armamenti nei paesi limitrofi, andando così ad alterare i tradizionali equilibri nel Pacifico e mettendo Pechino in una situazione di inedita difficoltà. La difesa a oltranza di Pyongyang potrebbe dunque essere ormai controproducente per la Cina, che potrebbe infine optare per una pragmatica convergenza con Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel 2016, per la prima volta, la Cina ha aderito al sistema di sanzioni contro il governo nordcoreano, segnando una svolta importante. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Pyongyang ed ospita un gran numero di conti correnti, società e compagnie che gestiscono le attività lecite e illecite del regime. Nel 2017 le importazioni di carbone dalla Corea del Nord scenderanno del 50%, con un danno economico stimato in circa 700 milioni di dollari, pari a tutto il budget per i programma di ricerca nel campo del nucleare.

Questo cambio di rotta non si traduce però in un appiattimento cinese sulle posizioni americane. Pechino non ha affatto apprezzato le esplicite minacce lanciate da Trump contro la Corea del Nord e, già in occasione del vertice bilaterale del marzo scorso in Florida, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la necessità di trovare una soluzione diplomatica ed evitare una pericolosa escalation nella regione. Pechino non potrebbe comunque permettersi di rimanere spettatore passivo di fronte ad un’eventuale azione militare statunitense, che avrebbe ricadute dirette sulla propria sicurezza nazionale.

La leva economico-commerciale potrebbe permettere alla Cina di rafforzare nuovamente la propria influenza sulle élite militari e burocratiche nordcoreane, che basano il proprio benessere sulla possibilità di fare affari con il potente vicino. Sarà però necessario individuare nuovi referenti a Pyongyang, per poter tornare ad influenzare la politica del regime e gestire al meglio, nell’eventualità di una caduta dell’attuale leadership, la fase di transizione. Una recuperata influenza permetterebbe inoltre alla Cina di ottenere una nuova moneta di scambio nei rapporti con l’amministrazione  Trump, in una fase storica delicata per i rapporti tra i due giganti globali.

La necessità di limitare l’imprevedibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbe essere il terreno comune su cui ridefinire i confini del rapporto tra Cina e Stati Uniti. Un ruolo più assertivo di Pechino nei confronti del regime potrebbe essere dunque il frutto di un accordo tra le due sponde del Pacifico, con una possibile marginalizzazione del ruolo giocato da Giappone e Corea del Sud nella determinazione di una nuova strategia.

Tokio e Seul si troverebbero in prima linea, in un eventuale conflitto armato con Pyongyang.  Se però il Giappone sembra disponibile ad appoggiare l’approccio muscolare dell’amministrazione Trump, Seul continua a spingere per la ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche. Nel mezzo di una crisi politica che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente Park, la Corea del sud rischia di ritrovarsi senza un governo forte nel momento in cui si prenderanno decisioni cruciali, con ricadute dirette sulla sua sicurezza.

La Corea del Nord lancia un avvertimento a Trump e Xi Jinping

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A poche ore dall’incontro al vertice tra il presidente USA Donald Trump e il suo corrispettivo cinese Xi Jinping , in Florida, il leader nordcoreano ha ordinato il lancio di un missile a medio raggio KN-15 che ha concluso la sua traiettoria nelle acque del Mar del Giappone, dopo un breve volo di circa 60 chilometri.

La Corea del Sud ha condannato fermamente l’ennesima provocazione di Pyongyang, mentre il Segretario alla Difesa americano, Rex Tillerson, ha commentato freddamente l’episodio: “Gli Stati Uniti hanno già parlato abbastanza della Corea del Nord. Non abbiamo ulteriori commenti”. La risposta più decisa è arrivata invece da Tokio, per bocca del Capo di Gabinetto Yoshihide Suga: “Il Giappone non potrà mai tollerare le ripetute azioni di provocazione della Corea del Nord. Il governo protesta con forza e le condanna risolutamente”.

Dopo cinque test nucleari, due dei quali condotti nel 2016, il lancio odierno ha rinnovato i timori della comunità internazionale sul programma missilistico nordcoreano. Pyongynag è ancora lontana dall’obiettivo di realizzare una testata a lungo raggio che possa recapitare un ordigno nucleare fin sul territorio americano, ma gli analisti hanno ipotizzato che il missile KN-15 sia stato sospinto da un propellente solido, facile da trattare e trasportare, che aumenterebbe le capacità di attacco rapido del regime asiatico.

La dimostrazione di forza avviene all’indomani di due avvenimenti che Pyongyang ha interpretato come serie minacce. Nei giorni scorsi Trump ha lanciato il suo avvertimento: se la Cina deciderà di non cooperare nel contenimento dello scomodo alleato regionale, gli USA sono disposti ad agire da soli contro il nemico. Nel contempo, si è conclusa una esercitazione militare congiunta tra USA, Giappone e Corea del Sud, che Pyongyang considera come la prova generale di una possibile invasione.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano le azioni delle potenze nemiche stanno portando la Penisola asiatica sull “orlo della guerra”.

La crisi odierna, che senza dubbio sarà al centro dei colloqui tra Trump e Jinping, è stata preceduta, nello scorso febbraio, dal lancio di 4 missili balistici nordcoreani che sono caduti in prossimità delle coste nipponiche e dal test di un sistema di lancio SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile) che permetterebbe a Pyongyang di avvicinare le sue testate alle acque del nemico e di disporre di una inedita capacità di contrattacco (second-strike), nell’ipotesi di distruzione del proprio arsenale terrestre. Questa ipotesi, secondo gli analisti, è però attualmente solo teorica e serviranno ancora anni prima che Kim Jong Un possa fare reale affidamento su una tale capacità offensiva.

In uno scenario sempre più surriscaldato, il governo cinese prova a gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro tra Jinping e Trump, presso il resort Mar-a-Lago, A Palm Beach in Florida, di proprietà del presidente statunitense, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha negato ogni legame tra il lancio missilistico nordcoreano e il meeting al vertice tra le due potenze, sollecitando tutte le parti coinvolte ad evitare ogni ulteriore escalation.

La Cina, in questo momento, sembra l’unica forza in grado di porre un freno al conflitto fra Pyongyang e i suoi tanti nemici.

Xi Jinping al WEF di Davos: “nessun vincitore da una guerra commerciale”

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Globalizzazione contro protezionismo, potrebbe essere questa la cifra identificativa dello scontro che si prepara a livello globale per i prossimi anni tra i due giganti dell’economia mondiale: Cina e Stati Uniti.

La retorica del presidente eletto Donald Trump,sintetizzata nello slogan “America first”, si focalizza sulla protezione degli interessi americani sul piano commerciale, mettendo in discussione i rapporti economici con l’avversario asiatico. Dopo il tramonto dell’ambizioso accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica (TPP), la nuova amministrazione sembra intenzionata a ritirarsi dai trattati internazionali di libero scambio privilegiando accordi bilaterali che possano garantire una maggiore protezione degli interessi americani. Una prospettiva che mette in allarme Pechino, che vede nella globalizzazione e nella liberalizzazione del commercio la strada maestra per proseguire sul cammino della crescita.

Il presidente cinese Xi Jinping ha deciso dunque di scendere in campo in prima persona, prendendo parte oggi, con una delegazione di altissimo livello, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Mai nessun leader cinese aveva partecipato al prestigioso summit annuale di Davos, una novità che ben rappresenta l’importanza del momento, a pochi giorni dall’insediamento del neo-presidente Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Come era prevedibile, nel suo intervento Jinping ha parlato in difesa della globalizzazione e del libero scambio, mettendo in guardia Washington dal pericolo di una guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del pianeta, da cui nessuno uscirebbe vincitore.

In un discorso emblematico, il presidente cinese ha difeso gli esiti dell’integrazione economica, dimensione considerata, al contempo, ineluttabile e imprescindibile. “La maggior parte dei problemi che preoccupano il mondo non sono causati dalla globalizzazione – ha detto Jinping. Che vi piaccia o meno, l’economia globale è un grande oceano dal quale non si può scappare”. “Dobbiamo promuovere il commercio e la liberalizzazione degli scambi” ha aggiunto, sottolineando come “Nessuno potrà emergere vincitore da una guerra commerciale”. Un messaggio chiaro, destinato alla nuova amministrazione Trump al fine di scoraggiare una scelta marcatamente protezionistica.

Pur riconoscendo gli effetti negativi della globalizzazione su alcuni settori dell’economia e della società, il presidente cinese considera l’isolazionismo una reazione sbagliata: “La cosa giusta da fare è cogliere le occasioni per portare avanti le sfide in modo congiunto e tracciare una strada giusta per la globalizzazione economica”.

Con il discorso di Davos, Xi Jinping persegue un duplice scopo: contrastare la narrazione protezionistica di Trump e ricordare a tutti che la Cina è pronta a subentrare agli USA, qualora la scelta protezionistica fosse confermata dai fatti, nel ruolo di leader economico globale. Pechino è pronta a proporre una serie di nuovi accordi di libero scambio, non solo con i paesi della regione del Pacifico, orfani del TPP, ma anche con il continente latinoamericano.

Trump è davvero disponibile a lasciare campo aperto alla superpotenza emergente per concentrarsi sulla difesa del suo mercato interno? In tal caso, Pechino sarà capace di creare nuove condizioni per sostenere la propria crescita?

Il 2017 potrebbe essere un anno di grandi cambiamenti per l’assetto economico globale.

In Cina la lotta alla corruzione passa per il controllo dei media

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In Cina la corruzione è un problema diffuso, nonostante le pene draconiane che colpiscono i funzionari riconosciuti colpevoli di condotte illegali. Per limitarne la diffusione, il governo, su impulso del Presidente Xi Jinping, si appresta a lanciare un nuovo round del programma anti-corruzione avviato tre anni fa, moltiplicando gli sforzi rispetto al 2015. La Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari (CCDI) prevede infatti di condurre oltre 100 controlli da qui alla fine dell’anno.

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La Campagna anti-corruzione annunciata da Xi Jinping è stata ampiamente pubblicizzata sui media nazionali. Il 19 febbraio scorso il leader cinese ha diffuso il suo messaggio attraverso le tre principali agenzie di informazione del paese: la Xinhua, la People’s Daily e la CCTV. Contestualmente, Xi ha voluto lanciare un avvertimento al mondo dell’informazione, affermando che i media nazionali devono dimostrare assoluta dedizione e lealtà nei confronti del partito e dunque, indirettamente, verso lo stesso premier. La risposta non ha tardato ad arrivare, nel segno di una volenterosa sottomissione. Le home page delle tre agenzie sono state rapidamente colonizzate da una profusione di lodi ed attestazioni di supporto nei confronti del partito e della sua guida, in vista dell’inizio della campagna.

Secondo gli analisti, l’iniziativa di Xi Jinping non punta semplicemente ad inasprire i controlli anti-corruzione, ma risponde ad un complessivo cambio di agenda politica nei confronti dei media. Il presidente vorrebbe operare un giro di vite sul mondo dell’informazione cinese, per meglio controllare la diffusione delle notizie. Ad avvalorare l’ipotesi ha contribuito Wang Qishan, membro del Comitato permanente del Politburo e capo della Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari. Durante la conferenza di presentazione della campagna, Wang ha annunciato che sia il Ministero per la Propaganda che l’organo statale che si occupa di stampa, pubblicazione, radio, cinema e televisione (e che applica le direttive della censura) saranno messe sotto esame in modo approfondito. Un ulteriore avvertimento, neanche troppo velato.

L’operazione anti-corruzione, ad ogni modo, riguarderà tutti i gangli dell’ordinamento statale ed interesserà, stando agli annunci, 36 diversi organi pubblici distribuiti su tutti gli ambiti di competenza. Dalla giustizia all’agricoltura, dagli affari religiosi al turismo, nessuno potrà considerarsi al riparo dalle indagini degli ispettori governativi. Anche quattro governi provinciali saranno passati al setaccio.

Molti degli obiettivi posti nel mirino della Commissione sono legati alla gestione e all’applicazione delle politiche industriali. Il partito vuole così contribuire al raggiungimento degli obiettivi economici fissati per il 2016, a livello nazionale, riducendo i livelli di sovra-produzione e favorendo la fusione delle principali industrie di stato. Questi cambiamenti, considerata la loro portata, potrebbero generare malumori ed opposizioni all’interno degli enti statali interessati. Ed ecco che si chiarisce il ruolo dei media in questa storia. Un controllo più stretto sull’informazione garantirebbe una narrativa degli eventi favorevole e, dunque, una più ampia base di consenso per le trasformazioni in agenda.

Luca Marchesini

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USA-Cina: ancora scontro su Mar Cinese Meridionale

Varie di

Durante l’Asia-Pacific Cooperation Summit di Manila, conclusosi la settimana scorsa, il presidente Barak Obama ha ribadito la posizione americana, chiedendo alla Cina di interrompere la costruzione di isole artificiali e di nuove infrastrutture nella zona di mare contesa.

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La risposta non si è fatta attendere. In occasione del vertice dei paesi dell’ASEAN di Kuala Lumpur, in Malesia, Pechino, attraverso il vice ministro degli esteri cinese Liu Zhenmin, ha accusato Washington di volere una escalation ed ha difeso le attività di costruzione in mare, avviate nel 2013 e ancora oggi in corso.

Era stato Obama, in apertura del summit APEC di Manila, mercoledì scorso, a spingere la questione del Mar Cinese Meridionale al centro dell’agenda politica dei 21 leader riuniti. Dopo aver incontrato il presidente delle Filippine, Benigno S. Aquino III, Obama si era rivolto alla stampa sollecitando Pechino ad interrompere ogni attività militare in quel tratto di mare e ad accettare un arbitrato internazionale per ricomporre le divergenze con i vicini del sud-est asiatico.

“C’è bisogno di intraprendere passi coraggiosi per abbassare la tensione – aveva detto Obama – impegnandosi ad interrompere ulteriori rivendicazioni, ogni nuova costruzione e la militarizzazione delle aree contese del Mar Cinese Meridionale”

Pur senza prendere posizione sul fronte delle rivendicazioni territoriali avanzate dai paesi coinvolti, gli Stati uniti considerano vitale la libera navigazione sulle acque dell’area contesa. In tal senso hanno confermato il proprio impegno a fianco dei governi dell’Asia meridionale che si oppongono all’espansionismo cinese, ed hanno garantito agli alleati un contributo di 250 milioni di dollari per le spese militari.

La replica di Pechino è arrivata il 22 novembre, in occasione del vertice ASEAN di Kuala Lumpur. Il vice-ministro degli esteri cinese Liu Zhenmin ha affermato la legittimità e la legalità dell’operato del proprio governo, ribadendo che la Cina non ha intenzione di interrompere le attività di costruzione di nuove infrastrutture al largo delle sue coste meridionali. Zhenmin ha poi rispedito al mittente le accuse americane, negando che Pechino stia procedendo ad una progressiva militarizzazione dell’area. Sarebbe invece Washington a dover interrompere le provocazioni, dopo che, il mese scorso, una nave della Marina americana aveva attraversato un braccio di mare che i Cinesi considerano come parte delle proprie acque territoriali.

“La costruzione ed il mantenimento di infrastrutture militari sono necessari per la difesa nazionale della Cina e per la protezione di quelle isole e di quelle barriere coralline”, ha affermato il vice-ministro, aggiungendo che Pechino intende “espandere e rafforzare” le infrastrutture civili “per servire al meglio le navi commerciali e i pescatori, soccorrere i battelli in difficoltà e fornire maggiori servizi pubblici.”

Le posizioni dei due principali contendenti restano dunque molto distanti e nulla fa presagire, al momento, un cambiamento di rotta da parte della corazzata cinese.

 

Luca Marchesini

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Luca Marchesini
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