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Srebrenica: un massacro che compie vent’anni

EUROPA/POLITICA/Varie di

I Balcani sono più di un’espressione geografica, molto di più. Lingue, religioni, simpatie, tradimenti, massacri, contaminazioni e scambi culturali; gli autoctoni e gli arrivati da lontano; il latino, il cirillico e l’ellenico.Un ventennio, al giudizio di popolazioni che si rinfacciano ancora oggi l’epoca bizantina e i 500 anni di dominazione ottomana, quanta peso storico porta? Un peso inquietante, un macigno se si chiama Srebrenica.

Il premier serbo Vucic è stato contestato con rabbia determinata, lancio di pietre e altri oggetti alla celebrazione dei vent’anni dal massacro. A poco servono le annotazioni bosniache su”disturbatori venuti da fuori”. A che servono, se non a mettere una pezza a un sentore incontrollabile, all’odio che trova a tutt’oggi terreno fertile nell’oblio, nell’impunità, nella latitanza pluriennale dei responsabili, dell’una e dell’altra parte, di quei giorni feroci?

“Sono passati 20 anni dal terribile crimine commesso e non ci sono parole per esprimere rimorso e dolore per le vittime, così come rabbia e rancore verso coloro che hanno commesso questo crimine mostruoso. La Serbia condanna in modo chiaro e senza ambiguità questo crimine orribile” ha scritto Vucic in una nota “ed è disgustata da quanti vi hanno preso parte e continuerà a portarli davanti alla giustizia. La mia mano resta tesa verso la riconciliazione”.

Apprezzabile la partecipazione conciliatoria e l’esperienza diplomatica a 360° del premier serbo da quando è stato eletto, ma manca la definizione di “genocidio” ne dizionario politico serbo di quanto accadde nella guerra di Bosnia. Lo dice Obama, lo dice anche il Presidente Mattarella : “fu genocidio”, dichiarano.

“ Per genocidio s’intendono gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”, secondo la definizione adottata dall’ONU.

Allora, mettiamo insieme quello che di significativo abbiamo per accettare o meno una definizione che poco cambia nel bilancio della storia, ma tanto disturba nella presa delle responsabilità: “Uccidere 50mila musulmani in più non porterebbe a niente. Recupereremo in seguito. La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana”, scriveva Ratko Mladic, il boia di Srebrenica nei suoi diari segreti. “I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi”.

Le 3500 pagine raccolte in 18 quaderni sono la prova più schiacciante degli intenti sciovinisti di quella elite militare e paramilitare serba che pretese di fornire una sorta di “soluzione finale” adoperandosi in una pulizia etnica bella e buona nel triennio 1992-1995.

Nella cittadina bosniaca di Srebrenica, oltre 8 mila uomini , bambini, giovani e anziani musulmani , venivano uccisi a colpi di mitraglia e poi nascosti in fosse comuni scavate dalle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić quel 11 luglio 1995. Un massacro passato alla storia come la più grave carneficina in Europa dai tempi della Seconda Guerra mondiale.Secondo i dati ufficiali, i morti fuorono 8372, secondo altre fonti si tratterebbe di circa 10mila persone.

Cosa significa un ventennio dal massacro di Srebrenica? Significa l’identificazione in corso di morti ancora senza nome.

Un serbo a Tirana…nel senso del premier

ECONOMIA/Energia/EUROPA di

Quando si parla di “ospitalità” albanese, ebbene, le autorità non hanno fatto mancare nulla dal protocollo al capo del governo serbo: Bože pravde , l’inno nazionale serbo è stato eseguito per la prima volta nella Tirana istituzionale, durante una visita ufficiale. Nella sede di rappresentanza del Palazzo delle Brigate i due premier si sono stretti mani diplomatiche senza lasciare nulla al caso con tanto di tricolore serbo issato.
Questa visita è stata preparata nei dettagli e vissuta “seguendo l’esempio della Germania e della Francia dopo la seconda guerra mondiale”, ha detto il premier Rama, facendo riferimento alla distensione auspicata dei rapporti tra i due paesi balcanici, “ sulla scia del desiderio di intensificare i buoni rapporti”.
Vučić ha raggiunto Tiranail 27 maggio scorso, il giorno dopo la conclusione dei lavori del South-East European Cooperation Process, il consiglio di cooperazione regionale, istituito dalla Bulgaria nel 1996 e presieduto dall’Albania quest’anno. Un summit nel quale è stato ribadito e sottolineato la volontà dei paesi balcanici di puntare all’integrazione europea come obiettivo comune. Bulgaria e Romania hanno manifestato il loro appoggio incondizionato.
Una visione d’insieme che è stata rinforzata durante la visita del capo del governo serbo il giorno dopo, sia da questi che dal premier albanese, Edi Rama.
“Qualcuno in Serbia farà rumore per questa mia visita, come immagino succederà a Rama per avermi invitato. Ma il mio dovere è di guardare al futuro, e nel futuro le relazioni fra di noi sono molto importanti… Pensiamo in modo diverso, parliamo in modo diverso. Ma questo non ha a che fare con il fatto di lavorare insieme. Se saremo abbastanza responsabili, saggi e intelligenti, se non penseremo di risolvere i nostri problemi con i conflitti ma con il dialogo, con rapporti sinceri, aperti e onesti, allora sono sicuro che Serbia e Albania avranno un futuro migliore del passato. Alla storia non possiamo sfuggire, ma il nostro sguardo dovrà essere rivolto al futuro, perciò oggi sono qui per porgere al mio collega Rama la mano dell’amicizia.”
Molto più disinvolto e visionario Rama il quale esprime le relazioni diplomatiche future dichiarando “ Delle relazioni tra Francia e Germania si dice che rappresentino l’asse dell’Europa, spero di non mancare di modestia dicendo che gli albanesi e i serbi vogliono trasformare le loro relazioni in un’uguale testimonianza del fatto che da una storia di guerre sanguinose potrebbe nascere l’esempio di un comune successo di pace”.
In questo momento di pragmatismo politico non si poteva lo stesso evitare un richiamo al punto dolente delle relazioni problematiche tra i due paesi, ovvero la questione del Kosovo e della “Grande Albania”. Il virgolettato è d’obbligo stando alla versione albanese della faccenda. “La Grande Albania per noi non è un progetto o un programma. Si tratta di un’idea nutrita da coloro che non vogliono il bene degli albanesi, non la nostra nazione, che non vuole ampliamenti, a scapito di nessuno, ma la convivenza normale. Progettiamo di unirci sulla strada nell’Unione europea. Se noi avessimo visto la bandiera della Grande Serbia sul drone avremo riso, ma questa è una questione di percezione. Penso che la lezione è stata tratta da entrambi”.
Di tenore molto più sostenuto Vučić sullo stesso tema aveva in un primo momento dichiarato “E’ un fatto che non siamo d’accordo sul Kosovo. La Serbia considera il Kosovo come la sua parte e l’Albania la considera indipendente”. La posizione di Rama, più ironico e morbido, si delinea nella sua dichiarazione in merito: “La mia convinzione è che il riconoscimento del Kosovo sarebbe un grande sollievo per la Serbia, ma non voglio entrare più in profondità in questa questione dal momento che qui siamo tra amici e noi rispettiamo tutti gli amici e le loro sensibilità“. Senza paroloni, ma incisivo e serio il premier serbo ha sottolineato “La grande divergenza fra Belgrado e Tirana sullo status del Kosovo non deve essere un ostacolo ai nostri rapporti bilaterali; nonostante questo, ritengo che questa incongruenza non significhi che non possiamo ammorbidire le differenze con il dialogo”.
Nell’affrontare la crisi che si sta consumando nella Repubblica Macedone dopo i fatti di Kumanovo, entrambi i governi si sono voluti mostrare equi distanti con la volontà di non schierarsi con nessuna delle fazioni e facendosi garanti di una stabilità balcanica necessaria.
A dettare questa nuova fase è ovviamente la prospettiva economica degli investimenti esteri e tra i due paesi, nonché la posizione strategica dei Balcani nei corridoi energetici e nella infrastruttura dei trasporti transnazionale.
Nell’ambito dei Tirana Talks – Vienna Economic Forum (nato nel 2004), il giorno dopo, 28 maggio, si è ufficializzato questo riavvicinamento toccando propriamente i progetti futuri. In esclusiva, si fa riferimento all’autostrada Tirana-Belgrado , passando per il Kosovo, funzionale e simbolica. Serbi e albanesi, monitorati dalla Germania e procedendo sotto gli occhi dell’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer chiedono fondi esteri e investimenti. Hanno finalmente capito che possono diventare seriamente strategici per se stessi e l’Europa. In un contesto di crisi delle frontiere europee, della crisi profonda, difficilissima in Ucraina e nelle ex repubbliche sovietiche, con conseguenze economiche enormi per tutti, i balcanici provano a elevare le rispettive posizioni, cercando di attrarre investimenti, prestigio e credibilità.
Non è una passeggiata nella storia, si tratta di conflitti secolari, di diatribe territoriali e culturali radicalizzate. Si tratta di Berlino con lo sguardo puntato e, soprattutto gli albanesi, si ricordano bene un altro Berlino, quello del Congresso del 1878, quello degli Imperi ( Austria e Turchia) e delle grandi Potenze europee, quello a conclusione del quale gli albanesi si sono visti negati l’esistenza niente di meno che da Bismarck: “Non esiste alcuna nazione albanese”. Erano altri tempi, ma i Balcani si sono visti fare e disfare nei secoli da altri le loro esistenze. Ad ogni modo, era il mondo di ieri.

Sabiena Stefanaj
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