GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Unione europea

L’Unione Europea mette al bando i prodotti in plastica monouso. Greenpeace “Bene ma serve di più”

EUROPA di

La commissione europea, prendendo atto del costante aumento dei rifiuti di plastica negli oceani e nei mari, oltre ai danni che ne conseguono, ha proposto nuove norme per 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa.

Nel mondo, le materie plastiche rappresentano l’85 % dei rifiuti marini. Sotto forma di microplastica sono presenti anche nell’aria, nell’acqua e nel cibo e raggiungono perciò i nostri polmoni e le nostre tavole, con effetti sulla salute ancora sconosciuti. L’attenzione viene posta su 10 prodotti di plastica monouso e attrezzi da pesca che, insieme, rappresentano il 70% dei rifiuti marini in Europa. Le nuove regole sono volte a vietare la commercializzazione dei prodotti di plastica di cui esistono alternative facilmente disponibili ed economicamente accessibili, mentre i prodotti monouso saranno esclusi dal mercato e dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili. L’Unione europea ha come obiettivo la riduzione del consumo di plastica e gli stati potranno fissare obiettivi di riduzione mettendo a disposizione prodotti alternativi o la possibilità che questi prodotti siano forniti gratuitamente. Verranno introdotti obblighi ai produttori in quanto contribuiranno a coprire i costi di gestione, bonifica dei rifiuti e sensibilizzazione. A ciò si aggiunge l’introduzione, su alcuni prodotti, di un’etichetta che indica come devono essere smaltiti, il loro impatto negativo sull’ambiente e la presenza di plastica. Per quanto riguarda gli attrezzi da pesca, che rappresentano il 27% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge, la Commissione punta a completare il quadro normativo vigente introducendo regimi di responsabilità del produttore per gli attrezzi da pesca contenenti plastica. Inoltre, entro il 2025 gli stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottigliette di plastica monouso. Con queste nuove norme l’Europa è la prima a intervenire incisivamente su un fronte che ha implicazioni mondiali. Jyrki Katainen, Vicepresidente responsabile per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha dichiarato: “La plastica è un materiale straordinario, che dobbiamo però usare in modo più responsabile. I prodotti di plastica monouso non sono una scelta intelligente né dal punto di vista economico né da quello ambientale, e le proposte presentate oggi aiuteranno le imprese e i consumatori a preferire alternative sostenibili. L’Europa ha qui l’opportunità di anticipare i tempi, creando prodotti che il mondo vorrà procurarsi nei decenni a venire e valorizzando le nostre preziose e limitate risorse. L’obiettivo per la raccolta delle bottiglie di plastica concorrerà anche a generare i volumi necessari a far prosperare il settore del riciclaggio”. Affrontare il problema della plastica è una necessità, che può dischiudere nuove opportunità di innovazione, competitività e occupazione. La normativa unica per l’intero mercato dell’UE offre alle imprese europee un trampolino per sviluppare economie di scala e rafforzare la competitività nel mercato mondiale in piena espansione dei prodotti sostenibili: con i sistemi di riutilizzo (come quelli di cauzione-rimborso) le imprese potranno contare su un approvvigionamento stabile di materiali di alta qualità; in altri casi, mosse dall’incentivo a ricercare soluzioni più sostenibili, potranno conquistare un vantaggio tecnologico sui loro concorrenti internazionali. Le misure proposte hanno come obiettivo anche quello di aiutare l’Europa a compiere la transizione verso un’economia circolare, a realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite e a onorare gli impegni assunti sul fronte del clima e della politica industriale. La direttiva si poggia su norme già esistenti (come la direttiva quadro sulla strategia marina e le direttive sui rifiuti) e va a integrare altre misure adottate per contrastare l’inquinamento dei mari. Nel frattempo, Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, ha commentato: “Se vogliamo invertire la rotta, è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari”.

Il prossimo futuro vede la proposta della commissione passare al vaglio del Parlamento europeo e del consiglio (dove potrà subire delle modifiche o precisazioni). Inoltre, Il prossimo 5 giugno, per celebrare la giornata mondiale dell’ambiente, la Commissione lancerà anche una campagna di sensibilizzazione a livello europeo per puntare i riflettori sulla scelta dei consumatori e sul ruolo che hanno i singoli cittadini nella lotta contro l’inquinamento da plastica e i rifiuti marini. Successivamente, con questa iniziativa, l’Unione europea assumerà un ruolo guida e sarà nella posizione per guidare il cambiamento a livello mondiale, attraverso il G7 e il G20 e l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite.

Raggiunto l’accordo sulla Cooperazione Strutturata Permanente; Al via la costruzione della Difesa Europea

Difesa/EUROPA/SICUREZZA di

Ufficializzata la costruzione della Difesa Comune Europea. Dopo anni di confronti e dibattiti tra i maggiori attori europei, al summit del 14-15 dicembre 2017, si è siglato l’accordo tra i 27 capi di stato e di governo per la cosiddetta Cooperazione Strutturata Permanente(PESCO).  Essa è regolata dal Trattato di Lisbona e consente agli Stati membri, che intendano impegnarsi, di rafforzare la reciproca collaborazione nel settore della politica di sicurezza e di difesa.

La PESCO prevede che gli Stati si impegnino a rispettare delle tappe comuni. Alcuni temi saranno quelli riguardanti gli aumenti dei bilanci, da parte degli stati membri, con cadenza periodica e in tempi reali. Saranno effettuati, probabilmente, corsi di formazione per raggiungere obbiettivi che prevedono di rafforzare la disponibilità e l’interoperabilità delle forze impiegate. Gli Stati si sono anche impegnati in direzione di un programma industriale comune per il settore della difesa, nonché ad approvare entro la prossima primavera la creazione di uno strumento finanziario atto a garantire le coperture della Pesco.

La necessità di assumersi maggiori responsabilità, da parte dei leader dei paesi UE, per la sicurezza dei cittadini europei, è sorta nel corso del 2016. Da quel momento è stato dunque chiesto all’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, di presentare proposte riguardanti anche la Pesco. Nel frattempo quest’ultima, attraverso la strategia globale per la politica estera e di sicurezza, aveva avviato un processo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza e difesa.

Il ruolo dell’Italia all’interno della Pesco è sicuramente di relativa importanza. L’Italia sarà infatti a capo di quatto dei 17 progetti concordati per il 2018. Il primo prevede la creazione di un centro di addestramento per le forze armate europee. Altri due progetti saranno, invece, tesi a sviluppare capacità militari di soccorso in caso di disastri naturali e di sorveglianza e protezione di aree marittime. Il quarto progetto riguarda l’implementazione di prototipi di veicoli per la fanteria leggera.

L’accordo del Consiglio europeo inaugura un processo istituzionale legalmente vincolante verso l’integrazione nell’ambito della sicurezza e difesa. Tale accordo risulta essere importante anche in chiave di relazioni con l’Alleanza Atlantica, un tema centrale nello sviluppo sia dell’UE che della Nato. È bene, inoltre, non dimenticarsi, che un progetto europeo per la Difesa, quale la Pesco, risponde alla necessità di ritrovare quello spirito europeista e rinsaldare la comunità di valori democratici su cui si fonda l’intera Unione Europea.

Il Generale Claudio Graziano nominato presidente del Comitato Militare UE

Difesa/EUROPA di

Un ruolo di spicco per l’Italia nell’Europa della difesa. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano, generale Claudio Graziano, torinese di 67 anni,  è stato nominato presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea. L’incarico sarà di durata triennale a partire dal mese di novembre 2018, fino ad allora il generale torinese continuerà a svolgere le proprie funzioni e il ruolo verrà ricoperto dall’attuale presidente, il generale Mikhail Kostarakos, in carica dal 6 novembre del 2016. La decisione è stata presa a seguito di una votazione avvenuta il 7 novembre a Bruxelles tra i 27 Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi membri. Il comitato  militare è stato istituito nel 2001, ha il compito di dirigere tutte le attività militari nel quadro dell’UE. Claudio Graziano ricoprirà dunque la più alta carica militare in questo ambito, lavorerà in quanto tale a stretto contatto con il rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, incarico che ad oggi ricopre Federica Mogherini. Avrà il compito di presentare pareri e decisioni di natura militare presso il comitato Politico e di Sicurezza (PSC), oltre che a fornire linee guida e direttive al Direttore Generale dello European Union Military Staff (EUMS). Che Graziano fosse uno dei favoriti a rivestire la carica non era un mistero, soprattutto dopo che, due mesi fa, sfumò la sua nomina a presidente del Comitato militare della Nato, incarico andato `a sorpresa´ al generale britannico Stuart Peach. Claudio Graziano, nella sua prima dichiarazione a commento dell’incarico, ha ringraziato in primo luogo tutti i Capi di Stato Maggiore della Difesa, definendosi onorato per la nomina ottenuta, soffermandosi anche sul governo e sulla Senatrice Roberta Pinotti: “Desidero esprimere la mia gratitudine al Governo, e in particolare al Ministro della Difesa, Senatrice Roberta Pinotti, per il pieno supporto alla mia candidatura. All’attuale Chairman, il Generale Mikhail Kostarakos, rivolgo un caloroso ringraziamento per lo straordinario lavoro svolto”, ha proseguito  Graziano. Finiti i ringraziamenti ha fatto il punto sulla propria situazione: “Desidero confermare la totale abnegazione con il quale porterò avanti, con orgoglio, la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa” anticipando che :“Una volta in carica, mi impegnerò al massimo delle mie capacità per rafforzare ulteriormente l’autorevolezza del Comitato Militare, per contribuire fattivamente al progetto di realizzazione della Difesa europea e per garantire che l’Unione Europea sia pienamente in grado di rispondere alle nuove sfide sulla sicurezza”.

Non si sono fatte attendere le congratulazioni da parte della Pinotti “Questo importante traguardo è il riconoscimento da parte dell’Unione Europea dell’impegno del Paese e delle Forze armate italiane. Al Generale Graziano il mio più sentito ringraziamento per la dedizione, l’orgoglio, la professionalità e l’umanità con le quali ha operato in qualità di Capo di Stato Maggiore della Difesa”. L’Italia aveva già ottenuto la guida dell’alto consesso con il Generale Rolando Moschini, che ricoprì questo ruolo 2004 al 2006.

Il Presidente Juncker in visita al porto spaziale europeo

Europe di

Nella giornata di venerdì 27 ottobre, il Presidente della Commissione europea Juncker, insieme al Presidente francese Macron, si recheranno in visita presso il Centro spaziale della Guyana, a Kourou. L’infrastruttura unica è nata per garantire all’Europa un accesso autonomo allo spazio, in linea con la strategia spaziale per l’Europa, presentata nell’ottobre del 2016.

La Commissione si sta impegnando nello sviluppo di progetti spaziali su larga scala, come il programma di osservazione della Terra Copernicus e i programmi di navigazione satellitare Galileo e EGNOS, per un investimento complessivo di oltre 12 miliardi di euro nel periodo 2014-2020.

La Strategia spaziale per l’Europa, approvata lo scorso anno, risponde alla crescente concorrenza globale, aumentando il coinvolgimento del settore privato e contribuendo alle principali evoluzioni tecnologiche. I programmi spaziali europei forniscono servizi che sono già diventati indispensabili nella vita di ogni giorno, dai dati che servono per l’utilizzo di apparecchi elettronici, fino alla protezione delle infrastrutture fondamentali, come le centrali elettriche. Inoltre contribuiscono alla gestione delle frontiere, ai controlli marittimi e ambientali, migliorano la risposta in caso di catastrofi naturali e servono nel controllo dei cambiamenti climatici.

Con l’approvazione da parte della Commissione della Strategia spaziale per l’Europa, sono stati previsti una serie di interventi che permetterebbero ai cittadini europei di beneficiare pienamente delle opportunità offerte dallo spazio. Ciò, di fatti, sta permettendo la creazione di un ecosistema ideale per la crescita delle start-up, il cui fine è quello di promuovere il primato dell’Europa nel settore e aumentare la sua quota sui mercati mondiali delle attività spaziali.

Per quanto riguarda i prodotti e i servizi offerti dai programmi spaziali dell’UE, sono disponibili un video e una scheda dettagliata in francese e inglese.
È possibile seguire la visita del Presidente Juncker in Guyana sul portale audiovisivo della Commissione europea.

La Commissione invita a completare tutti gli aspetti dell’Unione bancaria entro il 2018

Europe di

Grazie ai piani della Commissione, i cittadini e le imprese europee potranno usufruire di un’integrazione finanziaria, volta ad accelerare l’Unione bancaria. Questa è di fondamentale importanza per rendere l’Unione economica più stabile e resistente alle crisi.

Bruxelles – In data 11 ottobre 2017, la Commissione ha pubblicato una comunicazione che definisce un percorso che porti ad un accordo su tutti gli elementi in sospeso dell’Unione bancaria. La comunicazione prelude al vertice euro di dicembre in formato inclusivo, durante il quale si discuterà dell’Unione bancaria completa, da affiancare all’Unione dei mercati dei capitali, per promuovere un sistema finanziario stabile e integrato nell’UE.

Nel 2012 la Commissione ha proposto di creare tale Unione bancaria per consentire un rinsaldamento delle basi del settore bancario e ripristinare la fiducia nell’euro. L’Unione bancaria consiste nella vigilanza bancaria, in norme per la gestione delle banche in dissesto e in una maggiore protezione per i titolari di depositi. I primi due pilastri sono stati realizzati con l’istituzione del meccanismo di vigilanza unico (SSM) e del meccanismo di risoluzione unico (SRM). Tuttavia, non è stato ancora istituito un sistema comune di protezione dei depositi.

L’Unione bancaria potrà avere successo nel momento in cui verranno ridotti i rischi, secondo le misure proposte dalla Commissione attraverso la comunicazione dell’11 ottobre, per la riduzione dei crediti e aiuti per le banche a rischio. Inoltre, la comunicazione, traccia un percorso fine alla predisposizione di un dispositivo di sostegno comune di bilancio, per il quale gli Stati membri si sono già impegnati nel 2013, volto a garantire la solidità del sistema e la disponibilità sufficiente di risorse per il Fondo di risoluzione unico (SRF).

La Commissione invita il Parlamento europeo e gli Stati membri ad adottare quanto prima le manovre proposte, al fine di trovare in tempi brevi un accordo sul pacchetto per il settore bancario, presentato nel novembre del 2016. Questo include proposte riguardo gli elementi restanti delle norme concordate in seno al Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (CBVB) e al Consiglio per la stabilità finanziaria (FSB). Tali suggerimenti mirano a completare il programma legislativo post-crisi, garantendo che le norme affrontino le rimanenti sfide per la stabilità finanziaria, dove la riforma consentirà alle banche di continuare a finanziare l’economia reale.

Nella comunicazione, tra i punti salienti, vengono sollecitati progressi sul sistema europeo di assicurazioni dei depositi, in modo da garantire a tutti i titolari di questi di godere dello stesso livello di protezione. La Commissione ha proposto anche alcune misure, già avanzate nel 2015, per la creazione di un unico sistema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS), come risposta alle preoccupazioni sollevate in sede di Parlamento europeo e Consiglio. Ciò prevedrebbe due fasi: la prima di riassicurazione, in cui l’EDIS fornirebbe la copertura della liquidità solo ai sistemi di garanzia dei depositi (SGD) nazionali. La seconda fase fa capo alla coassicurazione, dove l’EDIS coprirebbe progressivamente le eventuali perdite.

Altro passaggio chiave, in riferimento alla stabilità finanziaria è necessità di un sostegno di bilancio per l’Unione bancaria. Gli Stati membri hanno già convenuto sull’importanza di un meccanismo comune di sostegno per il Fondo di risoluzione unico, che ha portato all’istituzione del meccanismo di risoluzione unico (SRM). Ciò per offrire la garanzia di disponibilità di fondi per risoluzioni bancarie, nei casi di perdite conseguenti ai bail-in di investitori privati, dove gli eventuali costi verranno recuperati dal settore bancario in modo da garantire la neutralità di bilancio a medio termine. In tal senso, l’opzione più efficace individuata è quella del meccanismo europeo di stabilità (MES), contenuta nel documento di riflessione della Commissione sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria. Soluzione da raccordare con l’approfondimento dell’Unione economica e monetaria dell’Europa, che includerà la proposta di conversione di tale meccanismo in un Fondo monetario europeo.

Allo stesso modo, la Commissione sta già operando per un pacchetto di misure complete per la riduzione dei crediti deteriorati esistenti, evitandone l’accumulo futuro (sede di Consiglio 11 luglio 2017). Il pacchetto, la cui approvazione è prevista per la primavera 2018, comprenderà:
·         un progetto in materia di società di gestione patrimoniale nazionali;

  • misure legislative volte a sviluppare ulteriormente i mercati secondari per i crediti deteriorati e ad accrescere la capacità dei creditori di recuperare il valore dei prestiti garantiti;
  • una relazione contenente la valutazione della possibilità di una proposta legislativa volta a introdurre misure di sostegno prudenziali di natura regolamentare per ovviare all’insufficienza degli accantonamenti a fronte di nuovi crediti deteriorati; e
  • l’indicazione della via da seguire per promuovere la trasparenza in materia di crediti deteriorati in Europa.

Pubblicata sempre nella giornata dell’11 ottobre è la relazione di esame del meccanismo di vigilanza unico, che valuta positivamente i primi anni di funzionamento di questo sistema, nonché offre chiarimenti da parte della Commissione sui poteri di vigilanza.

I questo quadro generale, inoltre, al fine di trovare soluzioni pratiche per allentare la spirale banche-emittente sovrano, la Commissione rammenta i lavori in corso del comitato europeo per il rischio sistemico sui titoli garantiti da obbligazioni sovrane. La valutazione dei risultati, dovrebbe portare alla proposta che consentirebbe lo sviluppo di tali titoli, i quali consentirebbero alle banche di diversificare le obbligazioni sovrane in loro possesso.

Allo stesso modo, la Commissione, per continuare a garantire una vigilanza di alta qualità, proporrà di considerare alla stregua di enti creditizi le grandi imprese di investimento che svolgono attività analoghe a quelle bancarie, rendendole così soggette alla vigilanza bancaria. Nell’Unione bancaria la vigilanza su tali imprese, anche da parte della Banca centrale europea, sarebbe esercitata nel quadro del meccanismo di vigilanza unico (SSM).

Digitalizzazione in crescita per l’UE

EUROPA/INNOVAZIONE di

Il 25 febbraio scorso la Commissione Europea ha pubblicato i risultati dell’edizione 2016 dell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI). Notizie incoraggianti, dati i progressi registrati nel complesso; tuttavia, siamo ancora distanti dal pieno sviluppo delle nostre potenzialità digitali.

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Di cosa si tratta?

Il DESI (Digital Economy and Society Index) è uno strumento online che permette di misurare i progressi compiuti dai paesi membri dell’Unione Europea nel campo della digitalizzazione economica e sociale. Più di 30 indicatori vengono utilizzati per definire il DESI e sono raggruppati in cinque distinte aree: connettività (25% del valore totale), capitale umano/abilità digitali (25%), utilizzo di internet (15%), integrazione della tecnologia digitale (20%), servizio pubblico digitale (15%). Questo indice serve, dunque, ad individuare quali sono i settori in cui il paese di riferimento necessita maggiori investimenti per poter migliorare le proprie performance.

L’indice non solo dipinge il quadro generale dell’UE, ancora lontana dai livelli di digitalizzazione di potenze come gli Stati Uniti o il Giappone, ma mette anche in risalto le differenze notevoli tra i paesi membri. Danimarca, Svezia e Finlandia occupano i primi posti non solo a livello europeo ma anche nelle classifiche mondiali. Fanalini di coda, invece, Repubblica Ceca, Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Ungheria, Polonia e Slovacchia, che non solo hanno un DESI decisamente inferiore alla media UE, ma mostrano anche un ritmo di crescita lento, che porterà a distanziare maggiormente questi paesi dal resto dell’Europa. Il DESI, infatti, indica anche il ritmo di crescita delle nazione nel campo delle tecnologie digitali. Ed è proprio qui che si può notare, ancora una volta, un’Europa a più velocità.

Alcuni paesi presentano un indice DESI superiore alla media europea e registrano anche una crescita più veloce nell’arco dell’ultimo anno. Parliamo di Austria, Estonia, Malta, Portogallo, Germania e Paesi Bassi. Buoni i ritmi di crescita anche in Italia, Croazia, Lituania, Romania, Slovenia e Spagna, anche se l’indice DESI rimane attualmente sotto la media. Tuttavia, secondo gli analisti, vi sono buone le speranze per questi paesi di ridurre le distanze da quelli più digitalmente avanzati. In calo, invece, la crescita di Danimarca, Svezia, Finlandia, Irlanda, Belgio, Lituania e Irlanda, che mantengono, tuttavia, un indice elevato.

Cosa si può fare, dunque, per migliorare la situazione? Lo scorso anno l’UE ha approvato la strategia per il mercato unico digitale, una serie di azioni che i paesi dovranno portare a termine entro la fine del 2016 volte a coordinare e standardizzare il processo di digitalizzazione nei vari paesi. Tale strategia verte su tre pilastri: migliorare l’accesso ai beni e ai servizi digitali per consumatori e imprese in tutta Europa; creare un contesto favorevole e pari opportunità per lo sviluppo delle reti digitali; massimizzare il potenziale di crescita nel settore.

Nei fatti, sembra che la strategia attuata stia dando i suoi frutti. Il 71% delle famiglie europee ha ora accesso alla banda larga ad alta velocità (nel 2014 solo il 62%) e sono in aumento anche il numero degli abbonati alla banda larga mobile con 75 contratti registrati per ogni 100 abitanti (a fronte dei 64 dell’anno precedente). È vero, tuttavia, che c’è ancora molto da lavorare, soprattutto in alcuni settori. Come emerge dal rapporto DISE, ad esempio, quasi il 45% degli europei non possiede competenze digitali di base, come l’uso della posta elettronica o degli strumenti di editing principali. L’e-commerce è una realtà ancora lontana per le piccole medie imprese: soltanto il 16% vende i propri prodotti online e solo il 7,5% anche oltre la frontiera. Non è sufficiente promuovere l’acquisto online: bisogna, altresì, stimolare maggiormente il commercio elettronico, approvando in sede europea una legislazione che protegga adeguatamente i consumatori, specialmente negli acquisti transfrontalieri. Non del tutto soddisfacenti, infine, i dati relativi ai sevizi pubblici: a fronte di una maggior varietà di servizi resi disponibili online dalle Pubbliche Amministrazioni, pare che soltanto il 32% degli utenti usufruisca di queste piattaforme.

Da un lato, dunque, è importante che l’UE fornisca una legislazione coerente ed efficace, che tuteli sia i cittadini che le imprese; dal canto loro, gli stati membri devono sostenere la creazione del mercato unico digitale, investendo in quei settori maggiormente arretrati e promuovendo la digitalizzazione tra la società civile. Realizzare quest’obiettivo permette non solo di rilanciare l’economia europea in generale e di dare nuova competitività al nostro mercato, ma consente anche ai singoli membri di sfruttare al meglio il potenziale inespresso, creando nuove opportunità (soprattutto transfrontaliere) per le imprese ma anche per i singoli.

 

Paola Fratantoni

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2016: Direttiva Europea sulla CyberSecurity. O nel 2018?

INNOVAZIONE/POLITICA/Varie di

 

La Direttiva Network and Information Security NIS dell’Unione Europea e’ pronta al lancio. Presentata alla fine del 2013 insieme alla Cyber Strategy targata UE, dopo una lunghissima gestazione ha ricevuto due semafori verdi: all’accordo in Parlamento, e il Parlamento del 7 dicembre ha fatto seguito, il 18 Dicembre, il via libera del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper).

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Il 14 Gennaio 2016 e’ arrivato anche il voto (32 favorevoli su 34) della Commissione per il Mercato Interno del Parlamento. Sembra solo una formalità adesso il voto finale del Parlamento, che dara forza esecutiva al provvedimento.

Il cui scopo e’ quello di stabilire una policy condivisa in materia, tale da garantire uniformità di approccio verso un settore strategico, e il 2015 lo ha confermato in pieno, quale quello della Cybersecurity.

La Direttiva individua e disciplina tre aspetti chiave.

Innanzitutto impone agli Stati Membri l’adozione di un regime regolamentare comune, che si deve estrinsecare nell’istituzione di un’Autorita’ dedicata, con compiti di regolamentazione, relazione e punto di contatto fra la società civile, il mondo delle imprese, i governi nazionali e le istituzioni europee.

I singoli paesi dovranno contestualmente definire il framework legale e regolamentare per la disciplina della materia, nonche promuovere la nascita di CERT (Computer Emergency Response Team) nazionali.

Il secondo pilastro della direttiva consiste nella creazione di un network europeo di cyber security. Delle ipotesi al vaglio quella che sembra aver preso piede (ma si aspetta la ratifica parlamentare prima di andare a vedere nel concreto se sara’ quella adottata), e’ la costituzione di un network duale: 1. un gruppo di cooperazione fra la Commissione, l’ENISA (European Union Agency for Network and Information Security) e i rappresentanti dei singoli stati; 2. un gruppo costituito dai rappresentanti dei CERT nazionali.

Il terzo, e discusso, pilastro concerne il risk management. La NIS sottopone alla propria disciplina tutti quei soggetti che operano nell’ambito dei cd “servizi essenziali”: energia, trasporti, banking, mercati finanziari, salute, acqua e infrastrutture digitali.

I parametri che circoscrivono i servizi essenziali sono tre:

  1. Fornire servizi essenziali;
  2. Il servizio fornito dipende dal funzionamento dei sistemi informativi;
  3. Un incidente dovuto ad un attacco cyber potrebbe generare un blocco del servizio.

Ad essi si aggiungono tutti i fornitori di servizi digitali, nonche’ marketplace quali Amazon, Ebay o motori di ricerca quali Google.

In capo a tutti questi soggetti graveranno obblighi di non poco conto, quali l’implementazione di uno standard minimo di sicurezza e la comunicazione all’Authority di tutti gli attacchi di una certa rilevanza a cui sono soggetti.

Si tratta di un effort economico e di una pubblicita’ di informazioni di non poco conto, in grado di influire pesantemente sul business o la mission di un’organizzazione.

Pertanto, e qui si intravede una prima criticita’ della direttiva, qualora uno stato membro vari un sistema sanzionatorio “leggero”, potrebbero generarsi, in tutto il sistema, effetti facilmente prevedibili.

Un altro aspetto che vale la pena di notare e’ quello relativo al timing di applicazione della direttiva stessa. Dal momento dell’entrata in vigore, i singoli Stati avranno 21 mesi per il varo di una normativa nazionale di riferimento e la creazione delle authorities. A questi si aggiungono ulteriori sei mesi per il censimento degli operatori dei servizi essenziali. Si tratta di un tempo enorme, specialmente quando si parla di minacce cyber, che evolvono con un tasso di crescita esponenziale. E mentre i governi di tutta Europa auspicano l’adozione di misure di cyber security quale mezzo necessario per la prevenzione al terrorismo, anche al prezzo della limitazione di alcune liberta’, l’Unione se la prende comoda, con la speranza che non si ripeta un’altra Parigi.

 

Leonardo Pizzuti

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Vertice NATO: Libia snodo cruciale per Mogherini e Gentiloni

BreakingNews di

Discorsi convergenti quelli dell’alto rappresentante dell’UE Federica Mogherini e del ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni in occasione della seconda giornata del seminario congiunto NATO a Firenze. Entrambi, infatti, hanno indicato non solo la Siria, ma anche la Libia come terreno cruciale nella lotta al terrorismo.

In collegamento da Bruxelles, Mogherini si è rivolta ai partecipanti al seminario spiegando che “non è ancora venuto il momento di un’azione militare europea congiunta in Siria. Ma è comunque indispensabile trovare una soluzione politica di concerto assieme a tutti gli altri attori politici, anche se le posizioni di partenza restano distanti”. E ancora: “Ritengo che la Siria sia sì importante, ma non inscindibile dal contesto libico, sul quale dobbiamo lavorare per combattere il Daesh. Dalla questione migratoria e dei rifugiati che arrivano in Europa fino agli attacchi terroristici di Parigi: il nostro continente deve poter gestire questa minaccia proveniente da fuori”.

Interpellata, invece, sul ricorso all’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona da parte della Francia, Mogherini ha difeso l’operato congiunto dichiarando che “è vero che i singoli stati stanno discutendo bilateralmente le soluzioni militari contro il terrorismo assieme a Parigi”, ma “l’Unione Europea – sottolinea -, fin dal 13 novembre, ha dato la sua solidarietà e il suo pieno appoggio al governo francese. Purtroppo è necessario l’uso della forza per difendere la sicurezza dell’UE”.

Dal canto suo, Gentiloni, intervenuto sul dibattito del pomeriggio sulla Libia, rilancia l’idea che, come nel caso siriano, anche in quello libico “serve una soluzione comune che porti all’accordo tra le fazioni. Dopodichè, le Nazioni Unite metteranno nero su bianco un piano d’intervento nel Paese. L’Italia, così come in Iraq e Afghanistan, è pronta ad assumersi le proprie responsabilità. Il destino della Libia, al pari di quello della Siria, è di fondamentale importanza per l’Europa e per l’Italia sia per la questione dei flussi migratori sia per la lotta al Daesh e al terrorismo”

Mentre, sui rapporti con la Francia dopo l’intervento in Siria e il ricorso all’art. 42.7, il titolare della Farnesina ha assicurato che “l’Italia è al fianco della Francia, con la quale stiamo studiando forme di collaborazione ulteriore in altri contesti geopolitici caldi”, ha concluso Gentiloni.

Francia in guerra: aperture da G20 e UE

Difesa/Medio oriente – Africa/Varie di

Dal G20 in Turchia e dal Consiglio Difesa dell’Unione Europea sono arrivati importanti segnali di una possibile cooperazione a livello internazionale nel contesto geopolitico siriano. Pur ancora con divergenze di carattere militare, soprattutto sull’impiego delle truppe di terra, e di carattere politico, il futuro di Assad divide ancora Stati Uniti e Russia, la collaborazione sul campo è di fatto già iniziata.

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Infatti, continuano i raid francesi su Raqqa, dove sono stati colpiti le roccaforti dello Stato Islamico. Anche se i ribelli laici siriani riferiscono che i jihadisti “fuggono come topi” e “si nascondono tra i civili”. Ed è proprio il possibile coinvolgimento dei civili a dividere l’opinione pubblica europea. Insomma, mentre lo stato di guerra proclamato dal presidente francese Hollande trova consensi sul fronte del controllo interno, lo stesso non si può dire su quello esterno.

Sempre in Siria, Stati Uniti e Russia sono di fatto già attivi nel fornire l’aiuto logistico alla Francia. Il colloquio telefonico tra Obama e Hollande ha stabilito già un piano di cooperazione, in cui sono coinvolte l’intelligence e le forze speciali americane. Mentre Mosca ha assicurato che l’incrociatore “Moskva” coopererà con le forze navali francesi.

Tornando al G20 di Antalya, il colloquio tra Obama e Putin prima e le aperture dei leader europei, Merkel e Cameron in testa, ad una necessaria collaborazione militare con il Cremlino contro l’Isis, segnano un parziale ricompattamento di Occidente e Russia. A questo, si aggiunge l’accusa del leader russo ad alcuni Paesi del G20, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, di avere finanziato, attraverso i privati, proprio il Daesh.

Svolta anche a livello europeo, dove il Consiglio di Difesa Ue ha detto sì all’unanimità all’assistenza militare alla Francia nella lotta all’Isis, così come richiesto dallo stesso Hollande. L’alto rappresentante Mogherini ha annunciato che, per la prima volta, si farà ricorso alla clausola di difesa collettiva prevista dall’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona: in pratica, i Paesi Ue hanno l’obbligo di fornire aiuto militare, anche bilaterale, allo Stato (in questo caso la Francia) che subisce un’aggressione militare.

Sul fronte italiano, infine, le parole del premier Renzi segnano un’apertura a metà. Il lavoro “soft power” perché “non si vince con le sole armi” rivelano la linea attendista di Roma. Fino a due settimane fa, l’intervento militare più papabile sembrava quello in Libia. Gli attentati di Parigi, però, hanno rovesciato le priorità geopolitiche internazionali. I leader europei propendono per l’interventismo. Il rischio è che una reazione militare dettata da due fatti, la caduta dell’aereo russo nel Sinai e l’azione terroristica in Francia, portino a non prevedere un piano di ricostruzione postbellica, come avvenuto in Libia nel 2011.

Giacomo Pratali

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Turchia: ingresso nella UE per controllare i rifugiati

Medio oriente – Africa/Varie di

Fino ad ora offrire ospitalità ai rifugiati che ne oltrepassano i confini è costato alla Turchia circa 7 miliardi di dollari. Questo dall’inizio del conflitto siriano. I flussi migratori, con l’inasprirsi delle violenze nella zona medio-orientale, sono enormemente aumentati negli ultimi mesi travolgendo di fatto l’Unione Europea.

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La Turchia svolge anche in questo un ruolo difficilmente sostituibile come interfaccia fra un Medio Oriente dilaniato da crisi e terrorismo ed una Europa che fatica a recepire l’arrivo di migliaia di profughi, fiaccati e spaventati, in fuga da realtà difficili e assurdamente violente. In questo quadro si inserisce l’accordo che avrebbe unito le volontà europea e turca nella gestione dei flussi migratori anche se entrambe ne smentiscono l’ufficialità.

L’unica voce che al contrario conferma l’avvenuto patto è quella della Commissione europea che considera ciò che gli altri definiscono “una dichiarazione di buona volontà”, un accordo di fatto. Le condizioni offerte alla Turchia riguardano aiuti finanziari, un allentamento delle restrizioni sui visti per i turchi e la riapertura della candidatura del paese all’entrata in Europa. In cambio, la Turchia dovrebbe aumentare i suoi sforzi per contenere i rifugiati all’interno dei suoi confini turchi controllando le frontiere, limitando i flussi di rifugiati vero la Ue, dando loro lavoro, e lottando contro i trafficanti.

I primi tentativi di entrare nell’orbita UE sono stati portati avanti da Ankara nel 2000. Le condizioni prospettate dalla Turchia, nonostante fossero migliori rispetto ad oggi per quanto riguarda democrazia e stabilità interna, non erano apparentemente ancora mature, per essere valutate concretamente. In questi anni, molte cose sono cambiate.

La Turchia, con l’arrivo della minaccia islamica rappresentata da Isis, ha assunto per la sua posizione sia geografica, sia politica in quanto paese inserito in ambito Nato, un ruolo importante e, per alcuni versi, determinante. Erdogan sta facendo di tutto per poter sfruttare al meglio la situazione, colpendo i curdi, anzichè i terroristi Isis destinatari delle armi transitate dalle frontiere turche, senza ferire la sensibilità Nato offrendo, dopo lunghe trattative, l’autorizzazione di far partire i raid contro l’Isis dalla base aerea di Incirlik, nei pressi di Adana.

Ora, l’entrata nell’UE sembra essere una nuova merce di scambio oltre ovviamente ai 3 miliardi di dollari chiesti da Ankara per la gestione dei rifugiati. Il denaro in realtà sembra ancora essere in fase di negoziato sia per gli importi, sia per le modalità di versamento, probabilmente scaglionate su più anni. Al momento comunque, sembrano essere rimasti in sospeso tanto l’inserimento della Turchia nella lista dei ‘paesi sicuri’, quanto l’apertura di 6 capitoli del negoziato per l’adesione, sui quali grava il veto di Cipro e Grecia.
Monia Savioli

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Monia Savioli
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