GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Tag archive

Unione europea

Unione europea e Stati Uniti: di nuovo amici?

EUROPA di

Il 3 novembre si sono tenute le elezioni più importanti e più seguite del 2020, le presidenziali americane, il cui esito è arrivato solo dopo qualche giorno: Joe – Joseph Robinette – Biden, il candidato del Partito Democratico, è stato eletto 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Il candidato democratico ha sconfitto il presidente in carica, Donald Trump, sia in termini di voto popolare che nel voto dei collegi elettorali. L’elezione di Biden a Presidente ha molteplici risvolti e significati e dà luogo a numerose questioni, tra cui: cosa cambierà per l’Europa? L’Unione europea non sarebbe nata senza gli Stati Uniti d’America, paese che da sempre considera alleato e amico. È con l’ultimo mandato presidenziale che i rapporti sono divenuti più tesi ed è per questo che è importante comprendere che piega prenderanno ora. Vecchio e Nuovo continente torneranno ad essere veri alleati?

Continue reading “Unione europea e Stati Uniti: di nuovo amici?” »

UE e Covid-19: l’Unione europea della salute e l’accordo con Pfizer per l’accesso ai vaccini

EUROPA di

L’Europa si trova nel pieno della cosiddetta seconda ondata di diffusione del Covid-19 e l’emergenza sanitaria si fa sempre più grave. Per questo motivo, l’Unione europea sta intensificando la propria azione di risposta alla crisi. In primo luogo, su un piano interno, sta compiendo i primi passi verso la costruzione dell’Unione europea della salute: verranno dunque presentate diverse proposte per potenziare il quadro per la sicurezza sanitaria dell’UE rafforzando il ruolo delle agenzie europee coinvolte. In secondo luogo, da un punto di vista esterno, la Commissione europea ha approvato un nuovo contratto con l’alleanza BioNTech-Pfizer per garantire l’accesso a un potenziale vaccino: l’accordo permetterà l’acquisto iniziale di 200 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell’UE.

Continue reading “UE e Covid-19: l’Unione europea della salute e l’accordo con Pfizer per l’accesso ai vaccini” »

Legge europea sul clima: le richieste del Parlamento europeo

EUROPA di

Nell’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo, tenutasi a Bruxelles dal 5 all’8 ottobre 2020, il Parlamento europeo si è espresso in merito alla Legge europea sul clima, chiedendo di raggiungere degli obiettivi ancor più ambiziosi di quanto non siano quelli proposti dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal. In particolare, gli eurodeputati hanno richiesto una riduzione delle emissioni del 60% nel 2030, poi si sono espressi in merito ad un bilancio per i gas a effetto serra per garantire che l’UE raggiunga l’obiettivo di Parigi, un organismo scientifico indipendente per monitorare i progressi e per l’eliminazione graduale di tutte le sovvenzioni dirette e indirette ai combustibili fossili entro il 2025.

La legge europea sul clima nel Green Deal europeo

Il 4 marzo 2020, la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa al fine di sancire ulteriormente l’impegno dell’UE nel conseguimento della neutralità climatica entro il 2050. Trasformando in legge l’obiettivo prefissato, cioè divenire una società a impatto climatico zero, si garantisce ancora di più la concreta volontà dell’UE di impegnarsi in tale ambito. Gli obiettivi della legge europea sul clima sono di definire il percorso da seguire per arrivare alla neutralità climatica in modo equo ed efficiente, creare un sistema di monitoraggio dei progressi per poi intraprendere ulteriori azioni e garantire la transizione verso la neutralità climatica. La Commissione europea, attraverso la proposta di legge, intende istituire un quadro di riferimento per rendere vincolante il traguardo di zero emissioni di gas serra per il 2050, rispettando le conclusioni scientifiche fornite dall’IPCC e cercando di mettere in atto l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Le richieste del Parlamento europeo

Non appena presentata la proposta legislativa da parte della Commissione europea, il Parlamento si è da subito detto insoddisfatto e pronto a rendere più ambiziosa la legge per il clima. Ad aprile 2020 è stato presentato un progetto di relazione che ha emendato la proposta della Commissione europea in molti punti, l’11 settembre la Commissione ambiente del Parlamento europeo ha adottato una relazione sulla legge europea per il clima e l’8 ottobre il Parlamento europeo ha adottato il suo mandato negoziale sulla legge europea sul clima.

Con 392 voti a favore, 161 contro e 142 astensioni, il Parlamento europeo si è espresso a favore di una legge europea sul clima più ambiziosa, che miri a trasformare le promesse politiche – vale a dire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 in Europa – in un obbligo vincolante in quanto legge, fornendo ai cittadini e alle imprese europee la certezza giuridica e la prevedibilità, elementi necessari per pianificare la trasformazione. Gli eurodeputati hanno insistito sul fatto che sia l’Unione europea che gli Stati membri devono diventare neutri sotto il profilo delle emissioni di carbonio entro il 2050; dal 2051 l’UE dovrà raggiungere l’obiettivo di emissioni negative. Proprio per questo, si chiedono i finanziamenti sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi. Inoltre, i deputati vogliono istituire un Consiglio europeo per i cambiamenti climatici: un organismo scientifico indipendente per valutare i progressi dell’UE in tale direzione.

L’obiettivo proposto

L’obiettivo attuale che l’Unione europea deve raggiungere nell’ambito della riduzione delle emissioni per il 2030 è del 40% rispetto al 1990. La Commissione europea, nella proposta di legge del 4 marzo, ha proposto di arrivare almeno al 55% rispetto ai livelli del 1990, così da raggiungere la neutralità climatica per il 2050. Il Parlamento europeo si è spinto ancora più in alto, proponendo una riduzione delle emissioni del 60% al 2030, aggiungendo anche l’aumento degli obiettivi nazionali in modo equo ed efficiente, anche in termini di costi. Inoltre, tra l’obiettivo del 60% al 2030 e la neutralità climatica al 2050, gli eurodeputati hanno richiesto alla Commissione europea di stabilire anche un obiettivo intermedio per il 2040, così da garantire che l’UE intraprenda le giuste misure nel corso degli anni.

La votazione in Parlamento e i prossimi step

Nonostante il grande consenso mostrato per il Green Deal europeo, l’Eurocamera non si è mostrata così unita di fronte alla necessità di rendere più ambiziosa la legge sul clima. Il Partito popolare europeo si è espresso in modo contrario alla proposta del Parlamento ed ha quindi deciso di astenersi dalla votazione; i Conservatori e i sovranisti di Identità e democrazia hanno votato negativamente, mentre sono stati a favore i socialisti-democratici, i Verdi e gran parte dei liberali. Guardando i partiti italiani, quelli di maggioranza (PD e M5S) si sono schierati a favore, insieme a Italia Viva e Azione, mentre il voto negativo è arrivato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. La motivazione alla base dell’astensione e del voto negativo risiede nelle conseguenze economiche e sociali che tale legge potrebbe avere. “La tutela dell’ambiente è un valore che accomuna tutti, ma anziché proporre obiettivi concreti e raggiungibili, l’Ue sacrifica lo sviluppo, le imprese e il lavoro degli italiani sull’altare di progetti utopici e totalmente irrealizzabili” hanno dichiarato i parlamentari leghisti della commissione Envi. Il giorno prima della votazione, il coordinatore per il clima e l’ambiente al PPE, Peter Liese, ha affermato “il Ppe non voterà contro, ma ci asterremo perché sinceramente il 60% non ci piace e pensiamo che metta davvero in pericolo i posti di lavoro” e ha proseguito “sosteniamo la neutralità climatica e pensiamo sia importante avere una legge per clima. Siamo molto fiduciosi che il Consiglio Ue farà attenzione e che torneremo alla proposta della Commissione europea del 55% netto”.

Il Parlamento europeo, dopo aver presentato le proprie richieste, intraprenderà i negoziati con i paesi membri dell’Unione europea. Fondamentale è anche il ruolo del Consiglio europeo che dovrà concordare una posizione comune in merito.

Brexit, la questione si fa sempre più complessa

EUROPA di

La Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sta diventando sempre più complessa. Oltre alla difficoltà dei negoziati in sé, sia da parte del Regno Unito che dell’Unione europea, e dunque al raggiungimento dell’accordo volto a regolare i rapporti tra le parti dopo l’uscita del paese dall’UE, la situazione è andata complicandosi ulteriormente. Nelle ultime settimane, la Camera dei Comuni ha approvato una legge in materia di mercato interno che viola gli accordi già presi con l’Unione europea, in particolare per il rapporto con l’Irlanda del Nord. Per tutta risposta, la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti del Regno Unito. L’accordo definitivo sulla Brexit, dunque, è sempre più lontano.

Il contesto

L’accordo di recesso è stato ratificato dall’Unione europea e dal Regno Unito ed è entrato in vigore il 1° febbraio 2020, iniziando a produrre effetti giuridici in base al diritto internazionale. In tale quadro, il governo di Boris Johnson ha proposto una legge, poi votata in Parlamento, che di fatto viola alcune clausole dell’accordo stretto con l’UE e, in particolar modo, quelle che riguardano l’Irlanda del Nord. Il 9 settembre 2020 è stato presentato il progetto di legge sul mercato interno del Regno Unito, che ha scatenato non poche reazioni a Bruxelles. Il vicepresidente Maroš Šefčovič ha chiesto una riunione straordinaria del comitato misto UE-Regno Unito per invitare il governo britannico a chiarire le sue intenzioni e a rispondere alle gravi preoccupazioni dell’UE. Durante la riunione, che si è svolta il 10 settembre a Londra tra Michael Gove, Cancelliere del Ducato di Lancaster, e il vicepresidente Maroš Šefčovič, quest’ultimo ha dichiarato che, se fosse stato adottato, il progetto di legge avrebbe costituito una gravissima violazione dell’accordo di recesso e del diritto internazionale, invitando il governo del Regno Unito a ritirare le misure dal progetto di legge prima possibile e, in ogni caso, entro la fine di settembre. A norma dell’accordo di recesso, durante il periodo di transizione – che termina il 31 dicembre 2020 – la Corte di giustizia dell’Unione europea ha competenza giurisdizionale e la Commissione ha potere rispetto al Regno Unito, anche per quanto riguarda l’interpretazione e l’applicazione dell’accordo.

La nuova legge in Regno Unito

Il 30 settembre, la Camera dei Comuni britannica ha approvato, con 340 voti favorevoli e 256 contrari, il progetto di legge sul mercato interno, United Kingdom Internal Market Bill, nonostante il monito dell’UE sulla possibile violazione dell’accordo di recesso. Il disegno di legge dovrà passare alla Camera dei Lord per essere definitivamente approvato. Tale legge stabilisce le regole per il funzionamento del mercato interno del Regno Unito e, dunque, del commercio tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dopo la fine del periodo di transizione per la Brexit. In particolare, il progetto prevede che non ci sia nessun nuovo controllo sulle merci in transito dall’Irlanda del Nord alla Gran Bretagna. Questo elemento è particolarmente importante perché l’accordo di recesso approvato dai parlamenti europeo e inglese è nato proprio grazie ad un compromesso trovato tra i negoziatori: Johnson, a differenza della ex premier May, aveva ceduto su diversi aspetti riguardanti il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. L’UE insisteva affinché non venisse costruita alcuna frontiera tra i due paesi, ma per fare ciò l’Irlanda del Nord avrebbe dovuto continuare a rispettare le leggi europee in materia di dazi e circolazione dei beni e servizi. Ciò era, per Theresa May, una violazione dell’integrità territoriale del Regno Unito. Johnson ha inizialmente accettato la richiesta europea, per poi invece agire ora in violazione dell’accordo. La legge proposta da Johnson andrebbe, invero, a violare l’accordo di recesso in diversi punti.

La reazione dell’Unione europea

Il 1° ottobre, la Commissione europea ha inviato una lettera di costituzione in mora del Regno Unito per violazione dei suoi obblighi derivanti dall’accordo di recesso. Tale lettera si inserisce nel più ampio avvio di un procedimento formale di infrazione nei confronti del Regno Unito, che ha tempo un mese per rispondere alla lettera dell’UE. La motivazione alla base di tale lettera è che, a norma dell’articolo 5 dell’accordo di recesso, l’Unione europea e il Regno Unito devono adottare ogni misura atta ad assicurare l’adempimento degli obblighi derivanti dall’accordo e astenersi da qualsiasi misura che possa mettere in pericolo la realizzazione dei suoi obiettivi. Inoltre, le parti sono tenute a collaborare in buona fede nell’adempimento dei compiti derivanti dall’accordo di recesso. Secondo quanto affermato dalla Commissione europea, il progetto di legge inglese, se fosse adottato, costituirebbe una violazione del protocollo su Irlanda/Irlanda del Nord, in quanto consentirebbe al Regno Unito di non tener conto degli effetti giuridici delle disposizioni sostanziali del protocollo dell’accordo di recesso. Questa violazione è stata riconosciuta dai rappresentanti del governo inglese, atti a voler derogare in via permanente agli obblighi derivanti dal protocollo.

Quanto alle prossime tappe, il Regno Unito dovrà rispondere entro un mese, presentando le proprie osservazioni. Dopo aver preso conoscenza delle osservazioni inglesi, la Commissione europea potrà decidere se emettere un parere motivato, ma già sappiamo che l’Unione europea non intende proseguire i negoziati se la nuova legge entrerà in vigore. In tale contesto, infatti, si svolgono ancora i negoziati per trovare un accordo commerciale che entri in vigore alla fine del periodo di transizione: l’eventuale uscita senza accordo avrebbe effetti disastrosi per l’economia britannica e per i paesi maggiormente legati al Regno Unito.

Unione europea – Bielorussia, le discussioni in Parlamento e in Consiglio Affari Esteri per imporre le sanzioni

EUROPA di

La questione della Bielorussia continua ad essere centrale nell’Unione europea, pur essendo passato oltre un mese dalla data delle elezioni che hanno visto Lukashenko riconfermarsi come Presidente. Da allora, la situazione non sembra essere migliorata: la principale leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, si trova ancora fuori dal proprio paese, nel quale continuano le manifestazioni contro il potere di Lukashenko, seguite anche da arresti e repressioni. Inoltre, il 23 settembre, Lukashenko si è ufficialmente insediato come Presidente ma in gran segreto, giurando in una cerimonia tenuta nascosta fino all’ultimo momento, e impegnandosi a “servire la gente della Bielorussia lealmente, a rispettare e proteggere i diritti e le libertà dei cittadini e a rispettare e proteggere la costituzione”, scatenando così ulteriori proteste, poi represse. Per questo motivo, in questi giorni, sia il Parlamento europeo che il Consiglio Affari Esteri hanno affrontato la questione, non riconoscendo il risultato, né tantomeno Lukashenko come presidente legittimo, e proponendo sanzioni ben precise, ma non senza difficoltà.

Il dibattito in Parlamento

Il 17 settembre, i deputati dell’Europarlamento hanno richiesto l’adozione di sanzioni da parte dell’Unione europea contro il gruppo di individui responsabili della falsificazione dei risultati elettorali e della violenta repressione delle proteste in Bielorussia, compreso anche il presidente Lukashenko, ed hanno invitato gli Stati membri dell’UE ad attuare queste misure restrittive in sede di Consiglio europeo. I deputati, inoltre, hanno condannato anche gli arresti di massa e la violenta repressone in corso nei confronti di manifestanti pacifici, leader promotori di scioperi e giornalisti, anche a seguito delle numerose segnalazioni di maltrattamenti e torture vere e proprie emerse dai centri di detenzione e dalle carceri bielorusse.

Con una risoluzione adottata con 574 favorevoli, 37 contrari e 82 astensioni, il Parlamento europeo ha respinto e rifiutato di riconoscere i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali bielorusse dello scorso 9 agosto, in quanto si sono svolte in violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. Una volta scaduto il mandato dell’attuale presidente, Lukashenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese. Nell’ambito di tale risoluzione, in Italia ha avuto molto risonanza l’astensione della Lega, e non sono mancate le critiche degli eurodeputati del Partito Democratico contro tale decisione.

Ad ogni modo, per rendere effettive tali sanzioni, serve il via libera del Consiglio europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri dell’UE.

L’incontro del Parlamento con Svetlana Tikhanovskaya

Lunedì 21 settembre, la principale oppositrice di Lukashenko ha parlato in commissione Affari Esteri al Parlamento europeo, appellandosi alla comunità internazionale per ricevere il sostegno necessario alla battaglia che si sta combattendo. “Chiediamo all’intera comunità internazionale di non accettare la legittimazione di Lukashenko perché non è legittimato agli occhi del popolo bielorusso. Hanno rubato i nostri voti durante le elezioni” ha affermato la leader dell’opposizione bielorussa nel punto stampa tenuto con il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. “Continueremo a protestare per settimane, mesi, anche anni, se necessario. Non saremo più ostaggi di Lukashenko, non vivremo più nelle sue prigioni, non torneremo più nello stato in cui abbiamo versato per ventisei anni” ha dichiarato decisa la Tikhanovskaya, affermando che, di fatto, quella di Lukashenko è una dittatura che, senza l’aiuto della comunità internazionale, è difficile fermare. “Chiedo a tutti di dare voce alla situazione nel nostro Paese perché solo con l’aiuto della comunità internazionale potremo vincere la nostra lotta per la democrazia in Bielorussia”. “Non è una rivoluzione geopolitica, a favore o contro la Russia o a favore o contro l’Ue. È una rivoluzione democratica per la Bielorussia” ha concluso la leader bielorussa, decisa ad andare fino in fondo a tale vicenda.

Il presidente della Commissione affari esteri, David McAllister, dopo l’incontro con la leader bielorussa ha affermato “Sono stato molto lieto di dare il benvenuto di persona alla Tikhanovskaya alla nostra riunione di commissione oggi per un dibattito interessante e stimolante. La posizione del Parlamento europeo è molto chiara: respingiamo i risultati delle cosiddette elezioni presidenziali svoltesi in Bielorussia il 9 agosto, in quanto si sono svolte in flagrante violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. […] Ciò di cui la Bielorussia ha bisogno ora è una transizione di potere pacifica e democratica come risultato di un dialogo nazionale inclusivo tra tutte le parti interessate”.

La questione al Consiglio Affari Esteri

Il 21 settembre, in concomitanza con la visita di Svetlana Tikhanovskaya, il Consiglio Affari Esteri, che riunisce i ministri degli esteri dei paesi UE, ha discusso, tra le altre cose, anche della situazione in Bielorussia. Lo stesso Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’UE, ha incontrato la Tikhanovskaya prima del Consiglio ed ha riconosciuto l’importanza della sua perseveranza nella lotta contro Lukashenko: “Sosterremo un dialogo interno inclusivo, per elezioni libere e giuste. Questo non può essere considerata un’interferenza negli affari interni. La democrazia e i diritti umani sono al cuore dell’identità dell’Ue” ha affermato il capo della diplomazia europea.

Sebbene i ministri degli esteri abbiano rilevato la determinazione e la perseveranza dei cittadini bielorussi malgrado la repressione, abbiano espresso loro piena solidarietà per le loro aspirazioni democratiche e abbiano chiesto nuove elezioni libere e regolari sotto la supervisione dell’OSCE, non sono riusciti ad imporre le sanzioni. “Nonostante ci sia una chiara volontà” di imporre le sanzioni richieste anche dal Parlamento europeo, “non è stato possibile raggiungere l’unanimità necessaria”, ha affermato Borrell. In particolare, a porre un freno a tali sanzioni è stato il ministro degli esteri cipriota, per una ragione ben precisa: “Le reazioni dell’Ue alle violazioni di qualsiasi principio o valore dell’Unione non possono essere à la carte”; se si procede con le sanzioni alla Bielorussia, per il cipriota è necessario procedere anche con le sanzioni per la Turchia, nel caso di un fallimento del dialogo con Ankara. Per questo motivo, entrambe le questioni sono state rimandate al prossimo Consiglio europeo.

Summit Unione europea – Cina tra commercio, Covid-19 e diritti umani

EUROPA di

L’Unione europea e la Cina hanno tenuto il loro 22° vertice bilaterale in videoconferenza il 22 giugno 2020. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, accompagnati dall’alto rappresentante Josep Borrell, hanno incontrato telematicamente il primo ministro cinese Li Keqiang e il presidente cinese Xi Jinping. Al centro del vertice vi sono stati molteplici argomenti: commercio, azione climatica, sviluppo sostenibile, diritti umani – non negoziabili secondo la Von der Leyen – ed anche la risposta al coronavirus. “Il summit di oggi Ue-Cina è un’opportunità estremamente necessaria per andare avanti su tutti gli aspetti della nostra cooperazione”. Così su Twitter la presidente della Commissione Ue.

22° Summit

Il 22 giugno si è tenuto in videoconferenza il 22° summit tra l’Unione europea e la Repubblica Popolare Cinese, incontro di fondamentale importanza dal punto di vista geopolitico, soprattutto a seguito della strategia lanciata dall’UE nel marzo 2019. L’UE infatti ha ricordato gli importanti impegni assunti in occasione del vertice passato ed ha sottolineato la necessità di attuare tali impegni in modo dinamico e orientato ai risultati, in quanto ad oggi i progressi fatti sono limitati. L’agenda del summit in questione comprendeva le relazioni bilaterali tra i due attori, le questioni regionali e internazionali, la pandemia di Covid-19 e la ripresa economica. Importante tema è stato anche quello degli investimenti: l’UE ha fortemente sottolineato la necessità di portare avanti i negoziati per un ambizioso accordo di investimento globale UE-Cina che affronti le attuali asimmetrie nell’accesso al mercato e garantisca delle condizioni di parità. Per fare ciò sono necessari progressi urgenti, in particolare per quanto riguarda il comportamento delle imprese statali, la trasparenza dei sussidi e le norme che affrontano i trasferimenti di tecnologia. L’UE ha ribadito anche l’urgente necessità per la Cina di impegnarsi in futuri negoziati sui sussidi industriali in seno all’OMC e di affrontare l’eccesso di capacità in settori tradizionali come l’acciaio e le aree ad alta tecnologia. I leader hanno avuto una discussione anche sui cambiamenti climatici, in quanto la Cina è partner dell’UE ai sensi dell’accordo di Parigi, ma deve impegnarsi in un’azione nazionale risoluta e ambiziosa per ridurre le emissioni a breve termine e fissare un obiettivo di neutralità climatica al più presto possibile. Infine, il vertice è stato anche l’occasione per discutere dell’importanza del settore digitale per le economie e le società di tutto il mondo. L’UE ha sottolineato che lo sviluppo di nuove tecnologie digitali deve andare di pari passo con il rispetto dei diritti fondamentali e della protezione dei dati.

Le questioni più spinose: Covid-19, Hong Kong e diritti umani

In risposta alla pandemia di COVID-19, l’Unione Europea ha sottolineato la responsabilità condivisa di partecipare agli sforzi globali per fermare la diffusione del virus, potenziare la ricerca su trattamenti e vaccini e sostenere una ripresa globale verde e inclusiva. L’UE ha sottolineato la necessità di solidarietà nell’affrontare le conseguenze nei paesi in via di sviluppo, in particolare per quanto riguarda la riduzione del debito, ed ha invitato la Cina a cogliere appieno gli insegnamenti che derivano dalla gestione dell’epidemia e dalla risposta sanitaria internazionale al COVID-19, commissionata dalla risoluzione adottata nell’ultima Assemblea mondiale della sanità. Infine, l’UE ha inoltre invitato la Cina a facilitare il ritorno dei residenti dell’UE in Cina.

Quanto alla questione di Hong Kong, l’Unione europea ha ribadito le sue gravi preoccupazioni per le misure della Cina in merito alla legge sulla sicurezza nazionale adottata da Pechino e considera tali misure non conformi alla Legge fondamentale di Hong Kong e agli impegni internazionali della Cina, esercitando pressioni sui diritti e sulle libertà fondamentali della popolazione protetta dalla legge e dal sistema giudiziario indipendente. Infine, l’UE ha espresso una certa preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani, compreso il trattamento delle minoranze nello Xinjiang e del Tibet e dei difensori dei diritti umani, nonché delle restrizioni alle libertà fondamentali. A tal proposito, i leader dell’UE hanno sollevato una serie di singoli casi, compresi i rapporti sui cittadini scomparsi dopo aver riferito/espresso le loro opinioni sulla gestione dell’epidemia di Coronavirus, nonché la detenzione arbitraria del cittadino svedese Gui Minhai e di due cittadini canadesi: Michael Kovrig e Michael Spavor. La Presidente Von der Leyen ha ribadito che i diritti umani e le libertà fondamentali non sono valori negoziabili per l’UE, mentre il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato “[…] dobbiamo riconoscere che non condividiamo gli stessi valori, i sistemi politici o l’approccio al multilateralismo. Ci impegneremo in modo chiaro e sicuro, difendendo con fermezza gli interessi dell’UE e mantenendo fermi i nostri valori”.

Parlamento Europeo, l’appello alla Repubblica Ceca per il conflitto di interessi

EUROPA di

“Il Primo Ministro ceco dovrebbe risolvere il suo conflitto di interessi con urgenza” affermano i deputati del Parlamento europeo: nonostante siano trascorsi quasi due anni, la questione dell’irregolarità dell’uso di fondi europei per fini imprenditoriali personali continua ad essere al centro dei dibattiti del Parlamento europeo. Sono state fatte diverse missioni conoscitive a Praga per verificare ed ascoltare tanto il governo quanto la società civile e il Parlamento europeo ha richiesto al governo di Praga di non partecipare ai colloqui sul bilancio fino a che non saranno chiarite le sue accuse di conflitto di interessi.

Continue reading “Parlamento Europeo, l’appello alla Repubblica Ceca per il conflitto di interessi” »

Covid-19: una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale

Con “trappola di Tucidide” il grande storico attribuiva lo scoppio della guerra fra Atene e Sparta alla crescita della potenza ateniese, e alla paura che tale crescita causava nella rivale Sparta. Oggi mentre il mondo affronta una delle sue sfide più importanti, lo scenario internazionale ci pone di fronte alla possibilità che questa trappola scatti. Ancor prima dell’emergenza Covid-19, si scorgeva una fase storica in cui una potenza a lungo dominante -gli Stati Uniti- fronteggiava una potenza emergente -la Cina- e in molti, sullo scenario internazionale, temevano per gli effetti di questa competizione.

Un duello già visto

Quest’anno per l’economia globale sarà il peggiore degli ultimi cent’anni. Solo negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è passato al 14,7%, il più alto dalla Grande Depressione, e sicuramente le continue pressioni tra Stati Uniti e Cina non porteranno a sviluppi migliori. Nel giro di pochi mesi gli umori dell’amministrazione americana verso Pechino si sono più volte capovolti. Prima le battaglie su Huawei, il 5g e lo spionaggio informatico che, ad un certo punto, sembravano risolte con una stretta di mano tra i due leader, ma con lo scoppio del contagio il Covid-19 è diventato una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale.

Il Coronavirus appare in Cina a “fine dicembre” e per il mese di gennaio si rivela un problema solo cinese. Trump e i suoi esperti non esternano preoccupazione, anzi per tutto il mese e quello successivo, Trump elogerà la Cina: il 24 gennaio sul suo profilo Twitter il Presidente statunitense scriveva: “China has been working very hard to contain the Coronavirus. The United States greatly appreciates their efforts and transparency. I twill out well. In particular, on behalf of the American People. I want to thank President Xi”. Non solo Trump ringraziava il Presidente Xì per il lavoro svolto, ma il 10 febbraio si congratulava anche con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi accusarla a metà aprile di aver “portato avanti la disinformazione della Cina riguardo al coronavirus” e decidere la sospensione degli aiuti per un periodo tra i 60 e i 90 giorni.

La comunicazione si fa sempre più difficile

Mentre l’epidemia cresce negli Stati Uniti, a inizio marzo gli infètti sono 1300 e i morti 36, Trump dichiara emergenza nazionale e il tono nei confronti di Pechino cambia. Il Covid-19 inizia e diventare il “virus cinese” mentre il portavoce del Ministro degli esteri cinese accusa “il virus potrebbe essere partito dagli Stati Uniti e portato a Wuhan dall’esercito statunitense, quando lo scorso ottobre più di 300 soldati americani si trovavano a Wuhan per il campionato mondiale di giochi militari”.

La battaglia si sposta sul controllo della narrazione della pandemia e la comunicazione diventa la chiave per decidere chi uscirà vincitore su scala mondiale. Iniziano le ripercussioni sui giornalisti. Il 19 febbraio Pechino espelle tre cronisti del “Wall street journal”, accusati di aver utilizzato un titolo dispregiativo “China is Real Sick Man of Asia”, a cui si accoderanno più tardi anche i giornalisti del New York Times e del Washington Post. D’altra parte, Washington risponde allontanando 60 inviati cinesi dei principali media filogovernativo.

Nel frattempo, le voci che il virus possa provenire dai laboratori di Wuhan, viene smentita il 17 marzo dalla rivista scientifica “Nature medicine”. Il Covid-19 è il risultato di un’evoluzione naturale, arrivata dal pipistrello, ma questo non ferma né la propaganda americana né il Presidente Trump che annuncia l’intervento dell’intelligence americana per investigare sulle origini del Covid-19, mentre la Cina rispedisce le accuse al mittente affermando che gli Stati Uniti spostano l’attenzione dei loro ritardi nell’agire contro il coronavirus.

Lo scontro comunicativo si rinvigorisce con le esternazioni del segretario di Stato americano, Mike Pompeo che domenica scorsa davanti all’Abc, affermava di avere enormi prove che il virus provenga dai laboratori di Wuhan. Posizione ritrattata parzialmente pochi giorni dopo, “ci sono solo delle evidenze ma non delle certezze” e riaccusa Pechino di mancata trasparenza nella fase iniziale del contagio e di continuare a essere “opaca” e a “negare l’accesso” alle informazioni.

Il Covid-19 e la leadership internazionale

Quello che oggi appare più evidente non sono solo le conseguenze del Covid-19 nel mondo ma anche il ruolo che esso ha assunto nella contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Quello che la storia ci dirà è che quel “rinoceronte grigio” (espressione coniata dall’analista politico americano Michele Wucker che si riferisce ai pericoli grandi e trascurati) è già in casa nostra ed ha subito un processo di fusione. Come i tentacoli di una piovra che si legano immediatamente a qualsiasi cosa, il Covid-19 è progressivamente diventato la nuova pedina da sfruttare per respingere l’ambizione della Cina di colmare il vuoto di leadership con gli Stati Uniti. E l’Europa? La sensazione è che l’Ue abbia bisogno di un processo rigenerativo per poter acquisire quel sentimento di unione tanto promosso quanto artificioso. Nell’attesa che questo processo possa presto manifestarsi, la speranza è quella di non restare intrappolati nello scontro tra Usa e Cina. La sensazione è che l’Ue non dovrà fronteggiare solo le gravi conseguenze che il Covid-19 lascerà, oltre a far fronte a questa pandemia che colpisce in maniera orizzontale ogni paese, l’Ue dovrà contrastare da un lato, il forte euroscetticismo presente nei propri confini e dall’altro, la prospettiva di una contrapposizione sempre più forte tra Cina e Usa. Dalle sue risposte dipenderà il suo futuro, la sua leadership internazionale e la sua indipendenza rispetto ai due principali contendenti a livello globale.

La democrazia ai tempi del coronavirus: una quarantena pericolosa

POLITICA di

Le circostanze eccezionali dovute alla pandemia minacciano di facilitare la prolungata erosione delle libertà e delle garanzie in alcuni Paesi in cui lo stato di diritto è  debole.

La crisi sanitaria, sociale ed economica causata dalla pandemia del coronavirus non ha precedenti nella storia moderna. Il Covid-19 ha causato oltre 30.000 morti fino ad oggi in tutto il globo. Proprio la minaccia alla salute pubblica ha portato un buon numero di Paesi a prendere misure eccezionali, limitando le libertà individuali fondamentali ad un livello mai visto in tempo di pace: dall’Italia alla Spagna, dal Regno Unito al Canada, i governi con segni diversi hanno approvato più poteri per lo Stato e misure di controllo più restrittive per i cittadini. Nelle autocrazie o nei Paesi con fragili democrazie, i leader usano la pandemia per indebolire le istituzioni democratiche e rafforzare la sorveglianza e la censura, o per smorzare l’opposizione. Misure che potrebbero non sparire quando l’emergenza sarà svanita.

In Russia, l’uso della tecnologia per il controllo di massa è aumentato e sono state approvate nuove regole per contrastare le fake-news circolanti sul virus, che potrebbero portare a una maggiore persecuzione dei media indipendenti. Una formula che viene già applicata da Serbia o Turchia.  Con l’argomento della protezione della salute pubblica, la Moldavia e il Montenegro hanno superato seri ostacoli diffondendo i dati sanitari delle persone infette o sospettate di esserlo. In Israele, il partito di Netanyahu ha utilizzato l’emergenza sanitaria per impedire all’opposizione – che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nelle elezioni del 2 marzo – di assumere il controllo delle procedure parlamentari.

La crisi provocata dal coronavirus sta dando nuova energia al populismo e un’opportunità per accumulare più potere nelle mani di pochi. L’Ungheria, membro dell’Unione Europea, è uno dei casi che ha generato più allarme. Il Primo Ministro, Victor Orban, primo ad associare stranieri e migranti alla diffusione del virus, ha dichiarato lo stato d’emergenza come molti altri Paesi, riuscendo a convincere il Parlamento – in cui possiede una larga maggioranza – a dare via libera ad un’estensione dei poteri straordinari derivanti dall’emergenza senza fissare un limite temporale. In poche parole, tale decisione gli permetterà di governare per decreto a tempo indeterminato senza alcun tipo di controllo, nemmeno parlamentare, per l’esecutivo.

Lo Stato di emergenza è una situazione giuridica speciale necessaria per affrontare crisi come questa, poiché consente ai governi di reagire più rapidamente. Ma è importante che tutte le misure adottate siano trasparenti, proporzionate e limitate nel tempo, e soprattutto che siano soggette a qualche forma di controllo da parte del Parlamento o di altri organi legislativi. Ma in Paesi come la Russia, dove tale supervisione e controllo indipendenti sullo Stato sono scarsi e deboli e l’opposizione manca di rappresentanza parlamentare, l’imposizione di ulteriori misure come le intercettazione telefoniche, quelle di posta elettronica o censure di altro tipo potrebbero supporre un pericolo. La pandemia ha raggiunto il Paese eurasiatico in un momento politico decisivo per il Cremlino: nel bel mezzo del caos globale, il Presidente Vladimir Putin sta tentando di garantirsi la possibilità di rimanere al potere grazie ad una riforma costituzionale. Fra i primi Paesi a chiudere i confini di fronte alla crisi che si stava affacciando al mondo, la Russia tesse le lodi delle proprie scelte che hanno portato ad una diffusione più limitata del coronavirus (secondo i numeri ufficiali), rispetto alle posizioni più liberali adottate dagli altri governi. Con circa 1.800 casi positivi e una dozzina di morti – numeri che hanno sollevato molti dubbi tra ong, analisti e funzionari russi – il Gabinetto di Putin sta utilizzando questa narrativa per difendere la propria visione del mondo contro ciò che considera una fragilità del globalismo ed il crollo dell’unità europea ed occidentale. La Russia ha scommesso principalmente sulla tecnologia autoritaria: a Mosca le migliaia di telecamere di videosorveglianza vengono usate per catturare chiunque infranga le regole; vengono tracciati i dati sugli spostamenti in auto; e prima dello scoppio della pandemia, quando ancora la Cina era la principale e quasi unica colpita, la polizia effettuava raid negli hotel, nelle residenze di studenti, negli appartamenti turistici e nei mezzi di trasporto pubblico per individuare le persone provenienti dalla Cina, costringendole a rimanere in isolamento. Inoltre, le autorità russe stanno utilizzando i dati forniti dagli operatori telefonici per geolocalizzare i casi positivi e rintracciare coloro che hanno avuto contatti con questi.

Rimanendo in tema di operatori telefonici, la Commissione Europea ha chiesto alle diverse società che operano in questo settore di fornire dati anonimi per analizzare gli spostamenti delle persone così da poter sviluppare modelli sull’evoluzione dei contagi. Una misura che ha alimentato il dibattito sul diritto alla privacy e sui potenziali rischi di una violazione delle protezione di tali dati. Molti sono i Paesi che utilizzano i dati telefonici in questa crisi: dalla Slovacchia, dove vengono tenuti sotto controllo i cellulari di tutti i casi positivi per assicurare il rispetto della quarantena; alla Polonia, dove vengono monitorati coloro che arrivano dall’estero tramite un’applicazione mobile.  In molti Paesi europei e non solo, come il Canada, queste misure hanno generato un intenso dibattito. Tuttavia, in Stati di natura democratica più vulnerabile e dove non esiste quasi una cultura della privacy sono stati attuati con poco o quasi niente clamore, sebbene queste misure possono non solo aprire la strada alla repressione di attivisti ed oppositori,  ma anche lasciare un’impronta permanente sulle modalità di governo.

In Cina, la censura e il controllo delle informazioni da parte dello Stato hanno contribuito nelle prime settimane alla diffusione dell’epidemia: i media cinesi avrebbero potuto informare il pubblico molto prima dell’aggravarsi della situazione, salvando così migliaia di vite ed evitando, forse, l’attuale pandemia. Per monitorare l’avanzamento del contagio, molte province cinesi hanno creato applicazioni mobili che stabiliscono i movimenti dei loro proprietari e determinano se sono stati a contatto con possibili aree a rischio, assegnando loro un codice sanitario: se verde, l’utente è sano, mentre l’utente rosso va in quarantena. Dato l’obbligo delle società tecnologiche  di condividere i dati con il governo cinese, il timore è che possa aumentare il controllo sulla popolazione, attraverso l’utilizzo di applicazioni del genere, anche quando l’emergenza sarà rientrata.

All’altro estremo, l’uso della sorveglianza ritenuta invadente è stata una delle chiavi della reazione “positiva” della Corea del Sud. Il Paese, una delle storie di successo – almeno per il momento – nella lotta al Covid-19, ha applicato rigorose formule che combinano test per rilevare l’infezione e l’uso esaustivo della tecnologia per rintracciare i movimenti delle persone infettate e di quelle ad esse vicine. Le decisioni prese del governo hanno suscitato uno scarsissimo dibattito sull’impatto di tali misure sulle libertà civili soprattutto grazie alla grande trasparenza nei confronti della popolazione e alla consapevolezza da parte della società civile della necessità di combattere quest’epidemia.

Di Mario Savina

Brexit day, il Parlamento europeo approva l’uscita del Regno Unito

EUROPA di

La sera del 29 gennaio 2020, il Parlamento europeo riunito a Bruxelles ha approvato l’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea. Dopo tre anni e mezzo dal referendum del 2016 e da numerosi negoziati, il Regno Unito lascerà l’UE alla mezzanotte del 1° febbraio 2020: si apre la fase della transizione.

L’approvazione del Parlamento

Con 629 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato l’Accordo di recesso per portare a compimento la Brexit, l’ultimo passaggio necessario per l’uscita dall’UE, secondo quanto concordato dal governo britannico e dalla Commissione europea.

Il referendum del 23 giugno 2016 – quando 17.4 milioni di persone hanno votato per l’uscita – ha dato inizio al processo; i tre anni di negoziato sono stati tutt’altro che facili, vi sono stati diversi rinvii e molteplici negoziazioni. Proprio per questo motivo, il voto del 29 gennaio è ritenuto di storica importanza. La votazione in Plenaria si è svolta dopo il completamento del processo di ratifica nel Regno Unito, con la raccomandazione positiva della commissione per gli affari costituzionali. I numerosi interventi che si sono susseguiti durante l’assemblea hanno ricordato l’importanza delle relazioni con il Regno Unito, e non sono mancati momenti emozionanti di saluti.

Dopo il voto, gli eurodeputati si sono presi per mano ed hanno cantato una canzone scozzese – Auld Lang Syne – conosciuta anche in Francia con il titolo “Ce n’es qu’un au revoir”, non è che un arrivederci. È stato proprio questo lo spirito che ha accompagnato gli eurodeputati nell’arco della serata: la tristezza dei saluti e la certezza di un futuro ancora insieme, seppur non da Stato membro. Non sono mancati i festeggiamenti però, soprattutto da chi negli ultimi tre anni ha spinto per l’uscita del Regno Unito: Nigel Farage ha affermato di adorare l’Europa e di odiare l’Unione Europea, aggiungendo “Niente più contributi finanziari, niente più Corte di Giustizia Europea, niente più Politica Comune della Pesca, niente più discussioni, niente più bullismo”.

Il Presidente dell’eurocamera è stato invece di tutt’altro avviso: “Mi rattrista profondamente pensare di essere arrivati a questo punto. Cinquant’anni di integrazione non possono dissolversi facilmente” ha affermato Sassoli, aggiungendo che “Dovremo impegnarci, tutti, per costruire nuove relazioni mettendo sempre al centro gli interessi e la protezione dei diritti dei cittadini. Niente sarà semplice. Ci saranno situazioni difficili che metteranno anche alla prova i nostri rapporti futuri. Ma questo lo sapevamo sin dall’inizio della Brexit”. Il Presidente rimane certo del fatto che, in ogni caso, le divergenze verranno sempre superate. Anche il capo negoziatore europeo Michel Barnier si è detto molto toccato dopo il dibattito, che è stato “emozionante e ha avuto toni gravi”.

Il periodo di transizione

Il Regno Unito lascerà l’Unione Europea a partire dal 1° febbraio 2020. Tuttavia, la fase che inizia può essere definita un vero e proprio periodo di transizione, in quanto ci vorrà ancora del tempo prima che i rapporti tra Regno Unito ed Unione Europea si definiscano, precisamente circa un anno. Scadrà a dicembre 2020 tale periodo, dunque qualsiasi accordo sulle relazioni future UE – Regno Unito dovrà essere concluso prima di tale data, così da entrare in vigore il 1° gennaio 2021. Anche questo periodo può essere sottoposto a una proroga, per uno o due anni, ma si dovrà decidere entro il 1° luglio dalla commissione congiunta UE – Regno Unito. Il Parlamento dovrà approvare qualsiasi accordo sulle relazioni future e, se tale accordo fa riferimento a competenze che l’UE condivide con gli Stati membri, anche i parlamenti nazionali dovranno ratificarlo.

Il ruolo del parlamento europeo risulta importante nelle relazioni future, poiché dovrà approvare anche l’accordo finale. Il gruppo di coordinamento del Regno Unito coopererà con la task force dell’UE per le relazioni con il Regno Unito e con le commissioni parlamentari per gli affari esteri e per il commercio internazionale e con tutte le altre commissioni competenti.

Durante questo periodo di 11 mesi, il Regno Unito continuerà a seguire tutte le norme dell’UE e le sue relazioni commerciali rimarranno le stesse, ma non potrà prendere parte ai suoi organi decisionali.

Il futuro accordo di libero scambio

Il periodo di transizione dovrebbe dare luogo ad un nuovo accordo di libero scambio, necessario perché il Regno Unito lascerà il mercato unico e l’unione doganale alla fine della transizione. Tale accordo consentirà alle merci di circolare nell’UE senza controlli o costi aggiuntivi. In mancanza dell’accordo invece, vi sarebbero maggiori tariffe da pagare e altri tipi di barriere commerciali. Commercio e sicurezza sono i due temi principali dei futuri accordi: dal sistema dei dazi al rapporto di concorrenza tra aziende britanniche ed europee, alla tutela dei diritti dei cittadini e alla salvaguardia di importanti progetti come l’Erasmus. Il Parlamento europeo è riuscito ad includere tutti i benefici e i diritti di sicurezza sociale nell’ attuale accordo, così come i diritti per le generazioni future e il controllo giudiziario della Corte di giustizia europea.

Il coordinatore del Parlamento per la Brexit Guy Verhofstadt ha affermato: “Idealmente, dovremmo essere in grado di andare oltre un accordo di libero scambio con il Regno Unito. Non soltanto “no tariffe” e “no quote” ma anche “no abbandono” – questo significa che le nostre norme sociali e ambientali europee saranno pienamente rispettate nelle nostre future relazioni commerciali”.

Flaminia Maturilli
× Contattaci!
Vai a Inizio