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Brexit, slitta di nuovo l’ultima scadenza per l’accordo

EUROPA di

Il 13 dicembre 2020 era la data prevista dall’Unione europea e dal Regno Unito per definire un accordo commerciale fra le parti in vista dell’uscita definitiva del Regno Unito dall’UE. Come prevedibile, anche quest’ultima scadenza è stata rimandata, le trattative per l’accordo commerciale proseguiranno ancora e sembra difficile che possa entrare in vigore il 1° gennaio 2021. A prendere questa decisione sono state le principali figure coinvolte: la presidente della Commissione europea Von der Leyen e il primo ministro britannico Johnson. La Commissione europea farà il possibile per negoziare un accordo nei tempi ma, vista la situazione, sono state presentate una serie di misure di emergenza per prepararsi ad un eventuale scenario di no deal.

Gli ultimi tentativi di negoziazione

Il Regno Unito è uscito dall’UE il 31 gennaio 2020 e, in quel periodo, entrambe le parti hanno concordato un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale il diritto dell’UE avrebbe continuato ad applicarsi in UK. Il periodo di transizione era particolarmente importante per negoziare i termini del futuro partenariato tra le parti ma, ad oggi, l’esito è ancora incerto. Le divergenze di fondo tra le parti e la pandemia di Covid-19 non hanno di certo reso la strada più facile.

Dai primi giorni di dicembre, sono diverse le occasioni che Ursula Von der Leyen e Boris Johnson hanno avuto per incontrarsi o svolgere telefonate in vista dell’ultimo tentativo di negoziare l’accordo per la Brexit. Dopo aver sospeso i negoziati per le divergenze tra le due parti, Londra e Bruxelles si sono accordati per provare a riavviare le trattative un’ultima volta. La scadenza è ufficialmente il 31 dicembre 2020, ma in realtà c’è bisogno di avere un accordo commerciale già dai prossimi giorni se si considerano gli aspetti tecnici di approvazione del testo. In caso di mancato accordo commerciale, sarà il no deal a prevalere: nessun accordo. Uscire dall’UE senza accordo sarebbe un disastro per l’economia britannica, a partire dai dazi che saranno imposti sui prodotti, fino a danneggiare anche i paesi europei che hanno particolari rapporti con il Regno Unito, come ad esempio l’Irlanda, nonché l’intero settore bancario inglese.

Il piano di emergenza della Commissione europea

La Commissione europea riconosce la complessità della situazione Brexit e, per quanto si impegni a raggiungere un accordo reciprocamente vantaggioso con il Regno Unito, ammette l’incertezza sulla possibilità che il 1° gennaio 2021 ci sarà un accordo in vigore. Per questo motivo, il 10 dicembre sono state presentate una serie di misure di emergenza mirate, con lo scopo di garantire una reciprocità di base dei collegamenti aerei e stradali tra l’UE e il Regno Unito, nonché per l’accesso delle navi europee e inglesi. Queste misure non sostituiranno di certo l’accordo commerciale, che continua ad essere auspicato dalla Commissione, bensì avranno lo scopo di gestire il periodo in cui vi sarà un no deal.

In particolare, sono quattro le misure di emergenza che la Commissione europea ha presentato per attenuare le gravi perturbazioni che si verificheranno dal 1° gennaio. In primo luogo, è stata fatta una proposta di regolamento che garantisca la fornitura di determinati servizi aerei tra il Regno Unito e l’Unione europea per sei mesi, a condizione che anche il Regno Unito attui le stesse garanzie. Di seguito, nell’ambito della sicurezza aerea, è stato presentata una proposta al fine di garantire l’utilizzo ininterrotto dei certificati di sicurezza sugli aeromobili, evitando il fermo operativo degli aeromobili europei. Poi, si vuole garantire per sei mesi la connettività di base del trasporto stradale di merci e passeggeri europei e inglesi. Infine, è stata presentata una proposta di regolamento volta a definire il quadro giuridico appropriato fino al 31 dicembre 2021 o fino alla conclusione di un accordo di pesca con il Regno Unito, che garantisca l’accesso reciproco delle navi dell’UE e del Regno Unito nelle acque delle due parti.

L’incontro del 13 dicembre e la posizione del Parlamento europeo

Il 13 dicembre, Ursula Von der Leyen e Boris Johnson hanno avuto una telefonata ufficiale a seguito della quale è stata rilasciata una dichiarazione congiunta. Ancora una volta e sempre più a ridosso del termine, anche l’ultima scadenza è stata rinviata. Si è deciso di concedere una ulteriore proroga ai negoziatori europei e inglesi e, al momento, non si può dire con certezza di essere vicini ad un accordo. Un primo elemento di difficoltà è senz’altro il level playing field, le regole sulla concorrenza equa tra imprese: i negoziatori europei hanno richiesto una clausola per il mantenimento di elevati standard ambientali e lavorativi, i negoziatori inglesi ritengono tale clausola troppo allineata agli standard europei. Anche la questione della pesca è particolarmente importante, mentre la terza questione aperta è quella del meccanismo di risoluzione delle controversie legali.

Ad abbreviare ancora di più i tempi della scadenza, come noto, sono gli aspetti tecnici di approvazione dell’accordo commerciale: una volta raggiunto, l’accordo dovrà essere esaminato dai consulenti legali delle parti e approvato dal Parlamento europeo in seduta plenaria. A tal proposito, la conferenza dei presidenti di delegazione del Parlamento ha affermato che esaminerà un accordo su Brexit, in tempo utile per il 1° gennaio 2021, solo se questo arriverà entro la mezzanotte del 20 dicembre. La questione rimane, dunque, ancora una volta, del tutto aperta.

Cybersecurity, per la prima volta l’UE impone sanzioni contro gli attacchi informatici

EUROPA di

L’Unione europea affronta le sfide in materia di cibersicurezza ormai da diversi anni, cercando di fornire una risposta agli attacchi cibernetici subiti dagli Stati membri e dalle istituzioni europee. Tali sfide impattano gravemente sulla sicurezza, sulla stabilità e anche sull’ordine democratico, soprattutto vista la sempre maggiore connessione a dispositivi digitali che si compie giornalmente, ormai in modo naturale. Per questi motivi, per la prima volta nella storia dell’UE, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di imporre misure restrittive nei confronti di sei persone e tre entità responsabili di aver compiuto vari hackeraggi, fra i quali “WannaCry”, “NotPetya” e “Operation Cloud Hopper”.

La cibersicurezza in Europa – evoluzione della materia

Le attività portate avanti dall’Unione europea in materia di cibersicurezza sono dovute principalmente a due fattori, molto connessi tra loro: il sempre maggior sviluppo delle tecnologie e del digitale, nella vita di ognuno di noi; i conseguenti attacchi informatici che ne derivano. In particolare, secondo i dati della Commissione europea, gli attacchi perpetrati per mezzo di ransomware, ovvero un malware che infetta i dispositivi, sono triplicati tra il 2013 e il 2015 e l’impatto economico della criminalità informatica si è quintuplicato tra il 2013 e il 2017, tanto da far considerare questo tipo di criminalità una vera e propria sfida per la sicurezza interna dell’Unione europea.

Le prime norme di cibersicurezza adottate dal Consiglio a livello europeo risalgono a maggio 2016: si tratta della direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, introdotta per accrescere la cooperazione tra Stati membri in materia, definendo obblighi di sicurezza per gli operatori di servizi essenziali, in settori quali energia, trasporti, sanità e finanza. Nel giugno 2017 è stato istituito il pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, che consente all’UE di utilizzare tutte le misure PESC a fini di prevenzione e deterrenza nei confronti delle attività informatiche dolose. Nel settembre del 2017 è stato varato, invece, un pacchetto di riforme per l’introduzione di sistemi di certificazione a livello europeo per prodotti, servizi e processi TIC, al fine di consentire la crescita del mercato europeo in materia. Negli anni, le istituzioni europee hanno continuato a monitorare la situazione, adottando conclusioni e cercando di rafforzare le proprie capacità di risposta a minacce di questo tipo: nel 2018, il Consiglio ha avviato i negoziati con il Parlamento europeo per giungere ad un accordo sul regolamento sulla cibersicurezza – adottato il 9 aprile 2019 –  istituendo un quadro europeo di certificazione per prodotti, servizi e processi TIC e potenziando l’Agenzia dell’UE per la sicurezza delle reti e dell’informazione.

Ulteriore passo in avanti è stato fatto il 17 maggio 2019, quando il Consiglio ha istituito un quadro che consente all’Unione europea di imporre misure restrittive mirate a scoraggiare e contrastare ogni forma di hackeraggio. L’UE può quindi imporre sanzioni a persone o entità responsabili di attacchi informatici, che forniscono sostegno finanziario, tecnico e materiale per attacchi o sono coinvolti in qualche altro modo.

Diplomazia informatica: le prime sanzioni imposte

Per la prima volta nella storia, il 30 luglio 2020 il Consiglio ha imposto misure restrittive nei confronti di sei persone e tre entità responsabili di aver compiuto attacchi informatici o di avervi preso parte. In particolare, ci si riferisce al tentato attacco informatico ai danni dell’OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – e agli attacchi “WannaCry”, “NotPetya” e “Operation Cloud Hopper”; si tratta di entità russe, cinesi e della Corea del Nord. Le sanzioni imposte, parte del pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, includono il divieto di viaggio e il congelamento dei beni, oltre al divieto di mettere fondi a disposizione delle persone ed entità inserite nell’elenco delle sanzioni.

Le persone sanzionate sono i cinesi Qiang Gao e Shilong Zhang (coinvolti nell’Operation Cloud Hopper) e i russi Alexey Valeryevich Minin, Aleksei Sergeyvich Morenets, Evgenii Mikhaylovich Serebriakov e Oleg Mikhaylovich Sotnikov (per il tentato attacco contro l’Opcw). Le entità sono invece Tianjin Huaying Haitai Science and Technology Development Co. Ltd (Cina); Chosun Expo (Corea del Nord); il GTsST, centro per le tecnologie speciali del Gru, i sevizi segreti militari russi. Quanto agli attacchi in questione, WannaCry è stato un attacco responsabile di un’epidemia su larga scala avvenuta nel maggio 2017 sui computer con Microsoft Windows: il virus cripta ogni file presente sul computer e chiede un riscatto di centinaia di dollari per decriptarli; il malware ha infettato i sistemi informatici di molte aziende, organizzazioni ed anche università, tra le quali l’italiana Milano-Bicocca. NotPetya, lanciato sempre nel 2017, va invece ad infettare i sistemi dei PC nel loro momento di avvio, impedendo agli utenti di riuscire ad accedere ai computer; successivamente, richiede che l’utente effettui un pagamento di Bitcoin per riottenere l’accesso al sistema. Questo tipo di attacco è stato fatto ricadere su un gruppo di hacker russi.

L’Alto rappresentante Josep Borrell, in merito alla questione, ha dichiarato: “L’Unione europea e gli Stati membri continueranno a promuovere con forza comportamenti responsabili nel cyberspazio e inviteranno tutti i paesi a cooperare a favore della pace e della stabilità internazionali, ad esercitare la dovuta diligenza e ad adottare le misure appropriate contro gli attori che conducono attività informatiche dannose”.

IRAN: dalle proteste di novembre alla pandemia, con le denunce dell’OMPI e la condanna dell’UE

MEDIO ORIENTE di

Secondo l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano l’emergenza pandemica ha permesso al regime di rafforzare il proprio potere nonostante gli errori commessi e soprattutto far passare in secondo piano il malessere del popolo. Qalibaf eletto Presidente del Parlamento. L’Unione Europea condanna le dichiarazioni su Israele di Khamanei.

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Brexit, si decide sul futuro partenariato UE – UK

EUROPA di

L’inizio del mese di marzo coincide con l’inizio dei negoziati sulle future relazioni tra Regno Unito e UE, sulla base di quanto raccomandato dalla Commissione europea il 28 febbraio. Il 18 marzo la Commissione europea ha pubblicato un progetto di accordo sul futuro partenariato tra Unione europea e Regno Unito. Il testo si può considerare la base giuridica delle direttive di negoziato già approvate dagli Stati membri lo scorso 25 febbraio, che prevedono cicli di negoziati completi da tenersi ogni due o tre settimane.

Avvio dei negoziati

Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito è formalmente uscito dall’Unione Europea, dopo tre anni e mezzo dal referendum che ha dato inizio all’iter della Brexit. L’uscita dall’UE ha dato, a sua volta, inizio al cosiddetto periodo di transizione, che avrà luogo fino al 31 dicembre 2020 e servirà a Londra e Bruxelles per mettere a punto il loro futuro partenariato. Durante il periodo di transizione, il Regno Unito è considerato paese terzo: non parteciperà più ai processi decisionali dell’UE e non sarà più rappresentato nelle istituzioni dell’UE, nelle agenzie e così via.

Su iniziativa della Commissione, il 25 febbraio scorso il Consiglio ha adottato il mandato negoziale per il partenariato con il Regno Unito, ha nominato la Commissione come negoziatore dell’UE e ha adottato le direttive di negoziato che stabiliscono l’ambito del futuro partenariato. I settori compresi sono molteplici, dal commercio alla pesca, dalla politica estera, di sicurezza e difesa alla cooperazione delle autorità giudiziarie.

Secondo quanto previsto, ogni due o tre settimane, alternandosi tra Londra e Bruxelles, le due parti si sarebbero dovute incontrare per portare avanti cicli di negoziato, in vista della riunione di alto livello prevista per il giugno 2020. Il primo ciclo si è tenuto in occasione dell’apertura generale, quindi dal 2 al 5 marzo, a Bruxelles. Il secondo negoziato era previsto proprio in questi giorni, dal 18 al 20 marzo, a Londra: vista l’emergenza Covid-19 che coinvolge tanto il Regno Unito quanto l’Unione Europea, lo stesso governo inglese ha annullato l’incontro previsto. In particolare, si sarebbero dovuti vedere il negoziatore del governo britannico David Frost e il capo dei negoziatori dell’UE, Michel Barnier. Il governo inglese ha comunque tenuto a specificare che entrambe le parti sono a stretto contatto per continuare i negoziati, e che nelle prossime settimane verrà considerato se svolgerli in videoconferenza o in conferenza telefonica. La Commissione europea si è mostrata d’accordo con tale decisione, anche perché lo stesso Michel Barnier è risultato positivo al Coronavirus, e con un tweet ha dichiarato “Sto bene, e il morale è alto. Seguo naturalmente tutte le istruzioni come anche la mia squadra. Il mio messaggio a tutti coloro che sono colpiti o attualmente isolati: insieme ce la faremo! Uno per tutti”.

Il progetto di accordo

Sul tavolo negoziale è presente senz’altro la volontà dell’UE di stabilire la più stretta relazione di partenariato possibile: sulla base della dichiarazione politica congiunta del 17 ottobre 2019 e delle direttive di negoziato del 25 febbraio, la Commissione ha pubblicato il progetto di accordo sul futuro partenariato. Il testo fa seguito alle consultazioni con il Parlamento europeo e il Consiglio, ed è uno strumento per avanzare nei negoziati con il Regno Unito, nonostante la pandemia da Coronavirus. Proprio il capo negoziatore UE Barnier ha dichiarato “Questo testo dimostra che è possibile arrivare a un accordo ambizioso e globale sulla nostra relazione futura, basato sul mandato dell’Unione e sull’ambizione politica concordata con il Regno Unito cinque mesi fa.”

Il progetto di testo pubblicato dalla Commissione tocca tutti i settori dei negoziati: la cooperazione commerciale ed economica, la cooperazione delle autorità di contrasto e giudiziarie in materia penale, la partecipazione ai programmi dell’Unione e l’importante settore della sicurezza.

Il presidente del gruppo di coordinamento britannico del Parlamento europeo McAllister, in merito alla pubblicazione del progetto di accordo, ha affermato “Accolgo con favore il fatto che la Commissione europea abbia trasmesso al Regno Unito un progetto di accordo su un nuovo partenariato con l’Unione europea che è strettamente allineato con le raccomandazioni del Parlamento europeo nella sua risoluzione adottata a febbraio e le direttive di negoziato approvate dagli Stati membri dell’UE il 25 febbraio”. Ha aggiunto poi che “entrambe le parti condividono il forte desiderio di concordare un nuovo partenariato basato su un buon equilibrio di diritti e doveri e nel rispetto della sovranità di entrambe le parti”.

Step successivi

In merito all’accordo di partenariato, Il Regno Unito ha indicato che presenterà dei testi riguardanti alcuni elementi della relazione futura tra l’UE e il Regno Unito delineati nella dichiarazione politica. Per quanto riguarda la situazione coronavirus, i negoziatori sono consapevoli di dover sospendere gli incontri fino a quando la situazione non tornerà alla normalità. Ciò però non impedirà loro di continuare con i negoziati: “Dati gli sviluppi relativi alla diffusione del Covid-19, i negoziatori di Ue e Regno Unito stanno attualmente esplorando modalità alternative per proseguire le discussioni”, ha affermato un portavoce di Bruxelles alla delegazione UE di Londra. Ad ogni modo, entrambe le parti continueranno a lavorare sui testi giuridici, così da garantire il termine del periodo di transizione del 31 dicembre prossimo.

Covid-19, gli interventi economici di UE e BCE

EUROPA di

Il coronavirus Covid-19 è in continua diffusione negli Stati membri dell’UE: l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha dichiarato una pandemia e gli Stati colpiti iniziano a dover fare i conti con i suoi effetti, anche quelli economici. L’Italia è senz’altro il paese più colpito in Europa per numero di contagi e di vittime, ma la rapidità con cui si diffonde il Covid-19 spaventa tutti gli Stati europei che hanno iniziato a prendere misure, più o meno rigide, affinché diminuiscano contagio e danni economici. Allo stesso tempo, gli Stati membri si sono rivolti all’Unione Europea chiedendo misure in grado di scongiurare la probabile crisi economica a cui si sta andando incontro.

L’intervento della BCE

La Banca Centrale Europea ha saputo cogliere la richiesta degli Stati membri ed ha iniziato a fornire un vasto pacchetto di misure di politica monetaria. In particolare, l’obiettivo è quello di fornire liquidità al sistema finanziario e bancario. Saranno condotte temporaneamente operazioni di rifinanziamento a lungo termine aggiuntive, così da fornire liquidità a supporto del sistema finanziario dell’area euro. Inoltre, viene prevista una dotazione temporanea di 120 miliardi di euro per ulteriori acquisti netti di attività – che si aggiungono agli attuali 20 miliardi mensili – e questa sarà disponibile fino alla fine dell’anno, assicurando un contributo notevole dei programmi di acquisto per il settore privato. La Banca di Francoforte ha spiegato che “in combinazione con l’attuale programma di acquisto di attività ciò sosterrà condizioni di finanziamento favorevoli per l’economia reale in tempi di maggiore incertezza”; la presidente Lagarde ha aggiunto che si andrà ad utilizzare “tutta la flessibilità prevista dalla cornice del programma di acquisti di titoli”, ovvero del quantitative easing. Questo programma sarà attuato a tassi fermi, con nuove aste di liquidità a lungo termine e tassi praticamente negativi per le operazioni destinate a finanziare le piccole e medie imprese.

La cosa più importante è che a questo punto, anche i governi nazionali facciano la propria parte: la BCE chiede “un intervento tempestivo, coordinato e ambizioso da parte dei governi” poiché ciò che è temuto di più da Christine Lagarde è “il compiacimento e il procedere a rallentatore della politica fiscale”. L’attuale Presidente si è rifiutata di riproporre la formula “whatever it takes” di Mario Draghi e ciò non è piaciuto ai mercati, secondo cui la Bce ha fatto troppo poco: dopo l’annuncio delle nuove misure senza tagliare i tassi di interesse, e dopo la conferenza stampa in cui si dice di non aver il compito di ridurre lo spread, Piazza Affari è peggiorata ulteriormente, con uno spread del rendimento fra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi volato a 250 punti base e la chiusura peggiore degli ultimi anni, a -17%.

Le misure della Commissione europea

Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha espresso sin da subito la solidarietà ai paesi maggiormente colpiti dall’epidemia. Data la particolare situazione italiana, la Von der Leyen ha avuto un confronto in videoconferenza con il Presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte, ed i due leader hanno concordato sul fatto che è necessaria una azione coordinata a livello europeo. Inoltre, la Presidente ha voluto anche mandare un messaggio agli italiani, in italiano: “Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa stiamo seguendo con preoccupazione e anche con profondo rispetto e ammirazione quello che state facendo. L’Italia è parte dell’Europa, e l’Europa soffre con l’Italia. In questo momento in Europa siamo tutti italiani”. Nell’ambito delle misure, la Von der Leyen ha affermato di voler agire a livello macroeconomico, usando tutti gli strumenti a disposizione e basandosi su una azione coordinata tra Commissione, BCE e Stati membri. La risposta della Commissione vede come principale misura il “Corona Response Investment Initiative”, un fondo diretto ai sistemi sanitari, le piccole e medie imprese, i mercati del lavoro e le parti più vulnerabili delle economie. 25 miliardi di euro è quanto verrà messo a disposizione, istituendo una task force per collaborare con gli Stati membri per garantire che il denaro sia da subito disponibile. Al fine di indirizzare rapidamente i 25 miliardi di euro di investimenti pubblici europei per far fronte alle conseguenze della crisi del Coronavirus, la Commissione proporrà di rinunciare quest’anno al suo obbligo di chiedere il rimborso di prefinanziamenti non spesi per fondi strutturali e di investimento europei attualmente detenuti dagli Stati: la Commissione europea si avvarrà della piena flessibilità del patto di stabilità e crescita. Parallelamente la commissione si assicurerà “che gli aiuti di stato possano essere concessi più facilmente alle imprese in difficoltà”.

Questa proposta può essere attuata mediante una modifica del regolamento di disposizione comune per i fondi strutturali. La Commissione presenterà questa proposta al Consiglio e al Parlamento questa settimana. I programmi operativi nazionali sarebbero quindi adattati per incanalare i finanziamenti verso settori quali misure di lavoro a breve termine, settore sanitario, misure del mercato del lavoro e settori particolarmente colpiti nelle attuali circostanze. Al termine della videoconferenza, Conte ha accolto con favore l’attitudine positiva della Commissione e l’intenzione di usare tutti gli strumenti disponibili per affrontare le conseguenze economiche del Coronavirus, ed ha invitato l’UE ad imparare la lezione dall’Italia per prevenire l’ulteriore espansione del virus.

Praga, le nuove proteste e i controlli dell’UE

EUROPA di

Il 1° marzo, diverse migliaia di persone si sono radunate nel centro di Praga contro il primo ministro ceco Babis, sotto accusa dall’Unione Europea per la frode ai sussidi. La nuova manifestazione – dopo quelle principali di giugno e novembre – è dovuta in particolare alla nomina di Stanislav Křeček a difensore civico del paese. Dal punto di vista dell’UE, gli eurodeputati sono particolarmente preoccupati per la situazione in Repubblica Ceca e chiedono alla Commissione di controllare i pagamenti – diretti e indiretti – alle società di proprietà del Primo Ministro ceco e di altri membri del governo ceco.

La protesta

L’evento si è svolto nel pomeriggio del 1° marzo, con una marcia iniziata a Hradčanska, quartiere di Praga, e terminata alla piazza della Città vecchia. “Siamo qui per contrastare “l’Agrofert-izzazione” del nostro paese, un abuso di potere politico e la distruzione mirata di importanti istituzioni democratiche”, ha dichiarato Mikulas Minar, capo del movimento Million Moments for Democracy, che ha organizzato la manifestazione. “Se continua così, potremmo finire a livello di Ungheria e Polonia”, ha aggiunto, riferendosi agli altri due Stati membri dell’UE che sono sotto l’inchiesta di Bruxelles sullo stato della loro democrazia. Oltre alla delicata situazione del Primo ministro Babis, la nomina di Křeček si rivela l’ulteriore motivo di protesta: l’ottantunenne è stato raccomandato per il ruolo di ombudsman dal Presidente della Repubblica Milos Zeman, considerato filorusso e filocinese, oltre che un alleato di Babis.

Křeček ha sconfitto il candidato del Senato, Vít Alexander Schorm, per il ruolo di rappresentante del governo ceco dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche l’avvocato Jan Matys è stato proposto dal Senato ma ha perso durante il primo turno. “L’elezione di Křeček è un evidente esempio di come il governo e le principali istituzioni vengano sistematicamente e deliberatamente demoliti e privatizzati politicamente passo dopo passo” dichiara duramente il movimento organizzatore della protesta. “Si sta gradualmente e sistematicamente demolendo le prestigiose istituzioni democratiche che dovrebbero controllare le regole e servire tutti i cittadini, non solo selezionare politici”, ha aggiunto Million Moments.

Durante le recenti proteste, non è passato inosservato il problema del coronavirus: un uomo nella folla ha indossato una maschera e un cartello con su scritto “Attenzione, virus Babis!”, proprio nel giorno in cui la Repubblica Ceca ha individuato e reso pubblici i primi tre casi di coronavirus, destinati poi ad aumentare nel corso dei giorni fino a portare all’attuale chiusura delle scuole e delle università.

Le preoccupazioni degli eurodeputati

A Praga, una delegazione di sei parlamentari europei ha concluso una visita di accertamento dei fatti in Repubblica Ceca, in seguito a segnalazioni su possibili irregolarità nella distribuzione dei fondi dell’UE. Durante la missione, i deputati europei hanno incontrato giornalisti investigativi, rappresentanti di ONG, associazioni di agricoltori privati e il comitato per le relazioni sui progetti di audit del Senato ceco. Hanno inoltre parlato con le autorità responsabili della gestione e della distribuzione dei fondi dell’UE, tra cui il viceministro delle finanze L. Dupáková, il viceministro dell’agricoltura J. Šír, il direttore generale del fondo di intervento dell’agricoltura statale M. Šebestyán e il viceministro dello sviluppo regionale D. Grabmüllerová.

Dopo la conclusione della missione conoscitiva, l’eurodeputata Monika Hohlmeier, parlando a nome della delegazione, ha dichiarato: “In questa visita è stato fondamentale per noi ascoltare tutte le parti, al fine di ottenere una visione imparziale, poiché il Parlamento europeo nella sua autorità di controllo del bilancio non può operare esclusivamente sulla base di impressioni e rapporti dei media”. Ha poi continuato “durante la nostra missione, abbiamo visto un esempio eccezionale di come i fondi dell’UE possano essere utilizzati bene per progetti di ricerca di alto livello con valore aggiunto europeo. D’altro canto, abbiamo ascoltato agricoltori su piccola scala che condividevano una diversa realtà quotidiana nell’utilizzo dei sussidi UE, con aziende agricole che ottenevano sussidi multipli per una singola azienda”. “Abbiamo anche chiesto a coloro che controllano la distribuzione di denaro dell’UE nella Repubblica ceca in che modo vengono implementate le normative nazionali dell’UE e ceche sul conflitto di interessi e come vengono identificati i beneficiari finali dei fondi dell’UE” ha affermato la Hohlmeier.

I prossimi step

In conclusione, è emerso che la società civile rimane molto preoccupata dall’irregolarità nell’uso dei fondi dell’UE nel paese. Dunque, è stata presa la decisione di procedere con i controlli da parte della Commissione, raccogliendo le informazioni più importanti da tutti gli attori e assicurando la collaborazione con le autorità ceche ed europee. I prossimi passi importanti si compiranno nell’ambito della votazione del bilancio europeo e, in particolare, per ciò che riguarda il controllo dei bilanci, ciò che maggiormente preoccupa gli eurodeputati.

L’UE rilancia “Sophia” per bloccare il traffico di armi in Libia

EUROPA di

La grande operazione militare dell’UE per combattere l’immigrazione clandestina nel Mediterraneo centrale avrà presto un nuovo obiettivo: garantire che l’embargo sulle armi in Libia, concordato domenica scorsa a Berlino, venga rispettato.

Una delle conclusioni del vertice tenutosi nella capitale tedesca è che non ci sarà pace finché il flusso di armi verso il paese nordafricano sarà mantenuto. L’impegno è sul tavolo, ma per essere efficace deve essere verificabile, così i ministri degli esteri dei Paesi dell’UE hanno concordato lunedì di reindirizzare l’Operazione Sophia per controllare l’embargo ed assicurare che non venga violato.

La missione navale, avviata nel 2015 per combattere le organizzazioni che gestiscono il traffico delle persone al largo delle coste libiche, si trovava in una situazione complicata, già privata delle navi e con pattuglie aeree sempre più esigue, dopo successive estensioni, avrebbe dovuto terminare la sua operatività a marzo 2020 senza penalità né gloria.

Ora, nel pieno declino degli arrivi irregolari sulle coste europee, l’intenzione è quella di dare una nuova vita all’Operazione, incentrata su una missione molto distante da quella originaria che ha portato avanti negli anni, ma non completamente aliena: qualche tempo fa si era ricorso ai mezzi di Sophia per tentare di bloccare l’ingresso di armi destinate ai gruppi terroristici presenti in Libia ispezionando le navi sospette.

La nuova missione non ha trovato pareri discordanti tra i Paesi che hanno preso parte alla Conferenza di Berlino: “Nessuno si è opposto a questa decisione”, ha dichiarato il capo della diplomazia comunitaria, Josep Borrell. Il cambio di ruolo non significa la messa da parte dei precedenti compiti: se si dovesse incontrare un’imbarcazione di migranti irregolari, le nuove navi schierate per monitorare l’eventuale arrivo di armi in Libia adempiranno ai loro obblighi di salvataggio, come stabilito dal diritto internazionale e come confermato dallo stesso Alto Rappresentante. Tuttavia, poiché la priorità è cambiata, le principale rotte utilizzate da scafisti e ONG saranno meno controllate rispetto ai mesi precedenti, il che riduce anche le probabilità che Sophia riesca nell’intento di continuare a salvare vite umane come ha fatto fino ad oggi.

Di Mario Savina

La cooperazione UE-NATO: alcuni concetti chiave

AMERICHE/EUROPA/SICUREZZA di

La relazione tra UE e NATO costituisce l’ossatura strategica della sicurezza e della difesa europea e la letteratura specializzata ha tentato di elaborare alcuni concetti chiave per comprenderla. Qui si cercherà di riassumerne i principali.

La cooperazione UE (Comunità Europea e, solo dopo, UE) NATO affonda le sue radici nella necessità europea di difesa e sicurezza dal pericoloso vicino sovietico e nella visione strategica americana del contenimento dell’URSS e ha garantito, sotto l’ombrello della deterrenza, la pace e la sicurezza nel Vecchio Continente per 43 anni. Il crollo dell’Unione Sovietica e del bipolarismo ha fatto emergere però alcune novità: una serie di nuove sfide alla sicurezza sempre più complesse e le nuove ambizioni europee in materia di sicurezza e, poi, difesa (PESC e PESD) secondo visioni ed obiettivi propri.

L’UE si è così inserita nel dibattito post-bipolare sulla sicurezza e la pace globale con alcune innovazioni: la teorizzazione del “comprehensive approach”, la politica di allargamento, il lancio delle Politiche Europee di Vicinato, il fortissimo coinvolgimento europeo nella cooperazione allo sviluppo, gli accordi di partenariato, tutte testimonianze della volontà di Bruxelles di trasformare il tradizionale approccio alla sicurezza e al crisis management verso un’ottica unitaria e value-oriented. Molti scettici, in particolare dalle file della teoria realista e neo-realista delle RI, sostengono che l’actorness europea in campo di sicurezza e difesa sia un miraggio, strutturalmente impossibile da raggiungere e intrappolata in un “capability-expectations gap” (teorizzato da Christopher Hill), in sostanza uno scarto tra aspettative e reali capacità delle politiche comunitarie.

La relazione odierna tra UE e NATO si fonda sugli Accordi “Berlin-Plus” firmati nel 2002 che forniscono un “framework completo per le relazioni permanenti” tra i due soggetti. Ad oggi, fatta eccezione per le missioni Concordia e Althea nella ex-Jugoslavia, l’accesso UE alle capacità di pianificazione strategica e alle risorse e alle capacità NATO non è mai stato utilizzato. Storicamente, gli accordi giungono in un momento particolare della storia delle due istituzioni: la NATO, infatti, era alle prese con il proprio passaggio da alleanza militare regionale a provider di sicurezza internazionale, l’UE da potenza economica ad attore stabilizzatore e pacificatore (almeno nel suo vicinato) tramite l’introduzione della PESC e della PESD (poi PSDC). In questa relazione, la NATO ha rappresentato il provider di “hard security”, militare e globale, mentre l’UE l’attore di “soft security”, il “normative power” (Manners, 2002), il “civilian power” (Bull, 1982).

Ad inficiare il rapporto è, però, intervenuto il c.d. “problema della partecipazione” (Simon J. Smith e Carmen Gebhard) causato dalla membership NATO ma non UE della Turchia e dalla membership UE ma non NATO di Cipro. Infatti la Turchia, dopo la firma di Berlin Plus, ha cercato di assicurarsi che nessun futuro membro dell’UE (chiaro riferimento a Cipro) potesse interagire direttamente con la NATO (in quanto membro UE) senza un precedente accordo di sicurezza con essa. L’obiettivo è quello di evitare che Cipro possa accedere a capacità e risorse strategiche che potrebbero compromettere le rivendicazioni (e la presenza) turche nell’isola. Dall’altra parte Cipro ha fatto ricorso a tutte le sue risorse per ostacolare l’ingresso (e in generale qualsiasi forma di integrazione o cooperazione) della Turchia nell’UE.

La realtà dei fatti dimostra un quadro complesso e frammentato: la relazione strategica odierna tra UE e NATO esiste ma al di fuori del framework di Berlin Plus e, quindi, in maniera meno efficiente e unitaria, improntata secondo Simon J. Smith e Carmen Gebhard ad una prevenzione consapevole dei contrasti (“informed deconfliction”). Tale approccio opera costantemente in sub-ottimalità e non è sostenibile nel lungo periodo per gestire la complessità del contesto di sicurezza e difesa in Europa e America.

Per quanto l’UE e la NATO abbiano, quindi, sperimentato una divaricazione tra potenzialità e effettività della loro relazione, il contesto strategico di attività li spinge verso una convergenza, essendo condizionato da simili fattori e simili sfide, tre in particolare: il deterioramento delle relazioni occidentali con la Russia, gli interessi di sicurezza nel Medio Oriente, la minaccia terroristica. Al contrario spinte di allontanamento possono derivare da tre fattori: la presidenza Trump che coaguli internamente l’UE ma isoli esternamente gli USA, la Brexit che scarichi l’UE della presenza ostativa del Regno Unito ma spezzi l’anello di congiunzione tra UE e USA costituito dalla “relazione speciale” anglo-americana, il deterioramento delle relazioni UE-Turchia (membro della NATO e storico pilastro strategico americano).

Lorenzo Termine

La Cooperazione Strutturata Permanente: un punto di svolta per la Difesa UE?

di

Negli ultimi due anni, le possibilità di integrazione aperte dal Trattato di Lisbona in ambito di azione esterna sembrano aver iniziato a concretizzarsi. Il varo della European Union Global Strategy nel giugno 2016, la Roadmap di Bratislava del settembre 2016, l’European Defence Action Plan del novembre 2016, la creazione del Fondo Europeo per la Difesa (EDF) e del Military Planning and Conduct Capability (MPCC) nel giugno 2017 sono testimonianze di un rinnovato interesse per una Difesa UE. Il paper analizza l’effettiva capacità trasformativa della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) che dovrebbe essere lanciata entro la fine dell’anno.

di Lorenzo Termine

La Cooperazione Strutturata Permanente: un punto di svolta per la Difesa UE?

EUROPA/SICUREZZA di

Negli ultimi due anni, le possibilità di integrazione aperte dal Trattato di Lisbona in ambito di azione esterna sembrano aver iniziato a concretizzarsi. Il varo della European Union Global Strategy nel giugno 2016, la Roadmap di Bratislava del settembre 2016, l’European Defence Action Plan del novembre 2016, la creazione del Fondo Europeo per la Difesa (EDF) e del Military Planning and Conduct Capability (MPCC) nel giugno 2017 sono testimonianze di un rinnovato interesse per una Difesa UE. Il paper analizza l’effettiva capacità trasformativa della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) che dovrebbe essere lanciata entro la fine dell’anno.

di Lorenzo Termine

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