GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Ucraina

Donbass; interviene Alexander Hug, vice capo della missione OSCE

EUROPA/SICUREZZA di

 

lo scorso 6 ottobre 2017 è intervenuto in una conferenza a Kiev il vice capo della missione speciale di monitoraggio dell’OSCE, Alexander Hug. L’OSCE è un’organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico e della cooperazione in Europa.

In particolare Alexander Hug si è espresso in merito alla situazione nella regione del Donbass, al confine tra Russia e Ucraina. La missione dell’OSCE consiste nel monitoraggio della situazione di tregua, con l’invio di circa 500 civili non armati nella zona interessata. Il cessate il fuoco è stato pattuito tra le parti il 5 settembre scorso.

La decisione era arrivata in seguito alla situazione di violentissimi scontri, con l’utilizzo di armi pesanti, che si era creata ed intensificata nei mesi precedenti, con il numero dei civili coinvolti in costante crescita. Il patto è stato, però, ripetutamente interrotto nei giorni seguenti , con bombardamenti pesanti che si sono registrati nella periferia di Mariupol, una città nell’Ucraina sudorientale, nella notte del 7 settembre. Inoltre sono stati avvistati dei carrarmati nella zona che intercorre tra il confine ed i 15 km di distanza da rispettare.

Alexander Hug nel suo intervento  ha continuato a fornire dati sugli ultimi attacchi. In particolare ha parlato degli eventi più vicini in ordini di tempo, riferendosi soprattutto alla giornata del 2 ottobre, quando le forze militari ibrido-Russe hanno attaccato le posizioni dell’esercito Ucraino 14 volte in 24 ore. Queste ultime hanno infatti aderito al cessate il fuoco nella zona di Donetsk, riversandosi però, con l’utilizzo di granate nei pressi del villaggio di Zaitseve, mettendo in grave pericolo numerosi civili.

In merito alla questione civili si è poi espresso riportando dati, “positivi”, se comparati con quelli degli ultimi mesi. Attraverso i monitoraggi, è stato possibile sapere che nell’ultimo mese il numero dei civili coinvolti nel conflitto è pari a 15, tra morti e feriti, ma rappresentano addirittura il 62% in meno rispetto ai mesi precedenti.

Alexander Hug, ha concluso il suo intervento citando chi realmente si trova nelle posizioni di potere in questo conflitto, chi potrebbe decidere di farlo cessare. “ Le persone che si trovano da entrambi i lati della linea di confine non aspettano altro che le figure in posizioni di potere facciano cessare il fuoco”, e continua “ Le persone armate, ma soprattutto chi li comanda, si stanno forse dimenticando di una cosa; i civili coinvolti, ed i 500, non armati, inviati dall’OSCE, vengono da 44 paesi differenti, ed hanno un solo obiettivo; la pace” .

La partita russa tra Ucraina e Turchia

Varie di

Il fronte ucraino torna ad essere caldo. Mercoledì 16 dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto (già annunciato in precedenza) che sospende l’accordo di libero scambio tra Kiev e la CSI. La sospensione arriva a seguito dell’accordo di libero scambio tra Ucraina e Unione Europea, in vigore dal 1° gennaio. Il capo del Cremlino ha motivato la decisione spiegando che tale patto lede gli interessi economici russi.

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Di fatto, come citato da molte fonti internazionali, la guerra nell’Est europeo non è ancora finita. In primis, per la conferma, arrivata da Putin nel corso della conferenza stampa di fine anno, della presenza di truppe russe all’interno del territorio ucraino. Poi, a causa del’ostacolo continuo da parte dei separatisti al lavoro dell’OSCE nel Donbass, dove il blocco degli aiuti umanitari, denunciato da Unicef e Medici Senza Frontiere, e la violazione del cessate il fuoco stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza degli accordi di Minsk/2.

Un pericolo denunciato dallo stesso segretario generale NATO Jens Stoltenberg nel corso della conferenza stampa di giovedì 17 dicembre con il presidente ucraino Petro Poroshenko: “Ci sono stati progressi negli ultimi mesi. Tuttavia, recentemente, abbiamo registrato l’aumento delle violazione degli accordi di pace. Esiste un reale rischio di un ritorno alla violenza”.

La conferenza stampa congiunta si è tenuta il giorno dopo la firma del piano di cooperazione tra NATO e Ucraina, altro fattore che potrebbe rendere vani i progressi fatti a Minsk lo scorso febbraio e portare ad un ennesimo raffreddamento dei rapporti tra Occidente e Mosca. Il piano prevede la riconfigurazione del settore Difesa ucraino e il miglioramento del potenziale delle sue forze armate, e la partecipazione di Kiev ai progetti atlantici sulla “Difesa Intelligente”.

Con il continuare delle sanzioni europee ai danni della Russia fino a quando la situazione non andrà stabilizzandosi, come annunciato dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, e con la possibilità dell’ingresso della Turchia in Europa, il Sud-Est europeo si è fatto rovente in questo finale di autunno.

Sempre nel corso della conferenza stampa di fine anno, oltre a definire “atto ostile” l’abbattimento del caccia russo lo scorso 24 novembre, il capo del Cremlino ha parlato di una evidente volontà dei turchi “di mostrarsi compiacenti con gli americani”.

Pur essendo conciliante con gli Stati Uniti sul fronte siriano (“faremo il possibile per trovare il modo di superare questa crisi”) e appoggiando la linea italo-americana in Libia (appoggio del governo di unità nazionale e dell’intervento militare ONU), i rapporti tra Russia e Occidente destano ancora motivi di preoccupazione.

Soprattutto perché, oltre al tema dell’allargamento NATO e alla crisi di rapporti con Ankara, dobbiamo aggiungere la crisi economica russa “troppo dipendente – come dichiarato dallo stesso Putin – da fattori economici esterni, come il drastico calo del prezzo del petrolo” e, come denunciato nei mesi scorsi, dalle sanzioni inflitte da Stati Uniti e Unione Europea.
Giacomo Pratali

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Ucraina, Kiev: almeno un morto e 90 feriti

BreakingNews/EUROPA di

Almeno un morto e circa 90 feriti, soprattutto poliziotti e volontari della Guardia Nazionale Ucraina, dopo una serie di ordigni fatti esplodere nella piazza antistante al Parlamento di Kiev da parte di manifestanti della destra nazionalista, in particolare riconducibili al partito Svoboda. La protesta è divampata a seguito dell’approvazione della prima bozza della riforma costituzionale sul decentramento istituzionale che, in linea con gli accordi di Minsk 2, prevede lo statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk.

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Un ritorno alle proteste di piazza nella capitale, dunque, ad un anno e mezzo dagli scontri di Maidan. Se gli accordi di Minsk 2 finora non erano stati rispettati per il susseguirsi degli scontri nel Donbass e il continuo rimbalzo di accuse tra Kiev e Mosca, adesso sono i gruppi nazisti a non volere cedere sul piano delle autonomie. La stessa parte politica che, negli ultimi mesi, ha visto arruolare il maggiore numero di volontari tra le brigate che combattono contro i separatisti filorussi.

Oltre alla questione dei jihadisti loro alleati in questa guerra civile, oltre alla crisi economica ucraina ormai endemica testimoniata da un debito pubblico fuori controllo, si pone il problema della collocazione nella società civile di alcuni soggetti politici sorti in difesa dei confini ucraini. La questione, infatti, non è più solo porre fine al conflitto interno al Paese e a quello internazionale che coinvolge Nato e Russia, ma il ritorno alla normalità di uno Stato che rischia di rimanere irrimediabilmente segnato al proprio interno: la destra nazista e miliziani islamisti potrebbero costituire un problema reale a due passi dall’Europa.
Giacomo Pratali

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Bielorussia: il doppio gioco di Lukashenko

EUROPA di

Rilasciati sei oppositori politici a pochi mesi dalle Presidenziali. Lukashenko tenta un timido riavvicinamento a Bruxelles, ma, temendo il ripetersi dei fatti di Maidan in casa propria, rafforza l’alleanza di tipo militare con Mosca.

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Il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha decretato il rilascio di sei oppositori politici, tra cui Mykalai Statkevich, candidato alle Presidenziali del 2010: “Non pensavo che Lukashenko avrebbe avuto il coraggio di liberarmi prima delle elezioni (il prossimo 20 novembre, ndr) – afferma l’ormai ex detenuto -. Forse non avevano più soldi per il carcere. Ora per loro la situazione è ottimale. L’opposizione è in una situazione di stallo. Non può boicottare la consultazione e non è in grado di sostenere nemmeno un proprio candidato. Ecco perché mi hanno rilasciato”.

Oltre alle accuse in merito alla pesante situazione economica dello Stato ex sovietico, questi sei oppositori, così come gran parte degli attivisti presenti in Bielorussia, hanno sempre accusato Lukashenko di un eccessivo avvicinamento alla Russia e di un altrettanto forte allontamento rispetto a Bruxelles e alle democrazie europee.

La notizia del rilascio è stato accolto come “un grande passo in avanti” dall’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, questa notizia potrebbe comportare “il miglioramento delle relazioni tra la Bielorussia e l’Unione Europea va nella auspicata direzione di un rafforzamento della tutela di diritti umani e libertà civili nel Paese. La liberazione dei sei prigionieri – osserva ancora Della Vedova – viene incontro alle aspettative che, sia bilateralmente che nel più ampio quadro del dialogo fra UE e Minsk, erano state a più riprese manifestate alle Autorità bielorusse”, afferma il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova.

Considerato l’ultimo dittatore europeo, Lukashenko, in carica dal 1994, ha sempre mosso le proprie pedine in base alle convenienze politiche del momento. Come nel 1997, anno dell’accordo di “Unione Statale” con la Russia. Come oggi, con la decisione del rilascio dei sei detenuti come ramoscello d’ulivo verso Bruxelles, affinché ammorbidisca le sanzioni contro i patrimoni degli oligarchi bielorussi decretate nel 2004.

Di primaria importanza per la Bielorussia, inoltre, è anche la questione ucraina. Aldilà dell’accordo tra Ucraina, Russia, Germania e Francia sancito proprio nella capitale Minsk, Lukashenko teme in patria un possibile Maidan 2, anche in virtù della diffidenza di cui gode presso tutte le cancellerie europee. Conscio di questo rischio, il Presidente bielorusso ha messo nero su bianco, lo scorso 19 agosto, l’accordo con Putin che sancisce lo sviluppo di un comune spazio di difesa aerea a corto raggio.
Giacomo Pratali

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La Difesa italiana nel contesto globale

Difesa/EUROPA/POLITICA di

Intensificare lo sforzo della Difesa italiana per mantenere stabilità nelle aree di crisi, facendo i conti con i nuovi tagli imposti al settore e massimizzando i benefit delle cooperazioni internazionali.

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E’ questo il nuovo indirizzo della politica militare nazionale, inserita in un sistema di relazioni globali che da un lato garantiscono il supporto di sinergie operative e tecnologiche, dall’altro esigono risposte efficienti alle nuove sfide poste dal contesto geopolitico mondiale. Mentre l’America ci chiede formalmente di impegnarci ad arginare il problema dell’Ucraina e distendere i rapporti con la Russia, l’Europa ci affida un ruolo preponderante nella risoluzione della crisi mediterranea che la minaccia da vicino.

Ciò significa instaurare un dialogo “super partes” con i Paesi del medio oriente, rinsaldare i rapporti fondamentali con l’Egitto, appianare la questione libica, monitorare le rotte dei migranti e assumerci la responsabilità di stabilizzare l’intera area. Significa, soprattutto, acquisire una leadership che garantisca l’efficacia di strumenti collettivi quali l’Unione Europea e l’Alleanza atlantica per il rafforzamento della Politica Comune di Sicurezza e Difesa, promuovere la condivisione delle risorse tra i Paesi membri, anche in termini di misure fiscali che favoriscano incentivi al comparto militare.

Come da direttive del Libro Bianco presentato dal Ministro Pinotti, l’Italia punta a preferire le partnership multilaterali a quelle bilaterali, in assoluta controtendenza rispetto al passato, allo scopo di valorizzare il legame transatlantico alla luce dell’intesa tra la dimensione europea della Difesa e la NATO. Individuate quindi nelle regioni euro-atlantica e mediterranea le aree d’intervento prioritarie su cui concentrare gli sforzi, la presenza dei nostri militari impegnati in operazioni marginali è stata considerevolmente ridotta.

Delle oltre trenta missioni sparse in tutti i continenti, dunque, ne restano attive ventiquattro, in ambito ONU, NATO e UE. Tra queste, strategiche le missioni UNIFIL e MIBIL in Libano, volte a supportare la popolazione e le condizioni socio-economiche del Paese a seguito del conflitto siriano; la Risolute Support in Afghanistan, successiva ad ISAF e incentrata sull’addestramento delle milizie afghane; la KFOR in Kosovo, che garantisce il supporto alle organizzazioni umanitarie per l’assistenza ai profughi; le missioni European Union Training Mission in Mali, contro i gruppi terroristici locali, e in Somalia, dove l’Italia partecipa alla strategia europea per la sicurezza nel Corno d’Africa; l’operazione Prima Parthica in Iraq, di contrasto all’Isis, e infine la MIL in Libia, successiva alla guerra civile scaturita dalla caduta di Gheddafi.
Viviana Passalacqua
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Crisi Ucraina: “La Norvegia non deve distruggere il suo solido rapporto con la Russia”

Varie di

La Norvegia ha condannato l´annessione russa della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina e ha aderito alle sanzioni europee. Il ministro della difesa ha, inoltre, affermato che il conflitto in Ucraina ha cambiato in maniera duratura il panorama politico e di sicurezza.

Questa in sintesi la reazione norvegese agli avvenimenti in Crimea, che hanno visto il loro inizio con il rinvio della firma dell’Accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione Europea alla fine del 2013. Un cambiamento significativo rispetto alla linea diplomatica seguita fino ad ora dal paese scandinavo. La politica che la Norvegia ha portato avanti nei confronti della Russia attraverso diversi governi è stata una politica ragionevole, caratterizzata da un dialogo costruttivo e basata sulla situazione geopolitica nella quale si trova il paese: quello di vicino di una superpotenza.

Le istituzioni norvegesi, ora governate da una coalizione di centro-destra, favorevole ad una sempre maggiore vicinanza all’Europa, hanno portato avanti, dal 2014, una politica nuova nei confronti del vicino russo, critica e vicina alla posizione europea. Una politica che non piace al vecchio establishment, in primis il corpo diplomatico che ha lavorato con la Russia negli scorsi decenni. L’ex ambasciatrice norvegese in Russia, Mette Kongshem, invita, in un articolo inviato al giornale nazionale Aftenposten, a non “lasciare che il conflitto in Ucraina distrugga il solido rapporto che la Norvegia ha avuto con la Russia” e a guardare la situazione con gli occhi dei Russi.

Secondo l’ambasciatrice sarebbe un beneficio per la Norvegia posizionarsi meglio nella storia russa degli ultimi due, tre secoli e provare a vedere il mondo attraverso gli occhi dei vicini russi.

“Dobbiamo poter collocare gli eventi in un ulteriore contesto e provare a capire perche la Russia e´intervenuto con l´utilizzo di strumenti di potere come abbiamo visto in seguito. O forse dobbiamo riconoscere che si e´trattata di una reazione della Russia a quello che il paese ha percepito come una instrusione negli interessi sensibili della Russia” spiega Kongshem “La Russia e´una superpotenza con una economia compromessa e cerca di salvaguardare il suo status. L´occidente non ha la capacità di trattare in maniera equa la Russia, e l´indebolimento che e´avvenuto da parte russa fa si che la cooperazione non funzioni come dovrebbe. Ma la conoscenza della Russia e purtroppo molto scarsa in occidente. La politica estera russia e´fortemente caratterizzata dall´esperienza che il paese ha avuto con l´occidente nel corso del tempo. Pietro il grande aprì una finestra verso l´occidente e vedeva come benvenuti gli input provenienti da ovest. Ma di volta in volta nel corso della storia le ondate di invasioni provenienti da occidente sono arrivate in Russia. La necessità di procurarsi una sfera di interesse nei paesi vicini si e´venuta a creare, non meno dopo che l´Unione Sovietica è scomparsa e la Russia si e´vista come un paese indipendente circondato da quelle che erano state prima le repubbliche sovietiche e dove vivevano grandi popolazioni russe. Perche´e´cosi difficile da capire che la Russia ha gli stessi interessi strategici nel suo circondario che l´altra superpotenza, gli Stati Uniti? Perche´ abbiamo avuto tante difficolta´a capire i segnali che arrivavano da Mosca sul fatto che l´Europa e la NATO si stavano avvicinando troppo nel momento in cui invitavano l´Ucraina e la Georgia a diventare membri EU e NATO?”.

Nella sua lettera all’Aftenposten la Kongshem avverte anche che la politica intrapresa in occasione della crisi in Crimea, con 40 milioni di aiuti all’Ucraina annunciati dall’attuale ministro degli esteri Børge Brende a maggio 2015, non è nell’interesse della Norvegia. Il rapporto costruito in decenni potrebbe complicarsi e la Russia potrebbe vedersi spinta a rivolgersi verso Est, verso la Cina e l’India. La Norvegia infatti, oltre agli aiuti all’Ucraina, si è resa partecipe di una serie di gaffe diplomatiche nei confronti della Russia, in primis respingendo la richiesta russa di aiuto per il recupero di un aereo precipitato con 4 morti russi in mare al largo di Berlevåg, e in seguito rifiutando un invito a prendere parte alla cerimonia commemorativa per soldati della marina della flotta russa che sono morti nella seconda guerra mondiale.

“E´cosi´che mostriamo il nostro riconoscimento ai russi che nel 1944/45 ci hanno difeso dai tedeschi in Finnmark e liberato?” conclude Kongshem.

Carla Melis

Ucraina: il fallimento di Minsk 2 è dietro l’angolo

EUROPA di

Gli scontri tra esercito e separatisti sono tornati ai livelli precedenti a febbraio. Sul fronte interno, l’accordo appare lontano. Sul fronte internazionale, Nato e Russia continuano a mostrare i muscoli.

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Complici le miti temperature estive, il conflitto nell’Ucraina orientale è tornato ad essere cruento. L’avvicinarsi dell’inverno, con la questione delle forniture di gas che tornerà centrale nell’agenda di tutti i Paesi europei, acuisce i sintomi di un’ulteriore intensificazione delle violenze. Il 3 agosto scorso, tre soldati dell’esercito di Kiev sono morti a seguito degli scontri con i separatisti. In contemporanea, si è materializzato il fallimento dei negoziati per la costituzione di una zona cuscinetto tra i gruppi di contatto degli accordi di Minsk 2.

I sintomi di una escalation di violenze, appunto. Di natura interna, tra gli ucraini, che chiedono la deposizione delle armi ai filorussi in cambio di concessioni autonomiste nella carta costituzionale, e i separatisti, intenzionati a non cedere e a volere partecipare al processo legislativo.

Di natura internazionale. Come rigurgiti di una Guerra Fredda tornata di attualità, la guerra civile ucraina non è altro che il terreno di una resa dei conti a livello internazionale. Con la Nato, intenzionata ad intensificare sempre di più l’apporto di unità speciali nei Paesi dell’Est Europa. Con Stati Uniti e Unione Europea, decisi a non cedere sulle sanzioni nei confronti di Mosca. Con la Russia, infine, determinata ad uscire dal progressivo isolamento rispetto ai partner occidentali.

La guerra a colpi di sanzioni economiche potrebbe spingere il Cremlino a non retrocedere. L’aumento del numero di addestramento dei separatisti del Donbass ne è un chiaro indicatore. Infine, i rapporti privilegiati con Siria e Iran, i nuovi canali economici e commerciali istituiti con Cina e India, potrebbero indurre Washington ad ammorbidirsi. La degenerazione del conflitto ucraino e la conseguente caduta nel caos del Paese sono dietro l’angolo.
Giacomo Pratali

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UNICEF: emergenza acqua in Ucraina

BreakingNews/EUROPA di

In seguito ad un sopralluogo del Responsabile delle Emergenze nell’Europa Centro-Orientale Robert McCarthy, l’UNICEF ha oggi dichiarato uno stato di crisi nell’accesso all’acqua potabile nell’ Ucraina dell’Est. Le analisi parlano di quasi un milione e mezzo di persone colpite dalla distruzione di circa il 40% dei condotti idrici funzionanti prima del conflitto. In particolare più di 470 mila persone, di cui 118 mila bambini, affrontano seri problemi ad accedere all’acqua potabile nella regione del Luhansk. Il rischio è anche l’aumento delle malattie collegato al consumo di acqua insalubre per via dei mezzi di trasporto utilizzati che risultano essere inadeguati.

Usa-Russia: Obama conduce il gioco

EUROPA di

Dal G7, passando per il tour di Putin in Italia, finendo con gli allarmismi di una possibile degenerazione del conflitto in Ucraina. Il banco dei rapporti tra Nato e Russia sta rischiando più volte di saltare, anche se la palla, al momento, sembra essere nelle mani di Obama.

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Se la strategia di Washington in Medio Oriente nell’ultimo anno è stata quella di non fare emergere uno Stato predominante in termini di forza economica e leadership nel mondo arabo, in Europa le mosse sono state diverse. L’esclusione di Putin dal G7 e le dichiarazioni dei leader europei sul vincolo di nuove sanzioni verso Mosca se non venissero rispettati gli accordi di Minsk nascono da una precisa volontà.

Sulla disputa in Ucraina, sul nucleare in Iran, sui rapporti con l’Occidente, sotto il profilo dell’aumento delle postazioni Nato nei Paesi confinanti con la Russia, la strategia statunitense è una sola. Ovvero, Mosca deve trattare direttamente con Washington. E, quindi, tornare a quel bilateralismo conciso tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Con l’Europa, divisa anche sulle questioni di politica estera, costretta ancora di più ad un ruolo marginale. Con Stati come la Polonia o i Paesi Baltici che trovano negli Stati Uniti i primi difensori della propria sovranità nazionale. Con la stessa Casa Bianca che utilizza la crisi del Rublo e la forte inflazione russa come capi di imputazione nei confronti del Cremlino.

E l’Europa? Se la Cina costituisce un corridoio per non bloccare del tutto i rapporti commerciali con la Russia danneggiati dalle stesse sanzioni, dall’altra sta divenendo sempre di più un partner privilegiato per quanto concerne le questioni energetiche. Recente è, infatti, il secondo accordo, denominato “Western Route”, consistente nella costruzione di un gasdotto che colleghi la Siberia Occidentale a Pechino.

Se l’Europa ha, come si evince dal G7, accettato il ruolo di comprimario degli Stati Uniti, è ancora più evidente che il danneggiamento dei rapporti commerciali bilaterali ma, soprattutto, il possibile degenerare della questione del gas, potrebbero fare cambiare rotta politica ai leader del Vecchio Continente.

In questo senso, l’Ucraina, dove gli scontri sono ripresi ad un livello quasi pari alla fase precedente agli accordi di Minsk, diviene ancora una volta il pomo della discordia: “Se la crisi in Ucraina si aggrava – dichiara Maros Sefcovic, Vicepresidente della Commissione Europea e Responsabile Energy Union – e se la Russia chiude i gasdotti destinati all’Europa, possiamo resistere per 6 mesi. Ma credo che non convenga a Mosca, visto che siamo il loro principale cliente”, rivela ancora.

Le somme si tireranno verso settembre, con l’inverno ormai alle porte. Ma, al netto del sangue che continua a scorrere nel Donbass, il parziale riconoscimento delle autonomie delle regioni filorusse, a cominciare dalla Crimea, potrebbe, come in parte lasciano intendere gli accordi di Minsk, esse il motore per porre fine alla guerra civile in Ucraina, quindi alle sanzioni contro il Cremlino, quindi al braccio di ferro in stile guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.

Il viaggio di Putin in Italia ha, in questo senso, un significato politico importante. Se con Renzi è stato ribadito l’importanza di un ritorno agli storici rapporti commerciali ed economici tra Roma e Mosca, ancora più rilevante è stata la visita presso Papa Francesco. Il leader russo spera di trovare u n appiglio nel Pontefice e nella sua volontà di una distensione tra mondo cattolico e ortodosso.

I rapporti con il Vaticano, la necessità di mantenere l’Europa come primo partner per la fornitura di gas, l’ostacolo delle sanzioni ad una ripresa economica russa. Se da una parte ci potrebbe essere un riconoscimento a livello internazionale delle autonomie delle regioni filorusse in Ucraina, la fine delle ostilità con Kiev e il rapporto diretto con Washington saranno determinanti per Putin affinché la Russia esca da questo isolamento.

Giacomo Pratali

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Ucraina, Il decentramento nel processo di avvicinamento all'UE

BreakingNews di

Per un periodo di circa 25 anni, dall’indipendenza dall’Unione Sovietica ad oggi, l’Ucraina è stata caratterizzata da una forte concentrazione del potere politico ed amministrativo nelle mani della burocrazia di Kiev.

Il sistema sanitario statale centralizzato era sotto il controllo della Capitale, l’utilizzo del budget regionale era prestabilito e poteva solo essere erogato dagli enti locali, addirittura i permessi di costruzione dovevano arrivare dalla Capitale. Ciò ha comportato l’indebolimento progressivo delle autorità locali, incaricate semplicemente di implementare decisioni già prese. Con l’avvicinamento all’Unione Europea ciò sta gradualmente cambiando.

Il maggior potere conferito alle autorità locali sta comportando un allargamento dell’interesse politico nella popolazione del Paese, soprattutto dei giovani, degli imprenditori e di intellettuali di formazione estera, i quali, guardando sempre più ai modelli di gestione europei, anche se ancora poco corrisposti nei loro bisogni di formazione dall’UE, si stanno opponendo in maniera sempre più significativa all’opera di ostruzionismo dei burocrati di Kiev.

Redazione
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