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Striscia di Gaza: almeno 13 bambini hanno perso la vita dall’inizio delle proteste, 1.000 quelli rimasti feriti

MEDIO ORIENTE di

Sul piano internazionale, la storia della Striscia di Gaza imbarazza poiché tutti gli attori (Stati uniti e Unione Europea in primis) che si dicono paladini della “pace in Medio Oriente” non vogliono (i primi) e non possono (la seconda) muovere un dito per affrontare radicalmente la questione. Che viene così trascurata, attenuata ogni tanto con discorsi di “investimenti”, di “sostegno allo sviluppo”, di “interventi” che non hanno alcun impatto significativo per sedare la rabbia di chi nasce, sopravvive e muore in quel pezzo di terra recintata. Le ragioni delle proteste iniziate da più di 6 settimane nella striscia di Gaza sono diverse: l’embargo di Israele verso la Striscia di Gaza (che dura da più di dieci anni), l’assenza di prospettive e di lavoro con un tasso di disoccupazione al 44%, il risentimento verso la classe dirigente palestinese, il 30% del taglio dei salari agli abitanti di Gaza solo nell’ultimo anno o anche il fatto che periodicamente mancano acqua, cibo, medicinali, elettricità e carburante. Le proteste hanno visto 108 morti di cui 60 solo nella giornata del 14 maggio. Gli scontri hanno visto da una parte i Palestinesi che cercavano di “abbattere” il muro o di lanciare pietre (pietre che hanno assunto il simbolo del dolore della popolazione palestinese), mentre dall’altra parte del muro vi erano i tiratori scelti israeliani. Amnesty International ha dichiarato che è “aberrante l’uso sproporzionato della forza militare contro i civili disarmati” mentre l’esercito israeliano si è difeso dicendo che tra i 60 caduti vi erano 14 che cercavano di scavalcare il muro o di lanciare molotov o ordigni improvvisati e altri 24 che facevano parte delle brigate di fondamentalisti. In questi scontri non è stato risparmiato nessuno, sono almeno 13 i bambini che hanno perso la vita a Gaza dall’inizio delle proteste mentre il numero di persone rimaste ferite ha ormai superato quota 10.000di cui almeno 1.000 sono minori.  Quella del 14 maggio, sottolinea Save the Children è stata una delle giornate più sanguinose dalla guerra del 2014, con 6 bambini che hanno perso la vita e più di 220 rimasti feriti, tra cui, secondo i dati del Ministero palestinese per la Salute a Gaza, più di 150 colpiti da colpi d’arma da fuoco. Lo stesso Ministero, del resto, conferma che circa 600 bambini sono stati finora ricoverati in strutture ospedaliere, mentre secondo le informazioni diffuse da un’agenzia impegnata nella protezione dei civili almeno 600 minori hanno attualmente bisogno di supporto psicosociale. Inoltre, Anche prima dell’inizio delle proteste, gli ospedali di Gaza erano quasi al collasso con il 90% dei posti letto già occupati. L’afflusso di nuovi feriti ha significato che tante persone vengono curate nei corridoi o dimesse prima di essere adeguatamente curate. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, solo a pochissimi feriti viene permesso di lasciare Gaza per cercare assistenza medica, il che aumenta le probabilità di complicazioni e impedisce ai bambini di ricevere le cure di cui hanno bisogno. Nel frattempo, Germania e Regno unito pretendono un’inchiesta indipendente, richiesta che al consiglio di sicurezza è stata bloccata dagli Stati Uniti che riconoscono ad Israele “il diritto di difendere il loro confine”. A ciò si aggiunge il riaprirsi della frattura diplomatica tra Israele e Turchia. La Turchia ha espulso l’ambasciatore di Ankara mentre Netanyahu ferma l’importazione dei prodotti agricoli turchi e rimanda a casa il console a Gerusalemme. I palestinesi sono abituati da sempre a dare grande importanza al dibattito internazionale che si è creato intorno alla loro causa. La nuova amministrazione americana ha nominato un ambasciatore in Israele molto vicino al movimento dei coloni e soprattutto ha deciso di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, una città contesa da decenni fra israeliani e palestinesi. Una decisione che ha convinto molti palestinesi che la soluzione ai loro problemi sia sempre più lontana, per cui l’autorità palestinese ormai non considera più Washington come un mediatore imparziale.

Il comitato organizzatore della protesta si era impegnato a garantire una grande manifestazione non violenta in modo da favorire la partecipazione delle famiglie. In cinque luoghi diversi della Striscia, a circa un chilometro di distanza dalla recinzione, sono stati montati ampi tendoni per i manifestanti. Qui migliaia di persone hanno mangiato e bevuto insieme mentre gli altoparlanti trasmettevano musica leggera. Però qualche centinaio di metri più in là, a poca distanza dalla recinzione, l’atmosfera era molto diversa. A piccoli gruppi provano ad avvicinarsi sempre di più al confine israeliano per lanciare pietre, bruciare copertoni e danneggiare la recinzione. Alcuni di loro sono giovani manifestanti senza particolari affiliazioni politiche mentre altri hanno legami con Hamas. La giornata del 14 è particolare che passa tra il sorriso di Ivanka Trump e il massacro dei palestinesi: mentre delle persone morivano sotto i colpi dei fucili di precisione, a Gerusalemme si teneva la cerimonia in pompa magna per l’inaugurazione dell’ambasciata statunitense. Trump ha ventilato per mesi la possibilità di partecipare lui stesso alla cerimonia ma alla fine ha mandato sua figlia Ivanka e il marito Jared Kushner. Inoltre, la data è stata scelta con precisione in quanto coincide con i 70 anni dalla nascita dello stato israeliano. Ivanka Trump ha inaugurato la sede dell’ambasciata dicendo: “A nome del 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, vi diamo ufficialmente il benvenuto per la prima volta nell’ambasciata degli Stati Uniti qui a Gerusalemme, la capitale d’Israele. Inoltre, come è stato detto: “Prevale una versione della storia della Palestina con una costante rimozione: nella terra promessa c’è un altro popolo che sente quella terra come propria per il semplice fatto che ci vive da secoli e secoli. Una contraddizione irrisolta tra il mito del focolare ebraico, dove far tornare un popolo a lungo perseguitato, e la realtà di un progetto coloniale di insediamento: Gerusalemme capitale dello stato israeliano significa anche questo”. Il 15 maggio, anniversario dei 70 anni della Nakba, era previsto come il giorno in cui le azioni di protesta sarebbero state più intense ma è stata una giornata di funerali.

Lo Status di Gerusalemme

Lo scorso 6 dicembre Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele. Gli Stati Uniti non hanno sempre sostenuto il movimento sionista (movimento politico internazionale il cui fine è l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’istituzione di uno Stato ebraico). Per esempio, Roosevelt aveva capito il rischio nel supportare uno stato Israeliano in un momento in cui il mondo arabo mostrava affinità con il socialismo sovietico e possedeva la maggior quantità di petrolio. Truman invece era un simpatizzante sionista e doveva, in parte, la sua elezione alla comunità ebraica americana quindi, una volta diventato presidente, spinse molto per lo Stato di Israele, per questo gli Stati Uniti furono il primo paese a riconoscere il neonato stato ebraico. Nel 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite (che allora contava 52 Paesi membri), dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181 che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico (sul 56,4% del territorio e con una popolazione di 500 000 ebrei e 400 000 arabi) e di uno Stato arabo (sul 42,8% del territorio e con una popolazione di 800 000 arabi e 10 000 ebrei). La città di Gerusalemme e i suoi dintorni (il rimanente 0,8% del territorio), con i luoghi santi alle tre religioni monoteiste, sarebbero dovuti diventare una zona separata sotto l’amministrazione dell’ONU. Nella sua relazione l’UNSCOP giunse alla conclusione che era “manifestamente impossibile” accontentare entrambe le fazioni ma che era “indifendibile” accettare di appoggiare solo una delle due posizioni. Nel decidere su come suddividere il territorio considerò la necessità di radunare tutte le zone dove i coloni ebrei erano presenti in numero significativo (seppur spesso in minoranza) nel futuro territorio ebraico. Le reazioni alla risoluzione dell’ONU furono diversificate. La maggior parte degli ebrei accettarono pur lamentando la non continuità territoriale mentre i gruppi più estremisti erano contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che consideravano “la Grande Israele”, nonché al controllo internazionale di Gerusalemme. Tra la popolazione araba la proposta fu rifiutata, con diverse motivazioni: alcuni negavano totalmente la possibilità della creazione di uno Stato ebraico; altri criticavano la spartizione del territorio che ritenevano avrebbe chiuso i territori assegnati alla popolazione araba (oltre al fatto che lo Stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso né sulla principale risorsa idrica della zona, il Mar di Galilea); altri ancora erano contrari perché agli ebrei, che allora costituivano una minoranza (un terzo della popolazione totale che possedeva solo il 7% del territorio), fosse assegnata la maggioranza (56%, ma con molte zone desertiche) del territorio (anche se la commissione dell’ONU aveva preso quella decisione anche in virtù della prevedibile immigrazione di massa dall’Europa dei reduci delle persecuzioni della Germania nazista); gli stati arabi infine proposero la creazione di uno Stato unico federato, con due governi. Tra il dicembre del 1947 e la prima metà di maggio del 1948 vi furono cruente azioni di guerra civile da ambo le parti. Venne messo a punto Il piano che aveva come scopo la difesa e il controllo del territorio del quasi neonato Stato israeliano, e degli insediamenti ebraici a rischio posti di là dal confine di questo. Questo prevedeva, tra le altre cose, la possibilità di occupare “basi nemiche” poste oltre il confine (per evitare che venissero impiegate per organizzare infiltrazioni all’interno del territorio), e prevedeva la distruzione dei villaggi palestinesi espellendone gli abitanti oltre confine, ove la popolazione fosse stata “difficile da controllare“. Il 14 maggio del 1948 venne dichiarata unilateralmente la nascita dello Stato di Israele, un giorno prima che l’ONU stessa, come previsto, ne sancisse la creazione. Il giorno successivo (15 maggio 1948) gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l’appena nato Stato di Israele ma l’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano. Nel corso della guerra, Israele distrusse centinaia di villaggi palestinesi e fu la concausa dell’esodo degli abitanti. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949, e produsse 711 000 profughi arabo-palestinesi. Dall’amministrazione Truman in poi abbiamo assistito a differenti linee guida con i democratici e i repubblicani. L’unica caratteristica che è rimasta stabile nelle differenti politiche è la soluzione a due stati, di fatto nessun presidente ha mai apertamente sostenuto la possibilità che Israele possa annettere automaticamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nella presidenza Reagan invece vi è stato il momento più forte di supporto a Israele, sotto la sua amministrazione Tel Aviv ha guadagnato il titolo di “major non-NATO ally” e che si è tradotto in grandi quantità di denaro e di armi in arrivo da Washington. Con la fine della Guerra fredda il supporto a Israele è diventato più una posizione di politica interna. Inizialmente, dopo la caduta del muro di Berlino, gli Stati uniti hanno cercato di avvicinarsi al tema dei diritti dei palestinesi per cercare alleanze con il mondo arabo che non godeva più del supporto dell’unione sovietica. Ma con gli attacchi alle Torri Gemelle del 2001 e la retorica del terrorismo, l’appoggio per la causa palestinese ha assunto sfumature diverse.  Le due amministrazioni Bush e, in parte, quelle di Obama hanno mostrato una forte vicinanza a Israele ma hanno usato il tema dei diritti dei palestinesi e della difesa dei loro territori come uno strumento per farsi vedere vicini ai temi arabi.

Dal 1947 la questione cruciale dello scontro è lo status di Gerusalemme. Le nazioni unite hanno ripetuto a più riprese la soluzione che comprendeva l’esistenza di due stati e l’amministrazione sotto l’ONU della città di Gerusalemme. Ciò non riuscì ad evitare la divisione effettiva della città tra due gruppi opposti. Sono stati svariati i tentativi di stabilire giuridicamente il possesso della città. Uno dei casi più eclatanti è in seguito alla vittoria da parte di Israele della guerra dei sei giorni e la successiva annessione dei territori del Sinai, della West Bank e delle Alture del Golan. Infatti, immediatamente dopo l’occupazione, il ministro della difesa israeliana Dayan ha proclamato Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. La comunità internazionale non ha riconosciuto l’annessione della città e si è continuato a sottolineare la necessità del regime internazionale sull’area. Ci furono ripetuti tentativi dell’ONU e diverse investigazioni sulla violazione dei diritti umani. Sullo status di Gerusalemme, per esempio, ha dichiarato inammissibile l’acquisizione di un territorio attraverso l’uso della forza, secondo quanto stabilito dalla carta Onu, e ha richiesto il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, nel riconoscimento dell’inviolabilità delle frontiere e del principio di sovranità. Nel 1980, però, lo stato israeliano ha emanato la Jerusalem Law, con cui si dichiarava Gerusalemme capitale. La dichiarazione venne immediatamente rifiutata dalle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni internazionali. Furono adottate due risoluzioni in quell’anno, la 465 e la 478, in cui Israele veniva accusata di violazione dei diritti umani e si invitava tutti i membri dell’ONU ad interrompere le missioni diplomatiche nella città. Nel corso degli anni le risoluzioni hanno sempre confermato lo status di Israele come forza occupante e il riconoscimento di violazioni dei diritti umani. Anche nella risoluzione del 2016 (Res 2334) è stato riaffermato l’obbligo di Israele di rispettare scrupolosamente i suoi obblighi e responsabilità legali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra. Inoltre, sono state condannate tutte le misure volte a modificare la composizione demografica, il carattere e lo status del Territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, compresa, tra l’altro, la costruzione e l’espansione degli insediamenti, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terreni, la demolizione di case e dislocamento di civili palestinesi, in violazione del diritto internazionale umanitario e relative risoluzioni. In relazione a Gerusalemme è stato ribadito che l’istituzione da parte di Israele di insediamenti nel territorio palestinese occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione ai sensi del diritto internazionale e un ostacolo principale al raggiungimento della soluzione dei due Stati e un giusto pace duratura e completa. In sintesi, le Nazioni Unite continuano a sottolineare il regime internazionale di Gerusalemme e ad accusare Israele di occupazione illecita del territorio, soprattutto di Gerusalemme est (essendo quella ovest ormai considerata de facto israeliana). Come possiamo notare la soluzione di Trump ha dimostrato di avere pesanti conseguenze e porre una rottura sia con la politica estera americana che con le decisioni internazionali. In molti hanno cercato lo scopo della mossa del presidente degli Stati uniti. C’è chi ha trovato la motivazione nell’avvicinarsi delle elezioni di Mid Term. Trump, poiché sta perdendo consensi tra i moderati, avrebbe deciso di assolutizzare ancora di più il suo messaggio politico per poter raccogliere i voti nei poli più estremi del panorama politico. Inoltre, è stata vista come mossa per tenersi più stretti i cristiani evangelisti all’interno del partito repubblicano e che simpatizzano per la questione ebraica, per evitare che vadano su posizioni più vicine ai nemici interni al partito. Va anche detto che Trump sta cercando di mantenere le sue promesse elettorali non appena gli è permesso dalla situazione. Altre ipotesi che sono state analizzate sono quelle relative agli stessi consiglieri di Trump e anche all’ansia della Casa Bianca di distogliere l’attenzione mediatica dal cosiddetto Russiagate. Ciò che rimane sicuro è che le conseguenze per l’area sono gravi e profonde anche per gli stessi alleati del presidente, come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Questi giorni risultano essere un successo non per Israele bensì per il primo ministro Benjamin Netanyahu, per la destra e per i nazionalisti. Questi sono giorni di vittoria per il loro percorso, quello della forza, e della loro fede, quella negli eletti che possono fare tutto ciò che vogliono.

La situazione dei bambini

Jennifer Moorehead, direttrice di Save the Children nei Territori palestinesi occupati ha detto: “L’uccisione dei bambini non può essere giustificata. Chiediamo con urgenza a tutte le parti di adottare misure concrete per garantire l’incolumità e la protezione dei bambini, nel rispetto delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani. Chiediamo inoltre a tutte le parti di impegnarsi affinché tutte le proteste rimangano pacifiche, di affrontare le cause alla radice del conflitto e di promuovere dignità e sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi. Le famiglie che incontriamo ci dicono che stanno letteralmente lottando per sopravvivere, mentre cercano di prendersi cura dei propri cari che sono rimasti feriti. Spesso non possono permettersi cure e medicinali e ci raccontano di essere estremamente preoccupate per il futuro dei loro bambini, già devastati da più di 10 anni di blocco israeliano e dal sempre minore interesse da parte dei donatori. Le continue interruzioni di corrente e il congelamento degli stipendi dovuto alle continue divisioni tra l’Autorità Palestinese che governa la West Bank e l’autorità de facto di Gaza, inoltre, significa aggravare ulteriormente le condizioni di vita di famiglie già disperate”. Nella striscia di Gaza, le ostilità hanno esposto i bambini a livelli di violenza e distruzione senza precedenti. La povertà, le condizioni in cui cresce il bambino, la mancanza di istruzione, o il fatto di non avere cibo e acqua sono solo alcune delle problematiche in cui cresce un bambino nelle zone di guerra, queste problematiche hanno effetti sulla salute fisica e mentale del bambino. In questi contesti la personalità e l’intersoggettività del bambino viene distrutta e occorrono importanti cure mediche e piscologiche che spesso solo le ONG possono portare ma trovano ostacoli nel loro operato o perdono fondi per il disinteresse internazionale.  Il “rapporto 2017 – 2018 sulla situazione dei diritti umani nel mondo” di Amnesty International riporta che Il blocco degli spazi aerei, marittimi e di terra imposto illegalmente da Israele sulla Striscia di Gaza mantiene in vigore le consolidate restrizioni al transito di persone e merci da e verso l’area e sottoponendo a punizione collettiva l’intera popolazione di Gaza. Insieme alla chiusura quasi totale del valico di Rafah da parte dell’Egitto e alle misure punitive imposte dalle autorità della Cisgiordania, il blocco di Gaza da parte d’Israele ha determinato una crisi umanitaria caratterizzata da interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica, passata da una media di otto ore al giorno a un massimo di due o quattro ore giornaliere, da una ridotta fornitura di acqua potabile con implicazioni igienico-sanitarie e da crescenti difficoltà d’accesso all’assistenza medica, rendendo Gaza progressivamente “invivibile”, secondo una definizione delle Nazioni Unite.

Korea del Nord, sulle sanzioni guerra fredda USA-Cina

ASIA PACIFICO di

Martedì 16 gennaio si è tenuto a Vancouver un Vertice tra venti Nazioni per discutere l’attivazione delle misure sanzionatorie nei confronti della Nord Corea. Canada e Stati Uniti hanno coordinato l’incontro affermando il loro impegno nell’assicurare che le sanzioni già approvate dalle Nazioni Unite vengano rispettate e che ad esse si aggiungano ulteriori sanzioni unilaterali e azioni diplomatiche da parte degli Stati al fine di costringere Pyongyang ad abbandonare i programmi missilistici e nucleari. Ciò che è sorprendente è stata l’esclusione di Russia e Cina al tavolo delle discussioni. La Cina ha infatti reagito denunciando i Vancouver Talks di farsi portatori di una mentalità da guerra fredda. Già da tempo il Presidente cinese Xi Jinping aveva collaborato con gli States affinché fosse aperto il dialogo con la Nord Corea e fossero previste azioni di denuclearizzazione, attraverso la riduzione delle esportazioni di greggio, anche a costo di far lievitare il costo della benzina in madrepatria. Pertanto la decisione di escludere la Cina e la Russia, peraltro due dei restanti partner commerciali della Nord Corea, è stata interpretata come il segno che gli Stati Uniti caldeggino ancora la possibilità di un attacco militare nella zona.

Durante l’incontro a Vancouver, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha infatti avvertito Pyongyang di innescare una risposta militare se non accetta le negoziazioni. Questo metodo, secondo Lu Kang, portavoce del Ministro degli esteri cinese, potrebbe dividere la comunità internazionale e minare le occasioni di una soluzione pacifica nella penisola. “Solo attraverso il dialogo” continua il portavoce, “nonché affrontando le preoccupazioni di tutti i coinvolti, è possibile trovare la strada per una soluzione effettiva e pacifica”.

Secondo Wang Sheng, un ricercatore del Centro di “Co-Innovation for Korean Penincula”, il tempismo di questo incontro appare peraltro inappropriato, dal momento che la situazione nella penisola coreana era di recente stata contraddistinta da un grande avvicinamento tra le due Coree, ovvero dalla riapertura del canale intercoreano di comunicazione diretta. Ovviamente questo riavvicinamento, molto gradito a Cina e Russia, non può essere visto con grande ottimismo da Trump. Alla notizia dell’incontro tra i due leader coreani Trump aveva specificato di esserne in qualche modo soddisfatto, dando il merito di questo «passo» alle sanzioni e alle pressioni esercitate su Kim. Tuttavia, appare evidente che la penisola coreana riappacificata permetterebbe all’Asia di tornare a concentrarsi sul futuro delle relazioni commerciali ed economiche e ridurrebbe il peso americano in termini di vendita di armi e di «garante» della sicurezza nella regione. Seul aveva inoltre confermato la necessità di interrompere le esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti, ribadendo la volontà di trattare con Kim, anche a condizione di “dire dei no” – come aveva affermato il Presidente Moon in campagna elettorale – all’alleato americano.

Sull’Iran, tutti contro Trump – Infografica

INFOGRAFICHE di

Trump e l’Europa, prove generali dello scontro?

AMERICHE/EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

Rilevata l’importanza dell’asse Francia-Germania all’interno dell’Unione Europea (https://goo.gl/fU4azs) e quanto dipenderà soprattutto da esso lo sviluppo dell’integrazione in materia di Difesa e Sicurezza, è necessario sottolineare che la relazione tra l’UE e il partner transatlantico continua e continuerà ad influenzare i progressi comunitari in ambito di “hard policies” sia agendo che non agendo.

Lungi dal voler ridurre il rapporto tra NATO e Difesa UE ad una mera compensazione per cui se la NATO difetta, gli alleati europei danno nuovo impulso all’integrazione UE di Difesa e Sicurezza, e viceversa, è, però, da notare come negli ultimi mesi la retorica europea abbia evidenziato la necessità di maggiore integrazione UE proprio a causa di una sopraggiunta inaffidabilità del partner americano (in particolare si rimanda alla dichiarazione della Cancelliera Merkel “The times in which we could rely fully on others — they are somewhat over”, a margine del summit NATO a Bruxelles).

Neanche dopo 5 mesi dal summit NATO di Bruxelles, il rapporto UE-NATO sembra essere messo alla prova su un dossier scottante, l’Iran. Durante la conferenza stampa del 13 ottobre, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato una nuova strategia USA per l’Iran che si fonderà su:

  1. Un lavoro congiunto con gli alleati per lottare contro il ruolo destabilizzante di Teheran.
  2. Un nuovo regime di sanzioni contro il paese.
  3. Nuove azioni per contrastare non più solo la corsa al nucleare, ma la proliferazione missilistica e di armi che possano minacciare la regione, il commercio internazionale e la libertà di navigazione.
  4. Un rinnovato impegno contro ogni possibile percorso iraniano verso il nucleare.

Concludendo, il Presidente Trump ha annunciato che non certificherà più l’effettivo rispetto dell’accordo da parte iraniana presso il Congresso, de facto delegando ad esso la stesura di un nuovo set di requisiti per l’Iran che comprenda anche misure di contro-proliferazione missilistica. Nel caso in cui il Congresso non riuscisse nel suo intento, il Presidente si riserva di “terminare l’accordo”.

Quello che Trump sembra proporre più che una nuova strategia sembra un ritorno all’approccio pre-2015 e in maniera neanche troppo radicale. Le uniche due manovre dichiarate, nuove sanzioni contro le Guardie della Rivoluzione Islamica e la non-certificazione, non implicano l’uscita degli USA dall’accordo. Ci si chiede se, quindi, le discussioni in Congresso siano un pro-forma e il Partito Repubblicano, facendo fallire qualsiasi compromesso, voglia appoggiare il Presidente (che ha criticato aspramente l’Iran Deal) permettendogli, così, di tirare fuori gli Stati Uniti dall’accordo, oppure se, effettivamente, Trump abbia delegato al Congresso la gestione di un dossier così importante come quello dell’accordo iraniano.

Intanto, le reazioni dei leader europei non si sono fatte attendere. Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel hanno preso parola congiuntamente con un comunicato stampa che recita:

We stand committed to the JCPoA and its full implementation by all sides. Preserving the JCPoA is in our shared national security interest. […] Therefore, we encourage the US Administration and Congress to consider the implications to the security of the US and its allies before taking any steps that might undermine the JCPoA, such as re-imposing sanctions on Iran lifted under the agreement.”

Simili le parole di Paolo Gentiloni:

L’Italia […] si unisce alla preoccupazione espressa dai Capi di Stato e di Governo di Francia, Germania e Regno Unito per le possibili conseguenze. Preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi.”

Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in maniera più dura ha dichiarato che:

We cannot afford as the international community to dismantle a nuclear agreement that is working. This deal is not a bilateral agreement […] The international community, and the European Union with it, has clearly indicated that the deal is, and will, continue to be in place.”

Stiamo osservando una cristallizzazione delle posizioni transatlantiche sull’Iran che porterà a risultati incerti per quanto riguarda la tenuta dell’accordo. Quello che è chiaro è che lo scontro sull’accordo iraniano è stato semplicemente ritardato e che, quando sorgerà, avrà delle conseguenze anche sul ruolo della NATO in Europa.

Guarda anche “Sull’Iran, tutti contro Trump – Infografica

Lorenzo Termine

Saudi Arabia: first leg of Trump’s international trip

Policy/Politics di

Yesterday Donald Trump opened his first international trip as US President. The busy agenda includes The Vatican, Israel and Brussels, for a nine-day tour around Europe and the Middle East.  He chose Saudi Arabia for the inaugural meeting, a well-calculated choice that clearly marks the new administration’s approach toward one of the US historic and most strategic allies.

This international trip is a crucial political moment, especially for a newly elected president. Especially for a newly elected president that is already having political scandals back home. Indeed, it represents an excellent opportunity to meet several heads of states and government representatives all over the world, as well as a key moment to strengthen US alliances and to give a new breath to the nation posture in the international political arena.

The choice of Saudi Arabia as the first meeting is, therefore, a first quite unequivocal sign of the path President Trump wants to undertake. Saudi Arabia has always been one of the most important US allies in the region and the two countries share economic, political and strategic interests. Relations have been very close and friendly, showing a strong mutual understanding and the willingness to cooperate in several areas. However, under Obama’s administration, the happy marriage went through a very hard time, often referred by Saudi representatives as the worst in the US-Saudi history. Trump’s decision seems to be a smart move to show Saudi Arabia and the entire world the administration intention to go back to the strong and loyal relationship between the countries, after the challenging times of Mr Obama.

Several reasons stand behind this strategic choice, which can be read within the US-Saudi Arabia partnership’s framework, but also within the broader context of the US strategy in the Middle East.

Regarding US-Saudi relations, economic and security interests are the main issues on the table. Deals on weapons and defence systems are back on track after Obama stopped selling arms to the monarchy, worried about its possible influence –better said military support- in Yemen’s war (Saudi Arabia leads an international coalition supporting the government against the Houthi rebels). Trump seems not be sharing these concerns: the deals include, indeed, a Terminal High Altitude Area Defence (THAAD) missile defence system, a C2BMC software system for battle command and control and communications as well as a package of satellite capabilities, all provided by Lockheed. Under consideration also combat vehicles made by BAE Systems PLC, including the Bradley Fighting Vehicle and M109 artillery vehicle. Contrary to the previous administration, the US appears to be supporting a more interventionist Saudi role in the region. Along the commercial agreements, Washington and Riyadh are also enhancing best practices in maritime, aviation and border security.

Looking at the broader US strategy in the Middle East, the visit in Saudi Arabia makes even more sense.

Since taking office, fighting the Islamic State (ISIS) has been Trump’s top national security priority. As the president made clear, ISIS -and terrorism in general- is not a regional problem, but one that affects the all international community, harming, therefore, also US interests back home and abroad. Similar consideration for the security conditions in the Middle East, which are essential to protect US economic and strategic interests in the region. These reasons made Trump reconsidering the US role in the Middle East. If Obama tried to step back and put some distance between the US politics and Middle Eastern affairs, giving the impression that the American power was turning the back to its allies in the region, Mr Trump has clearly shown different intentions.

The US is to re-take its posture in the Middle East, perhaps that security guarantor role that used to play in the past, willing to bring safety and stability in the region and, therefore, at the global level. Hence, the strong position taken by Iran’s antagonist behaviour and the attempt to reassure the US allies in the Gulf can be easily related to this new approach.

So, what does that mean in terms of regional security and international political games?

–    With the US support in fighting terrorism, the Gulf monarchies will be able to strengthen their positions against the Islamic State and terrorist groups. ISIS and other terrorist groups, indeed, have been trying to destabilise the Gulf monarchies. On the one hand, they took advantages of religious minorities and social differences in the countries. On the other, they benefited from an inconsistent European strategy in the region and a US administration probably more focused on domestic authoritarian issues and human rights records in its ISIS-fight partners than on the actual final goal. Trump seems to be setting priorities and boundaries: ISIS and terrorism come first; democracy and authoritarian tendency are a domestic issue that the US does not have to deal with now. To fight ISIS we need stable countries: simple as that. As the Secretary of State Rex Tillerson said “When everything is a priority, nothing is a priority. We must continue to keep our focus on the most urgent matter at hand.”

–    A new challenging US-Iran relation. If Obama’s era will be remembered in all history books for the multilateral nuclear deal with the Islamic Republic, Trump administration will unlikely follow the same path. As initial steps, Trump tightened sanctions against Iran, thus sending the message that time had changed and Iran must better behave. Several press statements denounced Iran’s antagonistic behaviour and defined the country as a plague for the Middle East and US interests there. No surprise, then, if engagement and accommodation of Obama’s office will be replaced by confrontation and hostility, a move very welcomed by the Arab countries.

–    By signing new weapon deals with Saudi Arabia, the US indirectly supports the Saudi-led coalition in Yemen, a conflict that involves Iran too. The Islamic Republic, indeed, militarily support the Houthi rebels against the government. As mentioned above, Iran is considered a real threat to Middle East stability.

–    A stronger commitment to the Middle East stability cannot overlook the Israeli-Palestinian conflict. Trump is pursuing peace talks between Israel and Palestine to set a lasting agreement. The two-state solution has been a core pillar of US foreign policies for decades -an independent state of Palestine in West Bank and Gaza in return for Israel’s safety and security. However, Trump affirms to be also opened to a one-state solution, where Israel will be the only state and Palestinians will either become citizens of Israel or else live under permanent occupation without voting rights. As the president said, “I’m happy with the one they [Israelis and Palestinians] like the best”. Not easy to understand, though, how Palestinians could like the second one.

–    Trump’s visit to Saudi Arabia, a Muslim country but also the home of the most significant Islamic religious sites, can be read as a strategic move to achieve the role the US would like to play in the Middle East. With the implementation of the immigration policies in the States and several statements against the Muslims, President Trump has attracted severe criticisms, describing him and his policies as anti-Muslim. Not the best precondition for someone that aims at playing a greater security role in the region. Hence, visiting the Saudi monarchy shows that the US and Arab Muslims can actually form a partnership and cooperate on some issues.

–    At first glance, it is understandable to think that a more interventionist US role in the Middle East could upset Russia. On several capillary topics -such as Syria and Yemen- Russia and the US have quite divergent views and stand on the opposite sides of the fight. A US administration willing to play the police role in the region and -possibly- put feet on the ground is not exactly what the Kremlin would like to see. However, the scandal that has recently hit the White House- regarding Trump sharing highly classified information with the Russians-questions the real relationship between Washington and Moscow.

In conclusion, Trump’s meeting with Saudi Arabia’s leaders goes beyond the routine diplomatic visits, as it also entails powerful political messages to the Arab countries and the entire world. A new page for the US foreign policy that aims to bring the old glory and its leader role in the Middle East. It looks like the new administration is backed by a crispy and definite strategy; however, on some topics it seems like Trump is proceeding blindly, just reacting to whatever it happens. The question is: does he have a strategy in mind? The US is a very powerful nation and -willing or not- its actions have a substantial impact worldwide. Hopefully, there will be some still unrevealed aces in the hole: the last thing that the world would like to see is the US wandering around without knowing what to do. It is time to take sides, it is time to make decisions, and Trump seems to be quite confident in doing so. However, to be effective, those decisions need directions, need a strategy, a smart long term project aiming at a specific goal. Let’s hope the current US administration truly has one.

Paola Fratantoni

Kushner ties to Russia questioned as Trump blasts media lies

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Congressional Democrats on Sunday demanded to hear directly from top White House adviser Jared Kushner over allegations of proposed secret back-channel communications with Russia, saying the security clearance of President Donald Trump’s son-in-law may need to be revoked. Trump, having returned from a nine-day overseas trip, immediately railed against administration leaks, calling them “fabricated lies”, in a flurry of tweets. And his Homeland Security head defended the idea of establishing that kind of communication as a “smart thing” and said he didn’t see “any big issue here” for Kushner. But to the top Democrat on the House intelligence committee, it’s “obviously very concerning” that a key Trump campaign figure was possibly seeking secret communications with a country that intelligence experts say intervened in the 2016 election.

 

Trump: Azerbaijan is valued partner of US

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President of the United States of America Donald J. Trump has congratulated President of the Republic of Azerbaijan Ilham Aliyev, in a letter for the celebration of azeri Republic Day. “Azerbaijan is a valued partner of the United States. Together, we are working to enhance global security through our joint counterterrorism efforts. We stand with the people of Azerbaijan and are committed to strengthening our relationship through dialogue on security, economic cooperation, and democratic principles”, noted the US president. “The United States also strongly supports the peaceful resolution of the Nagorno-Karabakh conflict”, said Trump.

 

Netanyahu: Trump added $75 million in defense aid to Israel

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Trump added $75 million in defense aid to Israel.Washington announced a $110-billion US sale of ships, tanks and the latest anti-missile systems to Saudi Arabia on Saturday as Trump began a two-day visit to the Gulf state before travelling on to Israel.Trump added package for the missile defense program. According to Lieberman the weapons deals in the Middle East just in 2016 reached $215-216 billion and this is no small sum.The White House said that in talks with Netanyahu in Jerusalem on Monday, “President Trump underscored the United States’ ironclad commitment to Israel’s security, including to the maintenance of Israel’s qualitative military edge”. The thrust of the deal with Riyadh aims to help the Saudi military bolster its defenses to deter bitter rival Iran and its missile program, which Netanyahu has said potentially poses an existential threat to the Jewish state.

 

Trump budget keeps pledges: Cuts for poor, more for military

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President Donald Trump fulfilled a major campaign promise Tuesday, proposing a $4.1 trillion budget plan that would upend Washington in a big way. But he drew rebukes, even from some Republican allies, for the plan’s jarring, politically unrealistic cuts to the social safety net for the poor and a broad swath of other domestic programs. The budget, Trump’s first as president, combines his spending plan for the upcoming 2018 fiscal year with a promise to balance government books after a decade, relying on aggressive cuts, a surge in economic growth — and a $2 trillion-plus accounting gimmick. “Through streamlined government, we will drive an economic boom that raises incomes and expands job opportunities for all Americans”, Trump declared in his budget message.

In Bethlem, Trump says loser terrorist must be obliterated

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Due to the frequent changes, Palestinian organizers could not provide a finalized itinerary in advance of the visit. As it happened, Trump was met by Abbas and an honor guard at presidential headquarters in Bethlehem around 10:30 a.m. Following a half-hour meeting with Abbas, Trump also spoke briefly with other senior PA officials. The two leaders then convened a joint press conference, after which Trump returned to erusalem.Streaking at a joint press conference in Bethlehem on Tuesday, U.S. President Donald Trump and Palestinian Authority President Mahmoud Abbas condemned Monday night’s terrorist attack in Manchester, England, and expressed renewed commitment and hope for an Israeli-Palestinian peace. Trump conviction terrorism and he said that not only Usa but also every country must fight terrorism. Abbas, spoken about the conflict between Israel and Palestine, said that the Palestinians are committed to a two-state solution based on 1967 borders with east Jerusalem as their capital, and called for support for the Saudi Peace Initiative. Palestne are keen to open the door to dialogue with our Israeli neighbors in order to create a genuine peace. Our problem is with the occupation and settlements and the failure of Israel to recognize the state of Palestine in the same way we recognize it. The problem is not between us and Judaism; it is between us and occupation.

 

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Redazione
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