GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Trump e la politica USA in Medio Oriente

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Nelle loro politiche estere non è comune vedere gli Stati cambiare drasticamente le loro strategie al cambiare delle amministrazioni di Governo. Di là  dalle parole spese in campagna elettorale, una volta giunti nella stanza dei bottoni, ogni politico fa i conti con la realtà che lo circonda guardandola da un punto di vista diverso rispetto a chi non ha la responsabilità delle decisioni.

E’ pur vero che, se nel frattempo è cambiato qualcosa nel mondo, sia per nuovi equilibri tra le potenze sia per importanti variazioni nelle politiche altrui, ognuno deve adattarsi e applicare nuove visioni.

Nel passaggio di poteri tra la Presidenza USA di Obama e quella di Trump niente di rilevante è cambiato fuori dagli Stati Uniti: la crisi israelo-palestinese è a un punto morto come prima, le guerre e i vari conflitti in corso perdurano immutati, la Cina continua lentamente ma inesorabilmente nella sua politica espansiva e l’Europa procede nella sua marcia verso una possibile decadenza. Al contrario, la Presidenza americana ha cambiato drasticamente rotta.

Il recente viaggio di Trump a Riad ha mostrato solo il primo di grandi cambiamenti che potrebbero verificarsi anche verso altri teatri.

Mentre Obama aveva allentato i legami che tradizionalmente legavano gli Usa agli alleati storici in loco, aveva riproposto l’attenzione verso la tutela di un minimo di rispetto dei diritti umani e cercava un nuovo dialogo con l’Iran, magari concedendogli il riconoscimento di una sua area d’influenza, il nuovo Presidente è ritornato sulle linee impostate da altri predecessori.

Il rapporto con Israele e l’Arabia Saudita sono di nuovo il perno centrale della politica americana in Medio Oriente e l’Iran ridiventa il nemico numero uno degli interessi americani nell’area.

Il discorso tenuto ai cinquantacinque leader riunitisi per incontrarlo è stato piuttosto chiaro: non contano le differenze tra le religioni e non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ognuno deve scegliere da solo come vivere all’interno della propria società e i predicatori di ogni fede devono emarginare gli estremismi. L’avversario da battere è solo il terrorismo, che ci colpisce tutti allo stesso modo e il suo maggiore sponsor sta a Teheran. Nessun accenno alla tutela di minoranze interne, nessun richiamo contro atteggiamenti autoritaristici, nessuna menzione sui gruppi integralisti pur notoriamente sostenuti proprio dai sauditi.  Che il tycoon, contrariamente ad Obama, fosse in totale sintonia con il Governo israeliano lo si era visto già in campagna elettorale ma l’apertura all’Islam, in precedenza definita una religione implicitamente aggressiva e pericolosa, ha lasciato realisticamente il posto a una netta distinzione tra la sua pratica normale e i devianti estremismi.

Se si va oltre il primo sguardo, si vede comunque una sua coerenza tra il Trump di prima e di dopo l’elezione. Il suo obiettivo sempre dichiarato era di voler rivitalizzare l’economia interna americana e questa prima tappa del viaggio non l’ha dimenticato. Oltre alla netta scelta politica di campo, uno dei risultati di questi incontri è il volume di contratti firmati e la pioggia di denari (e, conseguentemente, di posti di lavoro) che dovrebbero riversarsi sugli USA. Com’è giusto che sia, politica ed economia camminano insieme e la volontà di rinforzare l’Arabia Saudita e i Paesi arabi contro la “minaccia” iraniana si traduce nella cessione ai sauditi e Paesi vicini di un’enorme quantità di armamenti di fabbricazione statunitense. Si ipotizza una cifra di circa 350 miliardi di dollari in dieci anni, di cui almeno un centinaio da spendersi immediatamente. Di questi ultimi, circa sessanta saranno destinati per l’acquisto di aerei, navi, bombe di precisione, munizioni e un sistema di modernizzazione della difesa cibernetica. Anche i missili THAAD (quelli che sono stati stanziati in Corea del Sud e che Trump vorrebbe fossero i riluttanti coreani a pagare) saranno parte del pacchetto. Della delegazione americana facevano parte, non a caso, rappresentanti di alcune grandi imprese americane, quali la Boeing, la Lockeed e la General Electric.  I sauditi, pur alle prese con un deficit interno di almeno 53 miliardi di dollari che li ha obbligati a tagliare i salari degli impiegati pubblici, hanno promesso investimenti, in partnership, nelle infrastrutture americane per un montante di 200 miliardi in quattro anni. Anche gli Usa hanno concesso qualcosa: 150 elicotteri della Lockeed saranno assemblati in Arabia Saudita creando 450 nuovi posti di lavoro e la società mista Aramco dovrebbe poter investire almeno 50 milioni in attività diversificate dal settore petrolifero.

Tornando all’aspetto più direttamente politico e di là dei discorsi ufficiali, è possibile ipotizzare che si sia cercato di stringere ulteriormente e allargare ad alcuni altri Paesi arabi la collaborazione (già esistente ma mai resa ufficiale) tra Israele e l’Arabia Saudita con una duplice funzione: anti iraniana da un lato e per la ricerca di un vero e duraturo accordo con i palestinesi dall’altro.

Come in tutte le circostanze simili, occorrerà vedere in seguito se quanto discusso e quanto annunciato si tradurranno veramente nella realtà. Gli ostacoli non mancano, a partire dal fatto che alcuni dei presenti hanno nutrito, e probabilmente continuano a sostenere, proprio quei gruppi estremisti e terroristici che sono stati identificati come il nemico comune. Oltre alla stessa Arabia Saudita, alludiamo al Qatar e al suo coinvolgimento con alcuni gruppi ribelli in Siria, con i Fratelli Musulmani e con Hamas nella striscia di Gaza. Né si possono nascondere gli interessi divergenti nello stesso mondo arabo, con relativi supporti a gruppi combattenti in Libia o in Egitto(vedi Fratelli Musulmani).

Infine, il coalizzarsi del mondo sunnita contro l‘Iran significa escludere dalla partita la Russia e, oltre a rendere impossibile una soluzione per la crisi siriana, non potrà certo essere facilitato il raggiungimento di una stabilizzazione della regione, dove gli sciiti sono pur sempre un numero rilevante e godono di posizioni geopoliticamente molto forti.

Dario Rivolta

 

 

Photo Credit: Per gentile concessione

Valentin Muriaru www.valentinmuriaru.com

 

Arabia Saudita: prima tappa del viaggio di Trump

Donald Trump ha inaugurato ieri il suo primo viaggio internazionale come Presidente degli Stati Uniti. L’agenda prevende un tour di nove giorni in Europa e Medio Oriente, con visite al Vaticano, in Israele e a Bruxelles. L’Arabia Saudita è la prima tappa di questo viaggio, una scelta ben calcolata che mostra chiaramente l’approccio adottato dalla nuova amministrazione verso uno dei più storici e strategicamente importanti alleati degli Stati Uniti.

Il viaggio internazionale del Presidente è un impegno politico molto importante, soprattutto per un presidente neo-eletto. Soprattutto per un presidente neo-eletto che sta già avendo scandali politici nel proprio paese. Questo viaggio rappresenta un’ottima opportunità per incontrare molteplici capi di stato e rappresentanti di governo in tutto il mondo, nonché un’occasione chiave per rafforzare le alleanze del paese e dare nuovo respiro alla posizione degli USA nell’arena politica internazionale.

La scelta dell’Arabia Saudita come tappa inaugurale è, perciò, un segno abbastanza inequivocabile del percorso che il Presidente Trump desidera intraprendere. L’Arabia Saudita è sempre stata uno degli alleati statunitensi più importanti nella regione e i due paesi condividono interessi economici, politici e strategici. I loro rapporti sono stati solitamente molto stretti e amichevoli, mostrando un’intesa reciproca nonché la volontà di cooperare in diversi settori. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, questo matrimonio felice ha attraversato un periodo piuttosto difficile, spesso descritto dai rappresentanti sauditi come il peggiore nella storia delle relazioni tra i due paesi. La decisione di Trump sembra, quindi, essere una mossa intelligente per mostrare all’Arabia Saudita e al mondo interno l’intento della nuova amministrazione di ripristinare quel rapporto solido e leale tra le due nazioni, dopo i tempi critici di Obama.

Diverse motivazioni si celano dietro questa scelta, che possono essere lette sia nel quadro delle relazioni USA-Arabia Saudita, ma anche nel più ampio contesto della strategia statunitense in Medio Oriente.

Considerando i rapporti bilaterali, interessi economici e di sicurezza sono i temi più importanti in tavola. Si parla nuovamente di accordi economici per la vendita di armi e sistemi di difesa, interrotti in passato da Obama, preoccupato che la monarchia saudita potesse influenzare -o per meglio dire supportare militarmente in modo significativo- la guerra in Yemen (ricordiamo che l’Arabia Saudita è a guida di una coalizione internazionale a sostegno del governo yemenita contro i ribelli Houthi). Trump non sembra condividere le stesse preoccupazioni: proprio ieri è stato firmato un contratto del valore di 350 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, 110 miliardi con effetto immediato. Tali accordi prevedono un sistema di difesa missilistica, il Terminal High Altitude Area Defence (THAAD), un software per i centri di comando, controllo e comunicazione, il C2BMC, nonché diversi satelliti, tutto fornito dalla Lockheed. È al vaglio anche la fornitura di veicoli da combattimento prodotti dalla BAE Systems PLC, incluso il Bradley e l’M109. Contrariamente alla precedente amministrazione, gli USA sembrano supportare un ruolo saudita più interventista nella regione. Accanto agli accordi commerciali, Washington e Riad intendono promuovere “best practices” nel settore della sicurezza marittima, aerea e ai confini.

 

Se guardiamo alla strategia statunitense in Medio Oriente, la visita in Arabia Saudita appare ancora più logica.

Sin dal suo insediamento, Trump ha definito la lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) come la priorità numero uno per la sicurezza nazionale. Come il presidente ha reso ben chiaro, l’ISIS -e il terrorismo in genere- non è un problema unicamente regionale, bensì una piaga che colpisce l’intera comunità internazionale, andando, perciò, a danneggiare anche gli interessi statunitensi sia in patria che oltreoceano. Simili considerazioni emergono relativamente alle condizioni di sicurezza in Medio Oriente, essenziali per proteggere gli interessi economici e strategici della potenza americana nella regione. Questi motivi hanno portato Trump a riconsiderare il ruolo degli USA in Medio Oriente. Se Obama aveva fatto un passo indietro, cercando di mettere distanza tra la politica statunitense e gli affari mediorientali, dando così l’impressione che gli USA stessere voltando le spalle ai propri alleati nella regione, il Presidente Trump ha chiaramente mostrato intenzioni opposte.

Gli Stati Uniti intendono ripristinare la propria posizione nel Medio Oriente, forse mirando proprio a quel ruolo di garante della sicurezza che ha svolto per anni, con la missione di portare sicurezza e stabilità nella regione e, di conseguenza, a livello globale. La linea dura assunta con l’Iran e i tentativi di riassicurare gli alleati nel Golfo possono chiaramente essere letti in quest’ottica.

Ma cosa significa tutto ciò in termini di sicurezza regionale e di giochi politici internazionali?

  • Con l’appoggio degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, le monarchie del Golfo possono rafforzare la propria posizione dinnanzi allo Stato Islamico e agi altri gruppi terroristici. Questi, infatti, hanno cercato nel tempo di destabilizzare tali monarchie. Da un lato, sfruttando le minoranze religiose e le differenze sociali interne ai paesi; dall’altro, beneficiando di una strategia europea inconsistente ed inefficace e di un’amministrazione americana più concentrata sui problemi di autoritarismo e sul mancato rispetto dei diritti umani all’interno di tali monarchie, piuttosto che sull’obiettivo finale della loro azione, ovvero la lotta all’ISIS. Trump sembra aver stabilito -e voler rispettare- priorità e confini: combattere l’ISIS e il terrorismo è l’obiettivo principale; democrazia e tendenze autoritarie sono problemi domestici dei quali gli Stati Uniti non devono necessariamente occuparsi ora. Per sconfiggere l’Islamic State servono paesi stabili, punto. Come lo stesso Segretario di Stato Rex Tillerson ha recentemente affermato “When everything is a priority, nothing is a priority. We must continue to keep our focus on the most urgent matter at hand.”
  • Un più arido rapport con l’Iran. Se l’amministrazione Obama verrà ricordata su tutti i libri di storia per l’accordo multilaterale sul nucleare stretto con la Repubblica Islamica, è abbastanza improbabile che quella Trump segua la stessa direzione. Come primo passo, Trump ha, infatti, intensificato le sanzioni contro l’Iran, mandando così un chiaro messaggio che i tempi sono cambiati e sarà bene che l’Iran si comporti a dovere. Diversi comunicati stampa hanno denunciato il comportamento ostile di Teheran, definendo il paese come una piaga per il Medio Oriente e per gli interessi statunitensi nella regione. Nessuna sorpresa, dunque, se l’atteggiamento di intesa e conciliazione di Obama lascerà il posto all’approccio duro e allo scontro, senz’altro ben accolto dai paesi arabi.
  • Firmando nuovi accordi per la fornitura di armi a Riad, gli Stati Uniti mostrano indirettamente di appoggiare la coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen, un conflitto che coinvolge anche l’Iran. La Repubblica Islamica fornisce, infatti, supporto militare ai ribelli Houthi contro il governo yemenita. Come accennato sopra, l’Iran è considerato una minaccia reale per la stabilità del Medio Oriente.
  • Un impegno più consistente in Medio Oriente non può omettere il conflitto arabo-israeliano. Trump sostiene l’importanza di proseguire le trattative di pace tra Israele e Palestina nell’ottica di raggiungere un accordo stabile e duraturo. La soluzione a due stati-ovvero uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, in cambio della stabilità e la sicurezza di Israele- è stata la colonna portante della politica estera statunitense per decenni. Tuttavia, Trump si dichiara ora disponibile ad accettare anche un accordo diverso, dove Israele sarebbe l’unico stato indipendente e sovrano e i Palestinesi diventerebbero cittadini israeliani o sarebberro condannati ad una condizione di occupazione perenne senza godere del diritto di voto. “I’m happy with the one they [Israelis and Palestinians] like the best” ha affermato il Presidente. Difficile capire, tuttavia, come i Palestinesi possano mai accettare la seconda.
  • La visita di Trump in Arabia Saudita, non solo un paese musulmano ma anche la sede di alcuni tra i più simbolici siti religiosi islamici, può essere letta come una mossa strumentale per il ruolo che gli Stati Uniti mirano ad esercitare nel Medio Oriente. Con l’implementazione delle politiche immigratorie negli USA e diverse dichiarazioni contro i Musulmani, Trump ha attirato critiche molto severe, che descrivono il presidente e le sue politiche come anti-musulmane. Di certo non la miglior premessa per qualcuno che intende svolgere un maggior ruolo di garante della sicurezza nella regione. Iniziare il tour diplomatico nella monarchia saudita vuole mostrare come gli USA e gli arabi musulmani possano in realtà formare una parrtnership, cooperando in diverse aree.
  • A primo impatto, si può pensare che una politica americana più interventista nella regione possa in qualche modo infastidire la Russia. Su diversi argomenti-come Yemen e Siria- Russia e USA hanno visioni notoriamente divergenti e si posizionano ai fronti opposti dello scontro. Un’amministrazione americana desiderosa di assumere il ruolo di “poliziotto” nella regione e -magari- intervenire con forze militari on the ground non è esattamente ciò che il Cremlino vorrebbe vedere. Tuttavia, lo scandalo che ha recentemente colpito la Casa Bianca-relativo alla condivisioni di importanti informazioni classificate con i Russi- pone diverse domande su quali siano i reali rapporti tra Mosca e Washington.

 

In conclusione, l’incontro di Trump con i leader sauditi va al di là delle visite diplomatiche di routine, in quanto contiene anche un forte messaggio politico per i paesi arabi ed il mondo intero. Si apre una nuova pagina nella politica estera statunitense, che ha l’obiettivo di recuperare la gloria passata e la leadership nel Medio Oriente. Sembrerebbe che la nuova amministrazione abbia una strategia chiara e precisa alle spalle; ciò nonostante, su alcuni argomenti pare quasi che Trump stia procedendo un po’ “a tentoni”, reagendo giorno per giorno ai fatti che si verificano. Sorge, dunque, spontanea una domanda: Trump ha realmente una strategia? Gli Stati Uniti sono una nazione molto potente e -volenti o nolenti-le loro azioni hanno un impatto rilevante in tutto il mondo. Ci auguriamo che ci sia qualche asso nascosto nella manica: l’ultima cosa che il mondo vorrebbe vedere sono gli Stati Uniti vagare senza avere una chiara idea su cosa fare. È il momento di assumere una posizione, di prendere decisioni e Trump sembra abbastanza a suo agio nel farlo. Tuttavia, decisioni e azioni devono essere indirizzate: serve una strategia, un progetto a lungo termine che abbia un obiettivo ben specifico. Ci auguriamo che l’amministrazione americana ne abbia effettivamente una.

 

Paola Fratantoni

La Corea del Nord lancia un avvertimento a Trump e Xi Jinping

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A poche ore dall’incontro al vertice tra il presidente USA Donald Trump e il suo corrispettivo cinese Xi Jinping , in Florida, il leader nordcoreano ha ordinato il lancio di un missile a medio raggio KN-15 che ha concluso la sua traiettoria nelle acque del Mar del Giappone, dopo un breve volo di circa 60 chilometri.

La Corea del Sud ha condannato fermamente l’ennesima provocazione di Pyongyang, mentre il Segretario alla Difesa americano, Rex Tillerson, ha commentato freddamente l’episodio: “Gli Stati Uniti hanno già parlato abbastanza della Corea del Nord. Non abbiamo ulteriori commenti”. La risposta più decisa è arrivata invece da Tokio, per bocca del Capo di Gabinetto Yoshihide Suga: “Il Giappone non potrà mai tollerare le ripetute azioni di provocazione della Corea del Nord. Il governo protesta con forza e le condanna risolutamente”.

Dopo cinque test nucleari, due dei quali condotti nel 2016, il lancio odierno ha rinnovato i timori della comunità internazionale sul programma missilistico nordcoreano. Pyongynag è ancora lontana dall’obiettivo di realizzare una testata a lungo raggio che possa recapitare un ordigno nucleare fin sul territorio americano, ma gli analisti hanno ipotizzato che il missile KN-15 sia stato sospinto da un propellente solido, facile da trattare e trasportare, che aumenterebbe le capacità di attacco rapido del regime asiatico.

La dimostrazione di forza avviene all’indomani di due avvenimenti che Pyongyang ha interpretato come serie minacce. Nei giorni scorsi Trump ha lanciato il suo avvertimento: se la Cina deciderà di non cooperare nel contenimento dello scomodo alleato regionale, gli USA sono disposti ad agire da soli contro il nemico. Nel contempo, si è conclusa una esercitazione militare congiunta tra USA, Giappone e Corea del Sud, che Pyongyang considera come la prova generale di una possibile invasione.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano le azioni delle potenze nemiche stanno portando la Penisola asiatica sull “orlo della guerra”.

La crisi odierna, che senza dubbio sarà al centro dei colloqui tra Trump e Jinping, è stata preceduta, nello scorso febbraio, dal lancio di 4 missili balistici nordcoreani che sono caduti in prossimità delle coste nipponiche e dal test di un sistema di lancio SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile) che permetterebbe a Pyongyang di avvicinare le sue testate alle acque del nemico e di disporre di una inedita capacità di contrattacco (second-strike), nell’ipotesi di distruzione del proprio arsenale terrestre. Questa ipotesi, secondo gli analisti, è però attualmente solo teorica e serviranno ancora anni prima che Kim Jong Un possa fare reale affidamento su una tale capacità offensiva.

In uno scenario sempre più surriscaldato, il governo cinese prova a gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro tra Jinping e Trump, presso il resort Mar-a-Lago, A Palm Beach in Florida, di proprietà del presidente statunitense, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha negato ogni legame tra il lancio missilistico nordcoreano e il meeting al vertice tra le due potenze, sollecitando tutte le parti coinvolte ad evitare ogni ulteriore escalation.

La Cina, in questo momento, sembra l’unica forza in grado di porre un freno al conflitto fra Pyongyang e i suoi tanti nemici.

ALL’ALBA DELL’ERA TRUMP: SCENARI E STRATEGIE DELLA NUOVA PRESIDENZA AMERICANA

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Martedi 17 gennaio, presso la sala del Senato di Piazza Santa Maria in Aquiro a Roma, il Centro Studi Roma 3000, specializzato nell’ analisi della politica internazionale, ha riunito, grazie all’apporto della Senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, un panel di studiosi, esperti e ed analisti per approfondire e discutere i trend della nuova presidenza americana.

 

L’alba di Trump è stata infatti preceduta, come ha argomentato l’on. Alessandro Forlani, da una campagna elettorale combattuta come forse nessun’altra se ne ricorda nel dopoguerra.

Gli avversari si sono affrontati senza esclusione di colpi, con una virulenza inedita nel linguaggio politico americano.

Il grande sconfitto è il sistema politico e partitico.

In entrambi i campi infatti si è registrato uno scontro senza precedenti tra i candidati alla presidenza e l’establishment di partito.

In campo democratico si è assistito ad una candidata poco amata dal partito e dalla base: Hilary Clinton è stata percepita come troppo compromessa  con i poteri forti e la crisi economica del 2007/08.

Una candidata debole, contrastata con efficacia dalla narrazione alternativa di Bernie Sanders, troppo facilmente liquidato come estremista.

Dall’altro lato Donald Trump, che fin dalle primarie ha corso dichiaratamente contro il partito Repubblicano, il quale non ha mancato di contrastarlo in tutti i modi possibili, cercando di scaricarlo anche quando la corsa alla presidenza era entrata nel vivo.

The Donald non se ne è curato poi troppo, è andato per la propria strada e ha vinto.

Sarà interessante vedere come il sistema politico si adatterà ad una presidenza che nello stile e nella sostanza si preannuncia indipendente e in contrasto con Capitol Hill.

Così come è importante, per capire cosa è successo e cosa succederà, andare alle radici del comportamento dell’elettorato americano.

Il dato elettorale  attesta che la percentuale dei votanti, pari al 55%, è in linea col trend delle tornate precedenti. Perché allora questo esito imprevisto? I motivi sono tanti, ma uno, secondo Paul Berg, Ministro Plenipotenziario dell’Ambasciata Americana a Roma, è di particolare interesse. Gli elettori votano infatti i candidati che sentono piu’ vicini, non solo in base alla promesse elettorali.

Cosa hanno in comune allora un miliardario newyorchese con un disoccupato della Rust Belt?

Il puritanesimo può essere una chiave di lettura. Come forma religiosa non esiste più in America, ma ha plasmato a fondo l’anima del paese, che nel proprio DNA ne porta ancora i tratti. E al di là della ricchezza, delle mogli e dell’edonismo, molti americani hanno visto in Trump un uomo che ha ampliato le proprie fortune lottando contro l’establishment di cui pure faceva parte, un uomo completamente dedito alla propria causa, che dorme poche ore a notte e non ha avuto paura di dire le cose come stanno.

Tutto cil in un paese in cui stanno prevalendo sentimenti di ritirata verso l’interventismo militare e verso alleati che si avvalgono della pax americana senza pagarne il prezzo, e dove cresce una forte avversione  contro una globalizzazione che ha arricchito pochi mentre  molti ne hanno pagato il prezzo.

Un’America che si ritira è al tempo stesso un’opportunità e un rischio per l’Europa che oggi si trova di fronte alla piu’ grande crisi della propria storia, ha commentato l’Ambasciatore Pietro Massolo. Delegittamente politicamente, divisa e debole economicamente, l’Europa nata all’interno del cordone di sicurezza garantito dalla Nato dovrà trovare la forza di reinventarsi ed assumere, pena l’irrilevanza e un ulteriore arretramento dagli affari del mondo, una postura chiara e decisa.

Anche di fronte all’altro grande protagonista della politica di questi ultimi anni, la Russia di Putin.

Trump cambierà i rapporti con la Russia, portandoli ad una normalizzazione e alla ricerca di soluzioni comuni. L’intervento americano nelle aree di crisi (medio oriente e nord africa in primis) sarà molto difficile, secondo la storica tendenza che vede le amministrazioni repubblicane più inclini ad applicare una politica di peace through strenght: grande forza militare da impiegare il meno possibile.

E’ quindi ipotizzabile che, al di la dei toni bellicosi, su questo campo la politica di Trump viaggi su binari noti.

Tutto come prima dunque? No, secondo il giornalista Mario Sechi, che pronostica la nuova Presidenza quale fattore di cambiamentoi profondi.

La globalizzazione guidata dalla Silicon Valley ha portato nel mondo una grande crescita economica, ma ad averne goduto i benefici sono stati in pochi, pochissimi. L’1% della popolazione si e’arricchito sempre di piu’, mentre la working class ha ceduto il passo in termini economici, di sicurezza e di identità. Ed allora con Trump questo scontento ha trovato finalmente un campione in grado di rappresentarlo: è tornato l’acciaio, ha sintetizzato Sechi. La old economy, fatta di fabbriche, industrie, operai vuole riprendersi la scena. Con Trump le aziende americane dovranno tornare a produrre e, soprattutto, pagare le tasse negli Stati Uniti.

Una rivoluzione, secondo il giornalista, uno di quei momenti in cui la Storia cambia strada: in questo caso per riportare in America produzione e ricchezza.

Uno shock per l’ideologia imperante negli ultimi anni ma che, secondo il giornalista e analista internazionale Andrew Spannaus, era evidente già da diversi anni.

Almeno dalla grande crisi del 2007, secondo l’autore del volume “Perchè vince Trump” in America e in Europa era possibile osservare nella società una crescente ondata di sentimenti contrari allo status quo e alle classi dirigenti alla guida del processo di globalizzazione. Se avesse vinto la Clinton probabilmente il mondo avrebbe vissuto un prolungamento della fase precedente, e le conseguenze avrebbero potuto essere ancora più destabilizzanti.

Ma questo è già passato,  l’ascesa di Trump all’esecutivo presenta sia elementi di continuità che di rottura con il recente passato della storia politica americana e saranno i fatti e le decisioni ha determinare il destino del 45° Presidente e le sorti mondiali.

Xi Jinping al WEF di Davos: “nessun vincitore da una guerra commerciale”

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Globalizzazione contro protezionismo, potrebbe essere questa la cifra identificativa dello scontro che si prepara a livello globale per i prossimi anni tra i due giganti dell’economia mondiale: Cina e Stati Uniti.

La retorica del presidente eletto Donald Trump,sintetizzata nello slogan “America first”, si focalizza sulla protezione degli interessi americani sul piano commerciale, mettendo in discussione i rapporti economici con l’avversario asiatico. Dopo il tramonto dell’ambizioso accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica (TPP), la nuova amministrazione sembra intenzionata a ritirarsi dai trattati internazionali di libero scambio privilegiando accordi bilaterali che possano garantire una maggiore protezione degli interessi americani. Una prospettiva che mette in allarme Pechino, che vede nella globalizzazione e nella liberalizzazione del commercio la strada maestra per proseguire sul cammino della crescita.

Il presidente cinese Xi Jinping ha deciso dunque di scendere in campo in prima persona, prendendo parte oggi, con una delegazione di altissimo livello, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Mai nessun leader cinese aveva partecipato al prestigioso summit annuale di Davos, una novità che ben rappresenta l’importanza del momento, a pochi giorni dall’insediamento del neo-presidente Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Come era prevedibile, nel suo intervento Jinping ha parlato in difesa della globalizzazione e del libero scambio, mettendo in guardia Washington dal pericolo di una guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del pianeta, da cui nessuno uscirebbe vincitore.

In un discorso emblematico, il presidente cinese ha difeso gli esiti dell’integrazione economica, dimensione considerata, al contempo, ineluttabile e imprescindibile. “La maggior parte dei problemi che preoccupano il mondo non sono causati dalla globalizzazione – ha detto Jinping. Che vi piaccia o meno, l’economia globale è un grande oceano dal quale non si può scappare”. “Dobbiamo promuovere il commercio e la liberalizzazione degli scambi” ha aggiunto, sottolineando come “Nessuno potrà emergere vincitore da una guerra commerciale”. Un messaggio chiaro, destinato alla nuova amministrazione Trump al fine di scoraggiare una scelta marcatamente protezionistica.

Pur riconoscendo gli effetti negativi della globalizzazione su alcuni settori dell’economia e della società, il presidente cinese considera l’isolazionismo una reazione sbagliata: “La cosa giusta da fare è cogliere le occasioni per portare avanti le sfide in modo congiunto e tracciare una strada giusta per la globalizzazione economica”.

Con il discorso di Davos, Xi Jinping persegue un duplice scopo: contrastare la narrazione protezionistica di Trump e ricordare a tutti che la Cina è pronta a subentrare agli USA, qualora la scelta protezionistica fosse confermata dai fatti, nel ruolo di leader economico globale. Pechino è pronta a proporre una serie di nuovi accordi di libero scambio, non solo con i paesi della regione del Pacifico, orfani del TPP, ma anche con il continente latinoamericano.

Trump è davvero disponibile a lasciare campo aperto alla superpotenza emergente per concentrarsi sulla difesa del suo mercato interno? In tal caso, Pechino sarà capace di creare nuove condizioni per sostenere la propria crescita?

Il 2017 potrebbe essere un anno di grandi cambiamenti per l’assetto economico globale.

Dalla Cambogia e dalla comunità hindu-americana si alzano voci in favore di Trump

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A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane, mentre la campagna elettorale più corrosiva che si ricordi si avvia alla conclusione in un clima di assoluta incertezza, il candidato Trump incassa il sostegno del premier della Cambogia e di un gruppo repubblicano Hindu. All’origine di queste prese di posizione, in entrambi i casi, sta il timore che una vittoria della Clinton possa determinare una politica estera contraria agli interessi di Cambogia e India. Andiamo per ordine.

Hun Sen, primo ministro cambogiano, uomo forte del piccolo paese del sud-est asiatico al potere da circa trent’anni, ha espresso oggi il proprio auspicio che sia Donald Trump a uscire vincitore dalle urne, martedì prossimo. Una sua elezione, sostiene Sen, garantirebbe un alleggerimento delle tensioni tra USA e Russia e il mantenimento della pace a livello globale. Hun Sen è sotto pressione in vista delle elezioni interne del 2018, accusato da USA, ONU e Unione Europea di non garantire il rispetto dei diritti umani nel paese e di scarso impegno sul fronte della lotta alla corruzione. Una vittoria di Trump porterebbe ad un ammorbidimento delle posizioni da parte degli Stati Uniti? Sen, evidentemente, se lo augura.

Durante un discorso all’accademia nazionale di polizia, il premier ha così spiegato il suo endorsement: “Per essere onesto, io vorrei veramente che Trump vincesse le elezioni. Se dovesse vincere, il mondo cambierà in meglio, perché Trump è un uomo d’affari e, in quanto tale, non vorrà mai la guerra”. Inoltre, il tycoon sarebbe un buon amico di Vladimir Putin e della Russia, a sua volta alleato strategico della Cambogia fin dalla caduta, nel 1979, del regime di Pol Pot.

La Clinton, con la quale Hun Sen si è incontrato diverse volte quanto ricopriva il ruolo di Segretario di Stato, rappresenterebbe invece un rischio per il futuro delle relazioni tra USA e Russia e sarebbe promotrice di una politica estera aggressiva su tutti gli scacchieri. L’intervento americano in Siria sarebbe stato determinato, secondo Sen, dalle pressioni esercitate dalla Clinton sul presidente Obama. Un precedente che darebbe la misura dei rischi rappresentati da una eventuale vittoria del fronte Democratico alle elezioni di martedì prossimo.

Le voci che si alzano da alcuni settori della comunità hindu negli USA in favore di Donald Trump sono meno autorevoli forse, ma comunque rappresentano un interessante elemento di analisi per capire come le diverse comunità del melting-pot americano guardino alle elezioni presidenziali attraverso la lente dei propri interessi specifici.

La Republican Hindu Coalition (RHC), un’ organizzazione filo-repubblicana di ispirazione Hindu, ha diffuso su doversi canali televisivi americani alcuni spot indirizzati contro Hillary Clinton, accusata di essere eccessivamente filo-pakistana. La Candidata democratica avrebbe indirizzato verso il nemico storico del’India miliardi di dollari in aiuti, avrebbe venduto armi al regime di Islamabad e accetterebbe finanziamenti da parte di individui e organizzazioni pakistane filo-islamiste. Infine, la RHC si scaglia contro il marito ed ex-presidente Bill Clinton, considerato troppo vicino alle posizioni Pakistane in relazione alla questione Kashmir, e contro l’assistente personale di Hillary, Huma Abedin, per metà indiana e per metà Pakistana, accusandola di sostenere indirettamente il terrorismo islamico. “Vota Repubblicano – recita lo spot – per te, per le relazioni USA-India e per l’America”.

Non tutta la comunità indo-americana è favorevole al candidato Trump, ovviamente. L’Indian American Supporters of Clinton ha attaccato lo spot dell’organizzazione rivale RHC, definendolo “Ingannevole, scorretto e falso.”

Sia fuori che dentro i confini americani, il mondo guarda alle elezioni presidenziali dell’8 novembre 2016 esprimendo i suoi diversi punti di vista.

Il premier Giapponese si fida di Trump

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“Sono convinto che Trump sia un leader affidabile”. Dopo l’incontro di giovedì nella Trump Tower di Manhattan, il premier giapponese Shinzo Abe, primo leader mondiale ad incontrare il presidente-eletto Trump, si è detto certo che la nuova amministrazione americana si dimostrerà un partner affidabile per il suo paese. Di fronte ai cronisti il premier giapponese ha definito come “franco e sincero” il suo incontro con Trump.  “Il colloquio – ha dichiarato – mi ha convinto che possiamo costruire una relazione di fiducia reciproca.”

Probabilmente il governo giapponese sperava in una vittoria di Hillary Clinton alle elezioni americane dello scorso 8 novembre, anche in ragione delle dichiarazioni poco rassicuranti fatte da Trump in campagna elettorale. Abe aveva registrato con un certo allarme alcune affermazioni del candidato Trump circa la necessità per il Giappone di contribuire maggiormente, in termini economici, all’assistenza delle truppe americane sul suolo nipponico e di dotarsi di un arsenale nucleare come deterrente alle minacce della Corea del Nord. Un altro punto problematico emerso durante la campagna elettorale riguarda l’opposizione dichiarata da Trump all’accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica, su cui invece il governo giapponese ha fortemente puntato. Abe ha dunque voluto incontrare Trump per esprimere le proprie preoccupazioni e, al contempo, ribadire l’impegno del suo governo per rafforzare l’alleanza con gli USA, oggi più che mai centrale per il Giappone in termini diplomatici e strategici, soprattutto per contenere la Cina e le sue mire egemoniche sull’area del pacifico.

Il premier Abe non ha però fornito troppi particolari sui contenuti del colloquio. Sostanzialmente si è trattato di un incontro preliminare, di reciproca conoscenza, nel quale i due leader hanno evitato di scendere nel dettaglio. E’ stato però concordato che dopo il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, verrà concordato un nuovo incontro per “coprire un’area più vasta di questioni in modo più approfondito”. “Ogni ulteriore approfondimento – ha ribadito Kellyanne Conway, influente membro del team elettorale di Trump – circa le relazioni politiche tra Giappone e Stati uniti dovrà attendere fino al momento dell’inaugurazione (della nuova amministrazione)”.

Sembra comunque che l’incontro sia servito a ridimensionare le preoccupazioni giapponesi sulle future iniziative del nuovo presidente USA sullo scacchiere asiatico. Katsuyuki Kawai, consigliere del presidente Abe, ha incontrato a Washington diversi membri del transition team e alcuni legislatori, ricevendo rassicurazioni sul futuro delle relazioni USA-Giappone. “Non dobbiamo prendere ogni parola pronunciata pubblicamente dal sig. Trump in senso letterale”, ha dichiarato dopo il tour di colloqui.

L’incontro, nelle dichiarazioni dei protagonisti, è dunque servito a ribadire la solidità del legame tra i due alleati. Alcuni analisti considerano però prematura l’iniziativa del primo ministro giapponese, dal momento che Trump non ha ancora assunto ufficialmente la presidenza ed è completamento assorbito dalla formazione della propria squadra di governo. Koichi Nakano, politologo della Sophia Univesrity intervistato dalla CNN, ha espresso il suo scetticismo sulla mossa di Abe: “Cosa ci vuole guadagnare? Non ne ho idea. Non ha neanche parlato con un vero presidente, allo stato attuale”.

Meno categorico Jeffrey Kingston, direttore del dipartimento di Studi Asiatici alla Japan’s Temple University, che, interpellato nuovamente dalla CNN, ha dato una lettura positiva del colloquio, quanto meno dal punto di vista del primo ministro giapponese. Secondo Kingston infatti, Abe avrebbe una particolare simpatia per una certa categoria di leader, alla quale lo stesso Trump rischia di appartenere. “Se guardiamo alle figure che Abe ammira, a livello mondiale, vediamo che gli piacciono i leader forti come Putin, Modi e Erdogan, quelli che anno tendenze dispotiche”.

Al di là delle simpatie personali, la nuova amministrazione Trump dovrà guardare con grande attenzione all’Asia nei prossimi anni e si troverà a fronteggiare una Cina sempre più forte. In tale contesto l’alleanza col Giappone rivestirà un ruolo strategico ed imprescindibile.

Luca Marchesini
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